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VI SETTIMANA DEL TEMPO PASQUALE

VI SETTIMANA DEL TEMPO PASQUALE dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

VI SETTIMANA DEL TEMPO PASQUALE

le letture di questa settimana sono caratterizzate dalla presenza dello Spirito Santo tra gli apostoli e nella Chiesa primitiva, come si vede negli Atti; Gesù, nelle settimane passate, si era manifestato, sempre più chiaramente, come il Risorto, come il Figlio di Dio, e, successivamente, con l’inizio dei discorsi ai discepoli durante l’ultima cena, tratti dal Vangelo di Giovanni, il Signore si offre fino in fondo ai discepoli, dice loro « tutto ciò che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi » (Gv 15,15) nella lavanda dei piedi, nel suo comando di amarsi, gli uni gli altri; ma già al sabato della V settimana Gesù comincia a parlare delle persecuzioni a cui andranno incontro i discepoli (Gv 15, 18,21), si preannunziano  i discorsi successivi che Gesù farà: vi invierò un altro Consolatore, che darà loro l’intelligenza della fede la forza della testimonianza e la « consolazione », così già nella lettura di domenica (Gv 14, 15-21), così nei giorni feriali di questa settimana; 

nella prima lettura – sabato della V settimana – avevamo lasciato Paolo e Barnaba in cammino nel loro secondo viaggio missionario, il viaggio prosegue e le comunità si rinforzano nella fede,  Paolo annunzia Gesù Risorto ad Atene, ritorna a Corinto e lavora con dei fratelli dello stesso mestiere, Il Signore rassicura Paolo a continuare la sua missione, venerdì, con Atti 18, 23-28, inizia nella liturgia il racconto del terzo viaggio missionario di Paolo; da considerare che nel racconto lo Spirito Santo era già stato inviato, la Pentecoste avvenuta, tutto il cammino dell’Apostolo è sotto la cura e la presenza del Signore Risorto e dello Spirito Santo; nella storia della Chiesa la persona dello Spirito Santo sarà sempre meglio compresa, ma già, nella presenza del Risorto, opera – non disgiuntamente dal Padre e dal Figlio lo Spirito Santo; 

DOMENICA 27 APRILE 2008-04-27 

MESSA DEL GIORNO  FESTIVO DELLA VI SETTIMANA 

PRIMI VESPRI 

3. Inno: Fil 2, 6-11 

UFFICIO DELLE LETTURE 

Seconda Lettura
Dal «Commento sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Cirillo di Alessandria, vescovo     (Cap. 5, 5 – 6; PG 74, 942-943) 

(testo sotto la categoria liturgia)

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   Rm 6, 5-7
5. Se siamo stati completamente uniti a Cristo con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. 6. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7.Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato.

LUNEDÌ 28 APRILE 2008

VESPRI

3. CANTICO Ef 1, 3-10

Lettura breve Eb 12, 1b-3
Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio (Sal 109, 1). Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

MARTEDÌ 29 APRILE 2008
SANTA CATERINA DA SIENA
 (f)
Vergine e Dottore della Chiesa, Patrona d’Italia

VESPRI

CANTICO (iNNO) Cfr. Ef 1, 3-10   

MERCOLEDÌ 30 APRILE 2008

MESSA DEL GIORNO

(siamo ad Atene, Paolo viene condotto nell’Agorà e annunzia la buona novella, c’è un breve commento sotto la voce: liturgia)

Prima Lettura At 17, 15.22-18,1
15. In quel tempo, quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l’ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto. 22. Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. 23. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. 
Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. 24. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo 25. né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dá  a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. 
Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, 27. perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: « Poiché di lui stirpe noi siamo ». 29. Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. 30. Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, 31. poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti». 32. Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». 33. Così Paolo uscì da quella riunione. 34. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionìgi membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro. 18, 1. Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 

LODI

Lettura Breve 1 Cor 15, 54-57
54. Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:

La morte è stata ingoiata per la vittoria (Is 25, 8).

55. Dov’è, o morte, la tua vittoria? (Ap 20,14)

Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (Os 13, 14).

56. Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. 57. Siano rese grazie a Dio che ci da’ la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!

VESPRI

Lettura breve 1 Cor 15, 12-14. 20
12. Se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? 13. Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! 14. Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede.
20. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti.

GIOVEDÌ 1 MAGGIO 2008 (San Giuseppe lavoratore)

MESSA DEL GIORNO

(Paolo lascia Atene e va a Corinto)

Atti 18, 1-8

1 Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2 Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro 3 e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende. 4 Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. 5 Quando giunsero dalla Macedonia Sila e Timòteo, Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo. 6 Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: « Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani ». 7 E andatosene di là, entrò nella casa di un tale chiamato Tizio Giusto, che onorava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. 8 Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e anche molti dei Corinzi, udendo Paolo, credevano e si facevano battezzare.

VESPRI

Lettura breve Col 3, 23-24
23. Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, 24. sapendo che quale ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore.

VENERDÌ 2 MAGGIO 2008

MESSA DEL GIORNO

(Paolo a Corinto, dal v. 18 ritorno ad Antiochia)

Atti 18, 9-18

9 E una notte in visione il Signore disse a Paolo: « Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, 10 perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città ». 11 Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio. 12 Mentre era proconsole dell’Acaia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo e lo condussero al tribunale dicendo: 13 « Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge ». 14 Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: « Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, io vi ascolterei, come di ragione. 15 Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste faccende ». 16 E li fece cacciare dal tribunale. 17 Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò. 18 Paolo si trattenne ancora parecchi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto.

SABATO 3 MAGGIO 2008  - SANTI FILIPPO E GIACOMO IL MINORE, APOSTOLI – FESTA 

 

MESSA DEL GIORNO 

 

Prima Lettura  1 Cor 15, 1-8
Il Signore apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.

1. Fratelli, vi rendo noto il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2. e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! 3. Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4. fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5. e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.  

