SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 studi, antologia, immagini
 SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE  dans ANNO PAOLINO    

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

williammorrisponsonbystpaul.jpg

commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

dalsitodelpontificiosanpaolo.gif

PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/0-inno-alla-carita-1cor-131-13/   

LETTERA ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html    

incamminoverso @ 19 h 38 min
Enregistré dans ANNO PAOLINO
LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

Posté le Dimanche 9 mars 2008

1520angelico20eucharist.jpg

(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

sanpaoloinmeditazione.bmp

San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

incamminoverso @ 19 h 00 min
Enregistré dans LITURGIA DEL GIORNO
Miraculous draught of fish

Posté le Vendredi 5 février 2016

Miraculous draught of fish dans immagini sacre vasili-nesterenko-the-miraculous-catch-2001-8x6

https://construtoresdoreino.wordpress.com/2013/04/14/aparicao-do-ressuscitado-e-a-pesca-milagrosa/

incamminoverso @ 19 h 40 min
Enregistré dans immagini sacre
1 CORINZI 15,1-11 – COMMENTO BIBLICO

Posté le Vendredi 5 février 2016

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Corinzi%2015,1-11

1 CORINZI 15,1-11 – COMMENTO BIBLICO

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! 3 Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

  COMMENTO 1 Corinzi 15,1-11 La risurrezione di Cristo Nell’ultimo capitolo della 1Corinzi Paolo affronta il problema del destino finale riservato a coloro che hanno abbracciato la fede in Cristo. Precedentemente egli aveva rivolto la sua attenzione a situazioni specifiche riguardanti la vita personale o comunitaria. Ora invece si pone al cuore stesso del «vangelo», mostrando come in esso sia contenuta una salvezza che va oltre i limiti della vita fisica dell’uomo. È difficile stabilire se l’apostolo risponde a una domanda precisa che gli è stata posta dalla comunità (manca all’inizio la formula «riguardo a…»), o se prende posizione nei confronti di una problematica di cui è venuto a conoscenza per altra via. La lunghezza della trattazione dimostra però che il tema era sentito come un punto nevralgico del cristianesimo nascente, intorno al quale erano emerse opinioni divergenti che rischiavano di oscurare il vero significato della fede. Il capitolo si divide in tre parti. In un primo momento Paolo espone il contenuto essenziale del suo vangelo, che consiste nella morte e nella risurrezione di Cristo (vv. 1-11). Alla luce di questo dato di fede egli affronta poi il tema della risurrezione di coloro che hanno creduto in lui (vv. 12-34). Nella terza parte spiega le modalità con cui avrà luogo la risurrezione (vv. 35-53). Conclude il capitolo un inno alla vittoria sulla morte (vv. 54-58). In questo testo liturgico viene riportata la parte del capitolo riguardante la risurrezione di Cristo. Paolo si introduce sottolineando il carattere tradizionale e quindi immutabile di ciò che ha annunziato a Corinto (vv. 1-3a), riafferma poi la morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) e infine dà un elenco delle apparizioni del Risorto (vv. 5-11). 

La tradizione della Chiesa (vv. 1-3a).  Nella frase introduttiva l’apostolo si richiama alla sua predicazione precedente, sottolineando come essa faccia parte di una «tradizione» che lui stesso ha ricevuto. Egli apre la nuova trattazione con l’espressione «vi rendo noto» (gnôrizô), con la quale sembra introdurre l’annunzio di qualcosa che i corinzi ancora non conoscevano; ma in realtà Paolo intende semplicemente richiamare quanto essi già conoscevano. A tal fine ricorda la loro esperienza cristiana, che si snoda lungo quattro tappe: annunzio evangelico, adesione di fede, vita cristiana, salvezza (vv. 1-2a). Paolo ha annunziato il «vangelo» e i corinzi lo hanno ricevuto una volta per tutte (parelabete, all’aoristo) ed ora in esso «restano saldi» (estêkate, al perfetto) e sono salvati (sôzesthe, al presente, in quanto si tratta di un’azione continuata). L’apostolo però soggiunge: «Se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano!» (v. 2b). È questa la traduzione più probabile della difficile frase greca che letteralmente suona così: «Con quale parola ve l’ho evangelizzato se lo mantenete». Di per sé sarebbe possibile collegare la frase con il precedente verbo iniziale. In questo caso si dovrebbe tradurre: «Vi faccio presente con quale tipo di parola vi ho annunziato il vangelo che avete ricevuto…. supponendo che lo teniate ben saldo, altrimenti avreste creduto invano». Paolo conclude la frase introduttiva sottolineando che egli ha trasmesso ai corinzi tutto e solo ciò che lui stesso aveva ricevuto (paredôka / parelabon) (v. 3a): anche qui, come in 11,2.23 si presenta semplicemente come un trasmettitore della tradizione della chiesa. Nelle parole dell’apostolo si nota la consapevolezza di richiamare cose note, da tutti accettate, e al tempo stesso la preoccupazione che i corinzi, dopo aver aderito al vangelo, lo interpretino in un modo non corretto, svuotandolo così del suo significato; e dal seguito della sezione risulta che questa eventualità non era poi così remota (cfr. v. 17). È dunque probabile che egli veda, alla radice dell’errore riguardante la risurrezione dei morti, anche un malinteso circa il nucleo centrale della fede cristiana.

La morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) Dopo l’introduzione Paolo presenta in sintesi il suo vangelo. Esso contiene anzitutto il ricordo della morte di Cristo, che comprende anche la sepoltura (vv. 3b-4a); ad esso fa seguito l’annunzio della sua risurrezione (v. 4b) che a sua volta trova conferma nelle sue apparizioni. Il vangelo proclamato da Paolo è formulato con una frase in cui è riprodotta, forse con qualche ritocco, una formula preesistente. Egli ha annunziato ai corinzi «…che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture » (vv. 3b-4). Quanto l’apostolo riferisce in questi versetti rappresenta il contenuto centrale della tradizione che egli ha ricevuto dalla chiesa primitiva e ha trasmesso fedelmente ai corinzi (cfr. v. 11). Essa riguarda anzitutto la morte di Cristo, il cui significato è messo in luce mediante l’espressione «per (hyper) i nostri peccati». Non si tratta quindi di una morte qualsiasi, ma di una morte che attua il perdono di Dio, e come tale ha avuto luogo «secondo le Scritture», cioè in attuazione di quanto esse avevano predetto. Diversi testi del NT sottolineano il collegamento tra la morte di Gesù e le predizioni dell’AT (cfr. per es. Lc 24,25-27.44-47). Nella chiesa primitiva l’annunzio della morte di Cristo veniva letto specialmente in alcuni testi come il Salmo 118,22 («La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo»: cfr. At 4,11; Mc 12,10 e par.) o Dt 21,22-23 (il condannato a morte è appeso a un albero: cfr. At 5,30; 10,39; Gal 3,13). Ma l’apostolo ha in mente soprattutto i testi riguardanti il Servo di JHWH, nei quali si dice che questi con la sua morte ha eliminato i peccati del popolo: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is [LXX] 53,5). Insieme alla morte Paolo ricorda la sepoltura di Gesù. Questa rappresenta senz’altro un dato secondario della tradizione, che egli sottolinea per confermare, forse contro i primi dubbi ripresi in seguito dai doceti, la realtà della morte stessa. Non vi è qui alcuna allusione alla scoperta della tomba vuota (Mc 16,1-8 e par.), che Paolo dimostra di ignorare o per lo meno di non ritenere essenziale ai fini dell’annunzio. Il secondo punto del kerygma è rappresentato dalla risurrezione di Cristo, indicata con il verbo «risorgere» (egeirô), al perfetto medio, che significa letteralmente «risvegliarsi». Con esso si sottolinea che gli effetti dell’azione sono ancora presenti: Cristo è risorto e resta vivo. Questo verbo potrebbe avere anche un significato passivo. In questo caso si tratterebbe di un «passivo divino», con il quale la risurrezione di Cristo viene attribuita all’azione stessa di Dio (cfr. v. 15). Paolo aggiunge che la risurrezione di Cristo è avvenuta anch’essa, come la sua morte, «secondo le Scritture». I primi cristiani vedevano una predizione della risurrezione di Cristo nella preghiera del giusto, il quale dice a Dio: «Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (Sal 16,10; cfr. At 2,25-28). È possibile che l’apostolo pensi piuttosto anche qui al Servo di JHWH, al quale era stata promessa, dopo la sua morte, una lunga vita (Is 53,10; cfr. Sal[LXX] 22,30), che sullo sfondo della fede giudaica nella risurrezione finale poteva venire intesa come una risurrezione anticipata. Ma più in generale era spontaneo pensare che tutte le Scritture avessero predetto la risurrezione di Cristo (cfr. Lc 24,27), in quanto essa rappresenta l’evento con il quale si inaugura il regno escatologico di Dio, caratterizzato appunto dalla risurrezione dei morti. La designazione cronologica («il terzo giorno») potrebbe indicare solo un breve lasso di tempo, suggerito dal corso degli eventi pasquali; tuttavia non è escluso che Paolo faccia anche di essa l’oggetto delle profezie bibliche. In questo caso egli potrebbe pensare all’esperienza di Giona, che è rimasto «tre giorni e tre notti» nel ventre del pesce (Gn 2,1; cfr. Mt 12,40), o al testo di Osea 6,2, oppure, più verosimilmente, alla tradizione rabbinica che colloca la liberazione finale di Israele nel «terzo giorno».

