Archive pour avril, 2008

Sant’Agostino, Lettera a Proba: « Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare »

dal sito:

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.html

Dalla « Lettera a Proba » di sant’Agostino, vescovo
(Lett. 130, 14,25-26; CSEL 44,68-71)
Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare

Forse hai da farmi una domanda: Come mai l’Apostolo ha detto: « Noi non sappiamo che cosa sia conveniente domandare »? (Rm 8,26). Non possiamo davvero supporre che colui che diceva ciò, o coloro ai quali egli si rivolgeva, non conoscessero la preghiera del Signore. Eppure da questa ignoranza non si dimostrò esente neppure l’Apostolo, benché egli forse sapesse pregare convenientemente. Infatti, quando gli fu conficcata una spina nella carne e un messo di satana fu incaricato di schiaffeggiarlo, perché non montasse in superbia per la grandezza delle rivelazioni, per ben tre volte pregò il Signore di liberarlo dalla prova. E così dimostrò di non sapere in questo caso che cosa gli era più conveniente domandare. Alla fine però sentì la risposta di Dio, che gli spiegava perché non avveniva quello che un uomo così santo chiedeva, e perché non conveniva che l’ottenesse: « Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza » (2Cor 12,9).Pertanto nelle tribolazioni, che possono giovare come anche nuocere, non sappiamo quello che ci conviene chiedere, e tuttavia, perché si tratta di cose dure, moleste e contrarie all’inclinazione della natura, seguendo un desiderio comune a tutti gli uomini, noi preghiamo che ci vengano tolte. Dobbiamo però mostrare di fidarci del Signore. Se egli non allontana da noi le prove, non per questo dobbiamo credere di esser da lui dimenticati, ma piuttosto, con la santa sopportazione dei mali, dobbiamo sperare beni maggiori. Così infatti « la potenza si manifesta pienamente nella debolezza ».Questo è stato scritto perché nessuno si insuperbisca se viene esaudito quando chiede con impazienza quanto gli sarebbe più utile non ottenere. D’altra parte non si perda d’animo né disperi della divina misericordia se non viene esaudito quando domanda un benessere, che, a conti fatti, potrebbe amareggiarlo di più o mandarlo completamente in rovina. In queste cose dunque non sappiamo davvero quello che ci conviene chiedere. Perciò, se accade proprio il contrario di quanto abbiamo chiesto nella preghiera, noi, sopportando pazientemente e rendendo grazie per ogni evenienza, non dobbiamo affatto dubitare che era più conveniente per noi quello che Dio ha voluto, che non quello che volevamo noi.Ce ne dà la prova il nostro divino mediatore, il quale avendo detto: « Padre, se è possibile, passi da me questo calice », subito dopo, modificando la volontà umana, che aveva in sé dalla umanità assunta, soggiunse: « Però non come voglio io, ma come vuoi tu, o Padre » (Mt 26,39). Ecco perché giustamente per l’obbedienza di uno solo tutti sono costituiti giusti (Cfr Rm 5,19).

COLOSSESI 1,15-20 – INNO A CRISTO SIGNORE DELL’UNIVERSO

COLOSSESI 1,15-20 – INNO A CRISTO SIGNORE DELL’UNIVERSO

Sublime dignità di Cristo   

13 E’ lui infatti che ci ha liberati 

dal potere delle tenebre 

e ci ha trasferiti 

nel regno del suo Figlio diletto,  

14 per opera del quale abbiamo la redenzione, 

la remissione dei peccati.

15 Egli è immagine del Dio invisibile, 

generato prima di ogni creatura; 1

6 poiché per mezzo di lui 

sono state create tutte le cose, 

quelle nei cieli e quelle sulla terra, 

quelle visibili e quelle invisibili: 

Troni, Dominazioni, 

Principati e Potestà. 

Tutte le cose sono state create 

per mezzo di lui e in vista di lui.  

17 Egli è prima di tutte le cose 

e tutte sussistono in lui.

18 Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; 

il principio, il primogenito di coloro 

che risuscitano dai morti, 

per ottenere il primato su tutte le cose.

19 Perché piacque a Dio 

di fare abitare in lui ogni pienezza

20 e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, 

rappacificando con il sangue della sua croce, 

cioè per mezzo di lui, 

le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. 

commento, stralcio dal libro: Rossé G., Lettera ai Colossesi, Città Nuova Editrice, Roma 2001 

« Per reagire contro la tentazione di sottomettersi a potenze cosmiche che avrebbero in mano il destino di ognuno, l’autore sacro inserisce un inno cristiano preesistente, allo scopo di affermare l’assoluta preminenza del Figlio e nell’ordine della creazione e in quello della redenzione. Il Figlio è l’unico Mediatore dell’operare creatore e salvifico di Dio. Con ciò viene proclamata la preesistenza e la superiorità di Cristo su tutto il creato, inclusa la schiera delle potenze cosmiche, che, benché invisibili, non possono competere con cristo ed essere le sue rivali. L’inno parla di Cristo nel suo rapporto con l’universo degli uomini. Agli occhi della fede, egli è l’unica risposta possibile alle inquietudini dell’uomo che si sente esistenzialmente minacciato  e non comprende più il proprio posto nel mondo. L’inno serve così di base all’argomentazione principale della lettera. 

… 

la prima strofa canta la funzione di mediazione del Figlio nella creazione. Come la Sapienza (cfr. Sap 7,26), egli è . Dio che non si può vedere con i nostri occhi, si è reso visibile nella vita, morte e risurrezione di Gesù. 

