Archive pour avril, 2008

Giovanni Crisostomo omelie: Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21)

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/261.html

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno

Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. S’innalzino pure le onde, non potranno affondare la navicella di Gesù. Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? «Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Allora l’esilio? «Del Signore é la terra e quanto contiene» (Sal 23, 1). La confisca de beni? «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1 Tm 6, 7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. E’ per questo motivo che ricordo le vicende attuali e vi prego di non perdere la fiducia.
Non senti il Signore che dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»? (Mt 18, 20). E non sarà presente là dove si trova un popolo così numeroso, unito dai vincoli della carità? Mi appoggio forse sulle mie forze? No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: questa é il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Anche se tutto il mondo é sconvolto, ho tra le mani la sua Scrittura, leggo, la sua parola. Essa é la mia sicurezza e la mia difesa. Egli dice: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20)-
Cristo é con me, di chi avrò paura? Anche se si alzano contro di me i cavalloni di tutti i mari o il furore dei principi, tutto questo per me vale di meno di semplici ragnatele. Se la vostra carità non mi avesse trattenuto, non avrei indugiato un istante a partire per altra destinazione oggi stesso. Ripeto sempre: «Signore, sia fatta la tua volontà» (Mt 26, 42). Fraò quello che vuoi tu, non quello che vuole il tale o il tal altro. Questa é la mia torre, questa la pietra inamovibile, il bastone del mio sicuro appoggio. Se Dio vuole quetso, bene! Se vuole ch’io rimanga, lo ringrazio. Dovunque mi vorrà, gli rendo grazie.
Dove sono io, là ci siete anche voi. Dove siete voi, ci sono anch’io. Noi siamo un solo corpo e non si separa il capo dal corpo, né il corpo dal capo. Anche se siamo distanti, siamo uniti dalla carità; anzi neppure la morte ci può separare. Il corpo morrà, l’anima tuttavia vivrà e si ricorderà del popolo. Voi siete i miei concittadini, i miei genitori, i miei fratelli, i miei figli, le mie membra, il mio corpo, la mia luce, più amabile della luce del giorno. Il raggio solare può recarmi qualcosa di più giocondo della vostra carità? Il raggio mi é utile nella vita presente, ma la vostra carità mi intreccia la corona per la vita futura.(Prima dell’esilio, nn. 1-3; PG 52, 427*-430)
 

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO – VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA – TRA LE OPERE OMELIE SULLE EPISTOLE DI SAN PAOLO

GIOVANNI CRISOSTOMO 

Vescovo e dottore della Chiesa 

(349 data incerta – 407) 

tra le opere le Omelie sulle epistole di San Paolo Apostolo 

presentazione breve da: 

http://liturgia.silvestrini.org/santo/261.html 

« San Giovanni Crisostomo 

Vescovo e Dottore della Chiesa 

Nacque ad Antiochia intorno al 349. Dopo aver ricevuto un’ottima educazione si dedicò alla vita ascetica e quindi, ordinato sacerdote, si dedicò con gran frutto al ministero della predicazione. Eletto vescovo di Costantinopoli nel 379, si rivelò grande pastore, attendendo in particolare alla riforma dei costumi tanto del clero che del popolo.
Per odio della corte e dei suoi nemici personali, fu costretto ad andare in esilio una prima e una seconda volta. Circondato da ogni parte di tribolazioni morì a Comana sul Mar Nero il 14 settembre del 407.
Si prodigò assiduamente, con la parola e con gli scritti per illustrare la dottrina cattolica e formare i suoi fedeli alla vita cristiana, tanto da meritare il nome di Crisòstomo, «bocca d’oro». » 

PRESENTAZIONE DI PAPA BENEDETTO XVI: 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2007/documents/hf_ben-xvi_let_20070810_giovanni-crisostomo_it.html

 LETTERA DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI
IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO
DELLA MORTE DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO 
  

Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
carissimi fratelli e sorelle in Cristo!

 1. Introduzione 

Ricorre quest’anno il sedicesimo centenario della morte di san Giovanni Crisostomo, grande Padre della Chiesa a cui guardano con venerazione i cristiani di tutti i tempi. Nella Chiesa antica Giovanni Crisostomo si distingue per aver promosso quel «fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica» che «ha avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell’Oriente e dell’Occidente»[1]. Sia la vita che il magistero dottrinale del santo Vescovo e Dottore risuonano in tutti i secoli e ancora oggi suscitano l’ammirazione universale. I Pontefici Romani hanno sempre riconosciuto in lui una viva fonte di sapienza per la Chiesa e la loro attenzione per il suo magistero si è ulteriormente acuita nel corso dell’ultimo secolo. Cent’anni fa san Pio X ha commemorato il quindicesimo centenario della morte di san Giovanni invitando la Chiesa ad imitare le sue virtù[2]. Papa Pio XII ha messo in evidenza il grande valore del contributo che san Giovanni ha apportato alla storia dell’interpretazione delle Sacre Scritture con la teoria della «condiscendenza», ovvero della «synkatábasis». Attraverso di essa il Crisostomo ha riconosciuto che «le parole di Dio, espresse con lingua umana, si sono fatte somiglianti all’umano linguaggio»[3]. Il Concilio Vaticano II ha incorporato quest’osservazione nella Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla Divina Rivelazione[4]. Il Beato Giovanni XXIII ha sottolineato la profonda comprensione che il Crisostomo ha dell’intimo legame tra la liturgia eucaristica e la sollecitudine per la Chiesa universale[5]. Il Servo di Dio Paolo VI ha rilevato il modo in cui egli «trattò, con tanta elevatezza di linguaggio e con tanto acume di pietà, del Mistero Eucaristico»[6]. Voglio ricordare il gesto solenne con cui il mio amatissimo Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nel novembre 2004 consegnò importanti reliquie dei santi Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Il Pontefice notò come quel gesto fosse veramente per la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse «un’occasione benedetta per purificare le nostre memorie ferite, per rinsaldare il nostro cammino di riconciliazione»[7]. Io stesso, durante il viaggio apostolico in Turchia, proprio nella Cattedrale del Patriarcato di Costantinopoli, ho avuto occasione di ricordare «gli insigni santi e pastori che hanno vigilato sulla Sede di Costantinopoli, fra i quali san Gregorio di Nazianzo e san Giovanni Crisostomo, che anche l’Occidente venera come Dottori della Chiesa … In verità, essi sono degni intercessori per noi davanti al Signore»[8]. Sono lieto pertanto che la circostanza del XVI centenario della morte di san Giovanni mi offra l’opportunità di rievocare la sua luminosa figura e di proporla alla Chiesa universale per la comune edificazione. 

