PAOLO AD ATENE (ATTI 17, 15-22)

PAOLO AD ATENE (ATTI 17, 15-22)

(stiamo leggendo questa parte degli Atti nella settimana VI di Pasqua)

stralcio dal libro: Bianchi F., Atti degli Apostoli, Città Nuova Editrice, Roma 2003

pagg. 196-198

15 Quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l’ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto.
16 Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. 17 Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. 18 Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: «Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere un annunziatore di divinità straniere»; poiché annunziava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero sull’Areòpago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? 20 Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta». 21 Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.

(questo è il testo della traduzione CEI, c’è qualche differenza di traduzione nel testo riportato dal professore, le più importanti sono:

v. 17: pagani credenti in Dio, il prof. scrive – più rigorosamente – « Timorati di Dio » che sono, i pagani credenti nella fede di Israele, non i cristiani;

v. 18: ciarlatano, nel testo « seminatore di chiacchiere »;)

testo:

« 15. Intorno al 50 d.C. Atene viveva oramai da tempo una lunga e grand tour della Grecia per conoscere meglio la filosofia e la cultura greca.

16-17. Nel suo racconto Luca entra subito in media res descrivendo lo sdegno che infiamma Paolo davanti ai tanti simulacri di divinità pagane che erano valsi agli ateniesi la fama di popolo assai religioso: questo sdegno era probabilmente alimentato dal pensiero del primo comandamento che vietata, com’è noto, di farsi immagine alcuna di Dio. I primi destinatari dell’evangelizzazione sono, come sempre, i giudei e i timorati di Dio, anch’essi presenti ad Atene, e poi gli ateniesi che frequentavano l‘agorà ossia la piazza dove si svolgeva il mercato cittadino: quest’ultima annotazione ha suscitato un certo scetticismo, poiché ricorderebbe troppo da vicino il modus operandi di Socrate, ma essendo l’agorà il centro della vita cittadina, è logico pensare che proprio da qui dovesse cominciare il suo generoso tentativo.

18. Su questo sfondo, così ricco di
Paolo incontra alcuni filosofi stoici ed epicurei, rappresentanti di due scuole filosofiche gloriose, ma agli antipodi per credenze e stile di vita. Lo stoicismo prende il nome dalla Stoa poikile – cioè dal portico dipinto, dove il cipriota Zenone di Cizico (340 a:c: – 265 a.C.) teneva all’inizio del III sec. a.C. le sue lezioni: dominato da una visione panteistica del mondo, lo stoicismo considerava l’uomo una scintilla del fuoco universale, al quale era destinato a ricongiungersi dopo la morte. Al tempo di Paolo, lo stoicismo aveva accentuato l’aspetto morale, sostenendo l’uguaglianza di tutti gli uomini e la necessità per il saggio di vivere secondo natura fino a scegliere il suicidio, se fosse minacciata la propria libertà.

Gli epicurei, discepoli di Epicuro (320 a.C. – 270 a.C.), invece, sostenevano che il fine dell’uomo fosse l’atarassia, cioè l’assenza di passioni e il conseguimento del piacere. Quanto agli dèi, essi vivevano negli intermundia senza influenzare la vita umana. Queste affermazioni erano valse agli epicurei le accuse di empietà e immoralità. Dialogando con questi filosofi, Paolo si guadagna l’epiteto di spermologos) che indica gli raccoglieva qua e là frammenti di diverse teorie per farne una dottrina coerente e accettabile. L’allusione a Gesù e alla risurrezione fa sì che Paolo venga scambiato per un banditore dei culti orientali. Il nome Gesù poteva essere facilmente frainteso con la parola iasis <guarigione> o con Iaso, la figlia di Asclepio e la risurrezione, anastasis con una guarigione totale: così si potrebbe spiegare l’accusa, peraltro già mossa in passato a Socrate e a Protagora, di voler importare in Atene delle divinità straniere.

19-21. Per chiarire la questione, Paolo è condotto all’Areopago che significa
. Il nome designava il consiglio cittadino, che fungeva anche da tribunale, ma che si riuniva oramai nel Portico Reale presso il mercato cittadino, e la stessa collina dove si poteva discutere in maniera più articolata. Paolo si rivolge a coloro che rappresentano, quasi in maniera ideale, la città più colta del mondo pagano e, come avevano già notato Tucidite e Demostene la più assetata di novità e al più affascinata dalle parole. Questa è forse la caratteristica più sorprendente per il lettore moderno: siamo in un villaggio globale ante litteram, che vuole sapere, conoscere e essere informato, ma che è altrettanto pronto a dimenticare quanto ha appena ascoltato in favore dell’ultimissima notizia. Di fronte a tale uditorio, che Luca considera in ultima analisi incapace di un ascolto reale, Paolo incultura il messaggio cristiano secondo le tradizioni culturali e religiose del luogo. »

(naturalmente il testo del docente analizza tutti gli Atti e, quindi, l’esegesi è preceduta e seguita da altre nella successione del testo, mi sembrava particolarmente interessante questa lettura sulla città di Atene e di come si presentava agli occhi di Paolo; c’è, alla fine dello studio sul soggiorno di Paolo ad Atene c’è una: « Attualizzazion »e che mi sembra particolarmente interessante e collima – sempre nei limiti della mia imperfetta-imperfettissima preparazione – comunque con il mio pensiero, con quanto intuisco, sulla predicazione di Paolo ad Atene e la propongo separatamente con il titolo:

PAOLO AD ATENE: RIFLESSIONE – ATTUALIZZAZIONE SULLA PREDICAZIONE DI PAOLO

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