SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

STO CAMBIANDO CASA, PER UN PO’ NON POTRÒ LAVORARE TUTTI I GIORNI, MI ASPETTATE? MI VENITE A TROVARE?
 

ho un altro blog su San Paolo Apostolo, solo per testi scelti, i più belli per me, titolo: La (mia) pagina di San Paolo, link:

http://unapaginapersanpaolo.blogspot.it/

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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

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PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

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LETTERA ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html    

Publié dans : ANNO PAOLINO | le 9 mars, 2008 |23 Commentaires »

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

Publié dans : LITURGIA DEL GIORNO | le 9 mars, 2008 |Pas de Commentaires »

The last supper, 2nd_15th_Siecle

The last supper,  2nd_15th_Siecle dans immagini sacre 07%20CAMBRIDGE%20CORPUS%20CHRISTI%20COLLEGE%20CENA
http://www.artbible.net/3JC/-Mat-26,26_The%20last%20supper_La%20Cene/2nd_15th_Siecle/slides/07%20CAMBRIDGE%20CORPUS%20CHRISTI%20COLLEGE%20CENA.html

Publié dans : immagini sacre | le 26 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20150604_omelia-corpus-domini.html

SANTA MESSA, PROCESSIONE A SANTA MARIA MAGGIORE E BENEDIZIONE EUCARISTICA NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Giovanni in Laterano

Giovedì, 4 giugno 2015

Abbiamo ascoltato: nella [Ultima] Cena Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue mediante il pane e il vino, per lasciarci il memoriale del suo sacrificio di amore infinito. E con questo “viatico” ricolmo di grazia, i discepoli hanno tutto il necessario per il loro cammino lungo la storia, per estendere a tutti il regno di Dio. Luce e forza sarà per loro il dono che Gesù ha fatto di sé, immolandosi volontariamente sulla croce. E questo Pane di vita è giunto fino a noi! Non finisce mai lo stupore della Chiesa davanti a questa realtà. Uno stupore che alimenta sempre la contemplazione, l’adorazione e la memoria. Ce lo dimostra un testo molto bello della Liturgia di oggi, il Responsorio della seconda lettura dell’Ufficio delle Letture, che dice così: «Riconoscete in questo pane, colui che fu crocifisso; nel calice, il sangue sgorgato dal suo fianco. Prendete e mangiate il corpo di Cristo, bevete il suo sangue: poiché ora siete membra di Cristo. Per non disgregarvi, mangiate questo vincolo di comunione; per non svilirvi, bevete il prezzo del vostro riscatto». C’è un pericolo, c’è una minaccia: disgregarci, svilirci. Cosa significa, oggi, questo “disgregarci” e “svilirci”? Noi ci disgreghiamo quando non siamo docili alla Parola del Signore, quando non viviamo la fraternità tra di noi, quando gareggiamo per occupare i primi posti – gli arrampicatori -, quando non troviamo il coraggio di testimoniare la carità, quando non siamo capaci di offrire speranza. Così ci disgreghiamo. L’Eucaristia ci permette di non disgregarci, perché è vincolo di comunione, è compimento dell’Alleanza, segno vivente dell’amore di Cristo che si è umiliato e annientato perché noi rimanessimo uniti. Partecipando all’Eucaristia e nutrendoci di essa, noi siamo inseriti in un cammino che non ammette divisioni. Il Cristo presente in mezzo a noi, nel segno del pane e del vino, esige che la forza dell’amore superi ogni lacerazione, e al tempo stesso che diventi comunione anche con il più povero, sostegno per il debole, attenzione fraterna a quanti fanno fatica a sostenere il peso della vita quotidiana, e sono in pericolo di perdere la fede. E poi, l’altra parola: che cosa significa oggi per noi “svilirci”, ossia annacquare la nostra dignità cristiana? Significa lasciarci intaccare dalle idolatrie del nostro tempo: l’apparire, il consumare, l’io al centro di tutto; ma anche l’essere competitivi, l’arroganza come atteggiamento vincente, il non dover mai ammettere di avere sbagliato o di avere bisogno. Tutto questo ci svilisce, ci rende cristiani mediocri, tiepidi, insipidi, pagani. Gesù ha versato il suo Sangue come prezzo e come lavacro, perché fossimo purificati da tutti i peccati: per non svilirci, guardiamo a Lui, abbeveriamoci alla sua fonte, per essere preservati dal rischio della corruzione. E allora sperimenteremo la grazia di una trasformazione: noi rimarremo sempre poveri peccatori, ma il Sangue di Cristo ci libererà dai nostri peccati e ci restituirà la nostra dignità. Ci libererà dalla corruzione. Senza nostro merito, con sincera umiltà, potremo portare ai fratelli l’amore del nostro Signore e Salvatore. Saremo i suoi occhi che vanno in cerca di Zaccheo e della Maddalena; saremo la sua mano che soccorre i malati nel corpo e nello spirito; saremo il suo cuore che ama i bisognosi di riconciliazione, di misericordia e di comprensione. Così l’Eucaristia attualizza l’Alleanza che ci santifica, ci purifica e ci unisce in comunione mirabile con Dio. Così impariamo che l’Eucaristia non è un premio per i buoni, ma è la forza per i deboli, per i peccatori. E’ il perdono, è il viatico che ci aiuta ad andare, a camminare. Oggi, festa del Corpus Domini, abbiamo la gioia non solo di celebrare questo mistero, ma anche di lodarlo e cantarlo per le strade della nostra città. La processione che faremo al termine della Messa, possa esprimere la nostra riconoscenza per tutto il cammino che Dio ci ha fatto percorrere attraverso il deserto delle nostre povertà, per farci uscire dalla condizione servile, nutrendoci del suo Amore mediante il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Tra poco, mentre cammineremo lungo la strada, sentiamoci in comunione con tanti nostri fratelli e sorelle che non hanno la libertà di esprimere la loro fede nel Signore Gesù. Sentiamoci uniti a loro: cantiamo con loro, lodiamo con loro, adoriamo con loro. E veneriamo nel nostro cuore quei fratelli e sorelle ai quali è stato chiesto il sacrificio della vita per fedeltà a Cristo: il loro sangue, unito a quello del Signore, sia pegno di pace e di riconciliazione per il mondo intero. E non dimentichiamo: «Per non disgregarvi, mangiate questo vincolo di comunione; per non svilirvi, bevete il prezzo del vostro riscatto».