2. La vita e il ministero di san Giovanni 

San Giovanni Crisostomo nacque ad Antiochia di Siria a metà del quarto secolo. Fu istruito nelle arti liberali secondo la prassi tradizionale dei suoi tempi e si rivelò particolarmente dotato nell’arte del discorso pubblico. Durante i suoi studi, mentre era ancora giovane, chiese il battesimo ed accolse l’invito del suo Vescovo, Melezio, a prestare il servizio di lettore nella Chiesa locale[9]. In quel periodo i fedeli erano turbati dalla difficoltà di trovare un modo adeguato per esprimere la divinità di Cristo. Giovanni si era allineato con quei fedeli ortodossi che, in sintonia col Concilio ecumenico di Nicea, confessavano la piena divinità di Cristo, benché così facendo sia egli stesso che gli altri fedeli non incontrassero ad Antiochia il favore del governo imperiale[10]. Dopo il suo battesimo Giovanni abbracciò la vita ascetica. Per influenza del suo maestro Diodoro di Tarso, decise di restare celibe per tutta la vita e si dedicò alla preghiera, al digiuno rigoroso ed allo studio della Sacra Scrittura[11]. Allontanatosi da Antiochia, per sei anni condusse vita ascetica nel deserto della Siria ed iniziò a scrivere trattati sulla vita spirituale[12]. In seguito, ritornò ad Antiochia dove, ancora una volta, servì la Chiesa come lettore e, più tardi, per cinque anni, come diacono. Nel 386, chiamato al presbiterato da Flaviano, Vescovo di Antiochia, aggiunse anche il ministero della predicazione della Parola di Dio a quello della preghiera e dell’attività letteraria[13]

Durante i dodici anni di ministero presbiterale nella Chiesa antiochena, Giovanni si distinse molto per la sua capacità di interpretare le Sacre Scritture in un modo comprensibile per i fedeli. Nella sua predicazione egli si adoperava con fervore per rafforzare l’unità della Chiesa rinvigorendo nei suoi ascoltatori l’identità cristiana, in un momento storico in cui essa era minacciata sia dall’interno che dall’esterno. A ragione, egli intuiva che l’unità tra i cristiani dipende soprattutto da una vera comprensione del mistero centrale della fede della Chiesa, quello della Santissima Trinità e dell’Incarnazione del Verbo Divino. Ben conscio, tuttavia, della difficoltà di questi misteri, Giovanni poneva grande impegno nel rendere l’insegnamento della Chiesa accessibile alle persone semplici della sua assemblea, sia ad Antiochia che, più tardi, a Costantinopoli[14]. E non mancava di rivolgersi anche ai dissenzienti, preferendo usare verso di essi la pazienza piuttosto che l’aggressività, poiché credeva che per vincere un errore teologico «nulla è più efficace della moderazione e della gentilezza»[15]

La fede robusta di Giovanni e la sua abilità nel predicare gli diedero la possibilità di pacificare gli Antiocheni quando, agli inizi del suo presbiterato, l’Imperatore aumentò la pressione fiscale sulla città provocando un tumulto durante il quale alcuni monumenti pubblici furono distrutti. Dopo il tumulto la gente, temendo la collera dell’Imperatore, si era radunata in chiesa, desiderosa di ascoltare da Giovanni parole di speranza cristiana e di consolazione: «Se non saremo noi a consolarvi, dove mai potrete trovare consolazione?», egli disse loro[16]. Nelle sue prediche lungo la quaresima di quell’anno, Giovanni passò in rassegna gli eventi connessi con l’insurrezione e ricordò ai suoi uditori gli atteggiamenti che devono caratterizzare l’impegno civico dei cristiani[17], in particolare il rifiuto di mezzi violenti nella promozione di cambiamenti politici e sociali[18]. In questa prospettiva esortava i fedeli ricchi a praticare la carità verso i poveri, per costruire una città più giusta e, allo stesso tempo, raccomandava che i più istruiti accettassero di fare da maestri e che tutti i cristiani si riunissero nelle chiese per imparare a portare gli uni i pesi degli altri[19]. All’occasione sapeva anche consolare i suoi ascoltatori rinvigorendone la speranza e incoraggiandoli ad aver fiducia in Dio, sia per la salvezza temporale che per quella eterna[20], giacché «la tribolazione produce la pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (Rm 5, 3-4)[21]

Dopo aver servito la chiesa antiochena come presbitero e predicatore per dodici anni, Giovanni fu consacrato Vescovo di Costantinopoli nel 398, e lì rimase per cinque anni e mezzo. In quella funzione, egli si occupò della riforma del clero, spronando i presbiteri, sia con le parole che con l’esempio, a vivere in conformità con il Vangelo[22]. Sostenne i monaci che vivevano in città e si prese cura delle loro necessità materiali, ma cercò anche di riformare la loro vita, sottolineando che essi si erano proposti di dedicarsi esclusivamente alla preghiera e ad una vita ritirata[23]. Attento a rifuggire ogni ostentazione di lusso e ad adottare, benché Vescovo di una capitale dell’impero, uno stile di vita modesto, fu generosissimo nel distribuire l’elemosina ai poveri. Giovanni si dedicava alla predicazione ogni domenica e nelle feste principali. Era molto attento a far sì che gli applausi, spesso ricevuti per la sua predicazione, non lo inducessero a far perdere mordente al Vangelo che predicava. Pertanto talvolta si lamentava perché troppo spesso la stessa assemblea che applaudiva le sue omelie ne ignorava le esortazioni a vivere autenticamente la vita cristiana[24]. Fu instancabile nel denunciare il contrasto che esisteva in città tra lo spreco stravagante dei ricchi e l’indigenza dei poveri e, allo stesso tempo, nel suggerire ai ricchi di accogliere i senzatetto nella loro case[25]. Egli vedeva Cristo nel povero; invitava perciò i suoi ascoltatori a fare altrettanto e ad agire di conseguenza[26]. Tanto fu persistente la sua difesa del povero e il rimprovero per chi era troppo ricco, da suscitare il disappunto e anche l’ostilità contro di lui da parte di alcuni ricchi e di quanti detenevano in città il potere politico[27]

