SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 studi, antologia, immagini
 SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE dans ANNO PAOLINO    

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

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ci sono molte delle bellissime immagini di San Paolo sul tema « La conversione di San Paolo ed il mistero del cavallo », da vedere:http://www.foliamagazine.it/conversione-di-san-paolo/

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Posté le Dimanche 9 mars 2008

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(Beato Angelico)

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PREGHIERE A SAN PAOLO
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IL SERVO SOFFERENTE (DEUTERO-ISAIA) – di Bruna Costacurta

Posté le Lundi 30 mars 2015

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IL SERVO SOFFERENTE (DEUTERO-ISAIA)

di Bruna Costacurta

Intendo fare delle riflessioni sulla figura del servo sofferente del Signore, quella misteriosa figura di servo di Dio, di cui parla il Deutero-Isaia e che viene presentato come colui che il Signore invia perché porti a compimento la sua missione di salvezza attraverso una vicenda di passione e di morte che apre alla luce e alla vita.
Dunque, il mistero pasquale è lì concentrato e il servo è icona di quel Signore Gesù che entra nella passione per entrare e portare tutti nella vita. Questa figura misteriosa di servo si trova delineata nella parte di Isaia chiamata Deutero-Isaia e sono stati identificati alcuni testi che possono rappresentare, di fatto, un punto di riferimento, i famosi quattro canti del servo: Isaia 42; 49; 50; 52 e 53.
Non prendo un testo in particolare, ma piuttosto vorrei con voi attraversare questi quattro canti, e quindi attraversare la storia di questo servo, vederne un poco i contorni, così da avere alcuni elementi di riflessione, che voi poi potete utilizzare per meditare sulla vicenda del Signore Gesù, la vicenda di Pasqua.
All’inizio dei canti, nel primo canto (42), viene presentato questo servo in cui il Signore Dio si compiace e riceve lo Spirito in vista della sua missione. Si delinea una missione di salvezza, di vita, di gioia. “Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo”, dice Dio parlando al servo, “ti ho stabilito luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi, faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. Dunque, una missione di salvezza, di gioia, di vita, di liberazione; una missione tutta positiva, che però si presenta come una missione difficile e inevitabilmente segnata dalla sofferenza e dalla morte. La missione che il servo riceve ci riguarda tutti come destinatari della missione; infatti siamo noi quei ciechi che devono tornare a vedere, quei prigionieri che sono da liberare, ma ci riguarda anche come parte attiva della missione, perché voi come sacerdoti nel modo più esplicito siete al servizio di questa missione. Direttamente ed esplicitamente e in modo assolutamente privilegiato voi siete al servizio della salvezza di Dio e dunque in modo assolutamente privilegiato siete questi servi che il Signore manda per compiere la sua missione. Una missione di vita che deve necessariamente passare attraverso la morte. Il servo è mandato fondamentalmente a combattere e a vincere il male, (“liberare i prigionieri, vincere la cecità”, metafore tipiche del peccato), utilizzando delle armi che non sono quelle del male e mettendosi su un piano che non è quello del male. “Non griderà e non alzerà il tono”, si dice del servo, “non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”. Il servo è mandato a risanare, a lottare, a vincere, ma senza violenza, senza gridare, senza spaccare tutto per ricominciare tutto da capo, ma invece, entrando dentro una realtà malata, andando a ricercare quel minimo di bene che è ancora rimasto per rispondere al male con il bene e vincere il male con i criteri del bene. Il male urla nelle piazze, il male è violento, il servo deve combatterlo senza urlare, senza violenza. Armi impari, perché tutta la forza aggressiva e violenta del male adesso deve essere affrontata da qualcuno che invece decisamente e positivamente rinuncia alla violenza e all’aggressività, e si presenta davanti al male disarmato. Disarmato delle armi del male e armato invece delle armi del bene, dell’amore, che sono le uniche armi che possono veramente costruire la salvezza, ma che però sembrano armi inadatte, apparentemente inefficaci. La potenza dell’amore del servo apparentemente è impotente davanti alla potenza violenta del male, e invece così comincia la rivelazione del servo che dice: la lotta è su un altro piano e l’unico modo per vincere è almeno apparentemente di perdere, cioè di affrontare il male con armi diverse, perché solo così si può davvero vincere, senza spegnere la fiamma che è lì mezza moribonda, senza spezzare la canna che ormai è incrinata. Ora però, se si affronta il male senza usare le stesse armi del male, è inevitabile che il male ad un certo livello sembri prendere il sopravvento. Se si vuole rispondere al male con il bene il male bisogna subirlo per poterlo trasformare in bene. Perché il modo per non subire il male sarebbe di farlo, sarebbe di rispondere al male con il male, allora apparentemente non lo si subisce; ma se si vuole rispondere al male con il bene, si diventa vittime del male e proprio perché vittime e dunque riassorbendolo nella propria capacità di amore, quel male può diventare bene. Dunque, il servo e voi siete destinati a combattere con armi diverse da quelle del male; siete destinati ad essere dei ricercatori del bene che si trovano in mezzo a canne incrinate e a fiamme smorte e non si rassegnano che sia finita e vanno in cerca di quello che è ancora rimasto di bene, a cui attaccarsi per poter da lì ripartire. La canna incrinata non la si spezza, dicendo: basta, ormai non serve più! Si va a cercare ancora quel pezzettino in cui è ancora attaccata la canna per trovare il modo di risanarla; si va a cercare ancora quella fiammella che ormai non si vede neanche più e si parte da lì, si soffia sopra pian piano perché la fiamma riprenda. Questa è la missione del servo che così facendo deve entrare nel male; apparentemente entra in questa dimensione di debolezza davanti al male, ma in realtà con la forza dell’amore riesce a sopportare il male senza lasciarsene contagiare.
Il testo di Isaia 42 dice che “spezzerà la canna incrinata e non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta”, e subito dopo dice: “e non sarà smorto e non si incrinerà”. La traduzione della CEI dice: “non verrà meno e non si abbatterà”, ma in realtà quei due verbi sono gli stessi verbi che si utilizzano per la fiamma e per la canna; allora si dice: “non spezza la canna incrinata e lui non si incrinerà, non spegnerà la fiamma smorta e lui non diventerà smorto”. Eccolo il segreto: sopportare il male senza diventare male, senza farsene contagiare, per poterlo invece guarire; dico “sopportare”, che è l’atteggiamento di chi va in cerca del bene e di chi davanti al male ha la pazienza necessaria per vincerlo ed ha anche la dolcezza, la tolleranza che serve per vincerlo e che non è un lasciarsi contagiare, un lasciar correre, ma è mettere in opera quella forza grande che è quella della comprensione e dell’amore, quella pazienza che è la longanimità di Dio e che permette di vincere. L’inflessibilità di solito è dei deboli; la longanimità e la lungimiranza è dei forti e questo è il servo!
Però questa missione per forza fa male; combatte il male, ma entra nella sofferenza. Man mano che si va avanti nella vicenda del servo così come si ritrova nei canti di Isaia si vede sempre di più all’opera il male, la sofferenza che il servo deve patire. Nel secondo canto il servo entra in una dimensione di sofferenza che per adesso è solo interiore e che è la percezione dell’apparente inutilità della sua missione. Il Signore mi ha detto: il mio servo tu sei Israele sul quale io manifesterò la mia gloria, ma io ho risposto: invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze! Questa è la percezione che il servo ha del suo lavoro. Credo che nessuno di voi faccia fatica a riconoscersi in queste parole del servo e di Isaia 49. Invano, a vuoto, vanamente; l’idea di qualche cosa di inconsistente, di girare a vuoto, di girare intorno in modo insensato, di non arrivare da nessuna parte, come se si lavorasse tanto e poi questo non serve a niente, non ha senso e poi il male comunque sembra sempre tanto più grande; ma poi a che serve quello che facciamo? E ci si ritrova soli ; è la crisi del servo, la crisi di ogni servo della salvezza e quindi in particolare di voi sacerdoti. Ed è una crisi inevitabile, necessaria, perché se il servizio di questo servo e vostro è il servizio della salvezza di Dio è assolutamente costitutiva l’assoluta vostra inadeguatezza a compiere questo servizio e questa missione. Se voi foste perfettamente adeguati così da dire: perfetto! Questo è proprio quello che io so e posso fare! Tutto torna, va benissimo! Poi alla fine posso far quadrare i conti tra gli sforzi che ho fatto e i risultati, perché io ci so fare… se questo fosse, allora o voi siete dio e non mi pare o la missione che voi state portando avanti non è quella di Dio, ma è la vostra e di quella missione lì – vi garantisco – non sappiamo proprio che farcene, perché l’unica missione che salva è quella di Dio! E se la missione di Dio diventa vostra, non salva più nessuno!
D’altra parte se è la missione di Dio, è inevitabile, siete inadeguati! C’è questa sproporzione assoluta tra voi strumenti e ciò che il Signore con voi vuole compiere. Ed è questo che necessariamente deve portare a questa percezione che è tutto vano, non vano nel senso che non serve, ma vano nel senso che noi non abbiamo la possibilità di verificare quello che stiamo facendo, di verificare se ci sono dei risultati, perché noi ci stiamo muovendo a dei livelli che non sono i nostri e che non sono i livelli della possibile verifica e che siete servi di una salvezza che si gioca nel segreto dei cuori, che quindi non si può contare.
Sì, la si può vedere qua e là da alcuni segni, ma sono sempre segni ambigui. La mia chiesa è sempre piena la domenica! E questo è bello; ma è sempre piena perché vengono a cercare il Signore, perché gli state simpatici voi, ci sono le chitarre e allora è carino! Perché è un quartiere per bene dove è meglio farsi vedere a messa la domenica, perché se no che cosa pensano… non vengono più al mio negozio! E poi perché ho semplicemente bisogno di sentirmi a posto… I segni sono importanti, ma sono ambigui, allora uno è sempre lì che non può mai verificare; anche perché ciò che è verificabile non è quello che è importante nel Regno di Dio. In realtà cosa succede nel Regno di Dio? Il vero momento in cui la missione del servo ha successo, è stata realizzata è il momento in cui il Signore Gesù appeso ad una croce sembra maledetto da Dio, abbandonato, lasciato solo dai suoi senza apparentemente nessun futuro.
Che contava ancora Gesù sulla croce? Non c’era più nessuno; altro che chiese piene! E quelli che c’erano erano lì per dire: lo vedete? Dio lo ha abbandonato! E là la missione è finalmente compiuta! Lo spossesso della missione, l’obbedienza ai criteri di Dio, che sono diversi di quelli del mondo, mettono in questa fatica di credere nel senso della missione che ci è stata affidata e questa è la crisi morale, è la sofferenza spirituale del servo che poi si apre ad una sofferenza anche fisica.
Nel terzo e nel quarto canto c’è la vicenda di rifiuto del servo da parte degli uomini, della sua sofferenza e della sua morte. Gli uomini che rifiutano con l’umiliazione. “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strapparono la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti, agli sputi”: non è solo la violenza fisica, ma la violenza fisica che passa attraverso una violenza umiliante (la barba strappata, gli sputi, gli insulti); la violenza umiliante è violenta due volte, ti distrugge il fisico e la tua dignità di persona e così riesce a ucciderti due volte. Ed è la reazione tipica all’annuncio di salvezza: infatti se il compito del servo è di ridare la vista ai ciechi e di far uscire dal carcere i prigionieri, quando la cecità è quella del male e quando quel carcere è quello del peccato, avviene che si è davanti a della gente che è talmente prigioniera del peccato da non sapere neppure più di essere nel carcere, che è talmente accecata dal male da non essere più neanche consapevole di essere cieca. Quello che Gesù, il servo definitivo, fa per tutta la sua vita: è cercare di convincere gli uomini di peccato, perché finché non li convince, loro non si lasceranno mai salvare, finché questi non capiscono che sono ciechi non accetteranno mai che qualcuno gli apra gli occhi. Bisogna essere consapevoli di essere malati per accettare il medico. “Non sono i sani quelli che hanno bisogno del medico, ma i malati” – dice Gesù ! Ma se Gesù viene come medico, bisogna capire finalmente di essere malati per poterlo accettare come colui che ti guarisce. Aver finalmente capito di essere malati, ciechi e prigionieri, questo vuol dire che già ci vediamo, che già siamo sulla via della guarigione e che il carcere ha già aperto le porte. Per cui il servo è mandato a portare la luce a quelli che dicono di vederci e se qualcuno viene a dir loro che sono ciechi, allora si arrabbiano; questo servo, che continua a dirci che siamo ciechi e prigionieri, prima o poi bisogna farlo fuori. Dunque, il male reagisce in modo violento; inevitabilmente, quando il bene si presenta e il servo è talmente dedicato e identificato con la sua missione di salvezza e di bene che, quando il bene viene rifiutato, inevitabilmente anche il servo si ritrova ad essere rifiutato. La figura del servo a cui bisogna far riferimento nella nostra vita è quella di un servo che assume totalmente la sua missione, così da non avere spazi propri di riserva, da non avere spiagge su cui ritirarsi. Come dire: la missione di Dio l’accetto, però mi tengo una parte di me fuori, in salvo, mi tengo le mie vie di uscita. Assumo la missione, però… questo non è possibile, quando la missione è quella di Dio. O si assume tutta o non si assume! E se si assume tutta, quando rifiutano la salvezza che tu porti, non sperare di salvarti, rifiutano anche te! E se vogliono distruggere quel bene, perché lo percepiscono come un pericolo e come un’offesa, se distruggono quel bene non ti illudere, perché distruggono anche te.
