Archive pour mars, 2008

Papa Benedetto: « In Cristo Gesù Dio stesso si è rivelato discendendo »

« In Gesù Cristo Dio stesso si è rivelato discendendo » 

Papa Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Libreria Editrice Vaticana 2007;   

pagg. 120-121; 

« Sulla bocca di Gesù tuttavia la parola acquista una profondità nuova. Fa parte della sua natura specifica il vedere Dio, lo stare faccia a faccia davanti a Lui, in continuo scambio interiore con lui – vivere l’esistenza di Figlio. Così l’espressione assume una valenza profondamente cristologica. Noi vedremo Dio quando entreremo nei « sentimenti di Cristo » (Fil 2,5). La purificazione del cuore si realizza nella sequela di Cristo, nell’unificazione con Lui. (Fil 2, 6-9). 

Queste parole segnano una storia decisiva nella storia della mistica. Mostrano la novità della mistica cristiana, che deriva dalla novità della rivelazione in Gesù Cristo. Dio discende, fino alla morte sulla croce. E proprio così si rivela nella sua autentica divinità. L’ascesa di Dio avviene nell’accompagnarlo in questa discesa. La liturgia d’ingresso al santuario del Salmo 24 riceve così un nuovo significato: il cuore puro è il cuore amante che si mette in comunione di servizio e di obbedienza con Gesù Cristo. L’amore è il fuoco che purifica e unisce ragione, volontà, sentimento, che unifica l’uomo in se stesso in virtù dell’azione unificante di Dio, cosìcché egli diviene servitore dell’unificazione di coloro che sono divisi: così l’uomo fa il suo ingresso nella dimora di Dio e può vederlo. Ed è questo che lo rende beato » 

LE LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLA SETTIMANA SANTA

LE LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLA SETTIMANA SANTA dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

immagine da:

http://santiebeati.it/ 

Domenica delle Palme – 16 marzo 2008

Seconda Lettura  Fil 2,6-11
Cristo umiliò se stesso, per questo Dio l’ha esaltato.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre.

commento di Mons. Ravasi a Fil 2,7:

(Lettera ai Filippesi, EDB 1993)

« Cristo Gesù non si comporta come Adamo, non usa della divinità in maniera dispotica, ma la lascia quasi cadere, spogliandosi di essa come di un manto, scegliendo la via della Kénosis. Appare il verbo famoso: il suo senso è più terrificante di . Per Paolo è il verbo tipico dell’incarnazione, cioè lo kenoûn. La traduzione greca di Is  53,12 nel contesto del quarto carme del servo di JHWH dice che il servo la sua vita nella morte, annullandosi quasi distruggendosi »

 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

immagine da:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20256

GIOVEDÌ SANTO – CENA DEL SIGNORE

Seconda Lettura  1 Cor 11, 23-26 


Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore.

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi 

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». 
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». 
Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. 

Paul de Surgy, Lettere di San Paolo, Edizioni San Paolo 1999 (Les épitres de Paul, Corinthiens, Bayard Éditions Paris 1997)

La tradizione eucaristica (11, 23-26) pag 295 (stralcio): 

Per esortare i fratelli di Corinto a celebrare la cena secondo lo spirito voluto dal Signore, Paolo riprende la catechesi tradizione che ha insegnato a Corinto. 

[citazione di 1Cor 11,23-26] 

« . Paolo non ha appreso mediante una rivelazione speciale ciò che era noto alle chiese: è da esse che ha ricevuto la catechesi eucaristica. Ma sottolinea l’origine divina di questo insegnamento: esso viene dal Signore. I versetti 23b-25 contengono un racconto tradizionale della cena del Signore: solo venticinque – trent’anni lo separano dall’istituzione dell’eucaristia, a cui si riallaccia attraverso la prima predicazione  di Paolo a Corinto e, al di là di essa, attraverso la tradizione della Chiesa di Antiochia, legata ai primi testimoni della comunità apostolica di Gerusalemme.  ...  L’espressione evoca forse l’antica Pasqua, portata a compimento dalla nuova Pasqua: l’agnello pasquale era la sola vittima che veniva mangiata durante la notte, e Gesù è l’ agnello della nuova Pasqua (1Cor 5,7). Essa colloca certamente l’istituzione dell’eucaristia nel contesto della passione, collegandola alla morte del Signore, sul piano cronologico ma ancor più su quello della sua realtà profonda. Di fronte alle divisioni della comunità, il termine
allude
certamente al tradimento di Giuda  (Lc 22,48). Più profondamente, rinvia al disegno di Dio, che ha
, il proprio Figlio sacrificandolo per tutti noi (Rm 4,25; 8,22: Gal 2,20; cfr. Is 53,6).
.. »

immagine da:

http://www.santiebeati.it/03/21/

VENERDÌ SANTO


PASSIONE DEL SIGNORE 
Seconda Lettura  Eb 4, 14-16; 5, 7-9 
Cristo imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
Dalla lettera agli Ebrei 
Fratelli, poiché abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno. 
Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. 

commento di: Albert Vahoye: Ebrei, Edizioni San Paolo 1999 (Ed Originale: Les dernières épitres: Hébreux, Bayard Éditions Paris 1997) sul versetto (4,15): « Non abbiamo infatti un sommo sacerdote che non possa compatire le nostre infermità » 

« Attraverso le proprie sofferenze ha acquisito una capacità di compassione che mantiene nella sua gloria. Non è incapace di <compatire le nostre infermità>. Quello che da a Cristo la sua immensa capacità di compatire e di aiutare è il fatto che egli si è fatto (4,15). Il predicatore lo ha già detto in 2,17-18. Aggiunge qui una precisazione importante: eccetto il peccato> …Ciò che dà alla passione di Cristo tutta la sua fecondità è evidentemente l’amore perfetto con cui l’ha affrontata, senza mai cedere ad alcun impulso del male (cfr. 9,14; 1Pt 2,22-23). sul versetto (5,7): « …nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche …a colui che poteva liberarlo da morte… » 

« Non è precisato lo scopo di questa preghiera. La qualifica attribuita a Dio suggerisce che Gesù abbia domandato al Padre di (Eb 5,7; cfr. Mt 26,39), ma il predicatore ricorda anche che Gesù assumeva nel contempo un atteggiamento di sottomissione o, più esattamente, di nel senso di rispetto religioso. Lasciava al Padre il compito di decidere il modo di esaudire, dicendogli: < Non come voglio io, ma come vuoi tu> (Mt 26,39). Questo atteggiamento, che faceva della preghiera un’offerta, ha aperto la via al miglior esaudimento possibile. Attraverso la sua risurrezione, Gesù è stato per sempre. » 

 

immagine da:

http://santiebeati.it/

VEGLIA PASQUALE DELLA NOTTE SANTA 

EPISTOLA  Rm 6, 3-11

Cristo risuscitato dai morti non muore più.

