SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

STO CAMBIANDO CASA, PER UN PO’ NON POTRÒ LAVORARE TUTTI I GIORNI, MI ASPETTATE? MI VENITE A TROVARE?
 

ho un altro blog su San Paolo Apostolo, solo per testi scelti, i più belli per me, titolo: La (mia) pagina di San Paolo, link:

http://unapaginapersanpaolo.blogspot.it/

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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

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PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

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LETTERA ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO

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Publié dans : ANNO PAOLINO | le 9 mars, 2008 |23 Commentaires »

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

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PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

Publié dans : LITURGIA DEL GIORNO | le 9 mars, 2008 |Pas de Commentaires »

Angels painting

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Publié dans : immagini sacre | le 22 août, 2016 |Pas de Commentaires »

PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI – COMMENTO

http://www.homolaicus.com/nt/vangeli/lettere_tessalonicesi.htm

PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI – COMMENTO

(sul sito c’è il testo)

COMMENTO

La I lettera ai Tessalonicesi è la più antica (1) di quelle di Paolo di Tarso, essendo stata scritta tra il 51 e il 52, dopo che in quella località (Tessalonica, Salonicco) la chiesa fu fondata nel corso del secondo viaggio missionario dell’apostolo, avvenuto tra il 49 e il 53 (cfr At 17,1-10). Probabilmente Paolo si trovava a Corinto, dove aveva incontrato Gallione, fratello maggiore di Seneca, dopo il discorso all’Areopago di Atene, e prese la decisione di scriverla solo dopo aver ottenuto notizie da Timoteo che l’aveva raggiunto, insieme a Sila, proprio da Tessalonica. E sarà proprio Timoteo a consegnarla a quei neo-convertiti. La lettera evita i toni apologetici come quella ai Galati e la seconda ai Corinti, manca di temi dottrinali come quella ai Romani e agli Efesini e non costituisce neppure una risposta a quesiti precisi, come la prima ai Corinti. Il motivo di fondo è quello di precisare il tema della parusia e, in particolare, il rapporto che avrebbe dovuto esserci tra vivi e morti. Ma evidentemente il suo contenuto non fu capito granché, visto che ad essa Paolo fece seguire, dopo qualche mese, una seconda lettera. La città di Tessalonica, ai tempi di Paolo, viveva uno dei periodi di maggiore floridezza economica. Conquistata dai romani nel 168 a.C., era diventata, nel 146 a.C., capitale di uno dei quattro distretti romani di Macedonia, ed era governata da un proconsole. Veniva considerata la città più fiorente della Grecia, anche perché col suo porto dominava l’Egeo. Nel 42 a.C., dopo la battaglia di Filippi, s’era guadagnata il titolo di « città libera » (con un proprio dèmos, assemblea cittadina, una propria bulè, senato, e propri politarchi, magistrati), essendosi schierata a favore di Ottaviano e Antonio contro Cassio e Bruto. Durante la permanenza nella città, Paolo, insieme a Sila e Timoteo, predicò inizialmente (gli Atti parlano di tre sabati) nella sinagoga, la principale in quella parte di Macedonia, ma a causa dell’immediata e forte opposizione da parte degli ebrei, fu costretto ad andarsene soltanto dopo pochi mesi, trovando rifugio a Berea (Verria), a circa 80 km da Tessalonica. Il privilegio di « città libera » imponeva infatti l’obbligo morale di un lealismo oltre ogni sospetto, per cui si comprendeva bene l’allarme generale tra le autorità e la popolazione di fronte a un’accusa di insubordinazione politica e di alto tradimento. Il contenuto della sua predicazione ci è noto proprio attraverso gli Atti: secondo un’interpretazione (naturalmente distorta) delle Scritture, egli sosteneva, sulla scia di Pietro, che il messia, nella persona di Gesù, doveva necessariamente morire per poi risorgere (« essere ridestato da Dio »), al fine di liberare gli uomini dall’oppressione (dare loro « salvezza », soteriologia). Questa tesi (kerigma) fu accolta da pochi giudei, ma da molti greci, anche tra le donne aristocratiche. La cosa fece andare su tutte le furie gli ebrei, che vedevano perdere consensi e soprattutto perché non potevano accettare l’idea di una fine del primato storico-politico d’Israele. Decisero quindi di denunciarlo, dopo aver fatto irruzione nella casa di un loro concittadino, Giasone, che probabilmente costituiva la base della missione dell’apostolo. L’accusa era quella di agire contro