Ecco allora il quarto canto del servo: la distruzione del servo, questa lunga vicenda di passione e di morte. Essa comincia con un paradosso che dà la chiave di interpretazione di questo quarto canto. Comincia con la presentazione che il Signore fa del servo (anche nel primo canto aveva detto: ecco il mio servo che io sostengo ), adesso nell’ultimo canto Dio dice la stessa cosa: “Ecco il mio servo che avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato e come molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo, così si meraviglieranno di lui molte genti. I re davanti a lui si chiuderanno la bocca, perché vedranno un fatto mai ad essi raccontato”. Questo dà la chiave: il servo è colui che è sfigurato, talmente sfigurato dal male che gli si è riversato addosso, da non sembrare neppure più un uomo; ebbene, questo servo così sfigurato è il servo onorato, glorificato, innalzato. E’ per questo sono tutti nello stupore, lo stupore di vedere che un uomo possa soffrire così tanto e ancora di più lo stupore di vedere che un uomo così sofferente, questo uomo dentro questa sofferenza sia innalzato ed esaltato, dentro quella sofferenza, non quando la sofferenza è passata. Questi primi versetti del quarto canto ci danno la chiave di interpretazione della vicenda di morte e di resurrezione del servo e quindi di Gesù come una vicenda in cui morte e risurrezione coincidono. Non c’è la passione e poi la morte e poi dopo la risurrezione, ma già dentro la passione, dentro la morte il servo è innalzato e glorificato e già dentro la morte che la morte è vinta e quindi si apre alla risurrezione. Questi primi versetti del quarto canto sono fortemente “giovannei”, perché Gesù è colui che nel momento che viene innalzato, è tirato su sulla croce, è innalzato alla destra del Padre; nel momento in cui viene attaccato al legno è intronizzato sul trono della gloria, nel momento in cui muore è risorto. Però sta tre giorni lì, dentro il sepolcro, perché non è una morte falsa, per modo di dire, una morte che è già risurrezione, ma è una morte vera! E proprio perché vera, è risurrezione. Questi primi versetti ci danno la chiave e poi si snoda pian piano questa vicenda del servo virgulto e radice (“è cresciuto come un virgulto davanti al Signore e come una radice in terra arida”), quest’idea del virgulto e della radice probabilmente evoca Isaia 11, che presenta il Messia come virgulto nel tronco di Iesse, forse un’allusione alla dinastia davidica, però anche un’allusione alla situazione di difficoltà in cui il servo nasce e vive. E’ un virgulto che nasce in una terra desertica, come se fin dalla sua origine il servo dovesse lottare per vivere, un virgulto sulla terra arida non ce la fa e se ce la fa vuol dire che ha un tale amore per la vita da essere più forte anche della morte del deserto. Questo virgulto nel deserto è una specie di miracolo, così come è un miracolo questo servo che dà la vita per il suo popolo. Si snoda la sua vicenda come vicenda di sofferenza e di morte, “uomo dei dolori, esperto nel patire, era talmente sfigurato il suo aspetto da non essere più riconoscibile come uomo”, e infatti non è riconoscibile come uomo, è uomo dei dolori, come se ormai la sofferenza l’avesse coperto radicalmente e lui fosse definitivamente identificato con la sua sofferenza e con la sua morte. Il cammino è proprio quello che contempliamo nella settimana santa, “maltrattato si lasciò umiliare, non aprì la sua bocca”, come Gesù durante il processo che tace per non accusare coloro che lo accusano, in modo che loro non debbano essere condannati, “era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai tosatori e non aprì la sua bocca”; l’immagine dell’agnello è così parlante per noi in riferimento alla passione di Gesù e questa immagine della pecora in mano ai tosatori è qualcosa dell’essere in balìa di chi ti prende e tu non puoi fare apparentemente più niente. L’immagine del servo come della pecora in mano ai tosatori è qualcosa di molto violento! La girano, la voltano, proprio questa è anche la condizione del servo, che è in mano a coloro che fanno di lui quello che vogliono. E questo però come “uno che si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato; è stato trafitto per i nostri delitti e poi noi tutti eravamo sperduti come un gregge e il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”, e poi maltrattato si lasciò umiliare. Il servo che entra nel dolore, ma senza che appaia la verità di ciò che sta avvenendo; ciò che sta avvenendo è che il servo sta assumendo su di sé le conseguenze del male per liberare gli uomini da quel male; ecco il discorso “ha fatto ricadere su di noi l’iniquità di noi tutti… Per le sue piaghe siamo stati guariti… Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui…”; E’ chiaro che non è nel senso che la punizione che doveva toccare a noi invece poi è toccata a lui, ma è che il male che noi abbiamo fatto con tutte le sue conseguenze viene affrontato dal servo che accetta che il male gli ricada addosso, per poterlo così prendere su di sé rispondendo con il bene. Il male ha questa sua forza terribile che è quella di riprodurre altro male. Se devo affrontare qualcuno che mi fa del male, io istintivamente sono portato a reagire, rispondendo con il male a lui: è inevitabile! Mi fanno un torto e io troverò il modo di rifarglielo parlano male di me e io parlerò male di loro; mi offendono e io li offendo e se non riesco a offendere loro andrò a cercare qualcun altro da offendere, perché da qualche parte bisogna che faccia uscire il male che ho accumulato e che mi hanno messo dentro. La forza terribile del male è che mette il male dentro all’altro mentre glielo fa. Ora, nella vicenda del servo, cioè del Signore Gesù, non c’è male dentro di lui, perché lui è il Figlio di Dio, lui è l’innocente, perché lui è uomo in tutto simile a noi, ma non nel peccato. E allora il male non gli mette il male dentro, il male gli si rovescia addosso, lo distrugge, ma non gli mette il male dentro così che lui risponde con il male. E allora è come se il male gli si rovesciasse addosso e non trovasse niente su cui impiantarsi per crescere; gli si rovescia addosso, ma non può riprodursi come altro male, perché trova solo bene e lì inevitabilmente finisce per scaricarsi. E’ il male che perde il suo veleno (“dov’è o morte il tuo pungiglione?), è il male che non può più riprodursi perché lì non trova risposte di male e che, ritrovando solo risposte di bene, si ritrova praticamente annientato. Questa è la: “E invece noi lo giudicavamo castigato da Dio e percosso da Dio e umiliato”.
E’ questa realtà della salvezza, del dono totale di sé del Signore Gesù che accetta di morire per poterci dare la vita; lui in realtà non muore, ma dà la vita per noi e la dà perché la vita sia pure possibile per noi. E’ la vicenda di colui che dona e che dona talmente tanto e in modo talmente gratuito che accetta perfino che non si veda che quello è dono. Gesù muore per amore e “noi lo giudicavamo castigato da Dio e umiliato”. E’ talmente tanto il dono, talmente puro il dono e gratuito che accetta anche che non si sappia; non perché vinca la menzogna, ma perché l’uomo possa accogliere un dono che è talmente dono da non chiedere nulla in cambio se non di essere accettato. Questa vita che Gesù dona non chiede nulla in cambio, chiede solo di essere accettata come vita di Gesù; il dono chiede solo di essere accettato come dono. Il perdono non chiede niente in cambio, chiede solo di essere accettato come perdono: è chiaro che poi questo cambia la vita della persona che l’accetta, ma non perché chi dà il dono e il perdono non glielo dà se non ha in cambio qualche altra cosa; non glielo dà se non c’è almeno la grande riconoscenza (sono pronto a dare la vita, ma che almeno lo sappiano! Così almeno muoio con questa gratificazione); no! Il dono e il perdono di Dio chiede solo di essere accolto, poi se l’accogli ti cambia. Questo è il mistero pasquale e allora è chiaro che la spirale del male in questo modo si interrompe e la morte diventa vita.
Per terminare vorrei ancora fermarmi solo per qualche minuto sull’ultimo versetto del nostro canto, in cui dopo aver mostrato il cammino di morte e perciò di risurrezione, di vita del servo, si conclude il tutto dicendo: “perché ha consegnato se stesso alla morte” (anche il canto del servo insiste su questa dimensione di libertà: è Gesù che si dona) “ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava (levava) il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”. Quest’ultima dimensione, quella dell’intercessione, mi pare importante anche per la vostra vita sacerdotale. Anzi questa è una dimensione tipicamente sacerdotale.
Il servo come intercessore del popolo, entrando nella linea delle grandi figure di intercessori. Abramo che lotta in qualche modo con Dio per strappargli la salvezza di Sodoma (Gen 18), Abramo che intercede per Sodoma. Come Mosè che intercede per il popolo (Es 32); Mosè era un uomo di preghiera, di intercessione; prega tanto, prega per tutti, persino per il faraone. Al cap. 32 dell’Esodo, dove c’è il racconto del vitello d’oro, lì c’è la grande preghiera di Mosè: il popolo ha peccato e Mosè intercede per i peccatori, proprio come dice la fine del canto del servo (“e intercede per il popolo”). Questo vuol dire che l’intercessore Abramo, Mosè, il Servo, il Signore Gesù, è colui che dà voce alla salvezza di Dio, al desiderio, alla volontà di salvezza di Dio. Ecco perché si dice che il servo mentre moriva e risorgeva stava intercedendo; lì si concretizza l’intercessione come forza salvifica. Perché cosa vuol dire intercedere? Non certamente mettersi davanti a Dio per convincerlo a fare il bene, perché Dio è già abbondantemente convinto di fare il bene, perché è bene e non ha nessun bisogno che noi lo convinciamo a farlo, ma nel senso che noi diventiamo quel suo desiderio di bene, quella sua volontà di bene, noi la trasformiamo in carne, noi diventiamo quel suo desiderio di bene. Colui che intercede è colui che fa diventare parole la decisione di Dio di salvare.
Quella volontà di salvare nella preghiera diventa parole e in colui che prega diventa carne e sangue. Allora, in realtà chi è l’intercessore? E’ colui che desidera il desiderio di Dio, è colui che vuole la volontà di Dio e la dice. Diventa questo coagulo nella carne e nel sangue, del desiderio di salvezza di Dio, così che adesso ciò che Dio vuole di bene per gli uomini si è incarnato ed è entrato dentro la storia e sta lì racchiuso in quella carne e in quel sangue dentro quella storia da salvare.
Per questo è molto importante che colui che intercede stia dentro il popolo. Mosè stava dentro il popolo; Abramo no; non stava dentro Sodoma e infatti la sua preghiera è: “Signore, vai a cercare i giusti che stanno dentro Sodoma!”; non può Abramo dire: “Sodoma ha peccato, ma siccome io sono tuo amico, sono giusto, tu guarda me e salva Sodoma!”.
Abramo deve dire: “Signore, guarda Sodoma e cerca lì dentro i giusti”, perché la salvezza non si può fare all’insaputa di coloro che devono essere salvati; la salvezza deve partire da quella dimensione di bene che sta lì per poter rispondere al male con il bene e salvare. La salvezza non è: io dovevo punire Sodoma, però per riguardo ad Abramo, io non ti punisco più! No, Sodoma deve essere salvata, cioè da cattiva che era deve diventare buona; da peccatrice che era deve diventare innocente. Allora bisogna partire da Sodoma; allora ecco perché il servo è dentro il popolo, ecco perché Dio si fa uomo, per essere dentro il popolo, dentro l’umanità sta il luogo di salvezza, di assoluto bene e di totale innocenza, che può allora rispondere al male con il bene e può allora trasformare il peccatore in innocente.
Bisogna andare in cerca dei giusti, cercarli a Sodoma e non ci sono, cercarli a Gerusalemme (Ger5: cercate un giusto dentro Gerusalemme che salva la città e non c’è), cercare il giusto dentro l’umanità e non c’è, allora il Giusto viene, si fa uomo e adesso il Giusto c’è dentro l’umanità: è il Signore Gesù! Lui nella sua innocenza diventa questo coagulo di carne e sangue che fa diventare carne il desiderio, la volontà, la decisione di salvezza di Dio.
Allora Gesù è l’innocente che muore per rendere innocenti i colpevoli; è il Giusto che risponde al male con il bene, perché la via del bene sia possibile per tutti; Gesù è colui che muore, non morendo, ma dando la vita così che sia possibile la vita per tutti e la morte dunque muoia; è l’intercessore che rende definitivamente possibile la salvezza per questa sua intercessione che incarna la decisione di salvezza di Dio. Adesso chiede a voi in modo particolare di essere questi intercessori che desiderano il desiderio di Dio, che con la loro voce rendono parola la volontà di salvezza di Dio e che, assumendo allora il cammino del servo, possono portare dentro il male il bene e così portare a compimento ilo cammino di passione, di morte e di risurrezione del Signore Gesù e portare a compimento per coloro che vi sono affidati il mistero pasquale.