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani   
3. Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?  
4. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.  
5. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione.  
6. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7.  Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato.  
8. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9. sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui.  

10. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio.  
11.Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.  

commento del Prof. Jean Pierre Lémonon, Lettere di Paolo Editrice San Paolo, 1999 (Les épitres de Paul – Romains, Bayard Édition, Paris 1996:

stralcio, pagg. 98-99:

« La pericope è imperniata sul rapporto morte/vita (morte, morire, mortale: 15 volte; vita, vivere, vivente, risorgere: 9 volte), contrapponendo un’azione passata, che rientra nell’ambito della morte, e la vita scaturita dalla morte, pensata del resto in senso positivo. Un tempo presente, nato dalla comunione alla morte-risurrezione del Cristo, è un’èra di tensione. Infatti, il seppellimento dei cristiani con il Cristo fa di essi di « viventi per Dio in Cristo Gesù » (v. 11), e tuttavia la loro resurrezione è ancora di là da venire (v. 5; cfr. anche v. 8). 

Anzitutto, con l’interrogazione (v. 2b), Paolo destabilizza i suoi avversari: . In questi versetti egli esprime a modo suo una convinzione comune della comunità primitiva. La vita cristiana è incompatibile con il peccato perché, battezzati nella morte di Cristo, i cristiani sono pienamente assimilati a lui. Alcune espressioni composte con la preposizione [greco] indicano questa assimilazione al Cristo: (v. 4), (v. 6…) < se infatti siamo diventati un medesimo essere insieme con lui per l'affinità con la sua morte> (letteralmente: , v. 5; ….l’immagine complessiva in greco descrive bene la partecipazione a un medesimo movimento vitale). 

Questo tempo passato si è realizzato, una volta per tutte, per il Cristo come per i cristiani, perché sono stati battezzati nella sua morte. Tuttavia, benché i cristiani gli siano indissolubilmente legati, solo il Cristo ha compiuto il ritorno verso Dio. La realtà cristiana è espressa in termini di vita, e non di risurrezione. Morti al peccato, i cristiani attendono una pienezza (vv. 5b,8b). D’altra parte, la situazione presente del Cristo rientra in un sapere, in un’esperienza (v. ), mentre la partecipazione completa dei cristiani alla sua vita rientra nel campi del credere (v. 8b). Morte e peccato non hanno più alcun dominio sul Cristo (v 10), benché queste due forze ostili minacciano i cristiani che devono realizzare la morte al peccato nella loro vita quotidiana. 

Tenendo conto di queste differenze e conoscendo le difficoltà dei cristiani di Roma a vivere la loro nuova vita, Paolo rivolge ad essi un appello affinché diventino, in realtà, morti al peccato, viventi in Cristo (vv. 12-14: 12. Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; 13. non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi, tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. 14. Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia.) »

immagine da:

http://santiebeati.it/index.html

LITURGIA DELLA PASQUA DI RISURREZIONE DEL SIGNORE 

 

Seconda Lettura  Col 3, 1-4
Cercate le cose di lassù, dove è Cristo.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 
Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
 

Oppure: 
 1Cor 5, 6b-8


Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 


Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. 
Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! 
Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità. 

 

commento del prof. Gérard Rossé, docente di Sacra Scrittura all’Istituto Biblico di Roma, dal testo: 

Gérad Rossé, Lettera ai Colossesi, Lettera agli Efesini, Città nuova Editrice, Roma 2001, 

 

 commento alla Lettera ai Colossesi 3, 1-4, stralcio pag. 47-48 

 

« Essere morti con Cristo nel battesimo, partecipare al mistero pasquale, è partecipare fin d’ora alla vita di risurrezione di Gesù. L’accento è fortemente messo sulla realtà presente della salvezza: già siamo risorti con Cristo. Il battezzato è, quindi, già arrivato? Sì e no! L’autore non si illude poiché continua « cercate le cose di lassù>. Il cristiano non è dispensato dallo sforzo morale, anzi più che mai è chiamato a vivere una esistenza in conformità con ciò che già egli ha ricevuto. Giungere al compimento non esige ora uno sforzo stressante come se dovesse raggiungere una meta lontana, conquistare una realtà distante. Il battezzato ha già gratuitamente ricevuto ciò che deve raggiungere: egli è già risorto con Cristo, e potrà di conseguenza agire secondo la realtà nuova ricevuta, diventare ciò che egli è, entrare nella dinamica di risurrezione che già agisce nel presente. Il battesimo orienta l’intera esistenza del convertito verso le , cioè verso il mondo di Dio, là dive si trova Gesù risorto, alla destra di Dio, nella sua realtà di Sovrano del Cosmo. 

… 

Il credente è già nuova creazione nel profondo di sé dove abita la Trinità, porta in sé una vita che per il momento è nascosta, visibile soltanto alla fede. E questa vita nuova è partecipazione a quella stessa di Dio, per l’unione vitale con Cristo. 