… 

Il Figlio è anche il . In Israele, il primogenito aveva dei diritti particolari. L’inno non vuole dire che il Figlio è la prima, forse anche la più importante, delle creature, ma sottolineare l’anteriorità e la preminenza del Mediatore sul creato. 

… 

Il Padre ha creato l’universo in Cristo, Certo il mondo è opera ad extra, radicalmente distinta d Dio; il mondo è non Dio, ma non fu creato fuori di Dio, perché rimane da sempre nel figlio. La creazione nasce ad extra, ma all’interno della dinamica di vita delle persone divine, la dove il Padre ama il Figlio nello Spirito. …Dietro la molteplice ricchezza del creato, c’è la presenza nascosta dell’UNO, del Verbo da dove tutto proviene e nel quale tutto trova coesione e senso. L’UNO dietro le cose crea l’armonia, la relazione, la bellezza, la coesione, dà valore e senso al singolo nella sua relazione al tutto, e lega tutte le realtà in rapporto d’amore fra di loro. 

… 

Non dimentichiamo: per ‘autore cristiano, il figlio è Gesù risorto. ora la resurrezione di Gesù è l’evento escatologico, l’atto inaugurale della . Risorto, Cristo non è soltanto l’Omega ma anche l’Alfa del tutto (cfr. Ap 22, 13; Eb 13,8). Egli è posto nel cuore della creazione e dell’umanità passata, presente e futura. Diventato il Riconciliatore universale (1,20), egli contiene in sé ogni tempo e ogni spazio. Sovrano anche del tempo, il risorto è il centro d’unità verso cui converge la storia. 

… 

Dopo aver affermato fortemente il primato di Cristo nella creazione, l’inno afferma con altrettanta forza la sua priorità nell’opera di salvezza. Il figlio è Capo della Chiesa, che è il suo Corpo. 

… 

Ora, per la prima volta, Cristo è presentato come Testa o Capo, distinto dal suo Corpo identificato con la Chiesa universale, pur nel legame vitale con esso…l’autore vuole sottolineare la sovranità del Figlio anche in quell’atto di Dio che vuole portare il creato al compimento e che ha già i suoi effetti nella Chiesa. 

… 

Di nuovo il Figlio viene chiamato …in relazione alla resurrezione universale dei morti che egli inaugura nella propria resurrezione. 

… 

Alla luce della Rivelazione la creazione è il punto di partenza della storia di dio con l’uomo. E Cristo è la chiave d’interpretazione del progetto divino sull’umanità e sull’universo. La creazione è dunque storia orientata verso Cristo, a sua volta orientata verso il Padre 

… 

Questo ritorno in Dio è espresso in modo inatteso: si tratta di una riconciliazione e di una rappacificazione ad opera di Cristo. Come può un mondo che da sempre è in Cristo aver bisogno di riconciliazione? 

… 

L’inno ha finora ignorato l’esistenza del male nel mondo…L’inno afferma che Dio ha già realizzato la pace cosmica. 

… 

L’autore riconosce la dimensione cosmica della riconciliazione senza precisare ulteriormente. 

… 

Evidentemente il testo resiste ad ogni investigazione puramente razionale e scientifica. Occorre lo sguardo della fede che, alla luce della Rivelazione, penetra al di là dell’oggettivabile, percepisce il legame profondo tra il mondo e l’uomo. Dio non ha fatto un universo nel quale l’uomo si trova per caso, termine di una cieca evoluzione. (LG 48). Nella creazione dell’uomo, l’universo ha trovato il suo perché. Anche il mondo ha dunque un futuro non deducibile dalle leggi naturali: condividere il destino dell’uomo risorto per diventare lo spazio dove il male e l’inimicizia sono eliminati e ogni cosa è in rapporto d’amore con le altre. » 

Publié dans:Paolo - Inni |on 22 avril, 2008 |Pas de commentaires »

22 APRILE 2008 – NOTTE DI TEMPORALE A ROMA

PAOLO, LA « PAGINA » DI OGNI GIORNO » NELLA MIA VITA

 

La lettura, lo studio, la preghiera rivolta a San Paolo da quando ho cominciato questa « avventura » è veramente un « pagina » nuova che si è aperta nella mia vita; ho intitolato questo Blog: « la pagina… » così per istinto, però mi accorgo che questo termine ha un significato profondo per me; come quando si sfoglia un libro, la pagina aperta segue quella precedente e precede quella successiva, quella che guardo, però, è questa;

è come se entrassi in un libro e la pagina che sto leggendo si fa grande e carica di avvenimenti, come il temporale questa notte a Roma, carico di pioggia, un tempo cupo, ma nello stesso tempo che porta il bene dell’acqua, del pulito, di quell’odore particolare del dopo temporale, così l’esperienza con Paolo, forte come i tuoni, luminosa come i lampi, bella e pulita come la pioggia

Così è con Paolo, un incontro consueto nell’ascolto dei vangeli, nella preghiera della liturgia delle ore, eppure unico; si ripeterà ancora, eppure irripetibile;

ogni giorno quella pagina che scorre, che il giorno dopo diventa passata e la futura di ieri odierna;

pure sempre presente, stabile dal cielo e, nello stesso tempo, cammina con noi, con me, Paolo;

V SETTIMANA DEL TEMPO DI PASQUA

V SETTIMANA DEL TEMPO DI PASQUA dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥ 06%20VISAGE%20DU%20CHRIST%20COPIE%20DU%20MANDYLION