(La meditazione del Ritiro di Quaresima è stata tenuta dalla prof. Bruna Costacurta ai sacerdoti del triennio il 10 aprile 2000 alla casa “Bonus Pastor”. Il testo non è stato rivisto dalla relatrice).

IL SERVO SOFFERENTE ( DEUTERO-ISAIA)

Posté le Lundi 30 mars 2015

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IL SERVO SOFFERENTE ( DEUTERO-ISAIA)

di Bruna Costacurta

Intendo fare delle riflessioni sulla figura del servo sofferente del Signore, quella misteriosa figura di servo di Dio, di cui parla il Deutero-Isaia e che viene presentato come colui che il Signore invia perché porti a compimento la sua missione di salvezza attraverso una vicenda di passione e di morte che apre alla luce e alla vita.
Dunque, il mistero pasquale è lì concentrato e il servo è icona di quel Signore Gesù che entra nella passione per entrare e portare tutti nella vita. Questa figura misteriosa di servo si trova delineata nella parte di Isaia chiamata Deutero-Isaia e sono stati identificati alcuni testi che possono rappresentare, di fatto, un punto di riferimento, i famosi quattro canti del servo: Isaia 42; 49; 50; 52 e 53.
Non prendo un testo in particolare, ma piuttosto vorrei con voi attraversare questi quattro canti, e quindi attraversare la storia di questo servo, vederne un poco i contorni, così da avere alcuni elementi di riflessione, che voi poi potete utilizzare per meditare sulla vicenda del Signore Gesù, la vicenda di Pasqua.
All’inizio dei canti, nel primo canto (42), viene presentato questo servo in cui il Signore Dio si compiace e riceve lo Spirito in vista della sua missione. Si delinea una missione di salvezza, di vita, di gioia. “Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo”, dice Dio parlando al servo, “ti ho stabilito luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi, faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. Dunque, una missione di salvezza, di gioia, di vita, di liberazione; una missione tutta positiva, che però si presenta come una missione difficile e inevitabilmente segnata dalla sofferenza e dalla morte. La missione che il servo riceve ci riguarda tutti come destinatari della missione; infatti siamo noi quei ciechi che devono tornare a vedere, quei prigionieri che sono da liberare, ma ci riguarda anche come parte attiva della missione, perché voi come sacerdoti nel modo più esplicito siete al servizio di questa missione. Direttamente ed esplicitamente e in modo assolutamente privilegiato voi siete al servizio della salvezza di Dio e dunque in modo assolutamente privilegiato siete questi servi che il Signore manda per compiere la sua missione. Una missione di vita che deve necessariamente passare attraverso la morte. Il servo è mandato fondamentalmente a combattere e a vincere il male, (“liberare i prigionieri, vincere la cecità”, metafore tipiche del peccato), utilizzando delle armi che non sono quelle del male e mettendosi su un piano che non è quello del male. “Non griderà e non alzerà il tono”, si dice del servo, “non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”. Il servo è mandato a risanare, a lottare, a vincere, ma senza violenza, senza gridare, senza spaccare tutto per ricominciare tutto da capo, ma invece, entrando dentro una realtà malata, andando a ricercare quel minimo di bene che è ancora rimasto per rispondere al male con il bene e vincere il male con i criteri del bene. Il male urla nelle piazze, il male è violento, il servo deve combatterlo senza urlare, senza violenza. Armi impari, perché tutta la forza aggressiva e violenta del male adesso deve essere affrontata da qualcuno che invece decisamente e positivamente rinuncia alla violenza e all’aggressività, e si presenta davanti al male disarmato. Disarmato delle armi del male e armato invece delle armi del bene, dell’amore, che sono le uniche armi che possono veramente costruire la salvezza, ma che però sembrano armi inadatte, apparentemente inefficaci. La potenza dell’amore del servo apparentemente è impotente davanti alla potenza violenta del male, e invece così comincia la rivelazione del servo che dice: la lotta è su un altro piano e l’unico modo per vincere è almeno apparentemente di perdere, cioè di affrontare il male con armi diverse, perché solo così si può davvero vincere, senza spegnere la fiamma che è lì mezza moribonda, senza spezzare la canna che ormai è incrinata. Ora però, se si affronta il male senza usare le stesse armi del male, è inevitabile che il male ad un certo livello sembri prendere il sopravvento. Se si vuole rispondere al male con il bene il male bisogna subirlo per poterlo trasformare in bene. Perché il modo per non subire il male sarebbe di farlo, sarebbe di rispondere al male con il male, allora apparentemente non lo si subisce; ma se si vuole rispondere al male con il bene, si diventa vittime del male e proprio perché vittime e dunque riassorbendolo nella propria capacità di amore, quel male può diventare bene. Dunque, il servo e voi siete destinati a combattere con armi diverse da quelle del male; siete destinati ad essere dei ricercatori del bene che si trovano in mezzo a canne incrinate e a fiamme smorte e non si rassegnano che sia finita e vanno in cerca di quello che è ancora rimasto di bene, a cui attaccarsi per poter da lì ripartire. La canna incrinata non la si spezza, dicendo: basta, ormai non serve più! Si va a cercare ancora quel pezzettino in cui è ancora attaccata la canna per trovare il modo di risanarla; si va a cercare ancora quella fiammella che ormai non si vede neanche più e si parte da lì, si soffia sopra pian piano perché la fiamma riprenda. Questa è la missione del servo che così facendo deve entrare nel male; apparentemente entra in questa dimensione di debolezza davanti al male, ma in realtà con la forza dell’amore riesce a sopportare il male senza lasciarsene contagiare.
Il testo di Isaia 42 dice che “spezzerà la canna incrinata e non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta”, e subito dopo dice: “e non sarà smorto e non si incrinerà”. La traduzione della CEI dice: “non verrà meno e non si abbatterà”, ma in realtà quei due verbi sono gli stessi verbi che si utilizzano per la fiamma e per la canna; allora si dice: “non spezza la canna incrinata e lui non si incrinerà, non spegnerà la fiamma smorta e lui non diventerà smorto”. Eccolo il segreto: sopportare il male senza diventare male, senza farsene contagiare, per poterlo invece guarire; dico “sopportare”, che è l’atteggiamento di chi va in cerca del bene e di chi davanti al male ha la pazienza necessaria per vincerlo ed ha anche la dolcezza, la tolleranza che serve per vincerlo e che non è un lasciarsi contagiare, un lasciar correre, ma è mettere in opera quella forza grande che è quella della comprensione e dell’amore, quella pazienza che è la longanimità di Dio e che permette di vincere. L’inflessibilità di solito è dei deboli; la longanimità e la lungimiranza è dei forti e questo è il servo!
Però questa missione per forza fa male; combatte il male, ma entra nella sofferenza. Man mano che si va avanti nella vicenda del servo così come si ritrova nei canti di Isaia si vede sempre di più all’opera il male, la sofferenza che il servo deve patire. Nel secondo canto il servo entra in una dimensione di sofferenza che per adesso è solo interiore e che è la percezione dell’apparente inutilità della sua missione. Il Signore mi ha detto: il mio servo tu sei Israele sul quale io manifesterò la mia gloria, ma io ho risposto: invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze! Questa è la percezione che il servo ha del suo lavoro. Credo che nessuno di voi faccia fatica a riconoscersi in queste parole del servo e di Isaia 49. Invano, a vuoto, vanamente; l’idea di qualche cosa di inconsistente, di girare a vuoto, di girare intorno in modo insensato, di non arrivare da nessuna parte, come se si lavorasse tanto e poi questo non serve a niente, non ha senso e poi il male comunque sembra sempre tanto più grande; ma poi a che serve quello che facciamo? E ci si ritrova soli ; è la crisi del servo, la crisi di ogni servo della salvezza e quindi in particolare di voi sacerdoti. Ed è una crisi inevitabile, necessaria, perché se il servizio di questo servo e vostro è il servizio della salvezza di Dio è assolutamente costitutiva l’assoluta vostra inadeguatezza a compiere questo servizio e questa missione. Se voi foste perfettamente adeguati così da dire: perfetto! Questo è proprio quello che io so e posso fare! Tutto torna, va benissimo! Poi alla fine posso far quadrare i conti tra gli sforzi che ho fatto e i risultati, perché io ci so fare… se questo fosse, allora o voi siete dio e non mi pare o la missione che voi state portando avanti non è quella di Dio, ma è la vostra e di quella missione lì – vi garantisco – non sappiamo proprio che farcene, perché l’unica missione che salva è quella di Dio! E se la missione di Dio diventa vostra, non salva più nessuno!
D’altra parte se è la missione di Dio, è inevitabile, siete inadeguati! C’è questa sproporzione assoluta tra voi strumenti e ciò che il Signore con voi vuole compiere. Ed è questo che necessariamente deve portare a questa percezione che è tutto vano, non vano nel senso che non serve, ma vano nel senso che noi non abbiamo la possibilità di verificare quello che stiamo facendo, di verificare se ci sono dei risultati, perché noi ci stiamo muovendo a dei livelli che non sono i nostri e che non sono i livelli della possibile verifica e che siete servi di una salvezza che si gioca nel segreto dei cuori, che quindi non si può contare.
Sì, la si può vedere qua e là da alcuni segni, ma sono sempre segni ambigui. La mia chiesa è sempre piena la domenica! E questo è bello; ma è sempre piena perché vengono a cercare il Signore, perché gli state simpatici voi, ci sono le chitarre e allora è carino! Perché è un quartiere per bene dove è meglio farsi vedere a messa la domenica, perché se no che cosa pensano… non vengono più al mio negozio! E poi perché ho semplicemente bisogno di sentirmi a posto… I segni sono importanti, ma sono ambigui, allora uno è sempre lì che non può mai verificare; anche perché ciò che è verificabile non è quello che è importante nel Regno di Dio. In realtà cosa succede nel Regno di Dio? Il vero momento in cui la missione del servo ha successo, è stata realizzata è il momento in cui il Signore Gesù appeso ad una croce sembra maledetto da Dio, abbandonato, lasciato solo dai suoi senza apparentemente nessun futuro.
Che contava ancora Gesù sulla croce? Non c’era più nessuno; altro che chiese piene! E quelli che c’erano erano lì per dire: lo vedete? Dio lo ha abbandonato! E là la missione è finalmente compiuta! Lo spossesso della missione, l’obbedienza ai criteri di Dio, che sono diversi di quelli del mondo, mettono in questa fatica di credere nel senso della missione che ci è stata affidata e questa è la crisi morale, è la sofferenza spirituale del servo che poi si apre ad una sofferenza anche fisica.
Nel terzo e nel quarto canto c’è la vicenda di rifiuto del servo da parte degli uomini, della sua sofferenza e della sua morte. Gli uomini che rifiutano con l’umiliazione. “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strapparono la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti, agli sputi”: non è solo la violenza fisica, ma la violenza fisica che passa attraverso una violenza umiliante (la barba strappata, gli sputi, gli insulti); la violenza umiliante è violenta due volte, ti distrugge il fisico e la tua dignità di persona e così riesce a ucciderti due volte. Ed è la reazione tipica all’annuncio di salvezza: infatti se il compito del servo è di ridare la vista ai ciechi e di far uscire dal carcere i prigionieri, quando la cecità è quella del male e quando quel carcere è quello del peccato, avviene che si è davanti a della gente che è talmente prigioniera del peccato da non sapere neppure più di essere nel carcere, che è talmente accecata dal male da non essere più neanche consapevole di essere cieca. Quello che Gesù, il servo definitivo, fa per tutta la sua vita: è cercare di convincere gli uomini di peccato, perché finché non li convince, loro non si lasceranno mai salvare, finché questi non capiscono che sono ciechi non accetteranno mai che qualcuno gli apra gli occhi. Bisogna essere consapevoli di essere malati per accettare il medico. “Non sono i sani quelli che hanno bisogno del medico, ma i malati” – dice Gesù ! Ma se Gesù viene come medico, bisogna capire finalmente di essere malati per poterlo accettare come colui che ti guarisce. Aver finalmente capito di essere malati, ciechi e prigionieri, questo vuol dire che già ci vediamo, che già siamo sulla via della guarigione e che il carcere ha già aperto le porte. Per cui il servo è mandato a portare la luce a quelli che dicono di vederci e se qualcuno viene a dir loro che sono ciechi, allora si arrabbiano; questo servo, che continua a dirci che siamo ciechi e prigionieri, prima o poi bisogna farlo fuori. Dunque, il male reagisce in modo violento; inevitabilmente, quando il bene si presenta e il servo è talmente dedicato e identificato con la sua missione di salvezza e di bene che, quando il bene viene rifiutato, inevitabilmente anche il servo si ritrova ad essere rifiutato. La figura del servo a cui bisogna far riferimento nella nostra vita è quella di un servo che assume totalmente la sua missione, così da non avere spazi propri di riserva, da non avere spiagge su cui ritirarsi. Come dire: la missione di Dio l’accetto, però mi tengo una parte di me fuori, in salvo, mi tengo le mie vie di uscita. Assumo la missione, però… questo non è possibile, quando la missione è quella di Dio. O si assume tutta o non si assume! E se si assume tutta, quando rifiutano la salvezza che tu porti, non sperare di salvarti, rifiutano anche te! E se vogliono distruggere quel bene, perché lo percepiscono come un pericolo e come un’offesa, se distruggono quel bene non ti illudere, perché distruggono anche te.