Le apparizioni del Risorto (vv. 5-11) Come alla morte aveva fatto seguito la sepoltura, così la risurrezione è confermata dalle apparizioni ai discepoli. Questo tema viene sviluppato nella seconda parte del brano: «… e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (v. 5). Il verbo «apparve» (aoristo passivo di oraô, vedere) è utilizzato spesso nei LXX per indicare la manifestazione di Dio a personaggi da lui scelti (cfr. Gen 12,7; 18,1; 35,9; Es 3,2); nel NT designa le apparizioni del Risorto ai discepoli (Lc 24,34; At 13,31) e a Paolo stesso (At 26,16; cfr. 9,17). In questo contesto non significa «essere visto» (passivo), ma «farsi vedere» (intransitivo con valore mediale): in realtà Paolo non pensava a una esperienza soggettiva dei discepoli, ma a un intervento attivo dello stesso Cristo. È difficile però stabilire qual è stato per gli interessati il contenuto della visione: siccome nell’AT il termine è usato per indicare manifestazioni divine che consistono in un messaggio orale, resta aperta la possibilità che si sia trattato di un’esperienza interiore, senza un coinvolgimento diretto delle facoltà esterne. Il fatto che lo stesso verbo sia utilizzato subito dopo per designare l’esperienza personale di Paolo non aggiunge nulla circa le modalità dell’apparizione, anche perché altrove egli ne parla semplicemente in termini di «rivelazione» (cfr. Gal 1,16). La prima apparizione è quella che ha avuto come destinatario Cefa (Pietro). Di essa parla anche il terzo vangelo, ma solo indirettamente, presentandola come un evento di cui i discepoli di Emmaus ricevono la notizia quando fanno ritorno a Gerusalemme (Lc 24,34). Anche Giovanni ricorda tale apparizione, ma nella sistemazione attuale del libro essa non viene più al primo posto (cfr. Gv 21). Essa sottolinea il ruolo speciale di Pietro nel cristianesimo primitivo. L’apparizione a Cefa, abbinata a quella avuta dai Dodici, il gruppo ristretto dei discepoli di Gesù al quale lo stesso Cefa appartiene, è narrata da tutti gli evangelisti (cfr. Mt 28,16-20; Lc 24,36-49; Mc 16,14-18; Gv 20,19-23). Stupisce però il fatto che l’apostolo parli dei «Dodici» senza ricordare che, dopo la defezione di Giuda, i discepoli più intimi erano rimasti solo in undici. Forse era preoccupato di mettere in luce non tanto singoli dettagli storici, quanto piuttosto il rapporto con Gesù di un gruppo specifico di persone che nella chiesa primitiva erano riconosciute come i suoi discepoli più intimi e svolgevano il ruolo di testimoni della sua risurrezione (cfr. At 1,21-22). Dopo l’apparizione a Cefa e ai Dodici si elencano quelle di cui sono stati beneficiari cinquecento fratelli, poi Giacomo e tutti gli apostoli e infine Paolo stesso. Malgrado la ripetizione della particella «poi» (eita, epeita), esse sono elencate secondo un ordine che non ha un vero e proprio significato cronologico, ad eccezione della prima (Cefa) e dell’ultima (Paolo). Anzitutto viene nominata quella riservata a più di 500 fratelli (v. 6). Costoro potrebbero rappresentare tutta la comunità di Gerusalemme in un certo stadio del suo sviluppo; il ricordo dell’apparizione speciale ad essi riservata serviva forse a sottolineare l’importanza di questa comunità e il ruolo da essa svolto nel cristianesimo delle origini. Nessun indizio permette di situare questa apparizione in rapporto all’evento di Pentecoste, di cui si parla solo negli Atti degli apostoli: Luca infatti non menziona un’apparizione del Risorto in quella occasione e d’altra parte informa che la comunità contava allora solo 120 persone (At 1,15), alle quali sarebbero state aggregate in quello stesso giorno altre tremila persone (2,41). L’accenno al fatto che solo alcuni di questi fratelli sono morti, mentre la maggioranza è ancora in vita, potrebbe avere lo scopo di dare un valore attuale e verificabile alla loro testimonianza. L’apparizione ai 500 costituisce una specie di intermezzo tra quella riservata a Cefa e ai dodici e quella, citata subito dopo, concessa «a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli» (v. 7). Giacomo era un «fratello del Signore» (cfr. Gal 1,19) e non apparteneva al gruppo dei Dodici. Il ricordo dell’apparizione da lui ricevuta serve forse a giustificare il fatto che egli resse per lungo tempo la comunità di Gerusalemme. «Tutti gli apostoli», a cui Gesù apparve successivamente, sono i missionari della chiesa primitiva, il cui compito di «inviati» (è questo il senso della parola «apostolo») viene fatto risalire a un intervento personale del Risorto (cfr. 9,5). Al loro gruppo appartenevano certamente i Dodici, ma anche Giacomo stesso, menzionato in stretto contatto con loro, nonché Paolo (cfr. v. 9) e altri missionari (cfr. Rm 16,7; Fil 2,25; 2Cor 8,23): in questo momento l’identificazione degli apostoli con i Dodici, che sarà un fatto ormai acquisito al tempo di Luca (cfr. At 1,15-26), non aveva ancora avuto luogo. Accanto alle apparizioni per così dire ufficiali Paolo ricorda quella di cui è stato destinatario lui stesso (v. 8). Egli osserva che Gesù gli è «apparso» come a un «aborto» (ektrôma): può darsi che abbia coniato lui questo termine per sottolineare che il suo incontro con Cristo ha avuto luogo quando il tempo delle apparizioni pubbliche era ormai chiuso, a somiglianza dell’aborto che viene alla luce al di fuori del tempo normale; è possibile però che si tratti di un appellativo che gli veniva affibbiato dai suoi avversari per squalificare la sua persona e il suo messaggio. Al suo incontro con il Risorto Paolo allude altrove presentandolo una volta come una rivelazione (Gal 1,16) e l’altra come una visione (1Cor 9,1). Il ricordo dell’apparizione del Risorto suggerisce a Paolo una considerazione personale: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (vv. 9-10). In questo brano si fondono umiltà e fierezza: alla sua condizione di persecutore, che lo pone all’ultimo posto nella scala degli apostoli, fa riscontro la grazia di Dio, alla quale unicamente attribuisce non solo il suo apostolato, ma anche la sua instancabile attività, in forza della quale non si sente inferiore a nessun degli altri apostoli. Sullo sfondo si intravedono le accuse rivoltegli dai suoi avversari, che mettevano in discussione precisamente la sua prerogativa di apostolo (cfr. 1Cor 9,1-3). Dopo aver elencato i testimoni della risurrezione, Paolo conclude ricollegandosi all’introduzione del brano: «Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (v. 11). Con queste parole intende sottolineare che quanto egli «predica» (kêryssô), cioè il vangelo che annunzia (cfr. vv. 1.14), non è diverso da quello che predicano gli altri apostoli; è ad esso che i corinzi, diventando cristiani, hanno creduto una volta per tutte (episteusate, all’aoristo).

