Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…pensate alle cose di lassù

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 studi, antologia, immagini
Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù...pensate alle cose di lassù dans ANNO PAOLINO    

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

dalsitodelpontificiosanpaolo.gif

PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/0-inno-alla-carita-1cor-131-13/   

usaflag2 dans ANNO PAOLINO

link al mio Blog in lingua inglese:

Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

crocebella

link alle Omelia in inglese (americano) di Padre Ron Stephen, mi piacciono molto, se conoscete l’inglese potere andarle a leggere:

http://fatherronstephens.wordpress.com/


ci sono molte delle bellissime immagini di San Paolo sul tema « La conversione di San Paolo ed il mistero del cavallo », da vedere:

http://www.foliamagazine.it/conversione-di-san-paolo/

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LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

Posté le Dimanche 9 mars 2008

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

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Tiberias ancient picture above the Sea of Galilee shore

Posté le Vendredi 26 septembre 2014

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BRANO BIBLICO SCELTO – EZECHIELE 18,25-28

Posté le Vendredi 26 septembre 2014

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Ezechiele%2018

BRANO BIBLICO SCELTO - EZECHIELE 18,25-28

Così dice il Signore: 25 « Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa.
27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà ».

COMMENTO
Ezechiele 18,25-28

La responsabilità individuale
Il libro di Ezechiele contiene due raccolte di oracoli, che risalgono rispettivamente al periodo prima della caduta di Gerusalemme (cc. 1-24) e a quello posteriore ad essa (cc. 33-39). Tra queste due raccolte si situano gli oracoli contro le nazioni (cc. 25-32). Al termine viene posta una sezione chiamata «Torah di Ezechiele» (cc. 40-48), dove sono descritte le istituzioni future. Gli oracoli anteriori alla caduta di Gerusalemme hanno come tema la condanna della città peccatrice e l’annunzio del castigo divino. Dopo l’introduzione che narra la vocazione del profeta (1,1-3,15), la raccolta si divide in due parti che mettono in luce rispettivamente il destino di Gerusalemme (cc. 4-12) e la colpevolezza dei suoi abitanti (cc. 13-24). La struttura portante della seconda di queste due parti è formata da tre requisitorie nelle quali il profeta ripercorre le grandi tappe della storia religiosa di Israele (cc. 16; 20; 23). Accanto a questi significativi quadri storici è stato collocato altro materiale il cui scopo è quello di far comprendere più a fondo il tema della responsabilità di Gerusalemme. Un passaggio qualificante del messaggio di Ezechiele è il capitolo 18, nel quale si affronta il tema della responsabilità individuale. Da esso è stato ricavato il testo liturgico che ne contiene la parte conclusiva.
Con formule pedanti e casistiche, di evidente origine sacerdotale, ma anche con calde esortazioni, Ezechiele mette in discussione, come aveva già fatto Geremia (cfr. Ger 31,29), il proverbio secondo cui «i padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (v. 2). Egli esordisce affermando, a nome di JHWH, che questo proverbio non deve essere più ripetuto, e ne dà il motivo: «Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morrà» (v. 4). E subito, ispirandosi alle liste di precetti morali (cfr. Es 20,1-17; Lv 19) e alle formule con cui i sacerdoti dichiaravano a chi è permesso di entrare nel santuario (cfr. Sal 15; 24), indica quali sono le condizioni perché un uomo possa vivere: «Se uno è giusto e osserva il diritto e la giustizia, se non mangia sulle alture e non alza gli occhi agli idoli della casa di Israele, se non disonora la moglie del suo prossimo e non si accosta a una donna durante il suo stato di impurità, se non opprime alcuno, restituisce il pegno al debitore, non commette rapina, divide il pane con l’affamato e copre di vesti l’ignudo, se non presta ad usura e non esige interesse, desiste dall’iniquità e pronunzia retto giudizio fra un uomo e un altro, se cammina nei miei decreti e osserva le mie leggi agendo con fedeltà, egli è giusto ed egli vivrà, parola del Signore Dio» (vv. 5-9).
A questa affermazione di principio fa seguito un elenco di casi a cui essa si applica. Anzitutto essa trova riscontro nell’ambito della famiglia: se uno è figlio di un giusto, ma trasgredisce queste norme, dovrà morire (vv. 10-13); se uno invece è figlio di un empio, ma osserva queste prescrizioni, egli vivrà (vv. 14-17); suo padre invece, pur avendo avuto un figlio giusto, dovrà morire (v. 18). Il motivo di ciò è semplice: ciascuno è responsabile delle sue azioni, e non di quelle di suo padre o di suo figlio (vv. 19-20). Si passa poi all’ambito più strettamente personale: se un malvagio cambia vita e diventa giusto, le iniquità da lui commesse sono dimenticate ed egli vivrà (vv. 21-22). Il motivo è questo: Dio non ha piacere della morte del malvagio, ma piuttosto vuole che egli desista dalla sua condotta perversa e viva (v. 23). D’altra parte se un giusto si allontana dalla retta via, tutte le sue opere giuste sono dimenticate ed egli, a causa del suo peccato, è destinato alla morte (v. 24).
Inizia qui il testo liturgico nel quale si trova una sintesi di quanto detto precedentemente. Il profeta immagina che gli israeliti accusino JHWH dicendo: «Non è retto il modo di agire del Signore». JHWH allora risponde: «Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?» (v. 25). Da questo botta e risposta appare che l’idea di una retribuzione strettamente personale è nuova e va contro un certo modo di pensare abbastanza diffuso. Il pensiero di scontare la pena di peccati commessi dai loro padri era per i giudei un comodo alibi per non mettersi in questione, per non convertirsi. L’idea di una responsabilità personale invece li provocava a fare una scelta personale. Ciò valeva soprattutto per gli esuli, a cui il profeta ripete lo stesso principio (cfr. 33,10-20): per loro il pensiero di un ritorno nella loro terra era possibile solo nella prospettiva di una conversione, resa posibile dal perdono di Dio.
Dopo aver difeso il comportamento di Dio il profeta sintetizza il suo messaggio in due periodi ipotetici. Nel primo si dice: «Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa» (v. 26). L’ipotesi è quella del giusto che si allontana dalla retta strada: nonostante la giustizia praticata fino a quel momento, egli è destinato a morire. La morte che gli è minacciata è certamente un evento fisico, visto però nella sua componente esistenziale che consiste nella sofferenza e soprattutto nella perdita di senso conseguente al distacco da Dio. Il secondo periodo ipotetico prospetta il caso opposto: «E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà (vv. 27-28). Se il giusto può peccare, nello stesso modo anche l’empio può allontanarsi dal suo peccato. In tal caso egli vivrà. Anche qui la vita significa non solo sfuggire alla morte ma anche la pienezza di pace e di benessere nella comunione con Dio. Su questa affermazione di principio si basa il successivo appello alla conversione (cfr. vv. 29-32).