i decreti dell’imperatore, in quanto veniva a questi contrapposto un nuovo sovrano, Gesù. I politarchi (giudici della città) rimasero molto turbati e decisero di espellere immediatamente tutti i missionari. In questa lettera, scritta per infondere fiducia ai neo-convertiti, che evidentemente avevano subìto vessazioni dopo la partenza forzata dell’apostolo, si usa, per la prima volta, il termine « Cristo » come nome proprio di persona e non più come « qualifica politica »(1,1.3). Lo stesso appellativo di « Signore », che i pagani usavano in senso « politico » e che i Settanta avevano dato solo a Jahvè, qui viene usato in un’accezione esclusivamente « religiosa », essendo associato all’idea di « dio-padre », e attribuito unicamente al Cristo. Paolo tuttavia, provenendo da un ambiente intriso profondamente di aspettative politiche, quale quello giudeo-farisaico, pur compiacendosi che i tessalonicesi abbiano abbandonato i loro « idoli »(1,9), non si accontenta di anteporre alla loro religione (2) una nuova religione, ma è convinto che la sua nuova religione abbia un contenuto anche politico, in quanto il Cristo risorto, in virtù appunto della propria resurrezione, dovrà liberare coloro che credono in lui « dall’ira imminente »(1,10). Se è vero quel che dice Pietro, e cioè che Cristo è risorto, allora deve apparire del tutto normale un suo « imminente » ritorno, altrimenti non avrebbe avuto senso morire in croce: sarebbe stato sufficiente morire di vecchiaia, di morte naturale, semplicemente per far credere nell’esistenza di un aldilà. Viceversa, un uomo che pretende di porsi come « liberatore nazionale », che si fa uccidere senza poter dimostrare che aveva politicamente e umanamente ragione, quando in realtà avrebbe potuto farlo tranquillamente, avendo fatto capire, con la resurrezione, ch’era più che un uomo, non può non tornare, a tempi brevi, in maniera trionfale, facendo giustizia dei propri nemici. Questa convinzione non l’aveva solo Paolo, ma anche Pietro e altri apostoli ancora, con la differenza che mentre per Pietro e gli altri discepoli, presenti a Gerusalemme, Cristo sarebbe dovuto tornare per liberare la Palestina dai romani e costruire un nuovo regno davidico, per Paolo invece Cristo avrebbe dovuto abbattere l’intero impero romano, creando un nuovo regno in cui la differenza tra ebreo e pagano sarebbe scomparsa. Paolo in sostanza era convinto che se davvero il Cristo era risorto, non avrebbe avuto alcun senso che un avvenimento così straordinario dovesse restare circoscritto entro gli angusti confini di Israele, anche perché erano stati proprio i giudei a giustiziarlo. Cioè, in sostanza, ed è in questa alternativa radicale che sta racchiusa tutta la biografia politica dell’apostolo Paolo, o i cristiani andavano perseguitati, poiché demotivavano la resistenza armata da parte degli ebrei, con la loro idea di attendere passivamente la parusia del Cristo, oppure, se avevano davvero ragione, non potevano averla solo per i destini di Israele, in quanto l’avvenimento che andavano predicando doveva per forza riguardare l’intero genere umano. Paolo è assolutamente convinto che la seconda strada, da lui scelta negli anni 34-36, sia quella più giusta, quella più logica e naturale, quella più conseguente alla tesi petrina della « morte necessaria », e si serve delle persecuzioni subite a titolo dimostrativo (2,2): a Filippi fu addirittura incarcerato e fustigato. Sostiene, non senza una certa fanatica autoesaltazione, di essere non solo un « inviato di Dio »(2,9.13), ma anche un « apostolo di Cristo »(2,6), non meno degli altri discepoli più vicini al messia, anche se questa sua qualifica gli verrà sempre contestata dalla comunità di Gerusalemme, la quale però, vedendo il suo grande zelo a favore dell’idea di resurrezione, sarà anche disposta a cercare dei compromessi per favorirlo nella sua predicazione, che in teoria avrebbe dovuto essere rivolta esclusivamente ai « gentili » o ai « non circoncisi », ma che nella realtà si rivolgeva anche ai giudeo-ellenisti, agli ebrei della diaspora. In quanto giudeo predicava anzitutto ai giudei, nelle loro sinagoghe, ma, essendo convinto che non l’avrebbero ascoltato, approfittava subito del loro diniego per rivolgersi ai pagani, più sensibili a credere in fatti miracolosi e straordinari o in concezioni spiritualistiche, come appunto la resurrezione e l’aldilà. La sconfitta culturale che subirà ad Atene, in mezzo a un consesso di intellettuali, sarà tutto sommato un fatto isolato, che lo indurrà a rivolgersi unicamente a un uditorio più popolare. Quando scrive questa epistola Paolo ha già rotto definitivamente con l’ebraismo classico, al punto