 

LODI 

 

Lettura Breve   Ef 2, 19-22
19. Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20. edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22. in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

TEOLOGIA E SPIRITUALITÀ DEL TEMPO PASQUALE

TEOLOGIA E SPIRITUALITÀ DEL TEMPO PASQUALE

« alcune linee emergenti »

stralcio dal libro: Jesús Castellano Cervera, L’anno liturgico, Centro di Cultura Mariana Madre della Chiesa », Roma, 1991

pagg. 123-125

« 1. Tempo di Cristo Risorto

Il tempo pasquale celebra la presenza di Cristo in mezzo ai discepoli, la sua dinamica manifestazione nei segni che diventeranno dopo la sua Ascensione il prolungamento del suo corpo glorioso: la parola, i sacramenti, L’Eucarestia.

Cristo vive nella Chiesa. È sempre presente (SC 7): La luce del cero pasquale è segno visibile della sua presenza luminosa e perenne. Ma ci sono altri segni della sua presenza: L’altare, il fonte battesimale, la croce gloriosa, il libro della divina parola che è come un tabernacolo della sua presenza di Maestro, l’Ambone da dove il Risorto parla sempre spiegando le Scritture. Segno di questa presenza è specialmente l’assemblea. Solo nella prospettiva della Pasqua si avvera la promessa di Gesù (Mt 18,20). Presenza culminante è quella dell’Eucarestia dove il Risorto invita, spezza il pane, dona se stesso, offre il sacrificio pasquale.

2. Tempo dello Spirito

Come viene indicato da Gv 20, 19.23, lo stesso giorno di Pasqua è già giorno dell’effusione dello Spirito Santo perché è già giorno della glorificazione di Gesù e della salvezza escatologica per la Chiesa che nasce.

In questa prospettiva la Chiesa legge gli Atti che sono il Vangelo dello Spirito Santo, durante tutto il tempo di Pasqua; è lo Spirito Santo che agisce già nei battezzati per completare nella vita, come espressione di condotta e di culto battesimale, quanto e stato ricevuto nella fede.

Il tempo finale con il suo progredire verso la pentecoste sottolinea – più nella liturgia delle ore, meno nella celebrazione eucaristica – questo aspetto pneumatologico, collegato con il mistero della Chiesa manifestata dallo Spirito alla Pentecoste.

Nell’attuale interesse per la pneumatologia bisogna recuperare tutta la ricchezza liturgica di questo aspetto, così messo in risalto dalla liturgia eucaristica ed eucologica di Oriente e di Occidente.

3. Tempo della Chiesa come nuova umanità

La liturgia pasquale sottolinea la novità battesimale della vita cristiana, al continuità con la novità del Risorto, la vita come culto spirituale con la potenza dei doni e frutti dello Spirito.

C’è una antropologia delle risurrezione che rivela il cristiano e la comunità ecclesiale come presenza e prolungamento del Cristo Risorto. Sono le opere della Risurrezione, la testimonianza della vita contro l’istinto della morte, l’irradiazione della vita in un cultura che afferma la possibilità, fin da quaggiù, di una umanità nuova e rinnovata dal dinamismo dello Spirito.

4 Tempo dell’attesa escatologica

Nella prospettiva del Risurrezione e dell’attesa del Risorto, nella visione pasquale della Parusia, come indicata dagli angeli all’Ascensione, è questo il tempo escatologico per eccellenza, più che il tempo di Avvento. Tempo quindi di anticipazione della vita nuova e di attesa del compimento definitivo in Cristo, come suggerisce la lettura dell’Apocalisse in questo tempo liturgico.

Publié dans:temi - la liturgia |on 27 avril, 2008 |Pas de commentaires »

UN INNO PREPAOLINO DELLA CATECHESI PRIMITIVA (Fil 2,6-11) pdf

UN INNO PREPAOLINO DELLA CATECHESI PRIMITIVA (Fil 2,6-11)

E. Testa

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/Books/LA47/47097ET.pdf

Publié dans:Lettera ai Filippesi, Paolo - Inni |on 27 avril, 2008 |Pas de commentaires »

RITRATTO INTERIORE DI PAOLO di Biguzzi G. (2002)

 dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2002/articolo6_4.asp#_ednref1

RITRATTO INTERIORE DI PAOLO di Biguzzi G. (2002)

Un ritratto interiore di Paolo deve distinguersi sia da quello fisico, sia da quello che si potrebbe chiamare storico. Cominciamo da questi. Il ritratto fisico di Paolo è tratteggiato in un apocrifo: «Piccolo di statura, testa calva, gambe curve, corpo ben formato, sopracciglia congiunte, naso un po sporgente, pieno di bontà. Alle volte sembrava un uomo, alle volte aveva la faccia dun angelo».[1] Non è male come si dice colloquialmente , ma è certamente frutto di fantasia. Il ritratto storico di Paolo, poi, fondamentalmente fa leva su tre titoli: anzitutto il titolo di «grande convertito» che sulla via di Damasco cadde a terra folgorato dal Cristo, e poi il titolo di «principe degli apostoli» dato a Paolo in coppia con Pietro nella festa del 29 giugno, e infine quello di «autore delle grandi lettere» che la domenica si leggono al secondo posto, tra lAntico Testamento e il Vangelo.
Il ritratto interiore dev
essere, da un lato, più introspettivo e, dallaltro, più problematico e più
critico.

1. Un uomo segnato da esperienze contrastanti

Il ritratto storico di Paolo insiste giustamente sulla grandezza dellapostolo, e di essa deve parlare anche il ritratto interiore perché nelle sue lettere Paolo stesso è consapevole delle grandi cose che Dio va compiendo attraverso di lui. Scrivendo ai corinzi, per esempio, non ha paura di affermare: «Io ho lavorato più di tutti gli apostoli» (1Cor 15,10). Anche se subito aggiunge: «Non io però, ma la grazia di Dio in me», è evidente che già intorno allanno 65 d.C. Paolo sa di avere fatto un grande, impareggiabile lavoro apostolico. In effetti, mandato dalla Chiesa di Antiochia di Siria, insieme con Barnaba ha già attraversato longitudinalmente tutta lisola di Cipro da Salamina a Pafo, e si è poi inoltrato nellaltopiano della penisola anatolica fondando Chiese ad Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe. Di iniziativa propria ha poi percorso di nuovo lAnatolia in tutte le direzioni ed è passato in Macedonia piantando la fede a Filippi, Tessalonica e Berea, ed è sceso ad Atene, Corinto e Cencre, in Acaia. Mentre scrive è a Efeso e attraverso i suoi discepoli e collaboratori il vangelo sta raggiungendo, per esempio, Colosse, Laodicea e Gerapoli: 200 chilometri nellentroterra. Nessun altro apostolo, neanche Pietro o Giovanni, stava facendo altrettanto.
Il primo a meravigliarsi di questa messe apostolica cos
ì abbondante è Paolo stesso. La sua meraviglia viene dal fatto che ogni giorno, insieme all
esperienza di un sorprendente successo del vangelo, egli fa anche quella contrastante della propria debolezza.