Tra i Vescovi del suo tempo Giovanni fu straordinario per lo zelo missionario; egli mandò missionari a diffondere il Vangelo tra quelli che non l’avevano ancora udito[28]. Costruì ospedali per la cura degli ammalati[29]. Predicando a Costantinopoli sulla Lettera agli Ebrei, affermò che l’assistenza materiale della Chiesa si deve estendere ad ogni bisognoso, senza tener conto del credo religioso: «il bisognoso appartiene a Dio, anche se pagano o Ebreo. Anche se non crede, è degno di aiuto»[30]

Il ruolo di Vescovo nella capitale dell’Impero d’Oriente imponeva a Giovanni di mediare le delicate relazioni tra la Chiesa e la corte imperiale. Egli si trovò spesso ad essere oggetto di ostilità da parte di molti ufficiali imperiali, a causa talvolta della sua fermezza nel criticare il lusso eccessivo di cui essi si circondavano. Nel contempo la sua posizione di Arcivescovo metropolita di Costantinopoli lo poneva nella difficile e delicata situazione di dover negoziare una serie di questioni ecclesiali che implicavano altri Vescovi e altre sedi. In conseguenza degli intrighi orditi contro di lui da potenti oppositori, sia ecclesiastici che imperiali, per due volte fu condannato dall’imperatore all’esilio. Morì il 14 settembre di 1600 anni or sono, a Comana del Ponto durante il viaggio verso la meta finale del suo secondo esilio, lontano dal suo amato gregge di Costantinopoli. 

3. Il magistero di san Giovanni 

Dal quinto secolo in poi, il Crisostomo è stato venerato dall’intera Chiesa cristiana, orientale e occidentale, per la sua coraggiosa testimonianza in difesa della fede ecclesiale e per la sua generosa dedizione al ministero pastorale. Il suo magistero dottrinale e la sua predicazione, come anche la sua sollecitudine per la Sacra Liturgia gli hanno meritato ben presto il riconoscimento di Padre e di Dottore della Chiesa. Anche la sua fama di predicatore veniva consacrata, a partire già dal sesto secolo, con l’attribuzione del titolo di «Bocca d’oro», in greco «Crisostomo». Di lui sant’Agostino scrive: «Osserva, Giuliano, in quale assemblea ti ho introdotto. Qui c’è Ambrogio di Milano, … qui Giovanni di Costantinopoli, … qui Basilio, … qui gli altri, e il loro mirabile consenso dovrebbe farti riflettere … Essi rifulsero nella Chiesa cattolica per lo studio della dottrina. Rivestiti e protetti dalle armi spirituali hanno condotto vigorose guerre contro gli eretici e, dopo aver portato fedelmente a termine le opere loro affidate da Dio, dormono nel grembo della pace … Ecco il luogo in cui ti ho introdotto, l’assemblea di questi santi non è la moltitudine del popolo: essi non sono solo figli, ma anche Padri della Chiesa»[31]

Degno di speciale menzione è poi lo straordinario sforzo messo in opera da san Giovanni Crisostomo per promuovere la riconciliazione e la piena comunione tra i cristiani d’Oriente e d’Occidente. In particolare, decisivo fu il suo contributo nel porre fine allo scisma che separava la sede di Antiochia da quella di Roma e dalle altre Chiese occidentali. All’epoca della sua consacrazione a Vescovo di Costantinopoli Giovanni inviò una delegazione da Papa Siricio, a Roma. A sostegno di questa missione, in vista del suo progetto di metter fine allo scisma, egli ottenne la collaborazione del Vescovo di Alessandria d’Egitto. Papa Siricio rispose con favore all’iniziativa diplomatica di Giovanni; lo scisma fu così risolto pacificamente e si ristabilì la piena comunione tra le Chiese. 

In seguito, verso la fine della sua vita, ritornato a Costantinopoli dal primo esilio, Giovanni scrisse al Papa Innocenzo ed anche ai Vescovi Venerio di Milano e Cromazio di Aquileia, per chiedere il loro aiuto nello sforzo di riportare ordine nella Chiesa di Costantinopoli, divisa a causa delle ingiustizie commesse contro di lui. Giovanni sollecitava dal Papa Innocenzo e dagli altri Vescovi occidentali un intervento che «accordi – come egli scriveva – benevolenza non solo a noi ma alla Chiesa intera»[32]. Nel pensiero del Crisostomo, infatti, quando una parte della Chiesa soffre per una ferita, tutta la Chiesa soffre per la stessa ferita. Papa Innocenzo difese Giovanni in alcune lettere indirizzate ai Vescovi d’Oriente[33]. Il Papa affermava la sua piena comunione con lui, ignorandone la deposizione che considerava illegittima[34]. Scrisse poi a Giovanni per consolarlo[35], e scrisse anche al clero e ai fedeli di Costantinopoli per manifestare il suo pieno sostegno al loro Vescovo legittimo: «Giovanni, il vostro Vescovo, ha sofferto ingiustamente», egli riconosceva[36]. Inoltre il Papa radunò un sinodo di Vescovi italiani ed orientali allo scopo di ottenere giustizia per il Vescovo perseguitato[37]. Con il sostegno dell’imperatore d’Occidente, il Papa mandò una delegazione di Vescovi occidentali e orientali a Costantinopoli, presso l’imperatore d’Oriente, per difendere Giovanni e chiedere che un sinodo ecumenico di Vescovi gli facesse giustizia[38]. Quando, poco prima che morisse in esilio, questi progetti fallirono, Giovanni scrisse a Papa Innocenzo per ringraziarlo della «grande consolazione» che aveva tratto dal generoso sostegno accordatogli[39]. Nella sua lettera Giovanni affermava che, benché separato dalla grande distanza dell’esilio, egli era «giorno per giorno in comunione» con lui, e diceva: «Tu hai superato anche il padre più affettuoso nella tua benevolenza e nel tuo zelo verso di noi». Lo supplicava tuttavia di perseverare nell’impegno di cercare giustizia per lui e per la Chiesa di Costantinopoli, poiché «ora la battaglia che ti sta davanti deve essere combattuta in favore di quasi tutto il mondo, della Chiesa umiliata fino a terra, del popolo disperso, del clero aggredito, dei Vescovi mandati in esilio, delle antiche leggi violate». Giovanni scrisse anche agli altri Vescovi occidentali per ringraziarli del loro sostegno[40]: tra di essi, in Italia, a Cromazio di Aquileia[41], a Venerio di Milano[42] ed a Gaudenzio di Brescia[43]