 

Publié dans : CORPUS DOMINI, PAPA FRANCESCO | le 26 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

29 MAGGIO 2016 | 9A DOMENICA: CORPUS DOMINI – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/09a-Corpus_Domini/14-09a-Corpus-Domini-C_2016-SC.htm

29 MAGGIO 2016 | 9A DOMENICA: CORPUS DOMINI – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO

« Fate questo in memoria di me »

Parlando dell’Eucaristia e rifacendosi a san Tommaso d’Aquino, il Concilio Vaticano II dice che « in essa è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo ». Proprio per questo essa si presenta anche come « fonte e culmine di tutta la evangelizzazione ». Il che significa che l’Eucaristia rappresenta la « sintesi » non solo della nostra fede, ma anche il polo di attrazione e il modulo espressivo della nostra vita cristiana. Ciò sta a dire la solennità e l’importanza della festa che oggi celebriamo, come anche la difficoltà di parlarne esaurientemente, data la molteplicità degli aspetti e degli elementi che formano della Eucaristia il « mistero della fede » per eccellenza, come appunto proclamiamo nella celebrazione liturgica, subito dopo la consacrazione. Cercheremo perciò di cogliere qualcuna delle più stimolanti intuizioni teologiche, che le letture bibliche odierne ci suggeriscono.

« Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane… » Incominciamo dalla seconda lettura (1 Cor 11,21-26), che mi sembra la più ricca di teologia eucaristica, dato che, oltre tutto, essa sola parla direttamente di questo mistero. Giova richiamare brevemente il contesto in cui si inserisce questo racconto così lapidario della istituzione della Eucaristia. Nella comunità di Corinto era invalso l’uso di far precedere la celebrazione eucaristica da un banchetto, forse per creare un clima di fraternità attorno al « memoriale » più grande dell’amore di Dio verso di noi. Sta di fatto, però, che tutto questo non contribuiva alla edificazione della comunità, anzi ne esasperava le « divisioni » e umiliava i più poveri e i meno abbienti. Per questo Paolo taglia corto e condanna tale prassi liturgica, che non aiutava a penetrare meglio il senso vero della Eucaristia, che si capisce invece molto più facilmente se si ricrea, narrandolo, l’ »ambiente » di austerità e di dramma in cui essa venne istituita. Per dare maggiore autorità a quello che afferma, l’Apostolo si rifà a quanto egli stesso ha ricevuto per « tradizione », risalente direttamente a Cristo (v. 23): « Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: « Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me ». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me »" (vv. 23b-25). Gli studiosi sono d’accordo nel dire che qui Paolo non compone direttamente, ma piuttosto riporta dalla prassi liturgica, quale forse egli aveva appreso nella Chiesa di Antiochia. È risaputo anche che la narrazione eucaristica di Luca (22,14-20), discepolo di Paolo, è molto simile alla nostra. Paolo vi aggiunge di proprio solo la connotazione storica iniziale: « Nella notte in cui veniva tradito », quasi a mettere a confronto il gesto e le parole di Gesù, che esprimono il massimo di donazione, con il « tradimento » di Giuda. E questo non solo per rievocare un fatto del passato, ma per ammonire i Corinzi che lo stesso poteva capitare (anzi già stava capitando!) anche a loro: la « notte » della incomprensione, della rivalità e del tradimento stava già avvolgendo la loro comunità, dal momento che essi con il loro comportamento dimostravano di « non riconoscere più il corpo del Signore » (v. 29) in quanto segno di amore e di fraternità! Questa palese sottolineatura dell’ »amore », oltre che dalla circostanza storica, è messa in evidenza anche da altri particolari propri della tradizione liturgica seguita da Paolo o, comunque, da lui rielaborata. Per esempio, il fatto che egli soltanto dice del « corpo » di Cristo: « che è per voi » (Luca completa: « che è dato per voi »), cioè consegnato alla morte « in favore » degli uomini. L’Eucaristia perciò non riproduce il mistero della « presenza » di Cristo semplicemente, ma il mistero della sua vita « offerta » per noi sulla croce, cioè nel momento del suo massimo amore per gli uomini. Lo stesso discorso ovviamente vale per il sangue, in cui la cosa è anche più evidente; e forse per questo S. Paolo omette la formula: « che è versato per voi », che ritroviamo invece in Luca (22,20), oltre che in Matteo (26,28) e in Marco (14,24).

L’Eucaristia come « memoriale » del Signore È poi caratteristico il fatto che solo in Paolo abbiamo per ben due volte il comando di Gesù: « Fate questo in memoria di me » (vv. 24.25). Anche Luca (22,19) ci riporta la stessa formula, ma riferita solo al « corpo ». Che cosa significa questa espressione, su cui Paolo sembra insistere con compiacenza? Certamente essa vuol esprimere la volontà di Cristo che quanto egli sta in quel momento compiendo, con il significato che egli dà ai suoi gesti (ad esempio lo spezzare il pane, l’offrirlo come suo « corpo » dato alla morte, ecc.), debba essere « ripetuto » dai suoi fino alla sua « venuta » (v. 26). Se questo è, vuol dire che la ripetizione dei suoi gesti non può essere meramente « rievocativa »: io, infatti, perderei il « significato » di quello che Gesù ha compiuto allora, se non riuscissi a rendere presente tutta la « forza » salvante di ciò che egli intendeva realizzare in quel momento. Io non celebro la sua « memoria », se non a condizione di renderla totalmente operante anche oggi, per me e per tutti gli uomini. La « anámnesis » (= memoria), a cui ci rimanda san Paolo, perciò, è la riproduzione, nel presente, dei gesti eucaristici di Cristo con la « pienezza di significato » che ha voluto loro annettere: il che presuppone che egli sia ancora colui che presiede alla mensa, che ridice quelle parole, ecc. Il sacerdote celebrante è solo la « trasparenza » di Cristo! Del resto, tutti gli studiosi rimandano a una espressione ebraica, relativa al « rinnovarsi » della Pasqua vetero-testamentaria, come fonte della formula paolina. Nel racconto della istituzione della Pasqua, infatti, si legge: « Questo giorno sarà per voi un memoriale (in ebraico: le-zikkarôn); lo celebrerete come festa del Signore; di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne » (Es 12,14). Questa formula passò ben presto nel rituale della celebrazione della Pasqua ebraica, che Gesù sicuramente seguì nell’ultima Cena: « Che Tu sia benedetto, Signore, Dio nostro e re della terra, che hai dato al popolo tuo Israele questi tempi di festa per la gioia e per il memoriale » (le-zikkarôn). Nel mistero del banchetto pasquale si produceva come una sovraimpressione di due tempi della storia, il presente e la lontana uscita degli Ebrei dall’Egitto: l’avvenimento passato diventava presente, o meglio, ognuno diventava contemporaneo all’avvenimento passato. « E in questa celebrazione veniva affermata l’unità dell’atto redentore del Signore; la Chiesa di Cristo designerà questo mistero dell’unità dell’opera redentrice, compiuta una volta per tutte e tuttavia sempre nuova, attuale, operante, con la parola mystérion o sacramentum. Il mistero sacramentale appartiene alla tradizione giudaica e cristiana ed esprime il senso biblico della storia della salvezza, che si compie nel tempo una volta per tutte, ma che è ugualmente presente in tutti i tempi attraverso la Parola e il Sacramento ». Alla luce di queste riflessioni si capiscono molto bene le parole conclusive che Paolo aggiunge, a modo di commento, al racconto della istituzione della Eucaristia: « Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché egli venga » (v. 26). Si noti quel presente (« voi annunciate »): ogni celebrazione eucaristica è la « proclamazione » di un mistero di morte, come pienezza di amore, e perciò dilatantesi lungo tutto l’arco della storia con la stessa pienezza di efficacia. Perciò essa non può non coinvolgerci, rinnovandoci nell’amore, in questa capacità di donarsi fino ad esaurirci per Dio e per i fratelli, come ha fatto Cristo: se no, rimarrebbe solo « ricordo » del passato e non sarebbe più una « anámnesis » creativa di situazioni sempre nuove e inedite. Ed a questi « inediti » di esperienza e di vita ci rimanda l’ultimo accenno di Paolo: « finché egli venga ». L’Eucaristia dunque è tesa fra il passato e l’avvenire, è « ricordo » e « profezia » nello stesso tempo. Il che significa che essa neppure è l’ultima parola dell’amore. L’ultima parola sarà detta soltanto quando, insieme a Cristo, anche noi berremo « il vino nuovo nel regno di Dio » (cf Mc 14,25), che nella sua pienezza ha ancora da « venire »!