Anche se l’apostolo pone l’accento sulla salvezza come realtà presente e afferma che i credenti, con il battesimo, sono già morti e risorti con Cristo, egli tuttavia non abbandona la verità della Parusia vista non come il ritorno glorioso di Gesù, ma come la sua manifestazione gloriosa…La Parusia renderà visibile la Sua presenza definitiva. La relazione nuova con il mondo che Gesù acquistò nella risurrezione. Diventerà allora manifesta la condizione gloriosa del Risorto, non perché, come nelle apparizioni pasquali, egli si adatta alla condizione del mondo, ma perché questo mondo sarà elevato alla dimensione del Risorto. »

la bellissima: « Lettera della Conferenza Episcopale della Turchia in occasione delle anno Paolino »

dal sito: 

http://www.fides.org/ita/documents/turchia-_lettera_dei_vescovi_anno_paolino.doc

Lettera della Conferenza Episcopale della Turchia in occasione dell’Anno Paolino 

2008 – 2009 

+ Mons. Luigi PADOVESE

Vicario Apostolico dell’Anatolia

Presidente della Conferenza Episcopale di Turchia

+ Mons. Georges KHAZOUM

Vescovo Ausiliare degli Armeni Cattolici di Turchia

Vice Presidente della Conferenza Episcopale di Turchia

+ Mons. Hovhannes TCHOLAKIAN

Arcivescovo degli Armeni Cattolici di Turchia

+ Mons. Ruggero FRANCESCHINI

Arcivescovo e Metropolita di Izmir

+ Mons. Louis PELÂTRE

Vicario Apostolico di Istanbul e Ankara

+ Corepiscopo Mons. Yusuf SAĞ

Vicario Patriarcale dei Siriani Cattolici di Turchia

+ Mons. François YAKAN

Vicario Patriarcale dei Caldei di Turchia

 

Paolo, Testimone ed Apostolo dell’identitá Cristiana 

Cari fratelli e sorelle, 

            “grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. 

Vi salutiamo con questo augurio che l’apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani della  Chiesa di Roma. 

            Come saprete, il  Santo Padre Benedetto XVI  ha annunciato che dal 28 giugno 2008  sino al 29 giugno 2009
la Chiesa cattolica celebrerà il bimillenario della nascita di San Paolo. 

            Questo evento riguarda  tutte le comunità cristiane, dal momento che Paolo è maestro per tutti i discepoli di Cristo, ma riguarda particolarmente noi viventi in Turchia, l’apostolo delle genti  è figlio di questa terra ed è in essa che egli ha svolto prevalentemente il suo ministero. Fu qui che egli percorse, in meno di trent’anni, la più parte delle 10000 miglia dei suoi viaggi.  Soprattutto qui sperimentò ostilità, pericoli mortali,  carcere, battiture, privazioni di ogni genere, pur di annunciare Gesù Cristo ed il suo vangelo. 

            Divenuto membro della Chiesa di Antiochia, partì da questa comunità per i suoi viaggi missionari percorrendo in lungo e in largo l’attuale Turchia:  Seleucia, Iconio, Listra, Derbe, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, Antalia, Perge, Troade sono soltanto alcuni nomi delle località dell’attuale Turchia nelle quali si recò quale testimone di Cristo. Ma sappiamo che molti altri luoghi della nostra terra hanno conosciuto il suo zelo di apostolo.  Là dove egli non arrivò personalmente giunsero però le sue lettere. La lettera ai cristiani della Galazia, quella agli Efesini, ai Colossesi, al cristiano Filemone di Colossi ci mettono al corrente di un’attività che non si limita all’annuncio orale, ma si estende all’esortazione scritta. Paolo fa di tutto e si fa veramente tutto a tutti (1Co 9,22)  purché  “Cristo sia annunciato” (Fil 1,18) Dalla città di Efeso, nella quale l’apostolo rimane per circa tre anni, egli compose la lettera ai Galati, ai Filippesi e la prima lettera ai Corinti. 

            Ma chi era questo “giudeo di Tarso di Cilicia” (At 21,39) che oggi ricordiamo come il grande ‘apostolo dei gentili’? Nacque a Tarso, presumibilmente tra il 7 e il 10 d.C., e nella città natale trascorse l’infanzia. Per proseguire la sua formazione fu inviato a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele che lo educò “secondo le più rigide norme della legge paterna” (At 22,3). Questa sua adesione alla legge ed alla tradizione ebraica lo oppose ben presto al primo gruppo cristiano che  prese a perseguitare (Gal 1,13-14). L’evangelista Luca ci racconta che era tra i più zelanti nel ricercare i cristiani provenienti dal giudaismo per metterli in carcere (At 9,1-3). Ancora da Luca apprendiamo che Paolo fu tra coloro che approvarono l’uccisione di Stefano (At 8,1). Tale era il suo odio per la prima comunità dei discepoli di Gesù! 

            Eppure, nei pressi di Damasco, un evento mutò radicalmente questo nemico dei cristiani in un amante appassionato di Cristo e della sua Chiesa. Cristo irrompe fulmineamente nella vita di  questo fanatico zelante della Legge e lo trasforma in apostolo del Vangelo. L’onestà  e la totale dedizione con la quale Paolo osservava
la Legge sino a perseguitare i cristiani, ora è messa in questione dall’incontro con Cristo che lo acceca per ridargli una nuova visione della realtà. Come scrisse Giovanni Crisostomo: “poiché vedeva male, Dio lo rese cieco a fin di bene…eppure non furono le tenebre ad accecarlo, ma fu un eccesso di luce che l’accecò” (Panegirico IV su Paolo  2) 

            A Damasco  Paolo avvertì che la scrupolosa osservanza della Legge non basta a salvare.
La Legge senza amore è come un corpo morto, tanto più se in nome di questa Legge, si arriva a perseguitare e uccidere chi non la osserva. 

            Questo episodio ci fa capire che è l’incontro con Cristo a salvare e non la sola scrupolosa osservanza dei comandamenti. Dinanzi ad una tendenza legalistica sempre presente che trasforma Dio in un idolo e il rapporto con Lui in un contratto senza adesione del cuore, Paolo con la sua esperienza di Damasco ci ripete ancor oggi: l’autore della tua salvezza è Cristo. E’ Lui  “il compimento della legge” (Rom 10,4). Pensare di costruirsi con le sole forze umane una propria santità è un fallimento. 