2. Il superamento del contrasto

Paolo sa bene che in nessun ambiente è facile proporre una nuova fede. Tanto meno la fede in un condannato alla morte e alla vergognosa morte di croce sulla quale morivano schiavi, traditori dello stato e fuorilegge. E sa che ci vogliono mesi e anni per mettere in piedi una comunità, e che è difficile ottenere ladesione alla fede e la perseveranza di chi è vissuto tutta una vita nel politeismo, nel lassismo etico e anzitutto in quello sessuale. Non di questo Paolo si meraviglia, ma del fatto che ladesione delle genti al vangelo debba essere pagata con lamara moneta dellumiliazione e della sconfitta personale dellapostolo.
Paolo fa allora l
elenco dei pericoli fisici che continuamente corre, delle fatiche e dei travagli, dellostilità da parte di giudei, pagani e falsi fratelli cristiani, dellaccanimento giudiziario contro di lui di sinagoghe e tribunali, e delle sanzioni corporali decretate ed eseguite nei suoi confronti (2Cor 11,23-27). Ma soprattutto poi dice di sentirsi trattato come un demente o come un condannato a morte, e di essere ogni giorno esposto alla fame, alla sete o alla nudità, insultato, schiaffeggiato, perseguitato, calunniato, ridotto a spazzatura e a oggetto di derisione per il mondo intero (1Cor 4,9-13). In una confessione che saccende e si spegne improvvisa come un lampo, Paolo dice di sé: «Battaglie fuori, paure dentro» (2Cor 7,5). E se è comprensibile che nella sua attività apostolica Paolo si trovasse a battagliare, ci aspetteremmo che il suo animo fosse nella più profonda serenità
. Era invece attraversato da paure, al plurale! Da mille paure.
Pi
ù oltre egli fa una confessione ancora più inquietante. Dice che gli è stata messa una spina nella carne, e che addirittura per ben tre volte ha chiesto di essere liberato e sollevato da quel tormento. Non sappiamo di che cosa si trattasse: forse di una qualche malattia o forse dellostacolo continuo che gli veniva dai giudei o dai falsi fratelli cristiani (che subentrando a lui nelle sue comunità devastavano il suo lavoro). In ogni caso, la grazia non gli è stata concessa, ed egli ha dovuto tenersi il bruciore ininterrotto di quella ferita. «Ti basta la mia grazia», gli è
stato risposto (2Cor 12,7-9).
In tutto questo travaglio Paolo si sente come salvato all
ultimo istante o allultimo centimetro, da una potenza misteriosa che egli non nomina e che è evidentemente quella di Dio: «In ogni cosa siamo messi sotto pressione ma non schiacciati, ridotti sempre a vicoli ciechi ma non senza che poi si apra una via duscita, perseguitati ma non mai derelitti, buttati a terra ma senza mai essere fatti perire» (2Cor 4,7-9). Paolo supera questo stridente contrasto tra successo apostolico e continua sconfitta personale nella convinzione che il primo non può venire senza la seconda. Paolo dice, per esempio, ai corinzi che la vita è generata in loro dal suo continuo morire. La soluzione è dunque nella dialettica pasquale tra morte e vita. Per questo Paolo può parlare di «tesoro» (il vangelo e lincarico apostolico) «in vasi di creta» (la tartassata e sofferente umanità dell
apostolo) (2Cor 4,7.12).

3. La rivelazione di Damasco e il viaggio interiore

Tutti dicono che per Paolo ogni inizio fu a Damasco, e giustamente. Con minore esattezza si dice che a Damasco Paolo fu convertito. Se proprio si vuol parlare di conversione, infatti, bisogna precisare che non si convertì da una vita di peccato perché in Fil 3,6 egli stesso dice di essere irreprensibile nellosservanza della legge. Né si convertì da una religione ad unaltra. Al contrario, egli sentiva che a Damasco la sua fede giudaica era giunta alla meta raggiungendo il Messia delle Scritture e delle profezie. Si può tuttal più dire che si era convertito dalla legge mosaica al Cristo. Sulla via di Damasco, infatti, Dio gli rivelò il suo Figlio (Gal 1,16) e in lui lèschaton, il mondo nuovo e ultimo che sostituirà quello attuale. La sublime conoscenza del Cristo e della potenza della sua risurrezione ha in tal modo rivoluzionato la vita di Paolo, azzerando in lui ogni altro motivo di vanto così che dopo Damasco egli considera perdita e sterco i privilegi del giudaismo e ogni cosa (Fil 3,7-8).
Per capire l
impatto di Damasco sulla psicologia di Paolo il paragone meno inadatto è quello dellinnamoramento il quale fa passare da tutto un giro di pensieri, interessi e affetti, alla ricerca totalizzante della sola persona amata, divenuta dimprovviso centro della propria esistenza. Ma la rivelazione di Damasco non riguarda il solo Paolo. Il suo incontro con il Risorto comporta, infatti, almeno due affermazioni inaudite per lintera umanità. La prima: «Qualcuno il Cristo ha vinto la morte per sé e per tutti». La seconda: «Questo mondo è oramai superato perché ha avuto inizio la nuova creazione, e il Cristo ne è la prima pietra, la pietra fondante». Poiché ogni essere umano ha il diritto di sentirsi annunciare queste due notizie di rilevanza assoluta per lantropologia e per la cosmologia, oramai a Paolo sarà impossibile tacere: «Lannuncio evangelico è per me una necessità. Guai a me se non evangelizzassi!» (1Cor 9,16). Selezionato fin dal seno di sua madre come il profeta Geremia e come il Servo di Adonai (Gal 1,15; cf. Ger 1,5; Is 49,1), a differenza di loro egli è profeta e apostolo dei tempi escatologici e della rivelazione definitiva. Per questo si sente debitore del vangelo a giudei e non giudei, a greci e barbari (1Cor 9,19-23; Rm 1,14), anche se poi concorderà
con Giacomo e Pietro una suddivisione del campo apostolico, lasciando ad essi il mondo della circoncisione e facendosi volentieri carico del mondo della nongcirconcisione (Gal 2,7-8).
È così che da Damasco cominciò landirivieni di Paolo sulle rotte marine e sulle vie di terraferma del vasto impero romano. Ma il suo viaggio fu anzitutto un viaggio interiore. Egli seppe uscire dai privilegi del giudaismo di cui andava fiero e dai diritti che aveva come apostolo, per farsi tutto a tutti. Sua patria non furono più né Tarso né Gerusalemme, ma l
intero mondo dei popoli.