Ecco allora il quarto canto del servo: la distruzione del servo, questa lunga vicenda di passione e di morte. Essa comincia con un paradosso che dà la chiave di interpretazione di questo quarto canto. Comincia con la presentazione che il Signore fa del servo (anche nel primo canto aveva detto: ecco il mio servo che io sostengo ), adesso nell’ultimo canto Dio dice la stessa cosa: “Ecco il mio servo che avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato e come molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo, così si meraviglieranno di lui molte genti. I re davanti a lui si chiuderanno la bocca, perché vedranno un fatto mai ad essi raccontato”. Questo dà la chiave: il servo è colui che è sfigurato, talmente sfigurato dal male che gli si è riversato addosso, da non sembrare neppure più un uomo; ebbene, questo servo così sfigurato è il servo onorato, glorificato, innalzato. E’ per questo sono tutti nello stupore, lo stupore di vedere che un uomo possa soffrire così tanto e ancora di più lo stupore di vedere che un uomo così sofferente, questo uomo dentro questa sofferenza sia innalzato ed esaltato, dentro quella sofferenza, non quando la sofferenza è passata. Questi primi versetti del quarto canto ci danno la chiave di interpretazione della vicenda di morte e di resurrezione del servo e quindi di Gesù come una vicenda in cui morte e risurrezione coincidono. Non c’è la passione e poi la morte e poi dopo la risurrezione, ma già dentro la passione, dentro la morte il servo è innalzato e glorificato e già dentro la morte che la morte è vinta e quindi si apre alla risurrezione. Questi primi versetti del quarto canto sono fortemente “giovannei”, perché Gesù è colui che nel momento che viene innalzato, è tirato su sulla croce, è innalzato alla destra del Padre; nel momento in cui viene attaccato al legno è intronizzato sul trono della gloria, nel momento in cui muore è risorto. Però sta tre giorni lì, dentro il sepolcro, perché non è una morte falsa, per modo di dire, una morte che è già risurrezione, ma è una morte vera! E proprio perché vera, è risurrezione. Questi primi versetti ci danno la chiave e poi si snoda pian piano questa vicenda del servo virgulto e radice (“è cresciuto come un virgulto davanti al Signore e come una radice in terra arida”), quest’idea del virgulto e della radice probabilmente evoca Isaia 11, che presenta il Messia come virgulto nel tronco di Iesse, forse un’allusione alla dinastia davidica, però anche un’allusione alla situazione di difficoltà in cui il servo nasce e vive. E’ un virgulto che nasce in una terra desertica, come se fin dalla sua origine il servo dovesse lottare per vivere, un virgulto sulla terra arida non ce la fa e se ce la fa vuol dire che ha un tale amore per la vita da essere più forte anche della morte del deserto. Questo virgulto nel deserto è una specie di miracolo, così come è un miracolo questo servo che dà la vita per il suo popolo. Si snoda la sua vicenda come vicenda di sofferenza e di morte, “uomo dei dolori, esperto nel patire, era talmente sfigurato il suo aspetto da non essere più riconoscibile come uomo”, e infatti non è riconoscibile come uomo, è uomo dei dolori, come se ormai la sofferenza l’avesse coperto radicalmente e lui fosse definitivamente identificato con la sua sofferenza e con la sua morte. Il cammino è proprio quello che contempliamo nella settimana santa, “maltrattato si lasciò umiliare, non aprì la sua bocca”, come Gesù durante il processo che tace per non accusare coloro che lo accusano, in modo che loro non debbano essere condannati, “era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai tosatori e non aprì la sua bocca”; l’immagine dell’agnello è così parlante per noi in riferimento alla passione di Gesù e questa immagine della pecora in mano ai tosatori è qualcosa dell’essere in balìa di chi ti prende e tu non puoi fare apparentemente più niente. L’immagine del servo come della pecora in mano ai tosatori è qualcosa di molto violento! La girano, la voltano, proprio questa è anche la condizione del servo, che è in mano a coloro che fanno di lui quello che vogliono. E questo però come “uno che si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato; è stato trafitto per i nostri delitti e poi noi tutti eravamo sperduti come un gregge e il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”, e poi maltrattato si lasciò umiliare. Il servo che entra nel dolore, ma senza che appaia la verità di ciò che sta avvenendo; ciò che sta avvenendo è che il servo sta assumendo su di sé le conseguenze del male per liberare gli uomini da quel male; ecco il discorso “ha fatto ricadere su di noi l’iniquità di noi tutti… Per le sue piaghe siamo stati guariti… Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui…”; E’ chiaro che non è nel senso che la punizione che doveva toccare a noi invece poi è toccata a lui, ma è che il male che noi abbiamo fatto con tutte le sue conseguenze viene affrontato dal servo che accetta che il male gli ricada addosso, per poterlo così prendere su di sé rispondendo con il bene. Il male ha questa sua forza terribile che è quella di riprodurre altro male. Se devo affrontare qualcuno che mi fa del male, io istintivamente sono portato a reagire, rispondendo con il male a lui: è inevitabile! Mi fanno un torto e io troverò il modo di rifarglielo parlano male di me e io parlerò male di loro; mi offendono e io li offendo e se non riesco a offendere loro andrò a cercare qualcun altro da offendere, perché da qualche parte bisogna che faccia uscire il male che ho accumulato e che mi hanno messo dentro. La forza terribile del male è che mette il male dentro all’altro mentre glielo fa. Ora, nella vicenda del servo, cioè del Signore Gesù, non c’è male dentro di lui, perché lui è il Figlio di Dio, lui è l’innocente, perché lui è uomo in tutto simile a noi, ma non nel peccato. E allora il male non gli mette il male dentro, il male gli si rovescia addosso, lo distrugge, ma non gli mette il male dentro così che lui risponde con il male. E allora è come se il male gli si rovesciasse addosso e non trovasse niente su cui impiantarsi per crescere; gli si rovescia addosso, ma non può riprodursi come altro male, perché trova solo bene e lì inevitabilmente finisce per scaricarsi. E’ il male che perde il suo veleno (“dov’è o morte il tuo pungiglione?), è il male che non può più riprodursi perché lì non trova risposte di male e che, ritrovando solo risposte di bene, si ritrova praticamente annientato. Questa è la: “E invece noi lo giudicavamo castigato da Dio e percosso da Dio e umiliato”.
E’ questa realtà della salvezza, del dono totale di sé del Signore Gesù che accetta di morire per poterci dare la vita; lui in realtà non muore, ma dà la vita per noi e la dà perché la vita sia pure possibile per noi. E’ la vicenda di colui che dona e che dona talmente tanto e in modo talmente gratuito che accetta perfino che non si veda che quello è dono. Gesù muore per amore e “noi lo giudicavamo castigato da Dio e umiliato”. E’ talmente tanto il dono, talmente puro il dono e gratuito che accetta anche che non si sappia; non perché vinca la menzogna, ma perché l’uomo possa accogliere un dono che è talmente dono da non chiedere nulla in cambio se non di essere accettato. Questa vita che Gesù dona non chiede nulla in cambio, chiede solo di essere accettata come vita di Gesù; il dono chiede solo di essere accettato come dono. Il perdono non chiede niente in cambio, chiede solo di essere accettato come perdono: è chiaro che poi questo cambia la vita della persona che l’accetta, ma non perché chi dà il dono e il perdono non glielo dà se non ha in cambio qualche altra cosa; non glielo dà se non c’è almeno la grande riconoscenza (sono pronto a dare la vita, ma che almeno lo sappiano! Così almeno muoio con questa gratificazione); no! Il dono e il perdono di Dio chiede solo di essere accolto, poi se l’accogli ti cambia. Questo è il mistero pasquale e allora è chiaro che la spirale del male in questo modo si interrompe e la morte diventa vita.
Per terminare vorrei ancora fermarmi solo per qualche minuto sull’ultimo versetto del nostro canto, in cui dopo aver mostrato il cammino di morte e perciò di risurrezione, di vita del servo, si conclude il tutto dicendo: “perché ha consegnato se stesso alla morte” (anche il canto del servo insiste su questa dimensione di libertà: è Gesù che si dona) “ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava (levava) il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”. Quest’ultima dimensione, quella dell’intercessione, mi pare importante anche per la vostra vita sacerdotale. Anzi questa è una dimensione tipicamente sacerdotale.
Il servo come intercessore del popolo, entrando nella linea delle grandi figure di intercessori. Abramo che lotta in qualche modo con Dio per strappargli la salvezza di Sodoma (Gen 18), Abramo che intercede per Sodoma. Come Mosè che intercede per il popolo (Es 32); Mosè era un uomo di preghiera, di intercessione; prega tanto, prega per tutti, persino per il faraone. Al cap. 32 dell’Esodo, dove c’è il racconto del vitello d’oro, lì c’è la grande preghiera di Mosè: il popolo ha peccato e Mosè intercede per i peccatori, proprio come dice la fine del canto del servo (“e intercede per il popolo”). Questo vuol dire che l’intercessore Abramo, Mosè, il Servo, il Signore Gesù, è colui che dà voce alla salvezza di Dio, al desiderio, alla volontà di salvezza di Dio. Ecco perché si dice che il servo mentre moriva e risorgeva stava intercedendo; lì si concretizza l’intercessione come forza salvifica. Perché cosa vuol dire intercedere? Non certamente mettersi davanti a Dio per convincerlo a fare il bene, perché Dio è già abbondantemente convinto di fare il bene, perché è bene e non ha nessun bisogno che noi lo convinciamo a farlo, ma nel senso che noi diventiamo quel suo desiderio di bene, quella sua volontà di bene, noi la trasformiamo in carne, noi diventiamo quel suo desiderio di bene. Colui che intercede è colui che fa diventare parole la decisione di Dio di salvare.
Quella volontà di salvare nella preghiera diventa parole e in colui che prega diventa carne e sangue. Allora, in realtà chi è l’intercessore? E’ colui che desidera il desiderio di Dio, è colui che vuole la volontà di Dio e la dice. Diventa questo coagulo nella carne e nel sangue, del desiderio di salvezza di Dio, così che adesso ciò che Dio vuole di bene per gli uomini si è incarnato ed è entrato dentro la storia e sta lì racchiuso in quella carne e in quel sangue dentro quella storia da salvare.
Per questo è molto importante che colui che intercede stia dentro il popolo. Mosè stava dentro il popolo; Abramo no; non stava dentro Sodoma e infatti la sua preghiera è: “Signore, vai a cercare i giusti che stanno dentro Sodoma!”; non può Abramo dire: “Sodoma ha peccato, ma siccome io sono tuo amico, sono giusto, tu guarda me e salva Sodoma!”.
Abramo deve dire: “Signore, guarda Sodoma e cerca lì dentro i giusti”, perché la salvezza non si può fare all’insaputa di coloro che devono essere salvati; la salvezza deve partire da quella dimensione di bene che sta lì per poter rispondere al male con il bene e salvare. La salvezza non è: io dovevo punire Sodoma, però per riguardo ad Abramo, io non ti punisco più! No, Sodoma deve essere salvata, cioè da cattiva che era deve diventare buona; da peccatrice che era deve diventare innocente. Allora bisogna partire da Sodoma; allora ecco perché il servo è dentro il popolo, ecco perché Dio si fa uomo, per essere dentro il popolo, dentro l’umanità sta il luogo di salvezza, di assoluto bene e di totale innocenza, che può allora rispondere al male con il bene e può allora trasformare il peccatore in innocente.
Bisogna andare in cerca dei giusti, cercarli a Sodoma e non ci sono, cercarli a Gerusalemme (Ger5: cercate un giusto dentro Gerusalemme che salva la città e non c’è), cercare il giusto dentro l’umanità e non c’è, allora il Giusto viene, si fa uomo e adesso il Giusto c’è dentro l’umanità: è il Signore Gesù! Lui nella sua innocenza diventa questo coagulo di carne e sangue che fa diventare carne il desiderio, la volontà, la decisione di salvezza di Dio.
Allora Gesù è l’innocente che muore per rendere innocenti i colpevoli; è il Giusto che risponde al male con il bene, perché la via del bene sia possibile per tutti; Gesù è colui che muore, non morendo, ma dando la vita così che sia possibile la vita per tutti e la morte dunque muoia; è l’intercessore che rende definitivamente possibile la salvezza per questa sua intercessione che incarna la decisione di salvezza di Dio. Adesso chiede a voi in modo particolare di essere questi intercessori che desiderano il desiderio di Dio, che con la loro voce rendono parola la volontà di salvezza di Dio e che, assumendo allora il cammino del servo, possono portare dentro il male il bene e così portare a compimento ilo cammino di passione, di morte e di risurrezione del Signore Gesù e portare a compimento per coloro che vi sono affidati il mistero pasquale.