            Dopo Damasco la vita di Paolo segna un totale cambio di rotta. Battezzato ed istruito nella fede cristiana a Damasco dal cristiano Anania (At 9,10ss) egli si mise a predicare quanto aveva “visto ed udito” (At 22,15). E’ dunque l’esperienza del Cristo risorto che lo rende testimone, proprio come aveva reso testimoni gli apostoli (“venite e vedete”) e l’incredulo Tommaso (“guarda le mie mani, metti la tua mano nel mio costato…” (Gv 20,27). Per  la crescente ostilità dei suoi correligionari  dovette fuggire in Arabia (Gal 1,17). Ritornato a Damasco, Paolo si attirò le antipatie dello sceicco che governava e dei giudei ivi residenti, delusi delle sua trasformazione da fervente fariseo in missionario cristiano. La sua vita era ormai in costante pericolo, per questo alcuni amici lo calarono in un cesto dalle mura cittadine, dal momento che le porte della città erano sorvegliate (At 9,23-25). 

            E’ in questo tempo che egli si recò a Gerusalemme per incontrare gli apostoli, ma – come riferisce Luca – “tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo” (At. 9,26). Fu  Barnaba a presentarlo agli apostoli  ed alla comunità, parlando loro della esperienza di Damasco. Rimasto per qualche tempo a Gerusalemme, Paolo continuò anche qui ad annunciare il Signore, ma il tentativo di ucciderlo messo in atto da parte di alcuni ebrei, lo costrinse a fuggire a Tarso (At 9,30). 

            Nella sua città natale rimase circa quattro anni, sino a quando, cioè, Barnaba venne a cercarlo per chiedere il suo aiuto nell’evangelizzazione di Antiochia (At 11,25). D’ora innanzi la comunità antiochena sarà per Paolo
la Chiesa di appartenenza. Infatti è da qui che egli parte la prima volta in missione con Barnaba (At 13,2-3) e vi fa ritorno (At 14,26-28); lo stesso avverrà per il suo secondo viaggio (At 15,36-40. 18,18-22) e da qui inizierà ancora il terzo (At 18,23). 

            Ad Antiochia  Paolo e Barnaba non avevano imposto la circocisione ai pagani convertiti, mentre alcuni giudeo cristiani venuti dalla Palestina ne sostenevano la necessità. La discussione che ne seguì originò il cosiddetto “concilio apostolico di Gerusalemme” (circa 49 d.C.) in cui si diede ragione a Paolo e a Barnaba, dichiarando i convertiti dal paganesimo esenti dalla legge mosaica (At 15,5-29). Con questa decisione la prima comunità cristiana prese atto che il cristianesimo non andava inteso come la forma più perfetta della religione giudaica, ma come una realtà radicalmente nuova. E a questa decisione Paolo concorse in modo decisivo. Anche il  confronto che ad Antiochia lo oppose a Pietro era da lui inteso come un modo di salvaguardare la nuova identità cristiana da compromessi o arretramenti  (Gal 2,11-14). 

            I viaggi che portarono Paolo ad attraversare ripetutamente la nostra terra di Turchia sino alla Grecia sono registrati dall’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli e sarebbe bene che ciascuno di voi riprendesse in mano questo testo per rendersi conto delle fatiche sostenute dall’apostolo nell’annuncio del Vangelo  Noi ci limitiamo a ricordare la presenza di Paolo ad Antiochia di Pisidia, l’odierna Yalvac e ad Efeso (Selcuk). 

            Ad Antiochia di Pisidia Paolo giunse intorno all’anno 47  provenendo da Perge (At 13,14-52). Nella sinagoga locale Paolo, percorrendo le tappe salienti della storia della salvezza, dall’Antico Testamento fino a Giovanni Battista, egli giunge sino alla proclamazione di Gesù, Messia e Figlio di Dio. Questa storia della salvezza è suggellata proprio dalla resurrezione del Signore, nella quale Paolo vede realizzate tutte le  promesse messianiche.  C’è dunque un filo unico che sta sotto la storia dell’umanità. Dio non ha creato il mondo e l’uomo per poi abbandonarli a se stessi, ma persegue un disegno di amore che trova in Cristo la piena manifestazione. Credere in Cristo significa credere nell’amore di Dio che è da sempre ed è per tutti. Questo l’annuncio fatto dall’apostolo che troverà alcuni pronti ad accoglierlo ed altri contrari al punto da costringerlo a fuggire da Antiochia (At 13,50-52). 

            Altra tappa significativa dei viaggi di Paolo  fu la città di Efeso nella quale Paolo soggiornò per circa 3 anni (54-57 ca.) svolgendo un’ampia e difficile opera di evangelizzazione che lo contrappose sia ai giudei che ai pagani locali. Accennando alle abbondanti sofferenze di questo periodo, egli stesso ricorderà di “aver combattuto ad Efeso contro le belve” (1Co 15,32). Nella seconda lettera ai Corinti (1,8-9) parla di una “tribolazione che ci è capitata in Asia e che ci ha colpito oltre misura, al di là delle nostre forze, così da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte…Da quella morte però Egli ci ha liberato”. Infine nella lettera ai Romani allude ad una prigionia, presumibilmente subita proprio ad Efeso (Rom 16,3.7). 

            Cari fratelli, annunciare Gesù Cristo per Paolo è stata una necessità che nasceva dall’amore per Lui. Ciò significa che chi incontra Cristo non può fare a meno di annunciarlo, sia con la vita che con le parole. Come disse dell’apostolo un altro figlio della nostra terra, Giovanni Crisostomo, “è in virtù dell’amore che Paolo è diventato quello che è stato. Non venirmi a parlare dei morti che ha risuscitato, né dei lebbrosi che ha sanato; Dio non ti chiederà niente di questo. Procurati l’amore di  Paolo e avrai la corona perfetta” (Panegirico III su Paolo 10). 

            Il sangue che l’apostolo versò a Roma intorno al 67 d.C. sotto l’imperatore Nerone,  non fu altro che il naturale epilogo di una vita spesa per Cristo e per i propri fratelli. Tempo prima ai cristiani di Filippi aveva scritto: “anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi” (2,17). 