Sia ad Antiochia che a Costantinopoli Giovanni parlò appassionatamente dell’unità della Chiesa sparsa nel mondo. Annotava al riguardo: «I fedeli, a Roma, considerano quelli che sono in India come membra del loro stesso corpo»[44] e sottolineava che nella Chiesa non c’è spazio per le divisioni. «La Chiesa – esclamava – esiste non perché quanti si sono riuniti si dividano, ma perché quanti sono divisi possano unirsi»[45]. E trovava nelle Sacre Scritture la ratifica divina a questa unità. Predicando sulla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, ricordava ai suoi ascoltatori che «Paolo si riferisce alla Chiesa come “Chiesa di Dio”[46], mostrando che deve essere unita, perché se è “di Dio”, è unita, e non lo è solo a Corinto, ma anche nel mondo; il nome della Chiesa infatti non è un nome di separazione, ma di unità e di concordia»[47]

Per Giovanni l’unità della Chiesa è fondata in Cristo, il Verbo Divino che con la sua Incarnazione si è unito alla Chiesa come il capo con il suo corpo[48]: «Dove c’è il capo, là c’è anche il corpo», e pertanto «non c’è separazione tra il capo ed il corpo»[49]. Egli aveva compreso che nell’Incarnazione il Verbo Divino non solo si è fatto uomo, ma si è anche unito a noi facendoci suo corpo: «Poiché non era sufficiente per lui farsi uomo, essere percosso e ucciso, egli si unisce a noi non solo per la fede, ma anche di fatto ci rende suo corpo»[50]. Commentando il passo della Lettera di san Paolo agli Efesini: «Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose»[51], Giovanni spiega che «è come se il capo fosse completato dal corpo, poiché il corpo è composto e formato dalle sue varie parti. Il suo corpo è dunque composto da tutti. Pertanto il capo è completo e il corpo è reso perfetto quando noi tutti siamo stretti insieme ed uniti»[52]. Giovanni pertanto conclude che Cristo unisce tutte le membra della sua Chiesa a sé e tra di loro. La nostra fede in Cristo richiede che ci impegniamo per un’effettiva, sacramentale unione tra le membra della Chiesa, ponendo fine a tutte le divisioni. 

Per il Crisostomo, l’unità ecclesiale che si realizza in Cristo è testimoniata in modo del tutto peculiare nell’Eucaristia. Denominato “dottore eucaristico” per la vastità e la profondità della sua dottrina sul santissimo Sacramento»[53], egli insegna che l’unità sacramentale dell’Eucaristia costituisce la base dell’unità ecclesiale in e per Cristo. «Certo ci sono molte cose per tenerci uniti insieme. Una mensa è apparecchiata davanti a tutti … a tutti è stata offerta la stessa bevanda o, piuttosto, non solo la stessa bevanda ma anche lo stesso calice. Il nostro Padre, volendo condurci ad un tenero affetto, ha disposto anche questo, che noi beviamo da un solo calice, cosa questa che si addice ad un amore intenso»[54]. Riflettendo sulle parole della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, «Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo?»[55], Giovanni commenta: per l’Apostolo dunque, «come quel corpo è unito a Cristo, così anche noi siamo uniti a Lui per mezzo di questo pane»[56]. E ancor più chiaramente, alla luce delle successive parole dell’Apostolo: «Poiché noi, pur essendo molti, siamo un solo pane, un solo corpo»[57], Giovanni argomenta: «Che cos’è il pane? Il Corpo di Cristo. E che cosa diventano essi quando lo mangiano? Il corpo di Cristo; non molti corpi, ma un solo corpo. Come il pane, pur composto da molti chicchi, diventa uno … così anche noi siamo uniti sia l’uno all’altro che a Cristo … Ora, se siamo nutriti da uno stesso pane e diventiamo tutti la medesima cosa, perché non mostriamo anche lo stesso amore, così da diventare anche sotto questo aspetto una cosa sola?»[58]

La fede del Crisostomo nel mistero d’amore che lega i credenti a Cristo e tra di loro lo condusse ad esprimere una profonda venerazione per l’Eucaristia, una venerazione che alimentò particolarmente nella celebrazione della Divina Liturgia. Una delle più ricche espressioni della Liturgia orientale porta appunto il suo nome: “La Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo”. Giovanni capiva che la Divina Liturgia pone spiritualmente il credente tra la vita terrena e le realtà celesti che gli sono state promesse dal Signore. Egli esprimeva a Basilio Magno il suo timore reverenziale nel celebrare i sacri misteri con queste parole: «Quando tu vedi il Signore immolato giacere sull’altare e il sacerdote che, stando in piedi, prega sulla vittima… puoi ancora pensare di essere tra gli uomini, di stare sulla terra? Non sei, al contrario, subito trasportato in cielo?». I sacri riti, dice Giovanni, «non sono solo meravigliosi da vedere, ma straordinari per il timore riverenziale che suscitano. Lì sta in piedi il sacerdote… che fa scendere lo Spirito Santo, egli prega a lungo che la grazia che scende sul sacrificio possa in quel luogo illuminare le menti di tutti e renderle più splendide dell’argento purificato nel fuoco. Chi può disprezzare questo venerando mistero?»[59]