Linee interpretative Le apparizioni di Gesù, così come sono ricordate da Paolo hanno come destinatari personaggi che svolgevano ruoli di particolare importanza nella chiesa primitiva. Per essi l’aver visto il Signore risorto era la garanzia di una particolare chiamata da parte sua, che li autorizzava a svolgere le proprie funzioni in suo nome. Ciò spiega forse in parte il fatto che le apparizioni menzionate dall’apostolo non coincidano esattamente con quelle raccontate nei vangeli (Mt 28,9-20; Lc 24,13-53; Gv 20,11-21,23) e negli Atti degli Apostoli (At 1,3-8). È probabile che sia Paolo sia gli evangelisti abbiano fatto una scelta all’interno di un’ampia gamma di racconti trasmessi dalla comunità primitiva, mediante i quali i primi cristiani annunziavano la loro fede nella risurrezione del Signore. Le testimonianze che sono state conservate, con tutte le loro diversità e contraddizioni, non servono perciò a dimostrare la realtà storica della risurrezione, ma piuttosto l’insorgere precoce di questa stessa fede all’interno della comunità cristiana. In altre parole, con i loro racconti i primi cristiani non hanno inteso dimostrare che la risurrezione è un fatto storico, ma l’hanno presentata come il primo articolo di una fede che essi stessi hanno ricevuto dai primi discepoli e testimoni di Gesù. Questa fede resta ancora oggi il fondamento e l’unica ragione di essere della chiesa. La fede nella risurrezione di Cristo suppone senz’altro, in base alle concezioni antropologiche del tempo, che il suo corpo sia stato liberato dalla corruzione del sepolcro.  Il suo significato però non si ferma qui. Nel contesto delle attese diffuse nel mondo giudaico e dell’annunzio evangelico complessivamente preso, la risurrezione di Gesù non consiste nella semplice rianimazione di un cadavere o nel ritorno di un morto a una nuova vita. Per Paolo, come per tutta la Chiesa primitiva, la risurrezione significa che Dio ha riabilitato colui che era stato ingiustamente crocifisso, innalzandolo accanto a sé e donandogli una gloria senza fine. In lui è l’umanità intera che ritorna alla comunione con Dio. Il peccato è dunque vinto e quel regno di Dio che Gesù aveva annunziato durante la sua vita terrena è inaugurato. Egli stesso, nella sua nuova condizione di Signore glorificato, guida alla risurrezione finale tutti coloro che credono in lui. In altre parole credere nella risurrezione significa assumere su di sé, come hanno fatto Paolo e i primi testimoni, la missione stessa di Gesù, che consiste nell’annunziare il regno di Dio, operando efficacemente perché si realizzi.  

 