che arriva a dichiarare ch’egli non farà nulla per il suo paese nel caso in cui venga distrutto da Roma (2,16): i giudei sono « nemici di tutti gli uomini »(2,15). La rottura è non solo politica, avendo essi ucciso il messia e i profeti, ma anche ideologica, poiché i giudei non hanno più alcun titolo per ritenersi migliori degli altri popoli. Infatti, se possono essere migliori di quei pagani dediti ai piaceri e alla cupidigia (4,5s.), non sono certo migliori dei neo-cristiani di origine pagana, che sul piano etico si sforzano di condurre una vita irreprensibile, anzi sono « modello » per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Paolo stesso aveva cercato di dar loro il buon esempio, alternando la predicazione al lavoro manuale (2,9), per non essere a nessuno di peso e per distinguersi dai filosofi e predicatori girovaghi, che spesso agivano a scopo di lucro. Qui il suo antisemitismo e antigiudaismo è così forte che si sente in dovere di affermare che la generazione dei tessalonicesi a lui coeva vedrà il ritorno trionfale del Cristo (2,19) « con tutti i suoi santi » (3,13). E’ quasi fuori di sé. E’ convinto che prima risorgeranno quelli che sono già morti (come primo segno della parusia), poi sarà la volta dei viventi (tra cui lui stesso), che però, non essendo ancora morti, saranno « rapiti insieme con loro [coi defunti], sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria »(4,16ss.). Una sorta di spiritualizzazione della politica ai limiti del patologico. Cristo doveva tornare per dimostrare che senza di lui i giudei non sarebbero mai stati in grado di liberarsi dei romani e per dimostrare che, avendolo ingiustamente ucciso, sotto la denominazione di « nemico » non andava messo solo il romano oppressore e l’ebreo collaborazionista, ma anche il giudeo qua talis, fanaticamente legato alle proprie leggi e tradizioni. Il loro primato di « nazione santa », di « popolo eletto » era finito: ora il nuovo regno sarebbe stato « universale », « cosmico ». Come Pietro aveva ingannato i soli ebrei, così Paolo stava ingannando ebrei e pagani. Questi due apostoli, della prima e dell’ultima ora, erano così convinti della verità del loro nuovo vangelo, pur nella disperazione d’essere usciti politicamente sconfitti dagli eventi, che non s’accorgevano neppure di apparire seguaci di idee irrazionalistiche. Paolo, come già i sinottici, si rende conto, in questa lettera, della difficoltà di precisare il momento esatto della parusia, per cui si limita soltanto ad affermare che quando ufficialmente si proclamerà « pace e sicurezza »(5,3), allora avverrà d’improvviso il ritorno trionfale del Cristo, paragonabile al furto di un ladro notturno, alle doglie di una donna incinta. Vuole a tutti i costi porre delle antitesi paradossali, per meglio indurre il lettore a stare sempre vigile, a non fidarsi mai di quello che vede. Per « vigilanza » non si deve intendere una preparazione politico-militare attiva, come chiedeva Giovanni nella sua Apocalisse, scritta nell’imminenza dello scoppio della guerra giudaica. Le armi dei cristiani al seguito di Paolo sono semplicemente « spirituali »: la corazza della fede e dell’amore, l’elmo della speranza nella salvezza (5,8). Si tratta di attendere con pazienza, senza far nulla di violento; anzi, qualunque forma di persecuzione subìta va considerata come un segno favorevole alla parusia. La liberazione non può essere compiuta che da Cristo risorto, poiché s’egli non ha potuto compierla da vivo, usando gli strumenti della democrazia, è stato solo per dimostrare che il primato d’Israele era finito, ovvero che la società ebraica non era in grado di far valere un maggior senso della libertà e della giustizia sociale rispetto alle altre nazioni. I giudei, il popolo politico più irriducibile della storia, non sapendo riconoscere il valore dei propri liberatori nazionali, arrivando persino a consegnarli al peggiore nemico, hanno fatto il loro tempo, sono giunti al collasso storico-nazionale, non hanno titoli per opporsi legittimamente all’imperialismo romano. E’ dunque giusto che vengano spazzati via dalla parusia del messia redivivo (3). Non si può transigere con loro: o si pentono di quello che hanno fatto e credono nella resurrezione, che apre la strada all’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a dio; o è meglio rivolgersi esclusivamente ai pagani, considerando finita la pretesa specificità ebraica. In questo Paolo era molto più risoluto di Pietro, e se in tutto quello ch’egli scrisse in questa lettera ci sarà qualcosa di « imminente », sarà soltanto la rottura tra i due, almeno finché Pietro non si deciderà di abbandonare per sempre Gerusalemme.