(La meditazione del Ritiro di Quaresima è stata tenuta dalla prof. Bruna Costacurta ai sacerdoti del triennio il 10 aprile 2000 alla casa “Bonus Pastor”. Il testo non è stato rivisto dalla relatrice).

incamminoverso @ 16 h 35 min
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Palm Sunday, Orthodoxy (metto il Troparion, in inglese, non sono in grado di tradurre)

Posté le Vendredi 27 mars 2015

Palm Sunday, Orthodoxy (metto il Troparion, in inglese, non sono in grado di tradurre) dans immagini sacre palm-sunday-mosaic

By raising Lazarus from the dead before Thy passion, Thou didst confirm the universal resurrection, O Christ God! Like the children with the branches of victory, we cry out to Thee, O Vanquisher of Death: Hosanna in the highest! Blessed is he that comes in the name of the Lord! (Troparion).

http://www.stots.edu/news_130502_1.html

incamminoverso @ 19 h 38 min
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SETTIMANA SANTA – VOLGERANNO LO SGUARDO AL CROCIFISSO

Posté le Vendredi 27 mars 2015

http://www.suoredimariabambina.org/tempoliturgico/tempoliturgico201404_11.html

SETTIMANA SANTA – VOLGERANNO LO SGUARDO AL CROCIFISSO

Bruno Maggioni

Il Getzemani, con il racconto dell’Eucaristia, è introduzione alla passione. In questi due passaggi, infatti, viene fornita la chiave di lettura teologica della passione. Nel Getzemani, come nella crocifissione, ci viene detto esattamente che cosa ha provato Gesù Cristo durante la passione. Negli altri racconti, invece, viene descritto solo che cosa gli veniva fatto. Possiamo, quindi, analizzare il racconto di Marco.
Allora costringono un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. E conducono Gesù al luogo del Golgota, che si traduce « luogo del cranio », e gli davano da bere vino mescolato con mirra, ma egli non lo prese. E lo crocifiggono, e si spartiscono le sue vesti gettando la sorte su di esse, per vedere quale toccasse a ciascuno. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E sull’iscrzione col motivo della condanna c’era scritto: « il re dei giudei ». E con lui crocifigono due malfattori, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. E coloro che passavano lo bestemmiavano scuotendo il capo e dicendo: « Ehi, tu che sei capace di distruggere il tempio e di ricostruirlo in tre giorni, salva te stesso scendendo giù dalla croce ». Similmente anche gli alti sacerdoti con gli scribi si dicevano gli uni agli altri, prendendolo in giro: « Ha salvato gli altri, ma non può salvare se stesso. Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce, perché vediamo e crediamo ». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. E venuto mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alla tre del pomeriggio. E alle tre del pomeriggio Gesù gridò con voce forte: « Eloi, Eloi, lemma sabactani », che si traduce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». Alcuni dei presenti, avendolo udito, dicevano: « Vedi, chiama Elia ». Ma uno corse via, inzuppò una spugna nell’aceto, la pose su una canna e gli dava da bere dicendo: « Aspettate, vediamo se viene Elia a liberarlo ». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. E il velo del tempio fu scisso in due, dall’alto al basso. Ma il centurione, che gli stava di fronte, avendo visto che morì in quel modo, disse. « Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio! ». Ma c’era anche delle donne ad osservare da lontano fra le quali anche Maria la Maddalena, Maria la madre di Giacomo il minore e Joses, e Salome, le quali lo seguivano e lo servivano quando era in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme (15,21-41).