« Allora egli prese i cinque pani e i due pesci… » Il brano di Vangelo, che ci descrive la prima moltiplicazione dei pani secondo il racconto di Luca (9,11-17), pur non essendo direttamente un racconto eucaristico, ci aiuta tuttavia a penetrare più a fondo il mistero dell’Eucaristia, nel senso che è lo stesso Evangelista a mettere in rapporto fra di loro i due avvenimenti. Egli infatti fa compiere a Gesù, nel moltiplicare i pani, gli stessi gesti che farà durante l’ultima Cena: « Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai suoi discepoli perché li distribuissero alla folla » (v. 16. Cf Lc 22,19). Anche Govanni, del resto, ha visto nella moltiplicazione dei pani il « segno » della Eucaristia (6,26). Importante poi è, in questo racconto, il coinvolgimento diretto degli Apostoli, che Cristo invita a prestare almeno la loro azione per « distribuire » alla folla il cibo da lui prodigiosamente procurato. È quanto anche oggi fanno coloro che presiedono alla Eucaristia, che solo la « parola » di Cristo riproduce in mezzo a noi che abbiamo ancora « fame » della sua bontà, del suo amore, di una sicurezza che lui solo può darci. Ma il coinvolgimento degli Apostoli va molto oltre queste indicazioni, pur così trasparenti: afferra tutti coloro che dalla Eucaristia in qualsiasi maniera vengono come contrassegnati. Se essa per tutti noi rappresenta l’anámnesis dell’amore e della donazione per gli altri, c’è da domandarsi in che misura le nostre celebrazioni eucaristiche riescono a diventare « ricordo » vissuto, per coloro che osano chiamarsi « cristiani », dell’amore gratuito e generoso del loro Signore per tutti. È qui che possiamo confermare o smentire quello che noi crediamo quando proclamiamo solennemente la Eucaristia « memoriale della Pasqua del Signore » (Orazione). Un « memoriale » non reso vivo e presente è solo un « ricordo » del passato!

Melchisedek « re e sacerdote » In questo senso diventa attuale perfino il gesto remoto del misterioso Melchisedek, « re di Salem » e « sacerdote del Dio altissimo », che « offrì pane e vino » e « benedisse » Abramo che ritornava vittorioso dalla sua campagna contro i re orientali (Gn 14,18-20). Un atto di culto, o solo un atto di umanità per « rifocillare » chi aveva bisogno delle cose più elementari per sopravvivere, come sono appunto il pane e il vino? Sono problemi che non possiamo qui affrontare e che, del resto, sia la tradizione biblica (Sal 110,4; Eb 7) sia quella patristica hanno letto in chiave « profetica » e « cristologica ». A noi interessa dire che l’Eucaristia è vera soltanto se diventa « offerta » di quello che siamo e di quello che abbiamo, servizio, compartecipazione, amore, fraternità. Soltanto così essa sarà vera « anámnesis » e « annunzio » della morte di Cristo « finché egli venga » (1 Cor 11,26) nella gloria definitiva del suo regno.