4. Viaggio interiore nella mezzaluna mediterranea

Dopo Damasco Paolo si mosse in direzione dellArabia (Gal 1,17). C’è chi pensa che là abbia cercato una pausa di riflessione, ma i ritiri spirituali si inseriscono con difficoltà nel ritratto interiore di Paolo. Egli era bensì uomo di preghiera, come si vedrà, ma lo era nel mezzo del tumulto apostolico, non nelle oasi dello spirito. Se dunque andò in Arabia, nel regno dei Nabatei, vi andò con ogni probabilità come apostolo. Poiché si faceva sempre guidare dalle Scritture, cominciò di lì forse perché le Scritture dicevano che la luce di Gerusalemme avrebbe brillato per i cammelli di Madian e di Efa, per gli abitanti di Saba e per le regioni dei Nabatei (Is 60,6-7), prima che per le navi di Tarsis (vv. 8-9), e cioè prima che per larea mediterranea.[2]
Da 2Cor 11,32 si apprende che Areta, etnarca dei Nabatei, cercava di mettere le mani su Paolo: fu probabilmente per questo che egli dovette lasciare lArabia. Trovando sbarrata la via dellOriente, Paolo si volse allora verso lOccidente, muovendosi «a cerchio da Gerusalemme allIllirico», lAlbania attuale, come egli dice in Rm 15,19. Poi, non trovando più spazio apostolico in quelle regioni, mira oramai alla Spagna (Rm 15,24.28). Pensa, dunque, di allungare il suo cerchio apostolico occidentale per percorrere lintera mezzaluna mediterranea. In tal modo il suo viaggio spirituale si amplia, perché dovrà imparare il latino e farsi condizionare da una visione del mondo molto diversa dalla sua. In quel tempo la Spagna dava a Roma personaggi come Seneca, Lucano e Marziale. Almeno in potenza, anchessi erano meta del suo viaggio interiore.
Non
è fuori luogo, poi, chiedersi quali regioni, dopo la Spagna, avrebbero potuto entrare nella sua agenda apostolica. Infatti, in Spagna non si sarebbe fermato come non si era fermato a Corinto o a Efeso dove pure aveva trascorso 18 mesi e, rispettivamente, 2 anni (At 18,11; 19,10). Non è impossibile che avesse nei suoi progetti un ritorno a Gerusalemme lungo la costa africana, le cui numerose colonie giudaiche rendevano agevole il primo approccio apostolico.[3]
Scenari missionari così vasti dicono comera vasto il suo orizzonte interiore.

5. La preghiera incessante

La preghiera è componente fondamentale di ogni ritratto interiore, e Paolo era un uomo di preghiera, lui che invitò i Tessalonicesi a pregare «incessantemente» (1Ts 5,17). Si è già detto, per esempio, che per tre volte chiese di essere liberato dalla spina nella carne e che, evidentemente nella preghiera, accettò poi di tenersi quella ininterrotta sofferenza. La preghiera è per lui «una lotta presso Dio» (Rm 15,30), una lotta con luomo vecchio che ognuno porta in sé, oltre che con Satana e con gli ostacoli da lui opposti allannuncio evangelico (1Tes 2,18). Lasciano intravedere come egli pregava anche le formule che egli tramanda. Lesclamazione «Abba, Padre» dice come egli facesse suoi lo spirito di figliolanza e la sottomissione alla volontà di Dio, che erano stati di Gesù (Gal 4,6; Rm 8,15; cf. Mc 14,36). Il «credere nel cuore e dire con le labbra: Gesù è Signore”» di Rm 10,10 rivela il cristocentrismo della sua vita e della preghiera. Il «Marana tha Vieni Signore!» di 1Cor 16,22 dice come la sua preghiera fosse nutrita di ardente speranza. Le molte citazioni che egli trae dai Salmi dicono poi che le preghiere dIsraele, con tutta la varietà dei loro temi, alimentavano le sue suppliche, le sue lodi, le sue riflessioni sulla storia, le sue invettive e imprecazioni.
Il pi
ù delle volte la preghiera di Paolo è per le Chiese cui scrive: aprendo le lettere egli invoca su di esse grazia e pace, e poi benedice o ringrazia Dio a motivo dei frutti che Dio in esse suscita, o chiede che si approfondisca la loro conoscenza del mistero del Cristo, o prega per la loro perseveranza nelle difficoltà. Altre volte chiede che si preghi per lui. Lo fa, per esempio, quando, sul punto di partire per Gerusalemme, ha due timori: che i giudei arrestino definitivamente la sua corsa apostolica e che la Chiesa di Gerusalemme non accetti la colletta fatta in Macedonia e Acaia (Rm 15,30-31). E questo rivela che, come la sua vita, così
anche la sua preghiera era abitata e dominata dalla missione.