(1) Secondo alcuni esegeti la più antica è quella dei Galati, che risalirebbe alla fine del primo viaggio missionario. (2) Nella cosmopolitica Tessalonica, punto d’incontro tra oriente e occidente, dominava il più ampio sincretismo religioso, coi culti pagani di Serapis, Cibele, Dioniso, Cabiro, ma anche di Roma e di Augusto, ivi incluse varie divinità greco-italiche, quali Diana, Atena, Afrodite, i XII Dèi… La scelta a favore di questa città doveva apparire, agli occhi di Paolo, di natura strategica, in quanto da qui facilmente la predicazione si sarebbe irradiata nelle province orientali dell’impero. (3) Si noti in tal senso che il termine « parusia » non ha lo stesso significato che aveva nel mondo pagano, ove s’intendeva l’arrivo solenne di un esercito, guidato da un generale o da un sovrano, cui faceva seguito l’accoglienza festosa da parte degli alti dignitari della città. Qui il significato è più bellicoso: è una resa dei conti nei confronti dei propri nemici. Ogniqualvolta si parla nelle lettere paoline di « giorno del Signore », di « quel giorno » o semplicemente « il giorno », di « giorno dell’ira », « giorno del giudizio », « giorno della rivelazione », s’intende sempre qualcosa attinente a un evento di tipo escatologico, in uno scenario di catastrofe cosmica. Tuttavia, col passare degli anni, Paolo sarà costretto a trasformare il suo concetto di « parusia imminente » in « parusia ritardata » (a tale scopo, tra i segni premonitori, si sentirà indotto ad aggiungere, nella lettera ai Romani e nella seconda ai Corinti, anche quello della conversione degli ebrei al cristianesimo!). In particolare, proprio dalla seconda lettera ai Corinti, accanto all’escatologia di carattere schiettamente apocalittico e collettivo, Paolo inserirà con insistenza l’idea di una escatologia più individuale, in cui diventava possibile incontrarsi col Cristo dopo morti. Il termine « parusia » ricorre quattro volte nel cap. 24 del vangelo di Matteo e due volte nella lettera di Giacomo. Anche alcuni scrittori latini parlavano di « imminenza della fine »: Lucrezio, Livio, Ovidio, Seneca ecc. L’allontanarsi sempre più netto della parusia obbligherà i Padri della chiesa a concentrarsi sui destini dell’anima nell’aldilà.