OMELIA (07-02-2016) – CHIAMATI PER PURIFICARE LA MENTE E IL CUORE

Posté le Vendredi 5 février 2016

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/36545.html

OMELIA (07-02-2016) – CHIAMATI PER PURIFICARE LA MENTE E IL CUORE

padre Antonio Rungi

La chiave interpretativa della parola di Dio di questa quinta domenica del tempo ordinario, è sicuramente il testo della prima lettura, tratto dal profeta Isaia, nel quale la coraggiosa voce del grande profeta dell’Antico Testamento si alza per denunciare tutto il male presente nel suo tempo, verso cui grida forte la parola purificazione della mente, del cuore, delle labbra. Una purificazione completa di tutto il popolo di Dio, se vuole riprendere il dialogo con l’Altissimo. In una precisa e dettagliata visione che il profeta ha del Signore, egli si sente inviato, anzi, si rende disponibile per una missione impossibile, quella della purificazione. Nell’anno santo della Misericordia, penso, alla missione di Papa Francesco che, ispirato da Dio, ha indetto questo anno giubilare, proprio per attuare in noi una vera e completa purificazione interiore. Il profeta, prima di parlare agli altri, guarda se stesso. E’ lui per primo a riconoscersi peccatore, in quanto uomo dalle labbra impure; in secondo luogo, perché comprende che si trova davanti ad un popolo immerso nella impurità e che necessita di essere risanato. Guardandosi intorno e non avendo possibilità di trovare qualcuno che possa portare avanti questa missione di purificazione, Isaia offre se stesso e con grande semplicità si rivolge al Signore e dice: manda me a convertire la gente, perché possa ritornare sulla retta strada. «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Il profeta non si scoraggia e si abbandona pienamente alla volontà di Dio, che si manifesta a lui mediante l’intervento di uno dei serafini, il quale gli tocca la bocca e lo purifica, al punto tale che dopo, questo rituale di purificazione, Isaia parte per la sua missione e può, in una condizione nuova da un punto di vista religioso e spirituale, parlare al popolo e richiamarlo ai propri doveri. E’ sempre vero che bisogna iniziare da se stessi il cammino di conversione, per poi avventurarsi nell’esperienza della purificazione degli altri. «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». In una nuova condizione spirituale, il profeta può ora parlare in nome di Dio ed essere credibile in base alla sua testimonianza di vita e al suo stato di salute spirituale. La parola di Dio che egli trasmette, avrà la sua efficacia e produrrà l’effetto benefico sperato. Anche san Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla Prima Lettera ai Corinzi, sente la responsabilità dell’annuncio del mistero della redenzione portato a termine con la Pasqua di Gesù Cristo. Con precisi riferimenti alla storia della salvezza partendo appunto dalla Pasqua di Cristo, all’apparizione del Risorto a Pietro, poi agli altri apostoli ed infine ad un gruppo numeroso di altri credenti e discepoli del Signore, egli fa capire nettamente a quale ruolo è stato chiamato direttamente da Dio. Dopo l’apparizione a Paolo dello stesso Gesù sulla via di Damasco, al momento della sua conversione e alla sua purificazione, alla vita nuova che inizia in Gesù Cristo, egli lascia totalmente la vita passata e precedente, senza alcun ripianto e scrive di se stesso: « Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me ». Le fatiche missionarie del grande apostolo delle genti, lo portano a consolidarsi sempre più nel suo ministero, al punto tale che proprio rivolgendosi ai cristiani di Corinto, egli scrive: « Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto ». La trasmissione veritiera del dato di fede lo incoraggia nel ministero al punto tale che non si ferma mai, va avanti per la sua strada di far conoscere Cristo ai lontani. La chiamata alla missione e all’apostolato ci viene ricordata anche nel testo del Vangelo di oggi, quando Gesù, dopo aver compiuto il miracolo della pesca eccezionale, ha un importante e sentito dialogo con Pietro. Questo umile pescatore, dopo l’evento prodigioso, ha compresso che si trova davanti al Messia e si rivolge al Signore con parole, degne di attenzione e riflessione da parte nostra: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Chi vive nel peccato sta lontano da Dio e la sua condizione di peccatore, non può assolutamente permettere di stare vicino alla fonte della luce, quando si è tenebra nel cuore e nella mente. Pietro comprende e inizia, da subito, il cammino di avvicinamento al Signore con una risposta piena all’amore di Dio. Da quel momento la conversione del cuore e della mente, la purificazione di Pietro e dei suoi compagni di lavoro si è concretizzata, al punto tale che lasciano ogni cosa e si mettono alla sequela di Gesù. Il Signore, infatti, dice a Pietro: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono ». Il grande gesto e il maturo coraggio di abbandonare ogni cosa per seguire il richiamo di Dio ci fa da sprona ad abbandonare ogni cosa che ci porta lontano da Dio, a ritornare a Lui con cuore davvero pentito. La Madonna ci aiuti a discernere meglio la volontà divina e a metterla in pratica, con o senza strumenti in nostro possesso, nell’assoluta povertà dei nostri mezzi, ma pienamente abbondonati alla volontà di Colui che vuole solo la nostra felicità e il nostro vero bene, che è il Signore, redentore dell’uomo. Sia questa la nostra preghiera oggi: « Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annunzio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra ». Amen.

incamminoverso @ 19 h 36 min
Enregistré dans OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻
Saint Paul in Athens

Posté le Jeudi 4 février 2016

Saint Paul in Athens dans immagini sacre paul+in+athens

https://it.pinterest.com/pin/404338872765551580/

incamminoverso @ 20 h 06 min
Enregistré dans immagini sacre
FEDE E MUSICA: MUSICA E CANTO COME ESPRESSIONE DI FEDE

Posté le Jeudi 4 février 2016

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/devozione/06-07/05-Musica_e_canto.html

FEDE E MUSICA: MUSICA E CANTO COME ESPRESSIONE DI FEDE

(ci sono molte immagini sul sito, elenco sotto)