6. Riserve giustificate e riserve ingiuste

Paolo ha nemici anche oggi. Qualcuno, che ha cercato di psicanalizzarlo a partire dai suoi scritti, ne fa un disturbato psicologicamente e un misogino, che non trova dentro di sé la capacità di dedicare una sola menzione a sua madre. Laccusa è ingiusta perché della sua famiglia non ricorda né la sorella (cf. invece At 23,16) né il padre, ma ricorda invece la madre proprio mentre rievoca levento di Damasco (Gal 1,15). Anzi, in Rm 16,13 chiama «madre mia» la madre di un certo Rufo. È stato poi accusato di antifemminismo e di aver imposto il silenzio alle donne nelle assemblee, mentre egli mette la profezia femminile (ovviamente nelle assemblee) sullo stesso piano di quella maschile (1Cor 11,4-5),[4] lui che scrive: «In Cristo non c’è maschio o femmina» (Gal 3,28), e che si circonda di collaboratrici come Prisca, Febe, Evodia e Sintiche, ecc. Per aver scritto: «Mi sono fatto tutto a tutti pur di conquistare qualcuno», è stato infine accusato di essere un opportunista, che per avere successo è pronto a compromettere la purezza del vangelo. Ma ciò che in quel testo Paolo dice di avere messo a repentaglio non è il vangelo, bensì sé stesso, la propria libertà e i diritti di cui potrebbe avvalersi: «Tutto io faccio per amore del vangelo» (1Cor 9,19-23).
Bisogna, invece, riconoscere che Paolo aveva una dose eccessiva di protagonismo: a Cipro scipp
ò a Barnaba, proprio nella sua terra, la leadership
della spedizione apostolica (At 13,5-13). In secondo luogo, lui lautore dellelogio alla carità (1Cor 13) di essa non sempre è modello ed esempio: egli che schiaffeggia altri annunciatori del vangelo con i termini offensivi di «cani», «cattivi operai», «castrati» (Fil 3,2), «falsi apostoli», «operai fraudolenti mascherati da apostoli di Cristo, ma in realtà ministri di Satana» e, con sarcasmo mordace, «super apostoli» (2Cor 11,13-15).
L
’«egomania», la propensione alla violenza verbale, allepiteto che ferisce, al sarcasmo, alla litigiosità, al vedere nemici dappertutto, ecc., anche tutto questo fa parte del ritratto interiore di Paolo. Senza quella natura un po tanto aggressiva, però, Paolo non solo non sarebbe stato il persecutore della Chiesa e del Cristo di cui parlano Gal 1,13 e At 9,6, ma neanche il convertito e lapostolo di cui parla tutta la storia.

[1] Atti di Paolo 2,3; Asia Minore, 190 d.C. circa.
[2]
R. Bauckham, «What if Paul had Travelled East rather than West», in Novum Testamentum 8 (2000) 171-184.
[3]
J. Knox, «Rom 15,14-33 and Pauls Conception of Apostolic Mission», in Journal of Biblical Literature 83 (1964), 1-11; G. Biguzzi, Paolo comunicatore, Paoline, Milano 1999.
[4]
Cf. G. Biguzzi, Velo e Silenzio. Paolo e la donna in 1Cor 11,2-16 e 14,33b-26, EDB, Bologna 2001.

PAOLO, UN’AUTOBIOGRAFIA IN GAL 1,11-24

PAOLO, UN’AUTOBIOGRAFIA IN GAL 1,11-24

 

questo è il titolo che la BJ edizione italiana da a questa parte della lettera ai Galati, l’interpretazione di questa lettera non è facile, a detta anche di Mons. Ravasi – sto leggendo il suo commento ai Galati – quello che mi interroga è proprio questa presentazione molto personale, questo annuncio del vangelo che Paolo fa in questa parte della lettera; ho in mano una, abbastanza breve, spiegazione di Mons. Ravasi, la propongo, stralciandola dall’intero commento alla lettera paolina, perché sembra una sorta di autobiografia che Paolo fa, una autobiografia nella quale il protagonista non è più Paolo con la sua storia: la nascita gli studi, la conversione ecc., i luoghi dove è nato, cresciuto, ma una biografia che parte da Gesù, il primo personaggio di questa non è più Paolo stesso, ma Gesù il primo protagonista, Paolo non si mette al centro della sua storia, ma mette Gesù Cristo al centro della sua storia, e questo a me sembra un passaggio particolarmente importante, sia delle lettere, sia della persona di Paolo, della sua fede; come un indicare a chi ascolta la sua parola, legge le sue lettere, chi è veramente al centro della vita dell’uomo; questo il mio pensiero, ora ascoltiamo ciò che dice Ravasi:

 

un breve passaggio dall’ introduzione a questa parte:

 

« Teniamo… presente che Paolo, come apostolo e pastore, è profondamente coinvolto nel messaggio che annuncia e che da noi viene richiesta l’apertura del cuore, perchè tocchiamo le radici del nostro credere cristiano, perché diventi anche in noi efficace e non rimanga « 

 

commento a Gal 1,11-24, il commento prosegue fino a 2,14 considerando un’unica unità, ma io mi fermo a questo breve, ma intenso scritto, la parola a Mons. Ravasi:

 

« IL VANGELO ANNUNCIATO DA PAOLO (Gal 1,11-2,14 – lettura solo di 1,11-24)

… che con la parola Paolo non intende il testo scritto, ma la persona stessa di Gesù Cristo che è tutt’uno con il suo messaggio. Sappiamo anche che Paolo ripete che non esiste altro vangelo al di fuori di quello da lui annunciato.

a) Origine del vangelo annunciato da Paolo

Paolo puntualizza l’origine, la genesi del vangelo. Vediamo come egli esprime ciò nella lingua greca, usufruendo della potenzialità espressiva di tre preposizioni che nella traduzione italiana va un po’ perduta. In 1,11-12 egli scrive:

<Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo>

Innanzitutto l’espressione è una parafrasi; in greco c’è semplicemente Katà ànthropon, , .

Dice poi: , in greco parà anthrópou,cioè non l’ha ricevuto , per derivazione (parà) umana. Da una lato quindi un vangelo che non è fondato su ragionamenti umani, dall’altro la sua trasmissione che non è avvenuta attraverso la comunicazione normale da uomo a uomo, il dialogo intraumano.