Con grande profondità il Crisostomo sviluppa la riflessione sugli effetti della comunione sacramentale nei credenti: «Il sangue di Cristo rinnova in noi l’immagine del nostro Re, produce una bellezza indicibile e non permette che sia distrutta la nobiltà delle nostre anime, ma di continuo la irriga e la nutre»[60]. Per questo Giovanni spesso e insistentemente esorta i fedeli ad accostarsi degnamente all’altare del Signore, «non con leggerezza … non per abitudine e formalità», ma con «sincerità e purezza di spirito»[61]. Egli ripete instancabilmente che la preparazione alla Santa Comunione deve includere il pentimento dei peccati e la gratitudine per il sacrifico compiuto da Cristo per la nostra salvezza. Pertanto egli esorta i fedeli a partecipare pienamente e devotamente ai riti della Divina Liturgia e a ricevere con le stesse disposizioni la Santa Comunione: «Non lasciate, ve ne supplichiamo, che siamo uccisi dalla vostra irriverenza, ma avvicinatevi a Lui con devozione e purezza, e quando lo vedete posto davanti a voi, dite a voi stessi: “In virtù di questo corpo io non sono più terra e cenere, non sono più prigioniero, ma libero; in virtù di questo io spero nel paradiso, e di riceverne i beni, l’eredità degli angeli, e di conversare con Cristo”»[62]

Naturalmente, dalla contemplazione del Mistero egli trae poi anche le conseguenze morali in cui coinvolge i suoi uditori: a loro egli ricorda che la comunione con il Corpo e il Sangue di Cristo li obbliga a offrire assistenza materiale ai poveri e agli affamati che vivono tra di loro[63]. La mensa del Signore è il luogo dove i credenti riconoscono ed accolgono il povero e il bisognoso che forse prima avevano ignorato[64]. Egli esorta i fedeli di tutti i tempi a guardare oltre l’altare su cui è offerto il sacrificio eucaristico e a vedere Cristo nella persona dei poveri ricordando che grazie all’aiuto prestato ai bisognosi essi possono offrire sull’altare di Cristo un sacrificio gradito a Dio[65]

4. Conclusione 

Ogni volta che incontriamo questi nostri Padri – ha scritto il Papa Giovanni Paolo II a proposito di un altro grande Padre e Dottore, san Basilio, «ne siamo confermati nella fede e incoraggiati nella speranza»[66]. Il XVI centenario della morte di san Giovanni Crisostomo offre un’occasione assai propizia per incrementare gli studi su di lui, recuperarne gli insegnamenti e diffonderne la devozione. Alle varie iniziative e celebrazioni, che vengono organizzate in occasione di questo XVI centenario, sono spiritualmente presente con animo grato e beneaugurante. Vorrei anche esprimere il mio desiderio ardente che i Padri della Chiesa «nella cui voce risuona la costante Tradizione cristiana»[67] divengano sempre di più un punto fermo di riferimento per tutti i teologi della Chiesa. Tornare a loro significa risalire alle fonti dell’esperienza cristiana, per assaporarne la freschezza e la genuinità. Quale miglior augurio potrei, dunque, rivolgere ai teologi che quello di un rinnovato impegno nel ricuperare il patrimonio sapienziale dei santi Padri? Non potrà che venirne un arricchimento prezioso per la loro riflessione anche sui problemi di questi nostri tempi. 

Mi piace terminare questo scritto con un’ultima parola del grande Dottore, nella quale egli invita i suoi fedeli – ed anche noi, naturalmente – a riflettere sui valori eterni: «Per quanto tempo ancora saremo inchiodati alla realtà presente? Quanto ancora ci vorrà prima che possiamo riscuoterci? Per quanto ancora trascureremo la nostra salvezza? Lasciateci ricordare ciò di cui Cristo ci ha ritenuti degni, lasciate che lo ringraziamo, lo glorifichiamo, non solo con la nostra fede, ma anche con le nostre opere effettive, che possiamo ottenere i beni futuri per la grazia e l’amorevole tenerezza del nostro Signore Gesù Cristo, per il quale e con il quale sia gloria al Padre e allo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli. Amen»[68]

A tutti la mia Benedizione!

Da Castel Gandolfo, il 10 agosto dell’anno 2007, terzo di Pontificato

 BENEDICTUS PP. XVI 

Un congresso sulla possibile presenza di San Paolo in Spagna

04/04/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-13967?l=italian

Un congresso sulla possibile presenza di San Paolo in Spagna 

E la comunità cristiana più antica della Penisola Iberica a Tarragona 

TARRAGONA, venerdì, 4 aprile 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell’anno giubilare dei santi Fruttoso, Augurio ed Eulogio e alla vigilia dell’Anno Paolino, l’Arcidiocesi di Tarragona (Spagna) organizza il congresso internazionale “Paolo, Fruttuoso e il cristianesimo delle origini a Tarragona”. 

Papa Benedetto XVI ha concesso all’Arcidiocesi di Tarragona la celebrazione dell’anno giubilare, dedicato alla memoria dei santi martiri Fruttuoso, Vescovo, e Augurio ed Eulogio, diaconi, in occasione dei 1750 anni del martirio che hanno subito nell’anfiteatro di Tarragona il 21 gennaio del 259 d.C. 

Il congresso internazionale, dedicato al cristianesimo in questa regione catalana tra il I e l’VIII secolo, occuperà un luogo preminente nel contesto dei congressi e degli studi sull’apostolo Paolo. L’incontro si svolgerà nella città di Tarragona il 19, 20 e 21 giugno 2008, informano gli organizzatori in una nota inviata a ZENIT. 