Le origini religiose del melodramma Come si è detto nel numero scorso, il contesto nel quale nasce il canto è quello liturgico, fin dai tempi più remoti. Per “liturgico” si intende quel clima in cui parole, gesti e scelte sono ispirati dal senso della presenza divina. Quindi, evocare le origini del teatro lirico vuole dire riportarsi alle prime esperienze delle tragedie greche, in cui dèi e uomini si muovevano in piena simmetria di passioni, di ascese e di cadute. Omero ben dimostra come gli dèi si pieghino, talvolta, all’arroganza umana, e gli uomini da parte loro finiscano sempre con il piegare il capo alla supremazia di questi esseri tanto celesti quanto antropomorfi. Non esiste religione, per quanto primitiva, che non si manifesti con una configurazione musicale, cantata, danzata e mimata in cui dèi ed eroi appaiono secondo l’immagine convenuta mimando al suono degli strumenti il ricordo delle gesta che li hanno resi celebri. Di qui l’eccessivo antropomorfismo dei numi pagani, la cui caduta, oltre che alla forza della Rivelazione che irrompe nella storia, può anche essere addebitata alla loro totale sottomissione alle passioni. Gli dèi non si sottraggono alla ferrea volontà oscura dell’ananke greca, cioè il “fato”, che non teme la loro forza e li opprime e distrugge con il suo impenetrabile volere. Le grandi leggende della tragedia greca sono esempio eloquente della fragilità di fondo degli dèi, e se le prime opere nel senso moderno del termine hanno portato sulla scena la storia di Orfeo e di Euridice, questo non è avvenuto per filiazione diretta dell’ellenismo, ma per l’eredità dell’Umanesimo, preoccupato di ricoprire, con una matrice illustre, ciò che proveniva da ambiente pagano. Di qui si deduce che all’origine del melodramma vi è sì la tragedia pagana, nella quale non mancano suoni e cori; ma il passaggio al melodramma avviene grazie alla celebrazione – sia pure teatrale e ugualmente sgangherata – del mistero divino della Rivelazione e della Redenzione, svolta sulla base delle note del Quem queritis pasquale. Prima però di considerare quelle opere dalle quali, in modo inequivocabile, emerge l’elemento religioso – pagano prima e cristiano dopo, perciò fonte genuina del melodramma – è opportuno esaminare il luogo dal quale il melodramma muove i suoi primi e certo vaghi passi: l’ambiente e la cultura monastica. Infatti al centro dell’attività culturale medioevale si colloca indiscutibilmente l’Ordine di San Benedetto, e, nell’àmbito della sua vasta organizzazione, quella di Cluny è senza dubbio la più attiva di tutte. È nel canto che il Medioevo, così attento a scoprire i virtuali spunti di sviluppo, troverà, sia pur tardivamente, il punto d’inserzione che gli occorre per creare il nuovo genere, quello che dopo quattro secoli diverrà il melodramma dell’epoca moderna. Poiché, com’è noto, il Medioevo non crea mai ex-nihilo: non fa altro che svolgere e trasformare, ma con tale virtuosismo da risultare un creatore immenso. Ma già nel X secolo prende forma, a poco a poco, quello che diventerà il nostro teatro lirico; e la preistoria degli elementi destinati a costituirlo ha inizio molto tempo prima, addirittura nel secolo III, con una famosa frase in lingua greca, Iesous Christos Theou Uios Soter (Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore), che forma a sua volta l’acrostico Ichtus (pesce), simbolo dei primi cristiani. La frase, piamente raccolta da Sant’Agostino nel trattato De Civitate Dei, viene così a far parte del patrimonio letterario del grande Dottore della Chiesa. I suoi scritti sono frequentissimi nelle letture liturgiche, e sovente vengono anche cantati; la frase suddetta è talmente affascinante che non di rado, nei cori dei monaci, viene lasciata alla voce di un cantore solista, il quale diventa in qualche modo anche “attore”, cantando la profezia e gesticolando. A Limoges, verso la fine del secolo XI, i monaci hanno l’idea feconda di aggiungere, all’inizio della celebrazione corale, una parabola evangelica di carattere profetico, sull’argomento medesimo della venuta di Cristo. Proprio nell’abbazia di San Marziale, a Limoges, si trova un manoscritto che può considerarsi il primo lavoro del teatro lirico (1099). Si tratta della sceneggiatura, interamente cantata, metà in latino metà in dialetto limosino, della parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte. L’angelo Gabriele canta un prologo moraleggiante, poi le vergini stolte si addormentano e quando si svegliano esprimono col canto, in strofe appassionate, il loro sgomento, supplicando le vergini sagge. Queste rispondono di andare dal mercante, e nel frattempo giunge il Cristo. Le vergini stolte finalmente si presentano, ma è ormai tardi. ll Cristo pronuncia cantando la maledizione e, dice il manoscritto, tunc accipient eas demones et precipitentur in infernum. Da questo straordinario documento, che nella liturgia monastica viene collocato tra le preghiere mattutine, ha inizio una torrenziale quantità di “misteri” cantati, ispirati ciascuno ad un racconto biblico o ad una verità della fede. Estremamente prolifica in questo settore è la Francia: e ovviamente menti eccelse del calibro di San Bernardo di Clairvaux (1091-1153) danno il loro contributo. Dal mystère si passa al miracle, composizione anch’essa di carattere sacro che tende a staccarsi dal contesto liturgico, fino a diventare una rappresentazione a sé stante, la moralité. La parte della musica, e naturalmente della voce, non conosce più limiti: diviene elemento mistico, pittoresco, simbolico, e in ogni caso indispensabile ancella del dramma. Indispensabile sì, ma, questa è la novità, con la funzione di ancella: il suo ruolo è quello della musica di scena e non costituisce più un supporto necessario, liturgico o meno. Dal secolo XVI l’azione sacra diventa tragico-sacra, e la nascita del madrigale (genere rappresentativo della musica profana) e del mottetto (genere musicale di carattere sacro) sono suggellati dai grandi nomi di Pierluigi da Palestrina (1525-1594) , Orlando di Lasso (1532-1594) fino a giungere al massimo compositore di quei due secoli e padre del melodramma, Claudio Monteverdi (1567-1643). Dal suo prodigioso Vespro della Beata Vergine (1610), stupenda celebrazione musicale in onore di Maria, Monteverdi approda all’opera teatrale con Orfeo (1607), cui fanno seguito i fondamenti del teatro lirico, Il ritorno di Ulisse in patria (1641) e L’incoronazione di Poppea (1642).