Infine Paolo dice: , in greco: dià apokalýpseos, che Gesù Cristo ha fatto.

Il movimento indicato delle tre proposizioni originali è comprensibile anche a chi non sappia il greco: si parte dal basso con katà in riferimento alla fondazione non umana; parà esprime lo scorrimento orizzontale, il canale umano; ambedue le cose vengono escluse; infine dià indica la vera mediazione, che è verticale, viene dall’alto, è rivelazione.

Usando ora il linguaggio teologico possiamo dire che Paolo sottolinea il carattere trascendente del vangelo da lui predicato: non sboccia da terreno umano, ma scende dal cielo di Dio.

b) Forza dell’evangelo

Dopo averne esposto l’origine, Paolo passa a considerare la forza del vangelo, realtà divina efficacie, potente, che non nasce da semplici meccanismi o dinamismi umani, che non è prodotto del nostro volere, della nostra esperienza, del nostro desiderio, ma si compie come dono dall’alto. Lui stesso, Paolo, ne è una prova, un testimone: il vangelo ha distrutto ogni sua opposizione istantaneamente con un’irruzione dall’esterno. In questo contesto, Paolo riprende la parola apokálypsis, che aveva usato poco prima, e specifica , . Paolo racconta in prima persona con poche pennellate la sua conversione, narrata anche negli Atti degli apostoli, con gli interventi stilistici tipici di luca, per ben tre volte (c. 9, 22 e 26). Qui vi è messa alla radice la forza stessa del vangelo, il messaggio di salvezza del Cristo.

<Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri> (1,11-15)

È il passato di Paolo, l’orizzonte lascito alle spalle dopo esservi stato profondamente immerso, avvolto in esso come in una ragnatela che lo possedeva integralmente.

<Ma (ecco il ‘ma’ delle grandi svolte) quando colui che mi scelse fin dal senso di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me (in greco abbiamo en emòi, quindi non ‘a me’, ma ‘dentro di me’ ) suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare uomo...> (1, 16-17).

Le poche volte in cui Paolo accenna alla sua conversione, alla chiamata e all’ in lui del Cristo, usa lo schema: ; al centro si inserisce la lama che trafisse la sua esistenza.

c) Sviluppo nella biografia di Paolo del vangelo da lui annunciato

Qui Paolo si lascia prendere dal filo autobiografico che lentamente si configura come elemento teologico. Ci interesseremo, ora, di una questione storica, cioè della vicenda personale di Paolo, perché essa ha continui riverberi, connotati e qualità di tipo teologico. È il messaggio che dobbiamo con attenzione scoprire e non la semplice informazione storica.

1) IL RITIRO NEL DESERTO

Paolo dice: . È un breve cenno autobiografico nei vv. 16-17:

<...senza consultare nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco.>

Dopo l’evento sulla via di Damasco, la conversione, egli non va a Gerusalemme, si ritira in Arabia. Col termine Arabia si indicava una regione sterminata, Paolo intende probabilmente la zona meridionale dell’attuale Giordania, L’Arabia Nabatea, dove passavano le carovane dei famosi mercanti nabatei che diedero origine a quella singolare, unica e stupenda città che è Petra. »

 

il testo di Ravasi prosegue da 2,1 quando Paolo, in seguito va a Gerusalemme.

Giovanni Paolo II – Udienza 27 ottobre 1982 (Efesini)

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19821027_it.html

UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 27 ottobre 1982

1. Il testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-33) parla dei sacramenti della Chiesa – e in particolare del Battesimo e dellEucaristia – ma soltanto in modo indiretto e in certo senso allusivo, sviluppando lanalogia del matrimonio in riferimento a Cristo e alla Chiesa. E così leggiamo dapprima che Cristo, il quale ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei (Ef 5, 25), ha fatto questo per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dellacqua accompagnato dalla parola (Ef 5, 26). Si tratta qui indubbiamente del sacramento del Battesimo, che per istituzione di Cristo viene sin dallinizio conferito a coloro che si convertono. Le parole citate mostrano con grande plasticità in che modo il Battesimo attinge il suo significato essenziale e la sua forza sacramentale da quellamore sponsale del Redentore, attraverso cui si costituisce soprattutto la sacramentalità della Chiesa stessa, sacramentum magnum. Lo stesso si può forse dire anche dellEucaristia, che sembrerebbe essere indicata dalle parole seguenti sul nutrimento del proprio corpo, che ogni uomo appunto nutre e cura come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo (Ef 5, 29-30). Infatti, Cristo nutre la Chiesa con il suo Corpo appunto nellEucaristia.

2. Si vede, tuttavia, che né nel primo né nel secondo caso possiamo parlare di una sacramentaria ampiamente sviluppata. Non se ne può parlare nemmeno quando si tratta del sacramento del matrimonio come uno dei sacramenti della Chiesa. La lettera agli Efesini, esprimendo il rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa, consente di comprendere che, in base a questo rapporto, la Chiesa stessa è il grande sacramento, il nuovo segno dellalleanza e della grazia, che trae le sue radici dalle profondità del sacramento della Redenzione, così come dalle profondità del sacramento della creazione è emerso il matrimonio, segno primordiale dellalleanza e della grazia. LAutore della lettera agli Efesini proclama che quel sacramento primordiale si realizza in un modo nuovo nel sacramento di Cristo e della Chiesa. Anche per questa ragione lApostolo, nello stesso classico testo di Efesini 5, 21-33, si rivolge ai coniugi, affinché siano sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo (Ef 5, 21) e modellino la loro vita coniugale fondandola sul sacramento istituito al principio dal Creatore: sacramento, che trovò la sua definitiva grandezza e santità nellalleanza sponsale di grazia tra Cristo e la Chiesa.

3. Sebbene la lettera agli Efesini non parli direttamente e immediatamente del matrimonio come di uno dei sacramenti della Chiesa, tuttavia la sacramentalità del matrimonio viene in essa particolarmente confermata e approfondita. Nel grande sacramento di Cristo e della Chiesa i coniugi cristiani sono chiamati a modellare la loro vita e la loro vocazione sul fondamento sacramentale.