La ricca storia della Tarraco romana e delle origini del cristianesimo, testimoniati dalla Passio dei martiri Fruttuoso, Augurio ed Eulogio, sarà l’elemento su cui si concentrerà l’attenzione di molti ricercatori giunti da varie parti del mondo. 

L’anno giubilare di San Fruttuoso di Tarragona è iniziato il 21 gennaio 2008 e si chiuderà il 21 gennaio 2009. 

Nel contesto degli atti e delle celebrazioni dell’anno giubilare, monsignor Jaume Pujol i Balcells, Arcivescovo di Tarragona, ha incaricato dell’organizzazione del congresso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Fruttuoso” (INSAF), istituzione accademica universitaria dell’Arcidiocesi di Tarragona. Il congresso conta sulla collaborazione della Facoltà di Teologia della Catalogna (FTC), con sede a Barcellona, e dell’Università Rovira i Virgili (URV) di Tarragona. 

La storia della Chiesa di Tarragona è lunga e feconda. La prima testimonianza scritta della comunità cristiana di Tarraco sono gli atti del martirio del Vescovo San Fruttuoso e dei suoi due diaconi Augurio ed Eulogio nel 259 d.C., sotto la persecuzione decretata dagli imperatori Valeriano e Galieno. 

Gli atti del loro martirio sono considerati autentici e sono i più antichi della Penisola Iberica, rappresentando il primo documento scritto sul cristianesimo ispanico. 

La Passio di Fruttuoso esprime in modo manifesto l’esistenza di una Chiesa organizzata gerarchicamente – l’episcopato di Fruttuoso, il diaconato di Augurio ed Eulogio e il lettorato di Augustal – e solidamente radicata nella Tarraco romana. 

55 anni dopo il martirio del Vescovo Fruttuoso, nel 314, un Vescovo di Tarraco partecipava al Concilio di Arles, mediante i suoi due delegati Probazio e Castorio. La necropoli di Tarragona conserva un’iscrizione funebre dell’anno 325 e il grandioso mausoleo funerario di Centcelles, della seconda metà del IV secolo, contiene un mosaico nella cupola di chiara iconografia biblica. 

Nel 384, l’Arcivescovo Imerio consultò Papa Damaso su alcuni dubbi relativi a varie questioni di disciplina ecclesiastica. Morto questi, gli rispose il suo successore, Papa Siricio, l’11 febbraio 385. Si tratta della prima bolla papale che un Papa rivolge a un Vescovo della Chiesa latina. Appare, quindi, la struttura provinciale della Tarraconense e anche la primazia a livello peninsulare. 

I dati storici e i calcoli realizzati a partire dalle fondi epigrafiche esprimono chiaramente che la comunità cristiana di Tarraco nel IV secolo era una delle più numerose della Penisola Iberica. La posizione strategica di Tarragona – passaggio obbligato tra la Penisola e Roma – fa pensare che l’introduzione del cristianesimo a Tarraco sarebbe precedente al primo dato storico che conosciamo di questa comunità cristiana attraverso la Passio di Fruttuoso. 

La Chiesa di Tarragona afferma la venerabile tradizione della predicazione dell’apostolo Paolo in questa città, e la ritiene un fatto storico altamente probabile. Una piccola cappella del XIII secolo, oggi situata all’interno del Seminario Pontificio e costruita su una roccia, nell’acropoli della città, evoca il soggiorno di Paolo a Tarraco e le prime parole evangeliche che vi vennero pronunciate. 

In seguito, all’inizio dell’VIII secolo, l’Arcivescovo di Tarragona, San Prospero, dopo aver salvato le reliquie di San Fruttuoso in concomitanza con l’invasione islamica, si rifugiò in Italia, dove fu Vescovo di Reggio Emilia. Lì venne venerato dopo la morte come santo; l’ufficio liturgico a lui dedicato spiega che fu uno dei successori di San Paolo. Questo è il documento più antico (secoli VIII-IX), prodotto in Italia, in cui appaiono insieme San Paolo e Tarragona, e in secondo piano le reliquie di San Fruttuoso. 

Il congresso vuole aprire nuove vie nella ricerca storica e scientifica su questa affascinante questione: il viaggio apostolico di Paolo in Ispania – annunciato dallo stesso Paolo in Romani 15 –, gli inizi del cristianesimo a Tarraco e, con San Fruttuoso, il successivo sviluppo della comunità cristiana più antica della Penisola Iberica. 

Allo stesso modo, l’Anno di San Paolo annunciato da Papa Benedetto XVI in occasione del bimillenario della nascita dell’Apostolo delle Nazioni (28 giugno 2008-28 giugno 2009) contribuirà a nuove ricerche sulla vita di Paolo, la sua attività evangelizzatrice e i suoi scritti.

  

pensieri…3 marzo 2008

oggi ho sofferto un po’ perché mi sembra che San Paolo non venga compreso abbastanza, non venga amato, come qualche volta ho vissuto io, nei momenti più belli mi sono sentita sola, certo con Dio, e lui solo; mi sembra che, forse allora, ma anche oggi, San Paolo sia solo con Dio, lui con gioia con esultanza sempre, forse anche io devo fare ancora un passo verso questa gioia di San Paolo, verso quell’amore, poter pregare anche io con il grande respiro dei suoi inni che ti conducono in cielo, mentre mi sembra di essere come inchiodata alla terra; ci riuscirò a seguire San Paolo, nella fede, nella croce, ma anche nell’esultanza?

Publié dans:Non classé |on 3 avril, 2008 |Pas de commentaires »

IMMAGINI DI SAN PAOLO APOSTOLO – DAL SITO: SANTI BEATI E TESTIMONI – C’È IL LINK

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IMMAGINI DI SAN PAOLO APOSTOLO - DAL SITO: SANTI BEATI E TESTIMONI - C'È IL LINK dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA)

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LA PREGHIERA IN SAN PAOLO – 1 IN APERTURA DELLE LETTERE

1.  IN APERTURA DELLE LETTERE 

RM, 1,8-10 

8 Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo. 9 Quel Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunziando il vangelo del Figlio suo, mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi, 10 chiedendo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi

1COR 1,4-5 

Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, 5 perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. 