Espressioni religiose moderne Al termine di questo sguardo sull’origine religiosa del melodramma è utile un riferimento, che attesti quanto l’opera lirica sia rimasta profondamente animata proprio dal sentimento divino. Il patrimonio musicale italiano è certo quello più ricco, in Europa; ma pure quello francese contiene pagine insigni per orchestra e voci, di bellezza veramente superiore, e ovviamente immortali. Entrambe, Italia e Francia, e forse più ancora la seconda, affrontano con straordinaria attenzione il tema religioso. Le pagine francesi sono talmente ricche e vaste da richiedere uno sguardo apposito, che, magari, potrà trovare spazio in una prossima puntata. Le pagine italiane acquistano un tono meno filosofico e più popolare, ma raggiungono ugualmente, con assoluta e liberatoria precisione, il cuore dell’uomo. Uno degli innumerevoli esempi si trova in Gaetano Donizetti, nell’opera L’assedio di Calais (Napoli, 1836), dove amore patrio, affetti familiari, eroismo e fiducia in Dio si uniscono in un’unica elegia di amore. Al termine del secondo atto, i francesi sconfitti e umiliati dagli inglesi – siamo nel 1347, piena Guerra dei Cento Anni – si rivolgono fiduciosi all’onnipotenza divina, certi che il loro sacrificio non resterà senza premio celeste:

Oh Tu che scerni ogni pensiero, fonte di vita, luce del vero, a questi martiri del patrio zelo le immense volte apri del cielo. Sol fia per loro premio condegno seder fra gli angeli, dappresso a Te.

La modestia di questi versi, che possono persino riuscire ridicoli, non ha bisogno di sottolineature. Possono però, con l’armonia delicatissima di cui sono rivestiti, aiutarci a riflettere su di una verità: fin tanto che non avremo la città della pace, nella quale nessun antagonismo sarà più risolto con la forza, ma soltanto con l’amore tra gli uomini, noi saremo sempre in cammino. Fino a quando cioè non coesisteranno, su questa terra, il Regno di Dio e il Regno dell’uomo, che si intersecano a vicenda in una sola armonia di pace.  Franco Careglio OFM

IMMAGINI: 1  Il canto cristiano è l’espressione della gioia per la salvezza che Dio offre all’uomo. 2-3  Dai testi liturgici, nel Medioevo si sviluppa il melodramma grazie anche al contributo di maestri e letterati che allargano il momento celebrativo mediante piccole introduzioni che riprendono i testi evangelici e li elaborano in forma spettacolare. 4-5  Claudio Monteverdi (1567-1643) e Orlando di Lasso (1532-1594). 6-7  Gaetano Donizetti (1797-1848) e Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525-1594). 8  La rappresentazione della Passione è sempre stata una delle occasioni preferite dal popolo cristiano per manifestare la propria fede.

incamminoverso @ 20 h 04 min
Enregistré dans MUSICA SACRA
ESAMINATE OGNI COSA: SPIRITO DEL TEMPO O SEGNI DEI TEMPI? (studi paolini)

Posté le Jeudi 4 février 2016

http://www.gliscritti.it/approf/2009/papers/lonardo280209.htm

ESAMINATE OGNI COSA: SPIRITO DEL TEMPO O SEGNI DEI TEMPI?