Visage du Christ copie du Mandylion Basilique de Saint Apollinaire in Classe à Ravenne

http://www.artbible.net/2NT/-Portraits_Jesus_Christ/index.html

V SETTIMANA DI PASQUA

continua in questa V settimana di Pasqua questa comprensione post-pasquale di Gesù; nel vangelo di domenica (Gv 14,1-12) si rilegge il discorso fatto da Gesù ai discepoli nell’ultima cena; più avanti, in Gv 16, 12-13, Gesù dice ai suoi discepoli che non sono ancora capaci di comprendere ciò che lui dice, ma quando sarà disceso su di loro lo Spirito di verità questi li guiderà alla verità tutta intera; il tempo liturgico nel quale viviamo si muove verso la Pentecoste, pure, nelle stesso tempo, la Chiesa, già in tutte le Scritture del Nuovo Testamento, parla alla luce di uno Spirito Santo ricevuto; infatti essa rivive sacramentalmente la vita di Cristo e i doni da lui ricevuti; questo tempo liturgico offre alla nostra comprensione, sempre più chiaramente, la persona di Gesù Cristo come Figlio di Dio, domenica in particolare come: via, verità, vita;

nei giorni feriali il vangelo continuerà a riproporci il discorso di Gesù nell’ultima cena (Gv 14-15)

nei giorni feriali la prima lettura:

si deve pensare che, mentre in domenica la prima lettura si ferma a considerare di nuovo la prima comunità cristiana ed a proporre a questa riunita di ricollocarsi come assemblea, nei giorni feriali prosegue la lettura degli Atti da dove si era lasciata sabato della IV settimana, infatti, sia pure saltando qualche passo, la lettura è abbastanza continua; avevamo lasciato Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, ora riprendiamo la lettura a partire dalla successiva tappa del viaggio missionario di Paolo: Iconio, poi proseguiremo con lui verso Antiochia, e saltando venerdì 25 perché è la festa di San Marco evangelista, sabato ci troveremo con lui a Listra; seguiremo le vicende dell’evangelizzazione di Paolo probabilmente seduti su una sedia o una panca in Chiesa e, nello stesso tempo, imbarcati in quell’avventura meravigliosa vissuta dall’Apostolo, l’avventura di : « ..non sapere altro…se non Gesù Cristo e questi crocifisso » (1Cor 2,2)

DOMENICA 20 APRILE 2008-04-21

PRIMI VESPRI

cantico: Fil 2, 6-11

Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, *
non considerò un tesoro geloso 
la sua uguaglianza con Dio; 
ma spogliò se stesso, †
assumendo la condizione di servo *
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana, umiliò se stesso †
facendosi obbediente fino alla morte *
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato *
e gli ha dato il nome 
che è al di sopra di ogni altro nome; 
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi †
nei cieli, sulla terra *
e sotto terra; 
e ogni lingua proclami 
che Gesù Cristo è il Signore, *
a gloria di Dio Padre.

lettura breve 1 Pt 2, 9-10
Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce (Es 19, 6; Is 43, 20. 21), voi che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia (Os 1, 6. 9).

SECONDI VESPRI

Lettura Breve Eb 10, 12-14
Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi (Sal 109, 1). Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.

LUNEDÌ 21 APRILE 2008

LODI MATTUTINE
Lettura Breve: Rm 10, 8b-10
Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore (Dt 30, 14): cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.

VESPRO

cantico Ef 1, 3-10

Benedetto sia Dio, 
Padre del Signore nostro Gesù Cristo, *
che ci ha benedetti 
con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. 
In lui ci ha scelti *
prima della creazione del mondo,
per trovarci, al suo cospetto, *
santi e immacolati nell’amore. 
Ci ha predestinati *
a essere suoi figli adottivi 
per opera di Gesù Cristo, *
secondo il beneplacito del suo volere, 
a lode e gloria 
della sua grazia, *
che ci ha dato 
nel suo Figlio diletto.
In lui abbiamo la redenzione 
mediante il suo sangue, *
la remissione dei peccati 
secondo la ricchezza della sua grazia. 
Dio l’ha abbondantemente riversata su di noi 
con ogni sapienza e intelligenza, *
poiché egli ci ha fatto conoscere 
il mistero del suo volere, 

il disegno di ricapitolare in Cristo 
tutte le cose, *
quelle del cielo 
come quelle della terra.

Nella sua benevolenza
lo aveva in lui prestabilito *
per realizzarlo
nella pienezza dei tempi.

Lettura breve Eb 8, 1b-3a
Noi abbiamo un sommo sacerdote così grande, che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda che ha costruito il Signore, e non un uomo (Mc 16, 19). 
Ogni sommo sacerdote infatti viene costituito per offrire doni e sacrifici.

MARTEDÌ 22 APRILE 2008 

MESSA DEL GIORNO 

ci troviamo alla fine del primo viaggio missionario di Paolo, erano partiti da Antiochia (Atti 13,1-13) e ritornano ad Antiochia per riferire tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro (Atti 14,27-28) 

Prima Lettura   At 14, 19-28
Riferirono alla comunità quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, giunsero da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe. 
Dopo aver predicato il vangelo in quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfilia e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalia; di qui fecero vela per Antiòchia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto. 
Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.  

LODI 

Lettura Breve   At 13, 30-33
Dio ha risuscitato Gesù dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono i suoi testimoni davanti al popolo.
E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato (Sal 2, 7).

MERCOLEDÌ 23 APRILE 2008 

MESSA DEL GIORNO 

Prima Lettura   At 15, 1-6 

(ci troviamo alla fine del primo viaggio missionario di Paolo, Paolo e Barnaba tornati da Antiochia, sorge il problema della circoncisione per i pagani, Paolo e Barnaba vanno a Gerusalemme dai discepoli, il testo di oggi finisce con l’inizio della controversia a Gerusalemme che viene chiamata anche: il primo Concilio Apostolico) 


1. In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: «Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi». 
2. Poiché Paolo e Bàrnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. 
3. Essi dunque, scortati per un tratto dalla comunità, attraversarono la Fenìcia e la Samarìa 
 raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. 
4.Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro. 5. Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: è necessario circonciderli e ordinar loro di osservare la legge di Mosè. 
6. Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema.  