Prima scena: la tappa di trasferimento (vv. 21-23)
Durante il tragitto dal pretorio al calvario, costringono
un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna,
a portare la croce di Gesù.
C’è dunque la figura del cireneo, che probabilmente viene tarsfigurata dalla narrazione di Luca nell’icona del discepolo che deve portare la croce per il suo Signore.
Curioso il fatto che venga sottolineata la parentela di questo cireneo: padre di Alessandro e Rufo, ciò fa pensare che Marco stesse scrivendo a qualcuno che poteva conoscere queste due persone.

Seconda scena: il momento della crocifissione (vv. 24-27)
Se stiamo bene attenti ci accorgiamo che all’evangelista non interessa tanto la crocifissione in quanto tale, quanto il significato che ci sta dietro, per questo insiste su determinati particolari come, ad esempio, « le vesti » o « le nove del mattino ».

Terza scena: gli oltraggi (vv. 9-32)
E’ la scena madre.

Quarta scena: la morte di Gesù (vv. 33-41)
Dal punto di vista della sequenza della narrazione, risulta con estrema chiarezza la solitudine di Gesù. Solo dopo che è morto il centurione dichiara: Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio! E, a scena avvenuta, si viene a sapere che dalla sua parte c’erano alcune donne. Il Cristo in croce di Marco è un Cristo davvero immerso in una totale solitudine che non esita anche a esprimere chiedendo: « Eloi, Eloi, lemma sabactani », che si traduce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? »
Ma il racconto contiene riferimenti culturali che diventano una chiave interpretativa non indifferente. Il salmo 22 è l’ordito di fondo e fa risaltare la figura del giusto sofferente che, tuttavia, non ha perso la speranza. I due ladroni, uno a destra e uno a sinistra, potrebbero riferirsi a Isaia, mentre la bevanda può richiamare il salmo 68. Si intravede, allora, sullo sfondo una figura che va sempre più delineandosi e prendendo corpo nella vicenda del morire di Gesù: quella dei giusti condannati proprio perché giusti, un’esperienza che l’Antico Testamento conosceva benissimo.
Ma il credente sa bene che il crocifisso è il Messia e questo è lo scandalo rivelatore. Non basta, dunque, dire che Gesù realizza la profezia del giusto sofferente; bisogna invece sottolineare con forza che lui è il Messia atteso e dal quale ci si aspettava un cambiamento radicale delle cose. Questa è la novità. Un altro elemento, che a livello globale potrebbe colpire il lettore, è costituito dal fatto che il racconto della morte di Gesù è scandito dalle ore e chi ha dimestichezza con questo codice sa che l’ora nona, l’ora sesta e l’ora terza erano momenti importanti nella liturgia del tempio. Si parla, quindi, per allusioni: nonostante ci si trovi fuori dal tempio, l’evento è scandito dallo schema del tempio.
Passiamo ora a condurre un’analisi più dettagliata.
… col motivo della condanna c’era scritto: « il re dei giudei »: il titolo « re » è uno dei più delicati, perché con esso si applica a Gesù una categoria che va purificata, anzi, capovolta nel suo contenuto rispetto a quella che noi siamo abituati a intendere quando pensiamo agli altri re umani. La festa di Cristo re, per esempio, è una delle feste più ambigue: Cristo sì è re, ma è un re totalemnte diverso. Non dobbiamo immaginarci il suo come un avvento effettuato in potenza e gloria, al suono delle fanfare e delle trombe regali, tra il garrire degli stendardi. Il contenuto della regalità di Gesù è segnalato, da Marco, nel momento e attraverso la croce, non prima: è un contesto tutt’altro che trionfalistico. Attraverso la croce Gesù non ha meritato di essere re, ma ha mostrato la sua regalità. La croce indica che la regalità di Cristo è fatta di servizio e non di dominio.
E con lui crociffigono due malfattori: la vera icona cristiana non è solo il Cristo in croce, ma in croce con due malfattori. In questo modo si dice da un lato che viene condannato come un malfattore, dall’altro che è morto non solo per i peccatori, ma insieme ai peccatori. Un’icona splendida! Il racconto, in genere, usa verbi all’aoristo, cioè il presente storico, proprio perché sono azioni puntuali. Quando invece arriva alla scena degli oltraggi, il narratore passa all’imperfetto, per descrivere azioni lunghe, ripetute: … e coloro che passavano, lo bestemmiavano … similmente gli alti sacerdoti, prendendolo in giro, dicevano … e anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
Questo modo di raccontare è significativo: è come se la macchina da presa indugiasse sulla scena.
Ma chi sono i suoi oltraggiatori e in che modo viene insultato? I suoi oltraggiatori comprendono varie categorie di persone: i sacerdoti, gli scribi, che sono descritti un po’ più diffusaemnte perché .. si dicevano gli uni gli altro, prendendolo in giro …, parlottavano tra di loro per farsi sentire, i passanti e i due malfattori, di cui, però, non si dice granché.
Che cosa c’è, in Gesù, che merita insulto e derisione?
Ehi, tu che sei capace di distruggere il tempio e di ricostruirlo in tre giorni, salva te stesso scendendo giù dalla croce. Qui, a mio avviso, c’è la ragione dell’ironia della gente: uno scontro tra l’evidenza del crocifisso e la pretesa di distruggere il tempio e riscostruirlo in tre giorni. Certo che se scendesse giù dalla croce, non ci sarebbe più questo scontro che causa tanta ilarità! Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso: gli alti sacerdoti non ridono per lo scontro tra l’evidenza della debolezza e la pretesa di fare miracoli, loro insistono sul contrasto tra l’aver salvato gli altri e l’incapacità di salvare se stesso. Quindi, se non riesce a salvare se stesso, vuol dire che non ha fatto gli altri miracoli. Anche loro lo sfidano a scendere giù dalla croce. Per tutti l’essenziale è che scenda dalla croce, solo così sarebbero disposti a credere in lui. L’invito a « salvare se stesso », c’è anche nel primo oltraggio, quello dei passanti. Ma se riflettiamo con attenzione, ci rendiamo conto che dal contrasto fra la pretesa di « distruggere il tempio » e la debolezza che si manifesta nell’incapacità di « salvare se stesso », emerge la verità di Gesù. Prendendolo in gira, la gente finisce per cogliere la sua originalità. Infatti se una persona ha un certo potere, è logico che lo utilizzi innanzitutto per se stesso. Chiunque avrebbe salvato prima se stesso, mentre la novità di Gesù sta proprio nel fatto che salva gli altri e non sé. Si forma come uno spartiacque: il non credente, non vedendolo scendere dalla croce, dice che non può essere il Figlio di Dio; il credente invece, vedendolo rimanere in croce dice che è il Figlio di Dio. Se il Figlio di Dio fosse sceso dalla croce per togliersi dallo scandalo, ci avrebbe ingannato, non ci avrebbe rivelato il vero volto di Dio.
E’ necessario, quindi, cambiare la nostra idea di Dio: finché riteniamo che Dio è potenza, saremo portati a negare che il crocifisso sia il Figlio di Dio. Ma se incominciamo a capire che Dio è amore, che è dono di sé, allora restiamo incantati dal suo essere rimasto sulla croce e leggiamo questa scelta come la piena rivelazione non della sua impotenza, ma del fatto che Gesù usa la sua potenza per amare, per salvare, non per dare spettacolo. Concludendo, diamo ancora un colpo d’occhio sintetico a tutta la scena: prima della morte, c’è la gente che prende in giro Gesù perché rimane sulla croce; dopo la morte, c’è un centurione che, vedendolo morire, capisce qualcosa. Questo, per me, è lo spartiacque tra falsi credenti e veri credenti: Dio dona se stesso perché il suo attributo è l’amore. Lo spartiacque, dunque, è la croce.

Nel vangelo di Marco leggiamo
Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippi; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: « Chi dice la gente che io sia? ». Ed essi gli risposero: « Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti ». Ma egli replicò: « E voi chi dite che io sia? ». Pietro gli rispose: « Tu sei il Cristo ». E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E incominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: « Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini » (8,27-33).
Pietro, che si ribella, si sente chiamare Satana. Perché? Perché ragiona secondo gli uomini e non secondo Dio. Nel vangelo di Marco, Satana ha un modo esterno e uno interno di parlare contro Gesù: il primo consiste nel negare che è Messia; il secondo nell’ammettere che Gesù è il Messia, ma proprio perché tale, dovrebbe eliminare la croce. Se è davvero il Figlio di Dio, non può morire in croce. Ancora una volta, è la croce lo spartiacque, è qui che si gioca la fede. L’ultima sorpresa che ci riserva Marco è che ha continuato a parlare dei discepoli come di coloro che seguono un itinerario per arrivare a capire, perché per capire bisogna essere preparati.
E invece chi capisce è il centurione, che non ha seguito nessun itinerario. Il bello della narrazione, che è anche la sua forza, il suo realismo, è che, in un primo momento, il lettore vede i discepoli che abbandonano tutto per Gesù ed è portato a considerarli un modello; ma poi, gli stessi discepoli vengono rimproverati e il modello cade. Solo in questo modo si comprende che l’unico modello da seguire è Gesù Cristo, l’unico che non cambia è proprio lui.