Settimio CIPRIANI  (+

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 26 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

GOD CREATES EVE FROM ADAM

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Publié dans : immagini sacre | le 24 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

SAN PAOLO TEOLOGO: SPIRITO, ANIMA E CORPO (1 TS 5,23)

http://bibbia.verboencarnado.net/2016/01/17/san-paolo-teologo-spirito-anima-e-corpo-1-ts-523/

SAN PAOLO TEOLOGO: SPIRITO, ANIMA E CORPO (1 TS 5,23)

  DI P. CARLOS PEREIRA,

Nella prima lettera ai Tessalonicesi, dopo aver avvertito i suoi fedeli con dei consigli diversi sulla vita spirituale e di come preservarsi dal peccato, San Paolo conclude con la seguente espressione di desiderio: Il Dio della pace, vi santifichi totalmente e tutto il vostro essere, spirito, anima e corpo, siano custoditi irreprensibili per la parusia del Signore nostro Gesù Cristo (1Ts 5,23).

            L’espressione che abbiamo messo in rilievo si legge nel greco: to pneuma kai h yuch kai to swma dove pneuma (pnéuma) significa chiaramente “spirito”, yuch (psiché) significa “anima” – più che “vita”, specialmente nel linguaggio paolino- e swma (soma) significa indubbiamente “corpo”. E’ stato suggerito, da certa parte della critica biblica, che quest’espressione venga chiamata “tricotomica” – poiché si riferisce a tre elementi- la quale rifletterebbe, in San Paolo, una mentalità filosofica di tipo neo-platonica. Come si sa perfettamente che questa divisione dell’uomo “in tre parti” è stata adottata da diverse sette eretiche, come danno testimonianza alcuni Padri della Chiesa,[1] allora la dottrina paolina sarebbe responsabile, e avrebbe facilmente derivata, in diverse posizione eterodosse che entrerebbero in conflitto con la dottrina del Nuovo Testamento, sia riguardo alla sua integrità, sia riguardo alla stessa nozione di ispirazione biblica. Inoltre, una divisione tricotomica dell’essere umano non è stata mai insegnata dalla Chiesa, che piuttosto ha seguito la dottrina aristotelica (e anche platonica) di composizione naturale dell’uomo in corpo ed anima, escludendo un terzo elemento.             Alcuni degli studiosi più notevoli di questo brano, hanno infatti dimostrato che la tricotomia (capita come una divisione “in tre parti” dell’uomo) non è biblica, è estranea a Filone e a Giuseppe Flavio (autori ebrei non cristiani), e pure estranea ai filosofi greci, Platone e Aristotele. Seguendo l’opinione di tanti Padri e scrittori antichi, si crede che qui San Paolo intende per pneuma il nuovo elemento di vita soprannaturale portato da Cristo all’uomo.[2] Ma l’enumerazione di tutti i tre elementi (spirito, anima e corpo) sembra provare che si tratti di grandezze dello stesso ordine – e non di ordine superiore l’una ed inferiore l’altra – e inoltre, l’avverbio amemptwV (amémpos) presente nel testo e che significa “irreprensibile”, difficilmente si applicherebbe all’operazione soprannaturale dello Spirito Santo in noi.            San Tommaso di Aquino commenta brevemente questo versetto, dichiarando: «Prendendo lo spunto da queste parole alcuni hanno detto che nell’uomo una cosa è lo spirito e un’altra cosa l’anima, e affermano che nell’uomo ci sono due anime, una che anima il corpo e l’altra che ragiona. Ma questa tesi viene respinta nei Dogmi ecclesiastici.            Ma occorre sapere che queste realtà non differiscono secondo l’essenza, bensì secondo la potenza. Infatti nella nostra anima ci sono certe capacità (vires) che sono atti degli organi corporei, come sono le potenze della parte sensitiva (vista, tatto, ecc.). Mentre ce ne sono altre che non sono atti di questi organi, ma prescindono da loro, come le potenze della parte intellettiva (intelligenza, volontà). E queste si dicono spirito come se fossero immateriali e in qualche modo sparate dal corpo, in quanto non sono atti del corpo e si dicono anche mente (cita anche Ef 4,23: Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente). E in quanto anima si dice anima, in quanto questo le è proprio. E qui Paolo parla propriamente. Infatti, nel peccato concorrono tre cose: la ragione, i sensi e l’azione del corpo. Egli auspica che in nessuna di esse ci sia il peccato».