            Fratelli e sorelle di Turchia, Paolo è patrimonio di tutti i discepoli di Cristo, ma lo è particolarmente di noi che siamo figli di questa terra che lo ha visto nascere, predicare Cristo senza sosta e testimoniarlo in tante prove. Eppure questo nostro legittimo vanto sarebbe sterile se non si traducesse in un maggiore impegno di imitazione. Guardiamo al persecutore divenuto messaggero del vangelo e comprendiamo che Dio può trasformare anche noi, purché lo vogliamo. Con la sua vita da cristiano, Paolo ci ricorda che Dio non può nulla se noi non collaboriamo con la sua grazia.  Come ci ricorda ancora Giovanni Crisostmo “Niente ci impedirà di diventare come Paolo se lo vogliamo veramente. Egli divenne così non soltanto in virtù della grazia, ma anche dell’impegno personale” (Panegirico V su Paolo 2-3). Qual è il messaggio che oggi l’apostolo consegna a noi, cristiani di Turchia? 

            Noi vescovi pensiamo che dalla miniera delle sue lettere alcuni elementi possano essere particolarmente utili alle nostre comunità che vivono in una situazione di minoranza religiosa.      Siamo immersi in un mondo musulmano dove la fede in Dio è ancora ben presente, sia nei suoi aspetti tradizionali che nell’affermarsi di nuove organizzazioni religiose islamiche. Proprio questa situazione, per alcuni aspetti simile a quella delle prime comunità viventi in diaspora, ci impone una più chiara coscienza della nostra identità. Paolo ci richiama all’elemento fondativo di questa nostra identità cristiana che non riguarda  la fede in Dio, comune con i fratelli musulmani e con tanti altri uomini, ma la fede in Cristo come  “Signore” (1Co 12,3), colui che “Dio ha risuscitato dai morti” (Rom 10,9). Nelle Lettera ai Colossesi  l’apostolo scrive addirittura  che “in Cristo (…) abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( 2,9). L’espressione è inequivocabile e ci ricorda che non possiamo incontrare Dio se non attraverso Cristo. Egli è la porta e il ponte tra il Padre e noi. “Uno solo – leggiamo nella 1 Lettera a Timoteo (2,5) – è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo che ha dato se stesso in riscatto per tutti”. 

            Paolo ha avvertito tutta la difficoltà di annunciare Cristo, Dio-uomo, che ci salva attraverso la sua incarnazione e la sua morte in croce. Questa è ancora oggi la vera porta stretta di cui  parla il vangelo. La porta stretta non sono, dunque, l’accettazione  dei precetti morali della Chiesa e neppure la pesantezza umana delle sue strutture, ma quello scandalo della croce che ai non cristiani appare ancor oggi “follia e stoltezza”,  ma che Paolo annuncia come componente essenziale ed ineliminabile della fede cristiana e anzi espressione della potenza di Dio (1Co 1,18). 

            Questa accondiscendenza di Dio, che in Cristo si rende presente tra di noi fino a morire in croce, va interpretata come manifestazione di quella carità che costituisce l’essenza di Dio ineffabile, la cui trascendenza non va misurata soltanto con il metro dell’essere, come ha fatto la filosofia, ma con quello dell’amore. Non dimentichiamo forse che all’onnipotenza dell’essere corrisponde un’onnipotenza nell’amore?  L’amore non è un attributo di Dio, ma è la sua essenza. Quello che Paolo, pertanto, ci ricorda è che non dobbiamo porre limiti ‘umani’ a questo amore per noi. Questo è il paradosso della fede cristiana confermato dall’incarnazione e morte di Cristo. 

            Eppure l’apostolo che con l’esempio e la parola ci rafforza nell’identità cristiana,  è anche l’uomo del dialogo. Abituato ad incontrare uomini di etnie e tradizioni religiose diverse, Paolo ha compreso che lo Spirito di Cristo non è soltanto presente nella Chiesa, ma la precede ed agisce anche fuori di essa. Come ebbe ad affermare ad Atene: “Dio ha creato tutto…perché gli uomini lo cerchino e si sforzino di trovarlo, anche a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi” (At 17,26-28). 

            Su questa base siamo invitati ad intensificare il dialogo con il mondo musulmano: il dialogo della vita, dove si convive e si condivide; il dialogo delle opere, dove cristiani e musulmani operano insieme “in vista dello sviluppo integrale e della liberazione della gente”; il dialogo dell’esperienza religiosa, dove si compartecipano le ricchezze spirituali, per esempio “per ciò che riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e le vie della ricerca di Dio o dell’Assoluto” (Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – Dialogo e annuncio 42). Infine il dialogo degli scambi teologici, dove ci si sforza di meglio conoscersi in vista di un maggiore rispetto reciproco. Questo dialogo non significa mettere da parte le proprie convinzioni religiose. Si dialoga veramente quando ciascuno rimane se stesso, mantenendo intatta la propria identità  di fede, non tacendo mai, per nessuna ragione, quanto potrebbe apparire difficile da capire per chi non è cristiano. Come scriveva un antico Padre della Chiesa, Ilario vescovo di Poitiers “per il fatto che i sapienti del mondo non capiscono certe cose ed anzi appaiono stolte, forse che anche  per noi lo sono?…Allora non gloriamoci della croce di Cristo, perché è scandalo per il mondo; e neppure predichiamo la morte del Dio vivente, perché non sembri agli empi che Dio è morto” (Liber de Synodis 27,85). A questo annuncio Paolo è rimasto fedele, senza cercare di adolcirlo e senza restrizioni mentali. Anzi quello che per il mondo è stato scandalo e stoltezza, per lui è la prova scolvolgente dell’amore di Dio per l’uomo e lascia il posto ad un profondo senso di riconoscenza. Infatti, quanto meno queste cose convengono alla maestà di Dio e tanto più dobbiamo sentirci obbligati nei suoi confronti (Ilario di Poitiers). 

            Se in questo incontro con il mondo non cristiano l’apostolo ci è maestro, nei rapporti tra comunità cristiane differenti egli è maestro e fondamento di unità. Come ricordava Benedetto XVI, indicendo l’anno paolino, “l’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare
la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani”..
 