 

Publié dans : Lettera ai Tessalonicesi - prima | le 22 août, 2016 |Pas de Commentaires »

Jesus praying with his mother Mary

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Publié dans : immagini sacre | le 21 août, 2016 |Pas de Commentaires »

PAPA BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, COLLABORATORI DI CRISTO

http://www.stpauls.it/coopera/0901cp/0901cp05.htm

PAPA BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, COLLABORATORI DI CRISTO  

a cura di Olindo Crespi

Nella vita di san Paolo a seguito dell’incontro con il Cristo risorto, ha ricordato il Papa nell’Udienza generale di mercoledì 10 settembre, Gesù entrò nella sua vita e lo trasformò da persecutore in apostolo.   «Cari fratelli e sorelle quell’incontro segnò l’inizio della missione di Paolo: egli non poteva continuare a vivere come prima, adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo. È proprio di questa sua nuova condizione di vita, cioè dell’essere egli apostolo di Cristo, che vorrei parlare oggi. Noi normalmente, seguendo i Vangeli, identifichiamo i Dodici col titolo di apostoli, intendendo così indicare coloro che erano compagni di vita e ascoltatori dell’insegnamento di Gesù. Ma anche Paolo si sente vero apostolo e appare chiaro, pertanto, che il concetto paolino di apostolato non si restringe al gruppo dei Dodici. Ovviamente, Paolo sa distinguere bene il proprio caso da quello di coloro « che erano stati apostoli prima » di lui (Gal 1,17): ad essi riconosce un posto del tutto speciale nella vita della Chiesa. Eppure, come tutti sanno, anche san Paolo interpreta se stesso come apostolo in senso stretto…

Le caratteristiche dell’apostolo Quindi, egli aveva un concetto di apostolato che andava oltre quello legato soltanto al gruppo dei Dodici e tramandato soprattutto da san Luca negli Atti (cfr At 1,2.26; 6,2). Infatti, nella prima Lettera ai Corinzi Paolo opera una chiara distinzione tra « i Dodici » e « tutti gli apostoli », menzionati come due diversi gruppi di beneficiari delle apparizioni del Risorto (cfr 14,5.7). In quello stesso testo egli passa poi a nominare umilmente se stesso come « l’infimo degli apostoli », paragonandosi persino a un aborto e affermando testualmente: « Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è con me » (1 Cor 15,9-10). La metafora dell’aborto esprime un’estrema umiltà; la si troverà anche nella Lettera ai Romani di sant’Ignazio di Antiochia: « Sono l’ultimo di tutti, sono un aborto; ma mi sarà concesso di essere qualcosa, se raggiungerò Dio » (9,2). Ciò che il Vescovo di Antiochia dirà in rapporto al suo imminente martirio, prevedendo che esso capovolgerà la sua condizione di indegnità, san Paolo lo dice in relazione al proprio impegno apostolico: è in esso che si manifesta la fecondità della grazia di Dio, che sa appunto trasformare un uomo mal riuscito in uno splendido apostolo. Nelle sue Lettere appaiono tre caratteristiche principali, che costituiscono l’apostolo. La prima è di avere « visto il Signore » (cfr 1 Cor 9,1), cioè di avere avuto con lui un incontro determinante per la propria vita. Analogamente nella Lettera ai Galati (cfr 1,15-16) dirà di essere stato chiamato, quasi selezionato, per grazia di Dio con la rivelazione del Figlio suo in vista del lieto annuncio ai pagani. In definitiva, è il Signore che costituisce nell’apostolato, non la propria presunzione. L’apostolo non si fa da sé, ma tale è fatto dal Signore; quindi l’apostolo ha bisogno di rapportarsi costantemente al Signore. Questa è la prima caratteristica: aver visto il Signore, essere stato chiamato da Lui. La seconda caratteristica è di « essere stati inviati ». Lo stesso termine greco apóstolos significa appunto « inviato, mandato », cioè ambasciatore e portatore di un messaggio; egli deve quindi agire come incaricato e rappresentante di un mandante. È per questo che Paolo si definisce « apostolo di Gesù Cristo » (1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1), cioè suo delegato, posto totalmente al suo servizio, tanto da chiamarsi anche « servo di Gesù Cristo » (Rm 1,1). Ancora una volta emerge in primo piano l’idea di una iniziativa altrui, quella di Dio in Cristo Gesù, a cui si è pienamente obbligati; ma soprattutto si sottolinea il fatto che da Lui si è ricevuta una missione da compiere in suo nome, mettendo assolutamente in secondo piano ogni interesse personale. Il terzo requisito è l’esercizio dell’ »annuncio del Vangelo », con la conseguente fondazione di Chiese. Quello di « apostolo », infatti impegna concretamente e anche drammaticamente tutta l’esistenza del soggetto interessato. Nella prima Lettera ai Corinzi Paolo esclama: « Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? » (9,1). Analogamente nella seconda Lettera ai Corinzi afferma: « La nostra lettera siete voi…, una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente » (3,2-3).

Identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore Non ci si stupisce, dunque, se il Crisostomo parla di Paolo come di « un’anima di diamante » (Panegirici, 1,8), e continua dicendo: « Allo stesso modo che il fuoco appiccandosi a materiali diversi si rafforza ancor di più…, così la parola di Paolo guadagnava alla propria causa tutti coloro con cui entrava in relazione, e coloro che gli facevano guerra, catturati dai suoi discorsi, diventavano un alimento per questo fuoco spirituale » (ibid., 7,11). Questo spiega perché Paolo definisca gli apostoli come « collaboratori di Dio » (1Cor 3,9; 2Cor 6, 1), la cui grazia agisce con loro. Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene in luce da san Paolo, è una sorta di identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha evidenziato come l’annuncio della croce di Cristo appaia « scandalo e stoltezza » (1 Cor 1,23), a cui molti reagiscono con l’incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche oggi. A questa sorte, di apparire « scandalo e stoltezza », partecipa quindi l’apostolo e Paolo lo sa: è questa l’esperienza della sua vita. Ai Corinzi scrive, non senza una venatura di ironia: « Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti fino a oggi » (1 Cor 4,9-13). È un autoritratto della vita apostolica di san Paolo: in tutte queste sofferenze prevale la gioia di essere portatore della benedizione di Dio e della grazia del Vangelo.

L’amore di Cristo Paolo, peraltro, supera la prospettiva meramente umanistica, richiamando la componente dell’amore di Dio e di Cristo: « Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore » (Rm 8,35-39). Questa è la certezza, la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio. E questo amore è la vera ricchezza della vita umana. Come si vede, san Paolo si era donato al Vangelo con tutta la sua esistenza; potremmo dire ventiquattr’ore su ventiquattro! E compiva il suo ministero con fedeltà e con gioia, « per salvare ad ogni costo qualcuno » (1 Cor 9,22). Ancora: « Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia » (2 Cor 1,24). Questa rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia>>

La porta stretta

La porta stretta dans immagini sacre XXI_ordinario

http://www.santamariadelpozzoardore.org/gesu-riconosce-i-suoi-figli-in-ogni-angolo-del-mondo.html

Publié dans : immagini sacre, STUDI DI VARIO TIPO | le 19 août, 2016 |Pas de Commentaires »

21 AGOSTO 2016 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/21a-Domenica/14-21a-Domenica-C_2016-SC.htm

21 AGOSTO 2016 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« Signore, sono pochi quelliche si salvano? » È piuttosto sconcertante la domanda di un anonimo a Gesù, mentre si sta dirigendo a Gerusalemme: « Signore, sono pochi quelli che si salvano? » (Lc 13,23). Non sappiamo se sia la richiesta di uno, troppo zelante, che si preoccupa di riservare solo alle persone « per bene » il regno dei cieli; oppure se sia la domanda angosciata di qualcuno davanti al disimpegno dei più circa i problemi fondamentali della salvezza. Probabilmente si tratta di ambedue i casi, anche se inizialmente la domanda poteva riguardare soprattutto una certa sicurezza dei Giudei (« i primi ») di fronte ai pagani (« gli ultimi »): però, con l’andare del tempo, il problema si deve essere allargato e incominciò a implicare anche una certa perplessità circa le condizioni per ottenere la salvezza e il possibile « rischio » di perderla. Attualizzando il messaggio evangelico, perciò, Luca invita i cristiani del suo tempo e tutti noi a rivedere il nostro « impegno » per la salvezza, perché non c’è alcuna sicurezza d’ingresso nel regno, per nessuno.