4. Dopo lanalisi del classico testo di Efesini 5, 21-33, indirizzato ai coniugi cristiani, in cui Paolo annunzia loro il grande mistero (sacramentum magnum) dellamore sponsale di Cristo e della Chiesa, è opportuno ritornare a quelle significative parole del Vangelo, che già in precedenza abbiamo sottoposto ad analisi, vedendo in esse gli enunciati-chiave per la teologia del corpo. Cristo pronuncia queste parole, per così dire, dalla profondità divina della “redenzione del corpo” (Rm 8, 23). Tutte queste parole hanno un significato fondamentale per luomo in quanto appunto egli è corpo – in quanto è maschio o femmina. Esse hanno un significato per il matrimonio, in cui luomo e la donna si uniscono così che i due diventano una sola carne, secondo lespressione del libro della Genesi (Gen 2, 24), sebbene, nello stesso tempo, le parole di Cristo indichino anche la vocazione alla continenza per il regno dei cieli (Mt 19, 12).

5. In ciascuna di queste vie la redenzione del corpo non è soltanto una grande attesa di coloro che posseggono le primizie dello Spirito (Rm 8, 23), ma anche una permanente fonte di speranza che la creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8, 21). Le parole di Cristo, pronunciate dalla profondità divina del mistero della Redenzione, e della redenzione del corpo, portano in sé il lievito di questa speranza: le aprono la prospettiva sia nella dimensione escatologica sia nella dimensione della vita quotidiana. Infatti, le parole indirizzate agli ascoltatori immediati sono rivolte contemporaneamente alluomo storico dei vari tempi e luoghi. Quelluomo, appunto, che possiede “le primizie dello Spirito . . . geme . . . aspettando la redenzione del . . . corpo (Rm 8, 23). In lui si concentra anche la speranza cosmica di tutta la creazione, che in lui, nelluomo, attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19). 6. Cristo colloquia con i Farisei, che gli chiedono: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? (Mt 19, 3); essi lo interrogano in tale modo, appunto perché la legge attribuita a Mosè ammetteva la cosiddetta lettera di ripudio (Dt 24, 1). La risposta di Cristo è questa: Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo luomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, luomo non lo separi (Mt 19, 4-6). Se poi si tratta della lettera di ripudio, Cristo risponde così: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa unaltra, commette adulterio (Mt 19, 8-9). Chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio (Lc 16, 28).

7. Lorizzonte della redenzione del corpo si apre con queste parole, che costituiscono la risposta a una concreta domanda di carattere giuridico-morale; si apre, anzitutto, per il fatto che Cristo si colloca sul piano di quel sacramento primordiale, che i suoi interlocutori ereditano in modo singolare, dato che ereditano anche la rivelazione del mistero della creazione, racchiusa nei primi capitoli del libro della Genesi. Queste parole contengono ad un tempo una risposta universale, indirizzata alluomo storico di tutti i tempi e luoghi, poiché sono decisive per il matrimonio e per la sua indissolubilità; infatti si richiamano a ciò che è luomo, maschio e femmina, quale è divenuto in modo irreversibile per il fatto di esser creato ad immagine e somiglianza di Dio: luomo, che non cessa di essere tale anche dopo il peccato originale, benché questo labbia privato dellinnocenza originaria e della giustizia. Cristo, che nel rispondere alla domanda dei Farisei fa riferimento al principio, sembra in tal modo sottolineare particolarmente il fatto che egli parla dalla profondità del mistero della Redenzione, e della redenzione del corpo. La Redenzione significa, infatti, quasi una nuova creazione – significa l’assunzione di tutto ciò che è creato: per esprimere nella creazione la pienezza di giustizia, di equità e di santità, designata da Dio, e per esprimere quella pienezza soprattutto nelluomo, creato come maschio e femmina ad immagine di Dio. Nellottica delle parole di Cristo rivolte ai Farisei su ciò che era il matrimonio dal principio, rileggiamo anche il classico testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-23) come testimonianza della sacramentalità del matrimonio, basata sul grande mistero di Cristo e della Chiesa.

Giovanni Paolo II – Udienza 24 Novembre 1982 (Efesini)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19821124_it.html

UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 24 novembre 1982

1. Abbiamo analizzato la lettera agli Efesini, e soprattutto il passo del capitolo 5, 22-33, dal punto di vista della sacramentalità del matrimonio. Ora esaminiamo ancora lo stesso testo nellottica delle parole del Vangelo.

Le parole di Cristo rivolte ai Farisei (cf. Mt 19) si riferiscono al matrimonio quale sacramento, ossia alla rivelazione primordiale del volere e delloperare salvifico di Dio al principio, nel mistero stesso della creazione. In virtù di quel volere ed operare salvifico di Dio, luomo e la donna, unendosi tra loro così da divenire una sola carne (Gen 2, 24), erano ad un tempo destinati ad essere uniti nella verità e nella carità” come figli di Dio (cf. Gaudium et Spes, 24), figli adottivi nel Figlio Primogenito, diletto dalleternità. A tale unità e verso tale comunione di persone, a somiglianza dellunione delle persone divine (cf. Ivi.), sono dedicate le parole di Cristo, che si riferiscono al matrimonio come sacramento primordiale e nello stesso tempo confermano quel sacramento sulla base del mistero della Redenzione. Infatti, loriginaria unità nel corpo delluomo e della donna non cessa di plasmare la storia delluomo sulla terra, sebbene abbia perduto la limpidezza del sacramento, del segno della salvezza, che possedeva al principio. 2. Se Cristo di fronte ai suoi interlocutori, nel Vangelo di Matteo e di Marco (cf. Mt 19; Mc 10), conferma il matrimonio quale sacramento istituito dal Creatore “al principio” – se in conformità con questo ne esige lindissolubilità – con ciò stesso apre il matrimonio allazione salvifica di Dio, alle forze che scaturiscono “dalla redenzione del corpo” e che aiutano a superare le conseguenze del peccato e a costruire lunità delluomo e della donna secondo leterno disegno del Creatore. Lazione salvifica che deriva dal mistero della Redenzione assume in sé loriginaria azione santificante di Dio nel mistero stesso della Creazione. 3. Le parole del Vangelo di Matteo (cf. Mt 19, 3-9; Mc 10, 2-12) hanno, al tempo stesso, una eloquenza etica molto espressiva. Queste parole confermano – in base al mistero della Redenzione – il sacramento primordiale e nello stesso tempo stabiliscono un ethos adeguato, che già nelle nostre precedenti riflessioni abbiamo chiamato ethos della redenzione. Lethos evangelico e cristiano, nella sua essenza teologica, è l’ethos della redenzione. Possiamo certo trovare per quellethos una interpretazione razionale, una interpretazione filosofica di carattere personalistico; tuttavia, nella sua essenza teologica, esso è un ethos della redenzione, anzi: “un ethos della redenzione del corpo”. La redenzione diviene ad un tempo la base per comprendere la particolare dignità del corpo umano, radicata nella dignità personale delluomo e della donna. La ragione di questa dignità sta appunto alla radice dellindissolubilità dellalleanza coniugale.