Leggiamo il racconto di Luca.
Lo portarono via, e per la strada presero un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi e gli misero la croce sulle spalle perché la portasse dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e lo piangevano. Giratosi verso di loro, Gesù disse: « Figlie di Gerusalemme, non piangete per me. Piangete piuttosto per voi stesse e per i vostri figli, perché verrà il tempo in cui si dirà: beate le sterili, beate le donne che non hanno portato figli in grembo e non li hanno allattati al seno. Allora si metteranno a dire ai monti: cadeteci addosso, e ai colli: copriteci. Perché se fanno questo al legno verde, che cosa accadrà a quello secco? » Assieme a lui venivano condotti per l’esecuzione anche altri due malfattori. Giunti al luogo detto « teschio », crocifissero lui e i due malfattori: uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. E Gesù diceva: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». Per spartirsi i suoi vestiti li tirarono a sorte. E il popolo stava lì a guardare. I notabili lo schernivano dicendo: « Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il prescelto ». Anche i soldati si divertivano alle sue spalle. Si avvicinavano porgendogli vino con aceto e dicevano: « Se sei il re dei giudei, salva te stesso ». In alto c’era anche una scritta ufficiale: « Questi è il re dei giudei ». Uno dei malfattori appesi lo bestemmiava dicendo: « Non sei il Cristo? Salva te stesso e noi ». Ma l’altro lo rimbeccò dicendo: « Non hai neanche tu timore di Dio? Eppure subisci la stessa condanna. E per noi è giusto che sia così, perché siamo ripagati per quanto abbiamo fatto. Ma lui non ha fatto nulla che fosse perseguibile ». Poi disse: « Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno ». Gesù gli disse: « In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso ». Era già quasi mezzogiorno e tutto il paese fu immerso nelle tenebre fin verso le tre, perché il sole si era eclissato, e la cortina del tempio si squarciò in due. Poi Gesù gridò forte: « Padre, affido il mio spirito nelle tue mani ». E ciò detto, spirò. Il centurione, visto quello che era accaduto, glorificava Dio dicendo: « Quest’uomo era veramente giusto ». Anche tutte le folle che si erano radunate per assistere allo spettacolo, ripensando a quanto era successo, ritornarono indietro percuotendosi il petto. Tutti i suoi amici e le donne che lo avevano seguito dalla Galilea si erano fermati lontano e stavano a guardare (23,26-49).
Ci sono molti elementi diversi rispetto a Marco: per esempio, manca del tutto la solitudine di Gesù, Luca dice che era seguito dauna gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e lo piangevano. La morte di Gesù in Luca è corale: le folle che lo accompagnano, le folle che stanno a vedere che si erano radunate per assistere allo spettacolo, ripensando a quanto era successo, ritornarono indietro percuotendosi il petto. Ecco, per Luca la crocifissione è lo spettacolo che bisogna vedere per potersi convertire.
Il Cristo di Luca parla, mentre quello di Marco, come si è visto, appare come soggetto solo due volte, attraverso il grido della preghiera e il grido della morte. Parla alle donne per strada: « Figlie di Gerusalemme, non piangete per me. Piangete piuttosto per voi stesse e per i vostri figli, perché verrà il tempo in cui si dirà: beate le sterili, beate le donne che non hanno portato figli in grembo e non li hanno allattati al seno. Allora si metteranno a dire ai monti: cadeteci addosso, e ai colli: copriteci. Perché se fanno questo al legno verde, che cosa accadrà a quello secco?
Parla ai crocifissori: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». Per Luca, Gesù è vissuto e muore perdonando, è vissuto e muore tra i peccatori e la croce è il momento conclusivo di quanto è stato fatto prima, non è qualcosa di diverso. Cristo ha perdonato e perdona, si è donato e si dona, ha confidato nel Padre e confida nel Padre. Poi c’è il discorso al buon ladrone e infine la preghiera che, però, è tutta diversa rispetto a quella di Marco: « Padre, affido il mio spirito nelle tue mani », è una preghiera di grande serenità, di grande confidenza.
Prima di soffermarci su questo punto, torniamo al buon ladrone. La tesi di Luca, secondo la quale si deve arrivare alla croce per potersi convertire, si mostra in pienezza proprio in questo momento. Il vangelo parla con il suo linguaggio sobrio: ci sono due malfattori, entrambi appesi alla croce, che vedono lo stesso Gesù. Uno capisce: « Gesù, ricordati quando entrerai nel tuo Regno », mentre l’altro no: »Non sei il Crristo? Salva te stesso e anche noi ». Perché? Il vangelo non lo dice. E’ una delle domande che il vangelo pone abbastanza spesso, ma senza dare risposta. Il vangelo è bello anche per questo, per questi interrogativi e noi rovineremmo tutto se pretendessimo di dare una risposta, anziché applicare la domanda a noi stessi e confrontarci con il racconto.
Dicevamo prima che Gesù sulla croce non fa nulla di diverso a ciò che ha sempre fatto durante la sua vita. La croce diventa, quindi, la chiave per capire tutta la vita di Gesù, e la vita diventa la chiave per capire a fondo il senso della croce. E’ morto come è vissuto. Credo che questa sia una delle grandi leggi dell’esistenza. Gesù nella sua vita si è sempre donato e fidato; le due cose sono strettamente legate perché chi vuole donarsi deve imparare ad affidarsi, infatti il dono di sé si accompagna all’esperienza della sconfitta, perché l’amore è perdente. E’ allora necessaria una grande fiducia in Dio, soprattutto nel momento della morte quando non rimane da compiere che un ultimo, radicale atto di affidamento e di offerta. Ma l’offerta nella morte diventa significativa quando si è offerta la vita, altrimenti, che senso ha, cosa serve? Gesù, sulla croce, ha vissuto questi due forti dinamismi: il dono di sè e la fiducia in Dio. Ma in realtà sono le due regole di tutta la sua esistenza, come del resto ha segnalato nel gesto eucaristico.
In conclusione, per sviluppare lo spunto missionario, riprendiamo dal racconto della crocifissione di Giovanni due frasi.
La prima: « Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce. Vi era scritto: « Gesù il Nazareno, il re dei giudei! ». Molti giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco (19,19-20).
Le tre lingue sono segno di universalità. Inoltre Giovanni sottolinea il fatto che la scritta era sotto gli occhi di tutti, per indicare che la croce è davanti al mondo.
La seconda: « Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto » (19,37). Questa è la Chiesa di ogni tempo: un popolo che guarda il crocifisso. Per cui si capisce che non è possibile essere autentici missionari se non si fa guardare il crocifisso, se non si spiega Dio e non lo si pone davanti agli occhi di tutti e in tutte le lingue. Perché la Chiesa è fatta da coloro che « volgeranno lo sguardo al trafitto ». Giovanni aveva già anticipato la stessa idea già al capitolo XII del suo vangelo, la dove Gesù dice: « Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (12,32). Questa parola di Gesù è anche la sua risposta ai greci, ai pagani che avevano rivolto a Filippo una richiesta: « Signore, vogliamo vedere Gesù »(12,21).
Chi attira è la croce innalzata, cioè la croce spiegata nel suo significato positivo: sulla croce si vede la malvagità degli uomini, ma anche la forza dell’amore di Dio, che risulta vincente. Questa « intenzione » che regna sulla croce e che la « spiega » è ciò che bisogna innalzare, rendere visibile.

E’ una sfida aperta.

da: Bruno Maggioni, I racconti della Passione

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29 MARZO 2015 – D0MENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE – OMELIA

Posté le Vendredi 27 mars 2015

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/6-Quaresima/6a-Domenica-Le_Palme-B-2015/12-06a-Le_Palme-B-2015-SC.htm

29 MARZO 2015 – D0MENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

« Veramente questo uomo era Figlio di Dio! »

È un po’ strana la Liturgia di questa Domenica immediatamente precedente la Pasqua: per un verso è intrisa di gioia e intende celebrare l’ingresso « regale » di Gesù in Gerusalemme fra l’esultanza della folla e lo stupore innocente dei fanciulli; per un altro, è come oppressa da una pesante coltre di mestizia perché è tutta tesa verso lo sbocco drammatico di quei troppo rapidi momenti di trionfo, cioè la passione e morte del Signore. Di qui anche il suo doppio nome: « Domenica delle Palme », oppure « Domenica di Passione ».
In realtà, non c’è che un’opposizione apparente fra i due momenti o aspetti di un medesimo dramma, esaltante e rattristante nello stesso tempo. E questo per un doppio motivo: primo, perché sarà proprio quell’ingresso solenne di Gesù a provocare la reazione violenta delle classi dirigenti giudaiche che ne deliberano, per una specie di istinto difensivo, la morte; secondo, perché è nell’intenzione degli evangelisti dimostrare che Cristo conquista la sua più vera « regalità » messianica proprio salendo sul legno della croce. Non è un’ironia soltanto, oppure una semplice formalità giuridica, secondo cui si doveva esprimere il motivo della condanna, il « titulus » che fu collocato sulla croce: « Gesù, re dei Giudei »! Si è che Gesù, proprio morendo sulla croce, è diventato « re »: il suo immenso, cosmico « trono » di gloria è proprio lì.
Si capisce, perciò, questo « misto » di gioia e di tristezza, a cui la Liturgia di questa Domenica dà così plastica rappresentazione.

Cristo « si è fatto obbediente fino alla morte »
Si veda in questo senso soprattutto la seconda lettura della Messa, che riproduce il famoso « inno cristologico » della lettera ai Filippesi (2,6-11). Pur mettendo in evidenza, con espressioni di un realismo direi quasi raccapricciante, il volontario « svuotamento » del Cristo che nell’incarnazione si è fatto in tutto « simile agli uomini » e, quasi non contento di questo, « umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (v. 8), Paolo punta sulla « glorificazione » che ne è seguita, come premio e riconoscimento di questa « kénosi » spaventosa: « Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre » (vv. 9-11).
Anche la prima lettura, che riproduce parte del terzo « canto del Servo di Jahvè » (Is 50,4-7), ci presenta il Servo in atteggiamento di « fiducia » nella potenza dell’Altissimo, pur nella situazione di estrema umiliazione e di apparente fallimento della sua missione: « Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi… » (vv. 6-7).

La passione « secondo Marco »
Questa stessa tensione si trova, anche più approfondita, nell’asciutto racconto della passione secondo Marco (14,1-15,47), il quale più degli altri evangelisti fa parlare i fatti, lasciando ad essi il compito di gridare alto il « mistero » del Cristo, che solo adesso sembra squarciarsi. Più che sovrapporre ai fatti la sua teologia, direi che, rileggendoli alla luce della risurrezione, san Marco fa diventare i « fatti » stessi « teologia ».
È quello che emerge dalla confessione del centurione romano che, proprio davanti al « modo » in cui muore Gesù, grida: « Veramente questo uomo era Figlio di Dio! » (15,39).
E poco prima l’evangelista, dopo averci detto che Gesù, « dando un forte grido spirò » (v. 37), continua: « Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso » (v. 38). È incerto se si tratti del « velo » che separava il santuario dal « santo dei santi », oppure del cortinaggio esterno che ricopriva il frontone del tempio. In ogni modo, quello che ci vuol dire Marco è non solo che con la morte di Cristo ormai è esaurita la funzione del tempio secondo lo schema salvifico dell’Antico Testamento, ma soprattutto che la morte di Cristo « squarcia » il velo del suo mistero, ci fa come leggere e vedere dentro il suo cuore e ce lo fa riconoscere quale « Figlio di Dio ».
A questo punto il dramma della passione incomincia a stemperarsi nello stupore e nella gioia sommessa di una scoperta, verso cui tende tutta l’orditura del secondo Vangelo: in Gesù di Nazaret, rivelatosi finalmente come Figlio di Dio nella sua morte di croce, Dio ci dà salvezza! La sua morte non è, pertanto, un mero e criminale errore giudiziario, come potrebbe a prima vista apparire, ma un gesto di donazione e di amore, un’immolazione sacrificale, come spiega Gesù stesso, quando istituisce l’Eucaristia: « Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti » (14,24).
E così abbiamo già incominciato ad addentrarci in una lettura più attenta della « passione secondo Marco », i cui particolari sono così numerosi che non possiamo in nessuna maniera affrontarli uno per uno. Continuando nel tipo di riflessione già iniziata, vorrei soltanto aiutare il lettore a cogliere due « orizzonti » caratteristici, che certamente sono presenti all’evangelista nella intelaiatura del suo racconto. Il primo è l’orizzonte « cristologico », senz’altro fondamentale; il secondo è l’orizzonte « parenetico », cioè esortativo, che tende a coinvolgere in prima persona i suoi immediati lettori, per i quali egli ha scritto il suo Vangelo, e i lettori di tutti i tempi, e perciò anche noi.