« Sforzatevi di entrare per la porta stretta » Quasi tutti i loghia di questa pericope lucana ricorrono anche in Matteo, ma dispersi un po’ dappertutto e anche con significati alquanto diversi. Probabilmente Luca ha rispettato di più l’ordine originale dei detti, la cui idea fondamentale sembra essere il rifiuto di Israele e la chiamata dei pagani alla salvezza. Ma vediamo di analizzare il testo. Prima di tutto è da notare la menzione esplicita del « cammino » di Gesù verso Gerusalemme, che scandisce il ritmo di questa parte del Vangelo di Luca: « Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre era in cammino verso Gerusalemme » (13,22). Sappiamo che da 9,51 fino a 19,28 tutta la trama narrativa di Luca si svolge sotto il segno dell’andata di Gesù a Gerusalemme: questo contribuisce a dare alle sue parole un senso di maggiore urgenza e decisione, appunto perché è l’appello di uno che « passa » e non si sa se ritorna. In questo sfondo acquista più risonanza la domanda rivolta a Gesù se siano « pochi quelli che si salvano » (v. 23). Un problema del genere era dibattuto anche nei circoli religiosi giudaici del tempo. I più ritenevano che, per il solo fatto di essere Giudei, si potesse avere sicurezza d’accesso al regno futuro. Così, per esempio, Rabbi Meir insegna che « può essere ritenuto un figlio del mondo futuro colui che abita nel paese d’Israele, parla la lingua santa, e recita mattina e sera la preghiera dello Shema’ ». Secondo alcuni gruppi apocalittici, invece, soltanto pochi si salverebbero: « Sono di più coloro che si perdono che non coloro che si salvano, come la corrente è più grande di una goccia » (4 Esdra 9,15). Gesù sfugge volutamente da questa casistica, che avrebbe banalizzato il discorso. Non dice né se saranno pochi, né se saranno molti « quelli che si salvano »: lancia solo un appello alla decisione e con alcune immagini particolarmente espressive ne sottolinea l’urgenza: « Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità. Là ci sarà pianto e stridore di denti… » (vv. 24-28). Il problema, dunque, non è di sapere quanti siano i salvati, ma di darsi da fare, di « sforzarsi » per entrare nel regno (v. 24). Le immagini della « porta stretta » e di uno spazio di tempo oltre il quale la porta verrà « chiusa » (vv. 24-25), intendono dire la difficoltà e l’urgenza dell’impegno cristiano: nessuno può perdere tempo o rimanere indeciso davanti a un’offerta così grande! Se qualcuno rimarrà fuori (pochi o molti, non lo sappiamo), non avverrà perché capricciosamente « il padrone di casa » avrà deciso di chiudere la porta, ma solo perché non si è « sforzato » di fare il bene, illudendosi che bastasse solo avere avuto il privilegio di essere concittadino di Cristo, della sua stessa razza: « Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze » (v. 26). Nessuno è privilegiato davanti a Cristo, salvo colui che ha « operato » il bene: proprio il contrario di quegli « operatori d’iniquità » (v. 27), che Gesù dichiara di non « conoscere »!

« Alcuni tra gli ultimi saranno primi e alcuni tra i primi saranno ultimi » È evidente da tutto il contesto che qui si parla della sicurezza dei Giudei, che vantavano i loro privilegi (legge, circoncisione, elezione, ecc.) davanti ai pagani, forse anche nell’ambito della stessa Chiesa (cf At 15). Per Luca il discorso vale anche per i cristiani di tutti i tempi: anche per loro ciò che conta non è l’essere battezzati e neppure ricevere l’Eucaristia o essere costituiti in autorità nella Chiesa, ma adempiere gli impegni del proprio Battesimo e della propria specifica missione. Tanto poco il numero di coloro che si salveranno è ristretto, come potrebbe apparire a una prima lettura del nostro brano, che la pericope evangelica si chiude con una visione universalistica: « Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi » (vv. 29-30). È un altro colpo alla pretesa sicurezza dei Giudei: Dio chiamerà i salvati da tutte le nazioni e da tutti gli orizzonti; come del resto avevano predetto anche i Profeti. Si direbbe che Gesù ha il gusto di demolire tutti gli appoggi dell’uomo e le sue false sicurezze, perché finalmente riconosca che nessuno « si salva » da se stesso, ma che Dio solo salva, per grazia e per amore, guidando gli uomini per le sue « vie ». Proprio per questo il « regno » sarà molto più grande di quanto neppure ci sappiamo immaginare! C’è solo da averne gioia, non invidia, come forse ne doveva provare l’anonimo interpellante del Vangelo. Ci saranno delle sorprese, però, in quel regno: « Alcuni tra gli ultimi saranno primi e alcuni tra i primi saranno ultimi » (v. 30). Questo, ovviamente, vale anche per i cristiani.

« Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue » La prima lettura è precisamente uno di quei testi profetici, evocati dal precedente riferimento « universalistico » di Gesù. È la parte conclusiva del libro di Isaia che, in spiccato stile apocalittico, raccoglie il meglio di tutte le aspirazioni messianiche. L’avvento messianico segnerà la riunione dei popoli nel tempio dell’unico vero Dio: « Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle genti, ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutti i popoli come offerte al Signore… Anche tra essi mi prenderò sacerdoti e leviti » (Is 66,18-21). Mi sembra che in questo brano siano affermate almeno due cose. La prima è che Dio ormai apre le porte della salvezza non solo a tutti, ma addirittura fa « suo » popolo tutti i popoli della terra, prendendo da loro perfino « sacerdoti e leviti » per il culto (v. 21). La seconda è che questi « convertiti » si faranno a loro volta « missionari » e annunciatori delle « meraviglie » del Signore presso altri popoli: in tal modo il cerchio della salvezza si dilata e arriva fino agli estremi confini della terra per la cooperazione di coloro stessi che Dio ha salvato. È la dimensione « missionaria » del popolo di Dio, convocato ormai da tutte le nazioni, che viene qui messa in evidenza. E non può non essere così!

La vocazione « missionaria » della Chiesa Proprio perché la Chiesa è « cattolica », cioè aperta e destinata a « tutti », è essenzialmente missionaria, ha cioè « l’attitudine a estendersi a tutta la terra, a tutti comprendere, a inserirsi in ogni popolo e rendere fratelli tutti gli uomini. E ciò non certo come risultato di una sopraffazione d’un popolo sull’altro, d’una classe sociale su altra classe sociale, d’un totalitarismo inesorabile e intollerabile, che può nascere dall’unificazione forzata e artificiale dell’umanità, non più libera della libertà dei figli di Dio. Ma può sorgere solo dalla diffusione del « regno » loro aperto da Cristo, oltre l’orizzonte di questo mondo, il quale pure può derivare dalla cattolicità della Chiesa feconde e inesauribili sorgenti di temporale civiltà ». Oggi noi sappiamo che la « missione » non è necessario andare a farla molto lontano, ma dobbiamo incominciare proprio da casa nostra. È evidente, infatti che viviamo in un’era « post-cristiana », come dicono molti studiosi, e bisogna ricominciare a « convertire » i battezzati. Di qui la priorità che deve riacquistare su tutto l’opera di « evangelizzazione »: è la « gloria » del Signore che anche noi, come dice Isaia, dobbiamo annunziare (v. 19) alla nostra generazione, che incomincia ormai a essere disillusa della « gloria » che i progressi tecnici e scientifici e il diffuso benessere le avevano suggerito di ricercare invece solo in se stessa. « La cultura tardo-medioevale aveva come centro motore la visione della Città di Dio; la società moderna si è costituita perché la gente era mossa dalla visione dello sviluppo della Città Terrena del Progresso. Nel nostro secolo, tuttavia, questa visione è andata deteriorandosi, fino a ridursi a quella Torre di Babele che ormai comincia a crollare e rischia di travolgere tutti nella sua rovina ». Solo una comunità di fede e di amore come è la Chiesa, che si pone a servizio di tutti per tutti « salvare », e non soltanto alcuni, come pensava l’anonimo interrogante del Vangelo, può costituire l’alternativa valida a questa nuova « torre di Babele », che certamente Isaia ha tenuto presente nel descriverci il quadro messianico di universalità e di fraternità degli ultimi tempi (cf Gn 10 e Is 66,19), in contrasto con lo spirito di divisione che Babele ha sempre rappresentato

Settimio CIPRIANI  (+)

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 19 août, 2016 |Pas de Commentaires »

Church of Dormition of Theotokos, Mount Zion

Church of Dormition of Theotokos, Mount Zion dans immagini di chiese Church-of-the-Dormition
http://www.seetheholyland.net/church-of-the-dormition/

Publié dans : immagini di chiese | le 13 août, 2016 |Pas de Commentaires »
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