di Andrea Lonardo

«Fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene» (Rm 12,9). La lettera ai Romani, nel presentare l’atteggiamento del cristiano dinanzi alla cultura del proprio tempo, ripete le parole del primo scritto paolino, la prima lettera ai Tessalonicesi: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono, astenetevi da ogni specie di male» (1 Ts 5,21-22). Dove è immediatamente evidente la presenza nella vita del bene e, insieme, la coscienza che anche il male è all’opera. L’invito a non conformarsi «alla mentalità di questo secolo» (Rm 12, 2) indica ulteriormente la serietà della questione del discernimento che si impone a partire dalla presenza di Cristo nel mondo. Ha scritto una volta lo psicoanalista C. G. Jung che «con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è un credo a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé. Pensare diversamente da come si pensa oggi genera sempre un senso di fastidio e dà l’impressione di una cosa non giusta; può apparire persino una scorrettezza, una morbosità, una bestemmia» (da “Realtà dell’anima”). Quanto è necessario allora esercitare un vigile discernimento fra quelli che sono i “segni dei tempi”, secondo la nota espressione evangelica ripresa dal Concilio Vaticano II, e quello che è lo “spirito del tempo”, la “mentalità del secolo”, secondo il linguaggio paolino! Paolo nel cogliere la permanenza della presenza del bene si rivolge all’uomo in quanto tale, prima che alle singole culture da lui prodotte. Nella lettera ai Romani si sofferma sulla dimensione religiosa che appartiene al cuore umano (Rm 1,19-20). L’animo umano, pur non essendo in grado di giungere al mistero della croce di Cristo con le proprie forze, poiché questo è possibile solo a partire dalla rivelazione di Dio, manifesta l’apertura dell’uomo all’Infinito. Paolo afferma così implicitamente che la ricerca di Dio, la nostalgia di Dio presente nel cuore umano, è una delle caratteristiche più proprie dell’uomo che ne manifesta la sua dignità altissima. In un’intervista rilasciata ad alcune televisioni tedesche nel 2006 il papa Benedetto XVI ha affermato, a questo proposito, che «l’anima africana e anche l’anima asiatica restano sconcertate di fronte alla freddezza della nostra razionalità. Proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto pensare che la cultura puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un approccio più facile alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte “l’organo religioso” e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli altri vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che proprio per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità sganciata da Dio non è sufficiente». L’anelito a Dio è riconosciuto da Paolo come uno degli aspetti più grandi dell’esperienza umana ed anche nel famoso discorso dell’Areopago, pur fremendo «nel suo spirito al vedere la città piena di idoli» (At 17,16), inizia la sua predicazione testimoniando che i cittadini ateniesi sono «in tutto molto timorati degli dèi» (At 17,22). Ma anche l’esperienza morale, il relazionarsi al bene ed al male, appaiono a Paolo come straordinarie manifestazioni della dignità nativa dell’uomo, poiché essi hanno pur sempre, anche nel peccato, «la testimonianza della loro coscienza e dei loro stessi ragionamenti che ora li accusano ora li difendono» (cfr. Rm 2,15). Ma «poiché tutti hanno peccato» (Rm 5,11) ecco che sempre, a fianco del bene, la voce del male fa sentire la sua presenza e cerca di confondersi con il soffio dello Spirito. G. K. Chesterton così scriverà nei “Racconti” che hanno per protagonista il suo personaggio più famoso, il prete cattolico inglese padre Brown: «Sono un uomo – rispose padre Brown, gravemente – e perciò ho il cuore pieno di diavoli». Proprio questa capacità di leggere il cuore dell’uomo, a partire dal bene e dal male che vi abitano, sarà la carta vincente delle indagini nelle quali Scotland Yard non riesce a mettere le mani sui peggiori delinquenti, mentre il piccolo pretino risolve i casi più difficili, offrendo poi spesso al malvivente la possibilità del ravvedimento. Chesterton commenterà poi che «la Chiesa Cattolica è la sola capace di salvare l’uomo dallo stato di schiavitù in cui si troverebbe se fosse soltanto il figlio del suo tempo». Il rapporto della fede con il tempo si rivela così anceps, nell’epistolario paolino. Da un lato sempre l’uomo conserva le tracce della sua dignità, del suo desiderio di Dio, della sua grandezza di cuore, che lo contraddistinguono come colui che è uscito dalle mani del Creatore, ma, contemporaneamente, ogni singolo uomo porta in sé dei germi di morte penetrati a motivo del peccato originale e dei peccati che ne sono conseguiti. Così è anceps l’atteggiamento della fede cristiana dinanzi ad ogni cultura. In ogni epoca il cristiano cercherà, da un lato, di accogliere, ricevere e valorizzare quegli elementi che sono propri di ogni cultura e che manifestano nella storia la loro appartenenza a quel bene originario derivante dalla creazione e dalla presenza dello Spirito nel tempo, mentre, dall’altro, sottoporrà quella stessa cultura a critica, perché essa venga come rinnovata dall’interno, perché siano posti in luce e combattuti i suoi elementi di male. In questo senso non corrisponde a verità l’affermazione che il cristianesimo paolino o successivo a lui si è semplicemente ellenizzato – analoghe espressioni potrebbero orientare in vista di una ebraicizzazione o di una occidentalizzazione o di una orientalizzazione del cristianesimo – ma piuttosto la storia della Chiesa mostra che è stata la grecità, la latinità, così come l’ebraicità o l’africanità, a cristianizzarsi. Supremo è, per Paolo, il riferimento a Cristo. È alla sua luce e sotto la sua grazia che si manifesta ciò che è conforme e ciò che è difforme dal vangelo. Come nessuna cultura è povera di doni dinanzi a Cristo, così nessuna cultura è esente da un male dalla quale deve essere purificata attraverso un faticoso rinnovamento interiore. La ricchezza della fede consiste così nel fatto che essa è capace di accogliere ed insieme rinnovare le culture più diverse pur rimanendo pienamente se stessa.

incamminoverso @ 20 h 02 min
Enregistré dans LETTERE PAOLINE E DEUTERO PAOLINE (da più lettere)
Jesus and Children

Posté le Mercredi 3 février 2016

Jesus and Children dans immagini sacre CHRIST_AND_CHILDREN_copy__82690.1409482677.490.588

http://www.eospirituality.com/2014/12/remembering-14000-holy-infants-slain-by.html

incamminoverso @ 19 h 36 min
Enregistré dans immagini sacre
12345...1183