4. Cristo fa riferimento al carattere indissolubile del matrimonio come sacramento primordiale e, confermando questo sacramento sulla base del mistero della redenzione, ne trae ad un tempo le conclusioni di natura etica: Chi ripudia la propria moglie e ne sposa unaltra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio (Mc 10, 11 s; cf. Mt 19, 9). Si può affermare che in tal modo la redenzione è data alluomo come grazia della nuova alleanza con Dio in Cristo – ed insieme gli è assegnata come ethos: come forma della morale corrispondente allazione di Dio nel mistero della Redenzione. Se il matrimonio come sacramento è un segno efficace dellazione salvifica di Dio dal principio, al tempo stesso – nella luce delle parole di Cristo qui meditate – questo sacramento costituisce anche una esortazione rivolta alluomo, maschio e femmina, affinché partecipino coscienziosamente alla redenzione del corpo.

5. La dimensione etica della redenzione del corpo si delinea in modo particolarmente profondo, quando meditiamo sulle parole pronunciate da Cristo nel Discorso della Montagna in rapporto al comandamento Non commettere adulterio. Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5, 27-28). A questo lapidario enunciato di Cristo abbiamo precedentemente dedicato un ampio commento, nella convinzione che esso ha un significato fondamentale per tutta la teologia del corpo, soprattutto nella dimensione delluomo storico. E sebbene queste parole non si riferiscano direttamente ed immediatamente al matrimonio come sacramento, tuttavia è impossibile separarle dall’intero sostrato sacramentale, in cui, per quanto riguarda il patto coniugale, è stata collocata lesistenza delluomo quale maschio e femmina: sia nel contesto originario del mistero della Creazione, sia pure, in seguito, nel contesto del mistero della Redenzione. Questo sostrato sacramentale riguarda sempre le persone concrete, penetra in ciò che è luomo e la donna (o piuttosto in chi è luomo e la donna) nella propria originaria dignità di immagine e somiglianza con Dio a motivo della creazione, ed insieme nella stessa dignità ereditata malgrado il peccato e di nuovo continuamente assegnata come compito alluomo mediante la realtà della Redenzione.

6. Cristo, che nel Discorso della Montagna dà la propria interpretazione del comandamento “Non commettere adulterio” – interpretazione costitutiva del nuovo ethos – con le medesime lapidarie parole assegna come compito ad ogni uomo la dignità di ogni donna; e contemporaneamente (sebbene dal testo ciò risulti solo in modo indiretto) assegna anche ad ogni donna la dignità di ogni uomo (Il testo di San Marco che parla dellindissolubilità del matrimonio afferma chiaramente che anche la donna diventa soggetto delladulterio,quando ripudia il marito e sposa un altro [cf. Mc 10, 12]). Assegna infine a ciascuno – sia alluomo che alla donna – la propria dignità: in certo senso, il “sacrum” della persona, e ciò in considerazione della sua femminilità o mascolinità, in considerazione del “corpo”. Non è difficile rilevare che le parole pronunciate da Cristo nel Discorso della Montagna riguardano lethos. Al tempo stesso, non è difficile affermare, dopo una riflessione approfondita, che tali parole scaturiscono dalla profondità stessa della redenzione del corpo. Benché esse non si riferiscano direttamente al matrimonio come sacramento, non è difficile costatare che raggiungono il loro proprio e pieno significato in rapporto con il sacramento: sia quello primordiale, che è unito con il mistero della Creazione, sia quello in cui luomo storico, dopo il peccato e a motivo della sua peccaminosità ereditaria, deve ritrovare la dignità e santità dellunione coniugale nel corpo, in base al mistero della Redenzione.

7. Nel Discorso della Montagna – come anche nel colloquio con i Farisei sullindissolubilità del matrimonio – Cristo parla dal profondo di quel mistero divino. E in pari tempo si addentra nella profondità stessa del mistero umano. Perciò fa richiamo al cuore, a quel luogo intimo, in cui combattono nelluomo il bene e il male, il peccato e la giustizia, la concupiscenza e la santità. Parlando della concupiscenza (dello sguardo concupiscente) (cf. Mt 5, 28), Cristo rende consapevoli i suoi ascoltatori che ognuno porta in sé, insieme al mistero del peccato, la dimensione interiore delluomo della concupiscenza (che è triplice: concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita) (1 Gv 2, 16). Proprio a questuomo della concupiscenza è dato nel matrimonio il sacramento della Redenzione come grazia e segno dellalleanza con Dio – e gli è assegnato “come ethos”. E contemporaneamente, in rapporto con il matrimonio come sacramento, esso è assegnato come ethos a ciascun uomo, maschio e femmina: è assegnato al suo cuore, alla sua coscienza, ai suoi sguardi e al suo comportamento. Il matrimonio – secondo le parole di Cristo (cf. Mt 19, 4) – è sacramento dal principio stesso e ad un tempo, in base alla peccaminosità storica delluomo, è sacramento sorto dal mistero della redenzione del corpo.

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