            Ancora oggi egli invita tutti noi a puntare lo sguardo su Cristo, superando non soltanto eventuali resistenze, ma anche il disinteresse per chi non appartiene alla ‘nostra’ Chiesa. L’apostolo che sperimentò la difficoltà dell’annuncio del Vangelo, anche da parte dei fratelli di fede, ci ricorda come quello che conta è che Cristo “venga annunciato” (Fil 1,8), ma ci richiama pure alla nostra comune responsabilità nei confronti di quanti non sono cristiani. Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni.     Tertulliano, parlando dei cristiani, coglieva l’ammirazione di certi pagani con queste semplici parole: “Guarda come si amano!” (Apologetico 39).  Il mondo musulmano che ci circonda può dirlo oggi di noi?  Lo potrà dire se tradurremo in gesti concreti la nostra consapevolezza di essere “stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1Co 12,13). L’esistenza di questo fondamento non può essere smentita da tutte le diversità dell’organizzazione locale e da tutta la differenziazione nell’espressioni dottrinale-teologica. Ogni comunità cristiana già dalla sua costituzione si edifica unitariamente sul “fondamento degli apostoli e dei profeti” e raccoglie tutti i membri e gruppi nell’edificio di cui la pietra angolare e chiave di volta è Cristo” (Ef 2,20). 

            Cari fratelli, quanto vi abbiamo scritto è poca cosa rispetto al tesoro di suggestioni e di consigli che ci provengono dalle lettere di Paolo.  Questi suoi scritti, lungo la storia, sono sempre stati stimolo ed anche esame di coscienza sul modo di essere cristiani. Contro i sempre ricorrenti tentativi di rendere la fede cristiana un fenomeno religioso che non esige conversione, Paolo è sempre pronto a ricordarci che “cristiani non si nasce, ma si diventa”.   

            Pertanto, in  preparazione dell’anno paolino, vi esortiamo a leggere personalmente le sue lettere, a farne motivo di studio all’interno delle parrocchie, a coltivare iniziative ecumeniche. Da parte nostra vi invitiamo a recarvi da pellegrini in luoghi di memoria paolina che abbiamo il privilegio di possedere nella nostra terra: Tarso, Antiochia, Efeso. 

In quanto Chiesa cattolica di Turchia terremo un pellegrinaggio nazionale a Tarso- Antiochia. 

Altre iniziative, assieme ai nostri fratelli ortodossi e protestanti vi verranno proposte nei prossimi mesi. 

            Cari fratelli, alimentiamo in noi la certezza che avvicinandoci a Paolo ci avvicineremo di più a Cristo. La fede dell’apostolo nel Cristo risorto, la sua speranza contro ogni speranza umana, la sua carità nel farsi tutto a tutti siano la misura del nostro essere cristiani in questa amata terra di Turchia. 

Il Signore vi benedica 

I vostri Vescovi, 

IL SOGGIORNO DI PAOLO IN ARABIA (Gal 1,16b-17)

 IL SOGGIORNO DI PAOLO IN ARABIA (Gal 1,16b-17) dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio lw13%20st%20paul

http://www.saintbonifacesf.org/tour_lower_windows.htm

IL SOGGIORNO DI PAOLO IN ARABIA (Gal 1,16b-17) 

il professor Alfio Marcello Buscemi in San Paolo vita opera messaggio, pagg. 51-54, che ho già utilizzato in alcuni commenti, inserisce dopo l’evento di Damasco un soggiorno di Paolo in Arabia, la notizia è contenuta in Gal 1,16b-17: 

« 16. Subito, senza consultare nessun uomo,  17. senza andare a Gerusalemme  da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco » 

La notizia, scrive il docente, sembra contrastare con il racconto di Atti 9, 8-20 dove si narra che Saulo fu costretto a rimanere a Damasco prima per tre giorni in stato di cecità assoluta ed in seguito ancora per molti giorni che sarebbero l’equivalente di tre anni; 

in realtà non c’è alcun motivo per dubitare che Paolo sia stato in Arabia anche se in Atti la notizia non appare; 

scrivo solo il pensiero del docente senza proporre le obiezioni; 

in Galati si trova l’avverbio « subito » questo va interpretato nel senso di « alcuni giorni » dopo la sua conversione Paolo lascia Damasco per andare in Arabia; in questo brevissimo soggiorno, l’apostolo non predicò certamente il Vangelo altrimenti ne avrebbe fatto cenno in Galati, ossia nel passo citato; 

probabilmente – scrive -  Paolo cercò in questo breve tempo di ritirarsi nella sona desertica dell’Arabia, la domanda è: perché Paolo andò in Arabia? quale regione poteva indicare? 

il termine Arabia al tempo di Paolo non indicava né il deserto arabico, né l’attuale Arabia, ma l’immensa zona semidesertica e popolata che si estendeva, da Nord a Sud, dalla Siria fino al Mar Rosso e l’Oceano Indiano e, da Est ad Ovest dal Golfo Persico fino al Giordano; quindi comprendeva oltre l’attuale Arabia anche parte della Siria e dell’attuale Giordania. Questo immenso territorio era divenuto provincia romana e si trovavano in essa città molto ricche e rinomate come Petra, Gerasa, Pella, Filadelfia (l’attuale Amman), il territorio apparteneva al Regno dei Nabatei. In questo paese c’era una massiccia presenza giudaica in quanto confinava con la Palestina e vi si svolgeva una intensa attività commerciale; 

l’ipotesi di alcuni che Paolo potesse esservi andato per una prima evangelizzazioni non appare plausibile, non sarebbe infatti sfuggita all’autore degli Atti l’inizio della missione apostolica di Paolo anche se fallimentare, del resto Paolo non aveva ottenuto risultati positivi neanche ad Atene;  San Girolamo nel suo commentario alla lettera ai Galati sembra già conoscere, oltre la prima opinione, anche l’altra ossia che Paolo andò in Arabia per riflettere, meditare  e approfondire la sua esperienza a Damasco; 

forse fu anche prudenza da parte di Paolo per non provocare una reazione immediata nella comunità giudaica di Damasco contro di lui e contro la comunità cristiana locale; 

questo spiega anche la brevità della permanenza in quella regione, il silenzio degli Atti cui interessava mettere in evidenza la predicazione damascena di Paolo;