[3]            Rimane chiaro che per San Tommaso spirito ed anima non sono due parti diverse, ma la stessa anima in quanto esercita la sua attività propria nel primo caso (spirito), ed in quanto mette in azione le facoltà o potenze che sono legate agli organi corporali nel secondo (anima). D’altronde, per l’Aquinate spirito non sta a significare necessariamente nell’uomo l’azione della grazia o dei doni della salvezza, ma l’attività intellettuale (di intelligenza e volontà) che in se stessa appartiene all’ordine naturale.              Presentiamo un testo del padre Prat, S.J., che chiarisce molto la questione fondamentandosi nell’analisi linguistico: «Le parole anima e spirito ebbero in ebraico, come in greco e in latino, una sorte quasi uguale e nella loro evoluzione semantica seguirono una linea appena un po’ diversa. Dal significato etimologico di “soffio, aria in movimento”, vennero a significare a volta a volta il “respiro”, indice e condizione della vita, poi la “vita” stessa (come si apprezza in tanti testi paolini), poi il “principio vivente”, finalmente una “sostanza vivente” distinta della materia e superiore a questa. Ma mentre, nell’uso, lo spirito andava sempre più staccandosi della materia, l’anima, per un fenomeno inverso, tendeva ad identificarsi col principio vitale degli esseri animali. Tuttavia negli scrittori biblici la loro sinonimia generale risulta da questa triplice legge, che si corrispondono molto frequentemente in frasi parallele, che facilmente si scambiano nella stessa frase e che ricevono quasi indifferentemente gli stessi predicati. Si è affermato che il desiderio e l’appetito sensibile si attribuiscono sempre all’anima, e che né la gioia né la paura né la speranza non sono mai attribuite allo spirito. Questi sono comunque dei fatti accidentali dei quali non bisogna esagerare il valore.             Paolo, essendo solito a concentrare nel cuore tutte le manifestazioni della vita e prendendo dal vocabolario classico nuovi termini per indicare le operazioni intellettuali, assai raramente chiama anima o spirito al principio pensante. Secondo il racconto biblico, Dio, soffiando nelle narici dell’uomo un soffio di vita, ne fece “un anima vivente”, ossia, un’anima che esercita nella carne e per mezzo della carne le funzioni vitali. Quindi la carne non si concepisce senza l’anima e l’anima non si definisce senza qualche rapporto con la carne. Quando Paolo ringrazia Epafròdito di aver esposto l’anima sua per amore di lui (Fil 2,30 [25-30]), quando loda Prisca e Aquila di aver esposto la loro testa per salvare la sua anima (Rm 16, 3-4), quando assicura ai Tessalonicesi, che avrebbe voluto dare loro non soltanto il Vangelo, ma l’anima sua, come una madre la dà per il suo bambino (1Ts 2,8), è evidente che vuole parlare della vita. Perciò un gran numero di fenomeni psichici sono attribuiti indifferentemente alla carne o all’anima, perché l’anima in quanto è principio vitale, non si distingue adeguatamente dalla carne: “ogni carne” e “ogni anima” sono due espressioni equivalenti (1 Cor 1,29; Rm 13,1).[4]            Sembra pure che Paolo, se non vi è indotto da una regione di simmetria o dalla necessità di accentuare un contrasto, eviti di chiamare spirito la parte intelligente dell’uomo. Ma quando effettivamente significa in certi casi la parte pensante dell’uomo (come in 1 Cor 2,11),[5] vi è tra esso e l’anima una differenza modale che permette di dire senza tautologia: Il Dio della pace, vi santifichi totalmente e tutto il vostro essere, spirito, anima e corpo, siano custoditi irreprensibili per la parusia del Signore nostro Gesù Cristo (1Ts 5,23). Il corpo o il substrato materiale, l’anima o la vita sensibile, lo spirito o la vita intellettuale, sono tre aspetti dell’uomo, i quali riassumono tutto il suo essere e tutte le sue attività; non sono tre parti distinte del composto umano. Per cercare in queste parole la tricotomia platonica (o neoplatonica), bisogna aver dimenticato che l’antropologia dell’Apostolo si poggia notoriamente sopra la concezione scritturale, e che non si potrebbe ammettere senza inverosimiglianza, che egli se ne allontani una sola volta, in una frase incidentale, in favore di un sistema incompatibile con la teologia ebraica».[6]           In conformità con la dottrina dell’Antico Testamento – sebbene in San Paolo si mostri evidentemente con un considerevole sviluppo -, rimane saldo che: per l’anima, l’uomo ha delle affinità con le potenze superiori; con la carne contrasta invece con il puro spirito: Il mio spirito, dice il Signore, non resterà sempre nell’uomo perché questi è carne (Gen 6,3).