VESPRO 

Lettura Breve   Eb 7, 24-27
Gesù, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore. Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; che non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso.

GIOVEDÌ 24 APRILE 2008

MESSA DEL GIORNO

(Paolo e Barnaba sono ritornati dal primo viaggio missionario e si sono portati a Gerusalemme dove sono i discepoli, dopo una lunga discussione Pietro si alza per confermare la validità della libertà dei pagani entrati nel cristianesimo, si tratta soprattutto della circoncisione, alla fine Giacomo si alza e aggiunge le sole prescrizioni che devono venire imposte ai pagani convertiti al cristianesimo , ci troviamo nel cosiddetto: Concilio di Gerusalemme)

Prima Lettura At 15, 7-21
Ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani.

7. In quei giorni, poiché era sorta una lunga discussione, Pietro si alzò e disse agli apostoli e agli anziani: «Fratelli, voi sapete che già da molto tempo Dio ha fatto una scelta fra voi, perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo e venissero alla fede. 8. E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; 9. e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificandone i cuori con la fede. 10. Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare? 11. Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo anche loro». 
12. Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Bàrnaba e Paolo che riferivano quanti miracoli e prodigi Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro. 13. Quand’essi ebbero finito di parlare, Giacomo aggiunse: 14. «Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome. 15. Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: 16. « Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide che era caduta; ne riparerò le rovine e la rialzerò, 17. perché anche gli altri uomini cerchino il Signore e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, 18. dice il Signore che fa queste cose da lui conosciute dall’eternità ». (Am 9,11-12)
19. Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, 20. ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. 21. Mosè infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagòghe». 

LODI

Lettura Breve 1 Cor 15, 1-2a. 3-4
1. Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato 2a. e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza. 3. Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4. fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture.

VESPRI

CANTICO Ef 1, 3-10

Lettura Breve Col 1, 3-6
Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi, per le notizie ricevute della vostra fede in Cristo Gesù, e della carità che avete verso tutti i santi, in vista della speranza che vi attende nei cieli. Di questa speranza voi avete già udito l’annunzio dalla parola di verità del vangelo che è giunto a voi, come pure in tutto il mondo fruttifica e si sviluppa.

VENERDÌ 25 APRILE 2008 – SAN MARCO EVANGELISTA

 

UFFICIO DELLE LETTURE,

Prima lettura: Efesini 4, 1-16

« 1 Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, 2 con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, 3 cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. 4 Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5 un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6 Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. 7 A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. 8 Per questo sta scritto:

Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri,

ha distribuito doni agli uomini.9 Ma che significa la parola « ascese », se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? 10 Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose. 11 È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, 12 per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, 13 finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. 14 Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. 15 Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, 16 dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità. »

LODI

Lettura Breve 1 Cor 15, 1-2a. 3-4
« 1. Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2a. e dal quale anche ricevete la salvezza. 3. Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4. fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture. »

VESPRI

Lettura Breve Col 1, 3-6
 » 3. Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi, 4. per le notizie ricevute della vostra fede in Cristo Gesù, e della carità che avete verso tutti i santi,5. in vista della speranza che vi attende nei cieli. Di questa speranza voi avete già udito l’annunzio dalla parola di verità del vangelo 6. che è giunto a voi, come pure in tutto il mondo fruttifica e si sviluppa. »

SABATO 26 APRILE 2008 

 

MESSA DEL GIORNO 

 

Prima Lettura   At 16, 1-10

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Paolo si recò a Derbe e a Listra. C’era qui un discepolo chiamato Timòteo, figlio di una donna giudea credente e di padre greco; egli era assai stimato dai fratelli di Listra e di Icònio. Paolo volle che partisse con lui, lo prese e lo fece circoncidere per riguardo ai Giudei che si trovavano in quelle regioni; tutti infatti sapevano che suo padre era greco. Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. Le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno. 
Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. 
Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, attraversata la Misia, discesero a Tròade. 
Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: «Passa in Macedonia e aiutaci!». 
Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore.  

 

LODI 

 

Lettura Breve   Rm 14, 7-9
Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

Papa Giovanni XXIII, Conversione di San Paolo 25 gennaio 1959

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/homilies/1959/documents/hf_j-xxiii_hom_19590125_it.html

FESTIVITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLOOMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI XXIII*

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Domenica, 25 gennaio 1959

Venerabili Fratelli e diletti figli!

Il convenire odierno del Sacro Collegio Cardinalizio, della Prelatura e del Popolo Romano in questa Basilica di S. Paolo fuori le Mura Ci richiama la visita che vent’anni or sono, durante la Nostra Missione di Oriente, ebbimo la ventura di compiere a Tarso, dove l’Apostolo delle Genti nacque, e ricevette la sua prima educazione.

Immaginate la emozione del Nostro spirito nel richiamare oggi quella visita, non dove egli nacque, ma qui, dove da venti secoli le reliquie di Paolo riposano. Nell’inno liturgico del 29 giugno, la Chiesa associa il nome di Paolo a quello del Principe degli Apostoli. « O Roma fortunata, a cui il sangue dei due Apostoli è mantello di gloria, ed espressione di spirituale bellezza! ». Gli imperatori sono passati: la gloria militare non è più: resta no appena le pietre spezzate dei monumenti che ricordano i fasti antichi. Ma più glorioso rimane e si esalta nel cuore dei fedeli il duplice culto dei due Apostoli. O Roma felix! Duorum Princìpum es consecrata glorioso sanguine!