« Incominciò a sentire paura e angoscia »
L’orizzonte « cristologico » è presente a Marco fin dall’inizio del suo Vangelo, che si apre appunto con le note parole: « Principio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio » (1,1). Tutto il suo racconto, perciò, è sotto il segno di questa confessione di fede.
Senonché Gesù, durante tutta la sua vita pubblica, sfugge continuamente ad una precisa « identificazione » di se stesso. Anzi, quando sembra che i demoni abbiano intuito qualcosa del suo mistero e lo confessano in pubblico: « Io so chi sei tu: il Santo di Dio… Tu sei il Figlio di Dio » (1,24; 3,11), egli li sgrida severamente « perché non lo manifestassero » (3,12; cf 1,34, ecc.). Perfino ai tre apostoli che, nella folgorante esperienza della trasfigurazione, avevano udito la voce che lo proclamava « Figlio prediletto » del Padre (9,7), imporrà di « non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti » (9,9).
Perché tutto questo? È la famosa questione del « segreto messianico », su cui non ci interessa per il momento intrattenerci. A mio parere, il motivo è duplice: prima di tutto, perché c’era la possibilità effettiva di equivocarsi sulla vera identità di Gesù come Cristo, prendendolo come un messia politico; in secondo luogo, e soprattutto, perché secondo Marco Gesù si sarebbe manifestato come Figlio di Dio e Re messianico solo negli eventi della passione. Infatti, con la sua morte di croce Cristo non avrebbe solo rivelato al mondo in maniera inequivocabile la « natura » del suo messianismo, ma soprattutto avrebbe compiuto i « gesti » che in maniera definitiva lo consacrano Messia e Figlio di Dio: e precisamente i gesti non della potenza ma della « debolezza », cioè i gesti dell’amore, che è tale nella misura in cui si dona in maniera completamente gratuita.
E questa « debolezza » di Gesù è espressa in Marco, nella sua solita forma impietosa e quasi ruvida, più accentuatamente che negli altri evangelisti.
Così, ad esempio, si dirà che Gesù nell’orto del Getsemani « cominciò a sentire paura e angoscia » (14,33), e perciò prese con sé i tre discepoli prediletti; davanti al sommo sacerdote e a Pilato « taceva e non rispondeva nulla » alle false accuse rivoltegli (14,61; 15,4), tanto che il procuratore romano si « meraviglierà » del suo silenzio (15,5); dissanguato per la flagellazione subìta e per la corona di spine posta sulla sua testa, non avrà più forza neppure di trascinarsi dietro la croce, tanto che si dovette « costringere » un uomo che veniva dalla campagna, di cui Marco solo ci fornisce il nome, « Simone di Cirene, padre di Alessandro e Rufo » (15,21), a portare la croce insieme a lui.
La « debolezza » estrema, infine, è quella di non sapersi « slegare » dal legno della croce, come lo invitano a fare, schernendolo, i suoi avversari: « Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo » (15,31-32).

« Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza »
Orbene, è proprio in questa situazione di estrema « debolezza » che la fede coglie la « potenza » del divino: è qui che Cristo viene riconosciuto dal centurione, come abbiamo già ricordato, quale « Figlio di Dio » (15,39).
E poco prima, davanti al sommo sacerdote che lo interrogava: « Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto? », Gesù risponderà senza esitazione, pur sapendo la sorte che lo attendeva: « Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo » (14,62). Davanti a colui che lo giudica e lo condanna Gesù rivendica a sé, con le parole di Daniele (7,13-14) e del Salmo 109,1, la dignità e il potere di « giudice » escatologico: allora le parti saranno capovolte. Solo allora la « debolezza » si convertirà in « potenza »!
È certo che tutto questo orizzonte immenso di luce e di amore, che l’evangelista sa scorgere nelle « tenebre » della passione, gli si è disvelato dopo l’esperienza della risurrezione. In tal modo egli indica anche a noi l’angolazione giusta per cogliere il senso ineffabile dei misteri pasquali, a cui questa « Domenica di Passione » intende introdurci.

La « sfida » della croce
Più sopra ho parlato anche di un orizzonte « parenetico », a cui l’evangelista vuol fare affacciare i suoi lettori, coinvolgendoli nel dramma di sangue che egli sta descrivendo.
Che cosa intendiamo dire con questo? Che l’evangelista, al di là dei personaggi storici concreti, lancia un messaggio ai cristiani di tutti i tempi perché imparino la lezione di amore e di donazione di Cristo e diano una risposta adeguata alla « sfida » che egli continuerà a proporre ai suoi. Facciamo solo qualche esempio.
A poco a poco attorno a Cristo si fa il vuoto: non solo Giuda lo tradisce, non solo Pietro nega di averlo mai « conosciuto » (14,71), ma gli apostoli in blocco, presi dalla paura, « abbandonandolo, fuggirono » (14,40); e la folla intera, che qualche giorno prima lo aveva applaudito, manipolata dai sommi sacerdoti, adesso gli si rivolta preferendogli Barabba e domandandone la crocifissione (15,6-15).
Uniche ad avere un po’ di coraggio, in mezzo a questo generale tradimento, « alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salòme, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme » (15,40-41). Si direbbe che Marco abbia voluto riscattare la dignità della donna, riconoscendole una maggiore lucidità di penetrazione nel mistero e una maggiore capacità di amore e di fedeltà!
Comunque sia, rimane il fatto di questa « solitudine » desolante del Cristo nella sua passione, cioè a dire nei momenti in cui egli provoca di più lo « scandalo » dei suoi discepoli e dei benpensanti di tutti i tempi: « Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: « Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse »" (14,27).
Ma lo « scandalo » della croce è lo scandalo permanente della fede. Ed esso significa non soltanto avere il coraggio di accettare il mistero del Cristo « crocifisso », quale Paolo predicava come nucleo essenziale del messaggio cristiano (1 Cor 2,2), ma anche sentirci « crocifissi insieme » a Cristo, come diceva ancora il grande apostolo: « Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo » (Gal 6,14). E questo è più difficile ancora, soprattutto oggi, in questa società edonistica e consumistica, che pone come unico traguardo degno dell’uomo il « piacere », o il « guadagno » a tutti i costi e in qualsiasi modo, anche uccidendo i figli nel seno delle madri, oppure tradendo il proprio marito o la propria moglie, oppure passando sul cadavere del proprio avversario, anche solamente politico.
Sapranno i cristiani rendere un po’ di « sapore » alla vita, reinserendo nel cuore del mondo e nell’evolversi tumultuoso della storia il « segno » luminoso della croce, testimoniando che è solo da questa volontà di « versarsi » per gli altri, come Cristo ha fatto del suo sangue, che verrà la salvezza per tutti?
È questa la « parenesi » che Marco rivolge anche a noi, con trattenuta e sofferta commozione, nel raccontarci la drammatica storia della passione del Signore.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

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Tintoretto, The Ascent to Calvary

Posté le Jeudi 26 mars 2015

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IL FASCINO DI PAOLO

Posté le Jeudi 26 mars 2015

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IL FASCINO DI PAOLO

Giovedì 29 giugno si celebrerà, come ogni anno, la festa dei Ss. Pietro e Paolo che in quest’anno giubilare rivestirà un aspetto più solenne. Vorremmo in questo breve spazio far risaltare una figura di altissimo rilievo nel Nuovo Testamento, quella di Paolo, l’apostolo per eccellenza al quale sono attribuite dal Canone 13 lettere. In verità la nostra rubrica, a prima vista, non pan-ebbe adattarsi a questo missionario del vangelo. Infatti san Girolamo, il grande traduttore e interprete della Bibbia, non aveva esitato a scrivere che Paolo «non si preoccupava più di tanto delle parole, una volta che aveva messo al sicuro il significato».
E, secoli dopo, un altro grande studioso delle Scritture, Erasmo da Rotterdam, morto nel 1536, ribadiva che, «se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo scrittore (Paolo) si suda ancor più a capire cosa voglia e a che cosa miri». Il suo effettivamente è un linguaggio strano, travolto dall’irrompere del suo pensiero e della sua passione: egli impedisce che l’incandescenza del messaggio da comunicare si raggeli negli stampi freddi dello stile e delle regole, insomma di un bel testo.
Ma proprio questa ribellione diventa la ragione del fascino che l’apostolo ha sempre esercitato coi suoi scritti, a partire dal vescovo e grande oratore francese Bossuet che in un paneginco del 1659 esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce diritto al cuore», mentre un altro francese, il romanziere Victor Hugo nel suo William Shakespeare (1864) inseriva Paolo tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupìto dalla vittoria della luce».
Conquistato dall’apostolo e dai suoi scritti era stato anche Pier Paolo Pasolini che nel 1968 aveva pensato di dedicargli un film del quale è ilmasto solo un abbozzo di sceneggiatura, pubblicato postumo nel 1977 col titolo San Paolo (ed. Einaudi). Il notissimo scrittore e regista pensava di trasporre la vicenda e il messaggio dell’apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura visitate da Paolo con New York, Londra, Parigi, Roma e la Germania. Scriveva, infatti, Pasolini:
«Paolo è qui, oggi, tra noi. Egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo».
Certo, quella parola disadorna, «senza sublimità di discorso o di sapienza», come Paolo stesso confessava ai Corinzi (I Cor 2,1), ha incrinato tante strutture e tanti luoghi comuni del potere e della cultura imperiale romana. Ma la forza, la passione, l’entusiasmo del suo “messaggio religioso” erano nell’amore per Gesù Cristo. Un amore che gli fa dettare le pagine più intense e splendide. Per questo è del tutto insufficiente e fuorviante la definizione di «Lenin del cristianesimo» che gli riserverà una persona pur acuta e sincera come Antonio Gramsci. Per capire Paolo è necessario prendere in mano e leggere quelle sue lettere che – come diceva il nostro grande poeta Mario Luzi – s’insediano «nell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza».

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