Mons.Gianfranco Ravasi : Paolo ai cristiani di Roma

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi9.htm

GIANFRANCO RAVASI (2001)

Paolo ai cristiani di Roma

Se stiamo al computo dei versetti – la cui numerazione è stata introdotta per la prima volta nel 1528 da Sante Pagnini in un’edizione della Bibbia pubblicata a Lione -, le tredici lettere che portano il nome di Paolo ne contano 2.003 su un totale di 5.621 dell’intero Nuovo Testamento.
Siamo, quindi, in presenza di un vasto materiale che però, nonostante sia letto a brani ogni domenica e spesso durante le settimane dalla liturgia, rimane lontano da una conoscenza approfondita da parte dei cristiani.
Eppure l’apostolo ha esercitato un influsso profondo non solo sulla teologia, ma anche sull’intera cultura dell’Occidente.
Noi ora durante la Quaresima vorremmo dedicare la nostra rubrica alla lettera più importante, quella ai Romani, considerata come il capolavoro teologico paolino, ma anche come uno dei testi capitali della storia della cristianità e della stessa civiltà occidentale.
Uno dei commentatori di questo scritto, Paul Althaus, affermava: «Le grandi ore della storia della Chiesa sono state le grandi ore della lettera ai Romani».
Basti solo pensare alle lezioni che Lutero tenne su queste pagine paoline nel 1515- 16, alle soglie di quella svolta che sarà la riforma protestante.
È curioso notare che l’autografo di quelle note che sono state tradotte e commentate ottimamente da un mio amico e collaboratore, Franco Buzzi per le edizioni San Paolo – è stato, sì, scoperto, Berlino nel 1908, ma una copia era già venuta alla luce nel 1889 nientemeno che nella Biblioteca Vaticana.
Ed è altrettanto curioso osservare che la lettera ai Romani causa di divisione e tensione nella cristianità, è divenuta ai nostri giorni uno strumento di dialogo ecumenico: è. infatti, con la versione di questa lettera che è iniziata nel 1967 in Francia la pubblicazione della Traduzione ecumenica della Bibbia.
Quest’opera paolina, considerata da Filippo Melantone (uno dei padri con Lutero della Riforma protestante) «il compendio della dottrina cristiana», «è attraversata, come un cielo da lampi, da grida di dolore e di gioia, da dialoghi concreti e da confessioni drammatiche» (così la descriveva un noto esegeta cattolico ora scomparso, Salvatore Garofalo).
Paolo la scrive da Corinto tra il 55 e il 58 con l’aiuto di uno scriba di nome Terzo che si firma in 16,22 («Vi saluto nel Signore anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera»).
Noi ovviamente non potremo né vorremmo offrire un commento ai 432 versetti di questa lettera indirizzata alla Chiesa insediata nel cuore dell’impero, in una Roma che allora ospitava forse un milione di abitanti, tra i quali si contavano cinquantamila ebrei con ben tredici sinagoghe.
Il nostro sarà solo uno sguardo dall’alto, cercando di cogliere i temi e i simboli delle pagine più intense ed esaltanti, attingendo soprattutto alla prima parte dell’opera, quella che esprime il cuore del pensiero paolino (capitoli 1-11).

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO: DALLA « SPE SALVI » 26

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO 

DALLA « SPES SALVI » 26: 

« Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di « redenzione » che dà senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’esser umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: , qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha . Per mezzo di Lui siamo diventi certi che Dio – di un Dio che nostituisce una lontana del mondo, perché il suo figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: (Gal 2,20) »

SAN PAOLO – LA CONVERSIONE

SAN PAOLO - LA CONVERSIONE dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio 

immagine dal sito:

http://santiebeati.it/immagini/?mode=album&album=20700&dispsize=Original

SAN PAOLO LA CONVERSIONE 

I TESTI DEGLI ATTI 

ATTI 9, 1-9 – la Vocazione di Saulo 

1 Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote 2 e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. 3 E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all`improvviso lo avvolse una luce dal cielo 4 e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ». 5 Rispose: « Chi sei, o Signore? ». E la voce: « Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6 Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare ». 7 Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. 8 Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, 9 dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda. 

ALTRI TESTI DAGLI ATTI: 

CAP. 22, 6-11 

(Arringa di Paolo ai Giudei di Gerusalemme) 

[6]Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me;
[7]caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?
[8]Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti.
[9]Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava.
[10]Io dissi allora: Che devo fare, Signore? E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia.
[11]E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco.
 

CAP. 26, 12-16 

(discorso di Paolo davanti al re Agrippa) 

[12]In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno
[13]vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio.
[14]Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo.
[15]E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti.
[16]Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora.
[17]Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando
[18]ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me. 

STRALCIO DAL LIBRO DEL PROF. BUSCEMI 

Il senso dell’ »evento di Damasco » 

Buscemi, A.M. San Paolo vita opera messaggio, Franciscan Printing Press 1996 

pag 31: 

« Siamo dinnanzi all’avvenimento più importante della vita di Paolo e, dopo la Resurrezione di Cristo, l’evento che più ha influito sul cristianesimo primitivo e di tutti i tempi. Eppure Paolo nelle sue lettere non vi fa mai direttamente cenno: allude ad un’ « esperienza » che ha mutato totalmente e radicalmente la sua vita, ma non la concepisce come qualcosa di isolato. » 

pagg. 44-47 

« Molti hanno parlato e continuano a parlare di conversione, ma il termine non si adatta bene al caso eccezionale di Paolo. Anzi, genera confusione e tradisce il senso profondo dei testi, sia delle Lettere che degli Atti. Per Paolo non si trattò di passare da una religione ad un’altra: fino a quel momento il cristianesimo non aveva ancora operato nessuna rottura ufficiale con il giudaismo e quindi al massimo Paolo sarebbe passato da una setta giudaica ad un’altra setta giudaica; né si trattò di una crisi religiosa – il testo di Rom 7,7-25 non ha certamente valore autobiografico – che determinò il passaggio da una fede mediocre ad un’esistenza religiosamente più impegnata: Paolo è sempre stato un uomo zelante di Dio e della sua legge.