Nei ricordi della Nostra visita a Tarso — giusto vent’anni or sono — Ci ritorna la viva impressione dello sforzo compiuto da quanti si separarono dalla Chiesa Cattolica di esaltare S. Paolo, dando quasi la impressione di contrapporlo a S. Pietro. Questo tentativo non riuscì. Le molteplici scuole di studi Paolini di varia provenienza furono costruzioni deboli, e perdettero via via il vigore non solo scientifico e la consistenza giuridica, ma persino gli edifici materiali che le ospitarono — li abbiamo ben veduti coi Nostri occhi — divennero rovine.

Di Tarso, oltre il nome ed alcune case sparse qua e là, nessun segno ormai più dell’antico splendore. La cittaduzza appare quasi sommersa dalle sabbie e dagli acquitrini del Cydno limaccioso.

Il solo ricordo di S. Paolo è una modesta cappella cattolica, in una casa privata, con una piccola campana, a cui Ci permettemmo di richiedere alcuni rintocchi, evanescenti nel deserto desolato.

S. Paolo palpita invece nei suoi resti gloriosi e nei suoi ricordi qui a Roma, associati a quelli di S. Pietro, punto di richiamo e di venerazione gli uni e gli altri da parte del mondo intero.

In vero il canto della Liturgia mantiene in esaltazione i cuor dei Cattolici di tutta la terra. Fortunata Roma che, consacrata dal glorioso sangue dei due Apostoli, risplendi sempre di una bellezza incomparabile! I. Questa solenne unione di due Apostoli, questo culto dei loro ricordi è risposta in eco alla loro voce annunziante il Vangelo: è il segno della unità di un magistero sempre rifulgente; conclamato invito alla perfetta adesione, mente, corde et opere, dei Vescovi Successori degli Apostoli e dei fedeli con il Successore di Pietro, ed è chiarissima indicazione di concorde fervore nella professione ardente della fede del popolo cristiano. Figli di Roma, e quanti oggi qui conveniste in spirito da tutti i punti della terra, voi rinnovate l’omaggio mondiale dei secoli alle note caratteristiche della Chiesa di Gesù: una, santa, cattolica, apostolica.

Grande consolazione è questa di vivere nella appartenenza al corpo e allo spirito della Santa Chiesa, con la sicurezza della eterna trasformazione della nostra vita nella gloria immortale di Dio, Creatore e Redentore, e dei Santi suoi.

Questa unità della Chiesa che San Paolo dal giorno della sua prodigiosa Conversione mise in perfetta armonia con l’insegnamento di Pietro, quell’insegnamento di cui Marco lasciò le linee nel Vangelo suo, porta a considerare con vivo dolore quanto gli attentati e gli sforzi, disgraziatamente in parte riusciti lungo i secoli, di spezzare questa compattezza cattolica, siano pregiudizievoli alla felicità ed al benessere del mondo concepiti dall’annuncio di Gesù Cristo come un solo ovile sotto la guida di un solo pastore.

Pensate come la perfetta unità della fede e della pratica attuazione della dottrina evangelica sarebbe tranquillità e letizia del mondo intero, nella misura almeno che è possibile sulla terra. E non solo a servizio dei grandi principii di ordine spirituale e soprannaturale che toccano il singolo uomo in vista dei beni eterni, di cui il Cristianesimo fu apportatore al mondo, ma anche dei più sicuri elementi di prosperità civile, sociale e politica delle singole nazioni.

Il primo frutto di questa unità è di fatto non solo l’apprezzamento, ma il retto uso ed il godimento della libertà, dono preziosissimo del Creatore e del Redentore degli uomini. Tanto è vero che ogni smarrimento nella storia dei singoli popoli su questo punto della libertà riesce di fatto in contraddizione talora più o meno velata, sovente prepotentemente audace, coi principii del Vangelo.

Sono quegli stessi principii evangelici che S. Pietro nelle lettere sue e S. Paolo in proporzioni più vaste e molteplici annunziarono ed illustrarono, su ispirazione divina, in faccia al mondo.

È giusto di quest’anno l’avviata celebrazione diciannove volte centenaria della Lettera di S. Paolo ai Romani. Oh! che commozione al rileggere e meditare quel documento ancora risonante dal fondo del primo secolo dell’era cristiana sino a noi. Esso è un poema grandioso ed esaltante, elevato al trionfo della fede, al trionfo della libertà delle anime e delle genti, al trionfo della pace. II. Venerabili Fratelli, e diletti figli! LasciateCi tornare sopra l’accenno alla grande tristezza del cuore Nostro, del cuore di tutta la Chiesa Cattolica, nella dolorosa constatazione di quanto — non nella diletta Italia a Noi più vicina, ed in molte altre nazioni, grazie al Signore, ma in vaste e lontane regioni ben note d’Europa e di Asia — agita e minaccia di far naufragare le anime e le collettività, già avviate al pregustamento ed ai benefici di questa libertà e di questa pace.

Voi vi rendete conto del Nostro dolore, che si accrebbe dal momento in cui, non ostante la Nostra indegnità, venimmo posti su questa altura, da cui è permesso, pur con qualche difficoltà, scorgere più vasto orizzonte tinto di sangue per il sacrificio imposto a molti della libertà, sia essa di pensiero, di attività civica e sociale, e, con speciale accanimento, di professione della propria fede religiosa.