[1] Questi gruppi sarebbero: i “gnostici” (cfr. S. Ireneo, Adv. Haeres., I, 7,5); i Montanisti (cfr. Origene, Peri Archon, IV, 8,11), ed Apollinare di Laodicea (Framm. 88). [2] Così E. von Dobschutz, Ezkurs yur Trichotomie, in Meyer’s Kommentar, Gottinga, 1909; 230-2, citando a Giovanni Crisostomo, Teodoreto, l’Ambrosiastro, Pelagio e Sant’Ambrogio (In Luca, VII,190). [3] Tommaso di Aquino, Commento alla prima Lettera ai Tesslonicesi, V, lectio II [ed. Marietti – EDB: 137]. [4] In greco: Pasa yuch e pasa sarx rispettivamente. [5] Chi, tra gli uomini, conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?

[6] F. Prat S.J., La Teologia di San Paolo II, Società editrice internazionale, Torino 1945, 49-50

Publié dans : Lettera ai Tessalonicesi - prima | le 24 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

ABISSALE DISCESA DI DIO (anche Paolo)

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ABISSALE DISCESA DI DIO

Molti pensano che l’umiltà significhi una menomazione della nostra umanità, rinuncia a progetti e traguardi professionali, soffocamento di ogni genialità; virtù di persone socialmente emarginate, e quindi tristi. Niente di più falso. La vita di Gesù, figlio unigenito di Dio, narrata nei Vangeli, è una lezione di umiltà; chiunque voglia seguirlo deve impararla: «Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore» (Mt 11, 29). A san Paolo il compito di spiegare tale lezione: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo della condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 5-8). Molti pensano che l’umiltà significhi una menomazione della nostra umanità, rinuncia a progetti e traguardi professionali, soffocamento di ogni genialità; virtù di persone socialmente emarginate, e quindi tristi. Niente di più falso. L’umiltà è una virtù squisitamente cristiana propria di chi è cosciente della sua connaturale debolezza umana e della sua condizione di peccatore, difficile da comprendere quando non si ha un corretto rapporto con Dio Creatore. La consapevolezza di essere creatura implica il non poter sussistere se non nella relazione con il Creatore. Non a caso nei peccati contro la fede si nasconde tanta superbia. L’uomo ha assecondato la tentazione del serpente, ha voluto diventare come Dio; ha peccato di superbia. Per rialzarsi dalla sua caduta avrebbe bisogno di riconoscere e di amare la sua condizione di creatura, nonché le gravi conseguenze del peccato nella sua vita personale e nel mondo, uscito buono e bello dalle mani di Dio. Ed ecco che Dio si umilia, diventa simile agli uomini e guarisce la nostra superbia: mistero dell’Incarnazione redentrice. «Imparate da me», «Vi ho dato un esempio» (Gv 13, 15), ci dice Gesù dalla singolare cattedra di Betlemme e dal Cenacolo. «Da me», che mi son fatto creatura indigente, sottomesso a Giuseppe e Maria, che mi sono abbassato per lavare le vostre impudicizie e fatto carico di tutte le conseguenze dei vostri peccati consegnandomi liberamente all’umiliazione della passione e morte di croce. Gesù ci parla con la sua vita. Più che parlare preferisce agire, consegnarsi totalmente a noi. San Pietro lo esprime bene quando dice di Gesù che passò in mezzo agli uomini facendo del bene (At 10, 38), dando la precedenza al fare sull’insegnare, leggiamo negli Atti (1, 1). Nessuna distanza si dà in Lui tra ciò che dice e ciò che è e fa. Il suo linguaggio semplice, diretto e per niente ricercato, è verace, suscettibile di essere compreso in tutte le lingue e culture. Gesù non formula teorie, non si perde in sofismi, viene a trasformare il mondo con il suo abbassamento, a redimerci e innalzarci.