2COR 1.3-4 

3 Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4 il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio 

LETTERA AI GALATI – 

- non c’è la preghiera in apertura  EFESINI 1, 3-14  Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. 4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, 5 predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, 6 secondo il beneplacito della sua volontà.E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; 7 nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. 8 Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, 9 poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, 

secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito 10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. 11 In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente, conforme alla sua volontà, 12 perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 13 In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità,  il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello 

dello Spirito Santo che era stato promesso, 14 il quale è caparra della nostra eredità,

FILIPPESI 1,3-5 

3 Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, 4 pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera, 5 a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente 

COLOSSESI 1, 3-5a  3 Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi, 4 per le notizie ricevute circa la vostra fede in Cristo Gesù, e la carità che avete verso tutti i santi, 5 in vista della speranza che vi attende nei cieli. 

1 TESSALONICESI 1, 2-3 

Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente 3 memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo. 

2 TESSALONICESI 1,3 

Dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli, ed è ben giusto. La vostra fede infatti cresce rigogliosamente e abbonda la vostra carità vicendevole; 

1 TIMOTEO 1,2 

a Timòteo, mio vero figlio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro. 

2 TIMOTEO 1,3 

Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; 

LETTERA A TITO 

NON C’È PREGHIERA DI APERTURA 

FILEMONE 1,3-5 

grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo. 4 Rendo sempre grazie a Dio ricordandomi di te nelle mie preghiere, 5 perché sento parlare della tua carità per gli altri e della fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi.

CARD. ANDREA CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO, CONFERENZA STAMPA PER L’ANNO PAOLINO

dal sito:

http://www.fides.org/ita/vita_chiesa/2008/annop_presenta_210108.html

 

21.01.2008 

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELL’ANNO PAOLINO (28 GIUGNO 2008 – 29 GIUGNO 2009) E DEL PROGRAMMA DELLE INIZIATIVE PRESSO LA BASILICA PAPALE DI S. PAOLO FUORI LE MURA, 

 

Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la Conferenza Stampa di presentazione dell’Anno Paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009) e, in particolare, del programma delle iniziative presso la Basilica papale di S. Paolo fuori le Mura. 


Intervengono: l’Em.mo Card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete della Basilica papale di S. Paolo fuori le Mura; il Rev.do Dom Johannes Paul Abrahamowicz, O.S.B., Priore dell’Abbazia di S. Paolo fuori le Mura; l’Ing. Pier Carlo Visconti, Delegato per l’Amministrazione.
Pubblichiamo di seguito l’intervento del Card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo: 

 

• INTERVENTO DEL CARD. ANDREA CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO
In occasione della celebrazione dei Primi Vespri della solennità dei Santi Pietro e Paolo, nel pomeriggio del 28 giugno 2007, il Santo Padre Benedetto XVI dalla Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura ha annunziato al mondo intero la sua intenzione di celebrare, dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009, un anno dedicato a San Paolo, con riferimento al bimillenario della nascita dell’Apostolo delle Genti.
Il Vescovo di Roma, nell’indire tale evento, invita tutti a cogliere la dimensione ecumenica dell’Anno Paolino, affermando che « L’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani. Voglia egli guidarci e proteggerci in questa celebrazione bimillenaria, aiutandoci a progredire nella ricerca umile e sincera della piena unità di tutte le membra del Corpo misto di Cristo ». Allo stesso tempo, il Santo Padre ricorda che la Chiesa ha bisogno, oggi come allora, « di apostoli pronti a sacrificare sé stessi… di testimoni e di martiri come San Paolo ».
In una precedente conferenza stampa, ho avuto modo di annunziare che recenti scavi hanno permesso di rendere visibile per tutti i fedeli, i pellegrini ed i visitatori della Basilica di San Paolo fuori le Mura un fianco del grande sarcofago di marmo, che da venti secoli è conservato sotto l’altare papale, e raccoglie le spoglie dell’Apostolo delle Genti. Ciò sta già molto facilitando l’accesso dei pellegrini e favorendo la loro devozione verso l’Apostolo.
Probabilmente, il Santo Padre emetterà prossimamente un Documento di indizione dell’Anno Paolino, stabilendone gli scopi ed i benefici spirituali per i fedeli.

L’Anno Paolino offrirà dunque, particolarmente per i cattolici, l’invito e l’occasione:
a) di riscoprire la grande figura dell’Apostolo Paolo, la sua molteplice ed instancabile attività, i suoi numerosi viaggi, raccontati particolarmente negli Atti degli Apostoli, scritti da San Luca;
b) di rileggere e studiare le sue numerose lettere, indirizzate alle prime comunità cristiane;
c) di rivivere i primi tempi della nostra Chiesa;
d) di approfondire il suo ricchissimo insegnamento, indirizzato a tutti e particolarmente ai « gentili » e meditare sulla sua vigorosa spiritualità di fede, di speranza e di carità;
e) di compiere un pellegrinaggio sulla sua tomba, e nei numerosi luoghi che Egli ha visitato, dove ha fondato le prime comunità ecclesiali;
f) di rivitalizzare la nostra fede ed il nostro ruolo nella Chiesa di oggi, alla luce dei suoi insegnamenti;
g) ed infine di pregare ed operare per l’Unità di tutti i cristiani in una Chiesa che sia unita, e che sia vero « Corpo Mistico di Cristo ».