Per debito di grande riserbo e di sincero e meditato rispetto, e nella confidente speranza che la tempesta via via si dilegui, Ci asteniamo da precisazioni di ideologie, di località, e di persone. Ma non siamo insensibili alla aggiornata documentazione che passa continuamente sotto i Nostri occhi ed è rivelazione di paure, di violenze, di annullamento della persona umana.

Vi diremo in tutta confidenza che la abituale serenità dello spirito che traspare dal Nostro volto, e di cui si allietano i figli Nostri, nasconde l’interno strazio e l’affanno dell’animo, che a quegli altri — e sono milioni e milioni — di cui ignoriamo la sorte, ed a cui non sappiamo se poté giungere almeno l’eco delle parole con cui volemmo salutare agli esordi del Nostro Pontificato tutte le genti, e della assicurazione che le loro lacrime si riversano sul Nostro cuore.III. La consapevolezza che voi, diletti Fratelli e figli Nostri, partecipate alla preoccupazione della Chiesa per questo decadimento del solido concetto dottrinale della libertà, che S. Paolo illustrò nelle sue lettere, Ci muove a volgerCi al Signore, invitando voi a fare altrettanto, con più insistente preghiera: a volgerCi al Creatore ed al Redentore Divino, da cui viene la robustezza della fede e la perseveranza nelle buone opere.

Unità, libertà e pace: grande trinomio, che, considerato nei fulgori della fede apostolica, resta per le nostre anime motivo di elevazione e di fervorosa fraternità umana e cristiana.

Mentre usciamo da una settimana di preghiere intesa ad ottenere questo triplice dono, il rito odierno sulla tomba dell’Apostolo — che sta per essere consumato nel mistero del Corpo e del Sangue di Cristo — torna ad essere richiamo della nostra fraterna, unanime, preveniente carità, che ci accomuna con i figli dì tante nazioni già fiorenti nella luce del Vangelo, ed ora attristate da prove inenarrabili.

Ad indicazione di buon progresso spirituale di quanti siete qui convenuti o siete in ascolto, così da determinarvi a voler partecipare alle sofferenze della Chiesa universale, amiamo con-chiudere con le commoventi e forti parole, con cui l’Apostolo delle Genti sottoscrive la sua Lettera ai Romani, che sono i Romani di tutti i tempi: onorati da un privilegio che, per il fatto di distinguerli dagli altri popoli, li impegna maggiormente in faccia al mondo intero ad una collaborazione di preghiera, e di aperta professione di fede.

« Vi prego, o fratelli, di tenerli ben d’occhio, per schivarli, quei tali che seminano dissensioni e mettono inciampi contro la dottrina che avete imparata. Questi non sono servi del Cristo Signor Nostro, ma bensì servi delle loro perverse passioni, con parole lusinghiere e con adulazioni seducono i cuori de semplici. Dato che della vostra obbedienza si parla dovunque mi rallegro con voi. Bramo però che voi siate sapienti nel fan il bene, e semplici nell’evitare il male. Ed auguro che il Dio datore di pace annienti Satana sotto i vostri piedi. E la grani del Signor Nostro Gesù Cristo sia con voi » (Rom. 16, 16-24)

J. Ratzinger/Papa Benedetto: La Conversione dell’Apostolo Paolo

LA CONVERSIONE DELL’APOSTOLO PAOLO

da Ratzinger J./ Papa Benedetto XVI, Immagini di Speranza, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, pagg. 20-25;

« Il combattente ed il sofferente

All’ingresso della Basilica di San Pietro, nel secolo scorso papa Pio IX ha voluto che fossero poste due possenti figure degli apostoli Pietro e Paolo, ambedue facilmente riconoscibili dai loro attributi: le chiavi nella mano di Pietro, la spada nelle mani di Paolo. Chi guardasse la possente figura dell’apostolo delle genti senza conoscere la storia del cristianesimo, potrebbe arrivare a ritenere che si tratti di un grande condottiero, di un guerriero, che ha fatto la storia con la spada e in tal modo ha assoggettato i popoli. Sarebbe allora uno dei tanti che si sono procurati gloria e ricchezza a prezzo del sangue degli altri. Il cristiano sa che la spada nelle mani di quest’uomo significa esattamente il contrario: essa fu lo strumento con cui egli venne messo a morte. In quanto cittadino romano egli non poteva essere crocifisso come Pietro; morì dunque di spada. Ma anche se questa era considerata una forma nobile di esecuzione, nella storia dell’umanità egli rientra tra le vittime, non tra gli oppressori.

Chi si addentra nelle lettere di Paolo per cercare in esse qualcosa che assomigli ad un autobiografia nascosta dell’Apostolo, riconoscerà subito che l’attributo della spada non si riferisce solo allo strumento del suo martirio, che dice qualcosa degli ultimi istanti della sua vita; la spada può essere intesa, a ragione, come attributo della sua vita: , dice al suo amato discepolo Timoteo volgendo lo sguardo al cammino della sua vita, quando sente che la sua morte è oramai prossima (2Tm 4,7). Proprio in forza di parole come queste, Paolo è stato volentieri descritto come un combattente, come un uomo di azione, anzi come un uomo dalla natura forte e violenta. Uno sguardo superficiale alla sua vita sembra dar ragione a questa lettura: in quattro lunghi viaggi ha percorso una parte considerevole del mondo allora conosciuto ed è divenuto davvero l’apostolo delle genti, che porta il vangelo di Gesù Cristo >fino agli estremi confini della terra>. on le sue lettere ha tenuto unite le comunità, ha stimolato la loro crescita e rafforzato la loro costanza. Con tutta la forza del suo vivo temperamento egli si confronta con i suoi avversari, che non scarseggiano mai. usa tutti i mezzi a sua disposizione per corrispondere il più efficacemente possibile al di annunciare, che egli sente gravare su di sé (1Cor 9,16). È così che egli continua a essere presentato come il grande attivista, il patrono di coloro che vanno alla ricerca di nuove strategie pastorali e missionarie.