Il mutamento di Paolo è stato qualcosa di più radicale: a contatto con Cristo egli è divenuto una « creatura nuova ». Dio, facendo irruzione nella sua vita per mezzo di Cristo, ha determinato in lui una nuova creazione, qualitativamente e radicalmente diversa. Paolo stesso, forse richiamandosi a questa sua esperienza damascena, dirà in 2Cor 5,17: « Chi è in Cristo, questi è una nuova creatura ». La luce del volto di Cristo brillò per opera di Dio nella sua vita: « Iddio che ha detto: ‘Dalle tenebre lampeggi la luce’ (Gen 1,3), proprio lui ha brillato nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo » (2Cor 4,6). « Da quel momento considerai tutto una perdita di fronte alla suprema cognizione di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ho stimato come immondizia allo scopo di guadagnare Cristo e ritrovarmi in lui non con la mia giustizia che deriva della legge, ma con quella che si ottiene con la fede » (Fil 3,8-9). Il fariseo Paolo, che fino allora aveva esaltato al di sopra di ogni cosa la legge, da quel momento in poi dirà: « La mia vita è Cristo » (Fil 1,21), « perché niente ha valore né l’essere ebreo né gentile, ma ciò che conta è essere una nuova creatura » (Gal 6,15); nessun’altra sapienza di questo mondo ha più importanza, se non conoscere Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo crocifisso (1Cor 2,2); e rifiutando il vanto della legge dirà: « Quanto a me, di nessun’altra cosa mi glorierò se non della Croce del Signore nostro Gesù Cristo, sulla quale il mondo per me fu crocifisso e io per il mondo » (Gal 6,14). Cristo è divenuto per lui il « termine della legge » (Rom 10,4): ha finito il suo ruolo di « pedagogo » (Gal 3,24) e ha trovato il suo totale perfezionamento nella « legge di Cristo » (Gal 6,2), nella legge dell’amore (Gal 5,14).

È Paolo stesso che ci offre una simile interpretazione di quest’esperienza che ha rivoluzionato la sua vita, scrivendo ai Galati: « Poi, quando Colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché lo annunziassi tra le genti, subito non chiesi consiglio alla carne e al sangue… » (Gal 1,15-16). Quindi, Paolo vede « l’evento di Damasco » non come una conversione, ma come il culmine della sua esistenza: dalla nascita egli è stato condotto da Dio lentamente e pazientemente a questo momento decisivo, in cui il Cristo l’ha afferrato e l’ha fatto suo per sempre (Fil 3,12). L’iniziativa è di Dio, che sceglie chi vuole e quando vuole: l’imperscrutabile e libera decisione divina aveva un disegno concreto su di lui e lo ha realizzato « quando si compiacque di farlo ». In quel momento tutto è cambiato: « Tutte quelle cose che per me erano guadagni, io le ho stimate invece una perdita per amore di Cristo » (Fil 3,7). Sta qui, nell’amore di Cristo la chiave interpretativa di tutto « l’evento di Damasco », quell’evento che ha reso Paolo un innamorato di Cristo e un apostolo infaticabile del suo Signore.

Gli Atti degli Apostoli, con la triplice narrazione di quest’ »evento » non si distaccano molto dall’interpretazione che Paolo ha dato di esso. Pur non essendo una copia conforme, l’opera lucana presenta « l’esperienza di Damasco » come un incontro di Cristo con Paolo, durante il quale l’apostolo viene investito della missione tra i gentili. La concordanza essenziale tra Gal 1,15-16 e At 26,12-18, sotto quest’aspetto, mi sembra evidente: una visione e l’investitura per una missione. È vero che, rispetto alle Lettere, l’autore degli Atti insiste soprattutto nella descrizione della visione oggettivando fortemente il dato esperienziale del « rivelare in me il suo Figlio » di Gal 1,16, ma nonostante ciò è proprio la descrizione di Atti che si mantiene ad un livello molto più prudente di quanto non fa Paolo. Egli continuamente ripete nelle sue Lettere: « io ho visto il Signore » (1Cor 9,1; 15,8-9; Gal 1,15-16), fondando così la sua posizione di apostolo delle genti (Gal 2,8-9) nella chiesa, mentre gli Atti si limitano a dire soltanto che l’apostolo fu avvolto in una grande luce e sentì la voce del Cristo che lo investiva della missione delle genti (9,3b-6; 22,6b-10; 26,13-18). Ciò è molto significativo per noi e ci induce a pensare che Luca sia rimasto molto fedele alla sua fonte storica, anche se da un punto di vista letterario ha dovuto fare le sue scelte. Gli accenni all’ »evento di Damasco » nelle « lettere paoline » sono tutti occasionali, negli Atti invece fanno parte integrante di un preciso programma letterario, che ci presenta « l’evento » sotto forma di « racconto », al momento in cui esso sembra inserirsi nello sviluppo storico della Chiesa primitiva, e sotto forma di « discorso apologetico », largamente interpretato teologicamente, quando Paolo ha da rendere la sua testimonianza dinanzi ai giudei, ai re e ai gentili.

Non è questo il luogo di addentrarci in minuziose analisi, per dimostrare l’attendibilità storica dei testi. Molti autori, hanno già svolto questo lavoro con molta competenza e acume. A noi interessa qui ribadire un concetto fondamentale: la triplice narrazione dell’ »evento di Damasco », fatta dagli Atti, non deve essere considerata né come l’esatta relazione cronachistica degli avvenimenti né come una pura invenzione. Luca riferisce una tradizione storicamente bene attestata dalle lettere di Paolo e la inserisce nel contesto vitale dello sviluppo della Chiesa primitiva, interpretandola e attualizzandola alla luce dei racconti veterotestamentari delle vocazioni profetiche e di quelle del servo sofferente di Jahwè. »

1...34567

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01