Numerose sono le attività previste in occasione dell’Anno Paolino. Le potremmo raccogliere in programmi diversi e descriverle brevemente:
1) il programma pastorale,

- con celebrazioni liturgiche quotidiane ordinarie e straordinarie,
- con incontri di preghiera,
- con la celebrazione del sacramento della penitenza;
2) il programma religioso-culturale,

- con la lectio Pauli e la catechesi sui testi di San Paolo,
- con conferenze, meditazioni, convegni, riflessioni teologiche (sono in programmazione 5 o 6 grandi incontri da tenersi in Basilica, con esperti paolini ed importanti testimonianze di noti personaggi),
- con eventi musicali;
3) il programma dei pellegrinaggi,

- il primo pellegrino sarà lo stesso Santo Padre, il 28 giugno 2008 per aprire l’Anno Paolino, accompagnato da rappresentanze di chiese e comunità cristiane;
- non sarà aperta la Porta Santa (aperta nel 2000 e legata a quella delle altre Basiliche)
ma sarà aperta una ‘Porta Paolina’ (simmetrica alla Porta Santa) e sarà eretto un braciere con la ‘fiamma paolina’, che arderà per tutto l’anno, alimentata dai pellegrini;
- vari programmi prevedono: l’accoglienza, l’assistenza e l’accompagnamento di chi giunge in Basilica [con ufficio prenotazioni, accoglienza e fornitura di guide e di apparecchiature audio per gruppi];
- la programmazione di visite a luoghi paolini, in Roma (12 luoghi in Roma) o nel mondo (Terra Santa, Turchia, Malta, ecc) [N.B. tutta l’organizzazione tecnica dei pellegrinaggi che richiedono prenotazioni, trasporti e alloggi sarà assicurata dall’Opera Romana Pellegrinaggi];
4) il programma culturale ed artistico,

- con esposizioni, visite guidate alla Basilica, conferenze, concerti,
- con esibizioni di rappresentazioni figurative paoline nel mondo,
- con esposizioni di pubblicazioni paoline, di francobolli paolini, ecc.,
- con la coniazione di una ‘medaglia del bimillenario’,
- con l’emissione da parte del Governatorato SCV di un francobollo e di una moneta da due Euro;
5) il programma editoriale,

- con la pubblicazione (in varie lingue) di una « guida della Basilica »,
- con una nuova edizione degli Atti degli Apostoli e delle Lettere di S. Paolo,
- con l’attivazione di un sito web (www.annopaolino.org) che, costantemente aggiornato, offre la possibilità di vivere in diretta i momenti salienti dell’evento, e permetterà la richiesta di informazioni e di prenotazioni;
6) il programma di lavori e restauri,

vorrei solo accennare a vari lavori di restauro e di adattamento che sono già stati eseguiti o sono ora in corso nel complesso della Basilica e delle sue adiacenze:
- è già stato completamente restaurato e ripulito il grande trono papale nell’abside;
- sarà anche ripulito e restaurato il baldacchino di Arnolfo di Cambio sopra l’altare papale;
- è stata totalmente rinnovata l’illuminazione nel transetto, e si spera di completarla presto anche per le cinque navate;
- nelle prossime settimane saranno trasferiti altrove i due negozi di souvenirs, che si trovano in ambienti presso il chiostro, per delimitare una nuova area espositiva e museale, che comprende il chiostro cosmatesco ed alcune sale circostanti;
- è in corso la riparazione o sostituzione di marmi fortemente deteriorati nel pavimento nell’abside;
- all’inizio della cosiddetta ‘passeggiata archeologica’, che segna la via d’uscita dei pellegrini e visitatori, sarà creato un atrio coperto, con accesso ad una nuova base di ‘pronto soccorso’, ad un semplice punto di distributori automatici di bibite e viveri e ad un centro provvisorio per la vendita di souvenirs;
- è stata completamente rifatta e raddoppiata tutta l’area che contiene i servizi igienico-sanitari, adottando tecniche modernissime;
7) il programma ecumenico:

Le attività ed i programmi svolti nel corso dell’Anno Paolino saranno sempre fortemente marcati da una chiara dimensione ecumenica, invitando anche i fratelli delle varie denominazioni cristiane ad unirsi nella preghiera per l’unità di tutti i fedeli nel Corpo Mistico di Cristo, come il Santo Padre ha ancora ricordato e sottolineato proprio durante l’Angelus di ieri, domenica 20 gennaio, in occasione della « settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani ».
In particolare, vorrei osservare quanto segue. Dopo il Motu Proprio del 2005 la celebrazione del Battesimo per i fedeli nell’area di San Paolo spetta alla parrocchia della Diocesi di Roma competente per territorio, e quindi la Cappella destinata a Battistero, che si trova tra la Basilica ed il Chiostro, non è più normalmente usata per celebrare Battesimi. Essa sarà quindi trasformata in Cappella ecumenica. Manterrà certamente la caratteristica di Battistero con il fonte battesimale da un lato, ma sarà destinata ad offrire ai fratelli cristiani che lo richiedano un luogo speciale di preghiera, per i loro singoli gruppi che vengono pellegrini presso la tomba di Paolo, oppure anche per pregare insieme con i cattolici, senza celebrazione di sacramenti. In essa sarà riposto l’altare che contiene i resti di San Timoteo di Antiochia (martirizzato nel 311) e di altri ignoti martiri del IV secolo, che fu rimosso nel 2006 dall’ipogeo di San Paolo per poter rendere visibile il sarcofago dell’Apostolo.
Va ricordato che il Battesimo è il sacramento che unisce tutti coloro che credono in Cristo e sono marcati dal sigillo della redenzione, mentre i Martiri dei primi secoli testimoniano la primitiva unità di tutta la Chiesa.
È da notare anche che questa Cappella, ristrutturata in forma di croce greca ed adattata dall’architetto Arnaldo Foschini negli anni 1928-1930, contiene antiche colonne di origine greca, mentre tutte le pareti sono ricoperte da strutture e specchiature marmoree, che contengono numerose formelle di marmi pregiati, tutti differenti fra di loro, provenienti dalle più disparate parti del mondo, proprio ad indicare la diversità e l’unità di tutti i cristiani. Questa Cappella dunque, oltre a servire per uno scopo ben preciso, è piena di simbolismi che indicano e conducono all’unità di tutti i cristiani.
Concludo con una semplice riflessione:
Questo Anno Paolino aiuti tutti a pregare ed agire affinché possiamo dire con Paolo, l’Apostolo delle Genti : « non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2,20) e per poter dire con San Giovanni, l’Apostolo ed Evangelista : « affinché tutti siano una cosa sola » (Gv 17,21).
 

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