Tutto questo non è falso, ma non è tutto Paolo; anzi, chi lo vede solo così, non coglie ciò che più specificatamente caratterizza la sua figura. Anzitutto si deve osservare che la battaglia di San Paolo non fu quella di un carrierista, di un uomo di potere, men che meno quella di un conquistatore e di e di un dominatore, La sua fu una battaglia nel senso che a questa parola attribuisce Teresa d’Avila. L’affermazione che >Dio ama le anime intrepide>, ella la spiega così: . A questo proposito mi viene in mente un osservazione di Theodor Haecker, certo piuttosto unilaterale e anche un po’ ingiusta, da lui annotata nei suoi diari durante la guerra; essa può comunque aiutarci a capire di che cosa stiamo parlando. La frase a cui mi riferisco suona così: . La battaglia di San Paolo fu la battaglia di un martire, fin dall’inizio. Detto con più precisione: all’inizio del suo cammino era stato un persecutore e aveva usato violenza contro i cristiani. Dal momento della sua conversione era passato dalla parte del Cristo crocifisso e aveva scelto lui stesso la via di Gesù cristo. Non era un diplomatico; do faceva dei tentativi diplomatici gli era riservato poco successo. Era un uomo che non aveva altra arma che il messaggio di Cristo e l’impegno della sua stessa vita per questo messaggio. Già nella lettera ai filippesi egli dice che la sua vita sarà versata in libagione come sacrificio (2,7); alla sera della sua vita, nelle ultime parole indirizzate a Timoteo (2Tm 4, 6) questa stessa espressione torna ancora una volta. Paolo era un uomo disposto a lasciarsi ferire e proprio questa era la sua vera forza. Non ha protetto se stesso, non ha tentato di tenersi fuori dalle contrarietà e dalle circostanze spiecevoli, men che meno ha cercato di assicurarsi una vita tranquilla.

Anzi, ha fatto proprio il contrario. Ma precisamente il fatto che egli si sia esposto in prima persona, che non si sia tutelato, che abbia posto se stesso in balia delle contrarietà e si sia lasciato consumare per il vangelo, lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa: >Desidero più di tutto consumermi e mi consumerò per le vostre anime>. Queste parole tratte dalla seconda lettera ai Corinti (12,15), mettono in evidenza l’anima più profonda di quest’uomo. Paolo non pensava affatto che il compito prioritario della pastorale fosse evitare le difficoltà e non riteneva che un apostolo dovesse anzitutto preoccuparsi di avere l’opinione pubblica dalla sua parte. No, egli voleva scuotere, rompere il sonno delle coscienze, anche a costo della vita. Dalle sue lettere sappiamo che egli fu tutt’altro che un abile parlatore. Condivideva la mancanza di talento oratorio con Mosè e con Geremia, i quali affermavano davanti a Dio di essere del tutto inadatti alla missione a cui egli li chiamava e adducevano ambedue come scusa il fatto di non essere abili parlatori. (2Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Sull’inizio della sua missione in Galazia lui stesso racconta: (Gal 4,13). Paolo non ha operato grazie ad una brillante retorica e per mezzo di raffinate strategie, ma impegnando se stesso in prima persona ed esponendosi per l’annuncio che portava. Anche oggi la Chiesa potrà convincere delle persone solo nella misura in cui coloro che annunciano il suo nome sono disposti a lasciarsi ferire. Dove manca la disponibilità a soffrire in prima persona, manca l’argomento decisivo della verità, da cui la Chiesa stessa dipende. La sua battaglia sarà sempre e solamente la battaglia di coloro che accettano di sacrificare se stessi: la battaglia dei martiri.

Alla spada nelle mani di San Paolo possiamo attribuire anche un altro significato, oltre a quello di strumento del suo martirio: nella Scrittura la spada è anche simbolo della parola di Dio, che (Eb 4,12). Questa spada ha condotto Paolo: con essa egli ha conquistato le persone. , in fondo, qui è semplicemente un’immagine della potenza della verità, che è di natura tutta propria. La verità può far male, può ferire – per questo è stata fatta la spada. È proprio perché la vita nella menzogna o anche solo nella scelta di ignorare la verità appare spesso più comoda rispetto all’esigenza del vero, che gli uomini si scandalizzano della verità, vogliono liquidarla, rimuoverla, spazzarla via dal loro cammino. Chi di noi potrebbe negare che talvolta la verità gli ha recato disturbo: la verità su se stessi, la verità su ciò che dobbiamo fare o non fare? Chi di noi può affermare di non aver mai tentato di metter se stesso prima della verità o, quanto meno, di accomodare quest’ultima, almeno per renderla meno dolorosa? Paolo era inquieto perché era un uomo della verità; chi si dedica alla verità, fino in fondo, e non vuole utilizzare nessun’altra arma, né prefiggersi alcun altro compito, non necessariamente sarà ucciso, ma giungerà comunque vicino al martirio; diventerà un sofferente. Annunciare la verità, senza diventare un fanatico o un calcolatore: questo è un grande compito: Può darsi che la polemica abbia talvolta inasprito Paolo, fino al punto da farlo sembrare vicino al fanatismo, ma egli non è mai stato un fanatico, in nessun modo. Testi colmi di benevolenza, come li leggiamo nelle sue lettere, sono il vero tratto distintivo del suo carattere. Poté conservarsi libero dal fanatismo perché non parlava a se stesso, ma portava agli uomini il dono di un altro: la verità di Cristo, che è morto per questo e che è rimasto un uomo che ama fin dentro la morte. Anche su questo punto dobbiamo correggere un poco la nostra immagine di Paolo. Abbiamo anche troppo in mente i testi più battaglieri di Paolo. Ma qui vale qualcosa di simile a quello che si dice di Mosè: vediamo Mosè come colui che facilmente si adira, come una personalità dura e inflessibile. M il libro dei Numeri dice di lui: Mosè era il più mite di tutti gli uomini (12,3; LXX). Chi legge Paolo, scoprirà la mitezza di Paolo. Lo abbiamo già detto: il suo successo dipende dalla sua disponibilità a soffrire in prima persona. Ora dobbiamo aggiungere: la sofferenza e la verità vanno sempre insieme. Paolo fu combattuto perché era un uomo della verità. Ma il fatto che ciò che resta delle sue parole e della sua vita sia cresciuto, dipende dal fatto che egli ha servito la verità e ha sofferto per essa. La sofferenza è necessaria per accreditare la verità, ma solo la verità dà alla sofferenza un significato.