La mangiatoia & il Cenacolo La mangiatoia e le fasce di Betlemme, che l’eretico Marcione giudicava «vergognose» e indegne di un Dio da adorare, come i bacili e gli asciugatoi, ugualmente vergognosi, del Cenacolo, costituiscono per ogni cristiano un forte richiamo alla pratica dell’umiltà. Nella stalla di Betlemme sono ammessi soltanto gli umili pastori che nelle vicinanze custodivano i loro greggi. Per riconoscere nel Bambino il Figlio di Dio, umiltà chiama umiltà. Non ci lasciamo ingannare da considerazioni bucoliche; essere pastori, per il loro tipo di vita errabonda, poco igienica e solitaria, non rende particolarmente attraenti; semmai suscitano diffidenza e disprezzo. Questo tipo di gente ha adorato per primo il Dio Bambino al posto di tutti noi. E non si sono limitati ad adorarlo, sono stati i primi testimoni del mistero dell’Incarnazione. La celebrazione cristiana del Natale ci faccia gioiosi banditori con la parola e con l’esempio della presenza di Dio in mezzo a noi. San Josemaría, nella sua meditazione natalizia dal titolo significativo Il trionfo di Cristo nell’umiltà, può servire di guida per comprendere ciò che significa per noi il modo di presentarsi di Dio al mondo: «Mi piace contemplare le immagini di Gesù Bambino che rappresentano il Signore nel suo annientamento, mi ricordano che Dio ci chiama, che l’Onnipotente ha voluto presentarsi a noi indifeso, come bisognoso degli uomini. Dalla culla di Betlemme Gesù dice a me e a te che ha bisogno di noi; ci sollecita a una vita cristiana senza compromessi, a una vita di donazione, di lavoro, di gioia; non imitiamo davvero Gesù Cristo se non lo seguiamo nell’umiltà. La forza redentrice della nostra vita sarà efficace, pertanto, se c’è umiltà, solo quando smetteremo di pensare a noi stessi e sentiremo la responsabilità di aiutare gli altri» (cfr È Gesù che passa, n. 18). Se fossimo umili come i pastori, riconosceremmo nel bambino adagiato nella mangiatoia il nostro Salvatore, e arriveremmo a conoscerci meglio fino a scoprire tante forme di superbia che san Josemaría non manca di esemplificare: «Sentirsi al centro dell’attenzione degli altri, la preoccupazione di fare bella figura, il non rassegnarsi a fare il bene senza farlo vedere, l’ansia per la propria sicurezza». Dio ci viene incontro nell’umiltà perché ci sia possibile avvicinarlo e seguirlo. Il racconto di san Luca che ascoltiamo nella Messa di Natale non si può scambiare per una bella favola, ma nemmeno rimpicciolire e fraintendere a forza di considerazioni sdolcinate che tolgono incisività e vigore al racconto evangelico. Il Dio umile nasce in una stalla, in una grotta, in luoghi luridi, che forse Giuseppe avrà avuto bisogno di ripulire per bene. E noi, invece, tanto schizzinosi e sofisticati! Il Natale di Gesù ci dà la capacità di diventare bambini e di incominciare umilmente a realizzare tutte le possibilità di un figlio di Dio, la pienezza di umanità immaginata da Dio Creatore e Redentore per ognuno di noi. La vita di infanzia che Gesù ci propone non toglie nulla alla nostra umanità, ma anzi la innalza e la divinizza. È stato detto: se Dio si è fatto uomo, essere uomo è la cosa più grande che ci sia. Adesso, come ai tempi di Gesù, abbondano potenza, dominio, violenza. Gli apostoli ne sono lambiti, proprio nel Cenacolo. Gesù non si limita a denunciare e a premunire dall’orgoglio tutti i suoi discepoli fino alla fine dei tempi: «Fonda», come dice Romano Guardini, «la possibilità di essere cristiani; mostra che cosa ciò significa, e ne dà la forza per praticarlo». Gesù ammonisce amichevolmente gli apostoli nell’intimità dell’ultima cena: «I re delle nazioni le governano e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra di voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 25-28). Dal dire al fare. Gesù compie un lavoro da schiavi: lava i piedi dei commensali e dà la totale spiegazione del suo gesto: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13, 12-15). La lavanda dei piedi degli apostoli è un’anticipazione di tutto ciò che sarà l’imminente umiliazione della passione e morte redentrice di Gesù. Gesù evidenzia con tale gesto, diceva Benedetto XVI in un’omelia del Giovedì Santo, ciò che descrive l’inno cristologico di san Paolo nella Lettera ai Filippesi già citata. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge con il panno dell’umanità e si fa schiavo. Ascoltiamo ancora Guardini: «L’umiltà non scaturisce nell’uomo. La sua via non decorre dal basso all’alto, ma dall’altezza discende. Umile si fa solo il grande che si china di fronte al piccolo. Agli occhi di tale persona, la “piccolezza” ha una misteriosa dignità. Il fatto che la veda, la innalzi e si pieghi di fronte a essa, è umiltà. Essa scaturisce in Dio e si dirige alla creatura. Mistero grande! L’Incarnazione è fondamentale umiltà».

In the beginning

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Publié dans : immagini sacre | le 23 mai, 2016 |Pas de Commentaires »
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