All’ingresso della basilica di San Pietro stanno le figure dei due apostoli Pietro e Paolo. Anche sul portale maggiore della basilica di San Paolo fuori le Mura essi sono raffigurati insieme, scene della vita e del martirio di ambedue. Fin dall’inizio la tradizione cristiana ha considerato Pietro e Paolo inseparabili l’uno dall’altro: insieme, essi rappresentano tutto il vangelo. A Roma il legame tra di loro come fratelli nella fede ha assunto anche un altro significato, molto specifico. Dai cristiani di Roma essi furono visti come il contraltare della mitica coppia di fratelli a cui si faceva risalire la fondazione di Roma: Romolo e Remo. Si può inoltre stabilire uno strano parallelismo tra questi due uomini e la prima coppia di fratelli nella storia biblica: Caino ed Abele; il primo diventa l’assassino del secondo. La parola , considerata solo nel suo versante umano, acquista così un sapore amaro.

Come essa venga intesa tra gli uomini, lo si vede proprio nel fatto che in tutte le religioni viene rappresentata da simili coppie fraterne. Pietro e Paolo, per quanto umanamente così diversi l’uno dall’altro e benché il rapporto tra di loro non sia stato esente da conflitti, appaiono come i fondatori di una nuova città, come la concretizzazione di un nuovo modo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal vangelo di Gesù Cristo. Non è la spada del conquistatore a salvare il mondo, ma solo la spada del sofferente. Solo la sequela di Cristo porta alla nuova fraternità, alla nuova città: ce lo dice la coppia di fratelli, che ci parla dalla grandi basiliche di Roma. »

SABATO 19.4.08- Ufficio delle Letture, San Cirillo d’Alessandria: Dal «Commento sulla lettera ai Romani»

SABATO 19 APRILE 2008

UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA
Dal «Commento sulla lettera ai Romani» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo
(Cap. 15, 7; PG 74, 854-855)

Il mondo intero è stato salvato per la clemenza superna estesa a tutti
In molti formiamo un solo corpo e siamo membra gli uni degli altri, stringendoci Cristo nell’unità con il legame della carità, come sta scritto: «Egli è colui che ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, annullando la legge fatta di prescrizioni e di decreti» (Ef 2, 14). Bisogna dunque che tutti abbiamo gli stessi sentimenti. Se un membro soffre, tutte le membra ne soffrano e se un membro viene onorato, tutte le membra gioiscano.
«Perciò accoglietevi», dice, «gli uni gli altri, come Cristo accolse voi per la gloria di Dio» (Rm 15, 7). Ci accoglieremo vicendevolmente se cercheremo di aver gli stessi sentimenti, sopportando l’uno il peso dell’altro e conservando «l’unità dello spirito nel vincolo della pace» (Ef 4, 3). Allo stesso modo Dio ha accolto anche noi in Cristo. Infatti è veritiero colui che disse: Dio ha tanto amato il mondo da dare per noi il Figlio suo (cfr. Gv 3, 16).
Cristo fu sacrificato per la vita di tutti e tutti siamo stati trasferiti dalla morte alla vita e redenti dalla morte e dal peccato.
Cristo si è fatto ministro dei circoncisi per dimostrare la fedeltà di Dio. Infatti Dio aveva promesso ai progenitori degli Ebrei che avrebbe benedetto la loro discendenza e l’avrebbe moltiplicata come le stelle del cielo. Per questo Dio, il Verbo che crea e conserva ogni cosa creata e dà a tutti la sua salvezza divina, si fece uomo e apparve visibilmente come tale. Venne in questo mondo nella carne non per farsi servire, ma piuttosto, come dice egli stesso, per servire e dare la sua vita a redenzione di tutti.
Asserì con forza di essere venuto appositamente per adempire le promesse fatte a Israele. Disse infatti: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15, 24). Con tutta verità Paolo dice che Cristo fu ministro dei circoncisi per ratificare le promesse fatte ai padri. L’Unigenito fu sacrificato da Dio Padre perché i pagani ottenessero misericordia e lo glorificassero come creatore e pastore di tutti, salvatore e redentore. La clemenza superna fu dunque estesa a tutti anche ai pagani e così il mistero della sapienza in Cristo non fallì il suo scopo di bontà. Al posto di coloro che erano decaduti, fu salvato, per la misericordia di Dio, il mondo intero!

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