Linee interpretative
La riflessione del profeta, più che un cambiamento di rotta rispetto al passato, rappresenta una esplicitazione e un approfondimento di quanto già affermavano i testi più antichi: è vero infatti che la colpa del padre ricade sui suoi figli e nipoti fino alla tersa e alla quarta genenerazione e che la grazia di Dio si estenda per mille generazioni ma solo, rispettivamente, per quelli che odiano Dio e per quelli che lo amano (cfr. Es 20,5-6; Dt 7,9-10). Ezechiele non nega infatti il carattere sociale del peccato e delle sue conseguenze (sofferenza e morte), ma afferma che l’uomo è pur sempre libero di dissociarsi dal peccato commesso dagli altri o anche da lui stesso: se lo fa, rientra sotto il flusso costante e benefico della misericordia divina, che egli, proprio con il peccato, aveva allontanato da sé. Per il popolo di Giuda, nella situazione drammatica in cui si trova, ciò significa che non può attribuire ai propri padri la colpa dei mali che lo sovrastano o sperare di esserne liberato per i loro meriti; d’altro canto però Ezechiele cerca di fargli comprendere che può ancora allontanare da sé il giusto castigo con una sincera conversione.
Dio mette davanti a Israele la vita e il bene, la morte e il male, e comanda che il popolo lo ami, minacciando in caso contrario i castighi più terribili (Dt 30,15-20). Ma Dio non è indifferente alle scelte delle sue creature. Egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (v. 23). La fede in un Dio amante della vita sta alla base della fede di Israele. Questa fede implica implica l’osservanza dei comandamenti riguardanti la giustizia e la solidarietà con i più poveri. Se Dio vuole che il popolo gli sia fedele, l’unico motivo è che da questa fedeltà deriva al popolo la possibilità di essere prospero e felice. In un momento in cui non si parla ancora di una vita oltre la morte, la comunione con Dio non può prescindere da un benessere materiale. Ma questo diventa segno della benedizione divina solo se se è condiviso. Altrimenti diventa un furto che apre la strada alla morte.

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28 SETTEMBRE 2014 | 26A DOMENICA: « CHI DEI DUE HA COMPIUTO LA VOLONTÀ DEL PADRE? DICONO: « L’ULTIMO »

Posté le Vendredi 26 septembre 2014

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28 SETTEMBRE 2014 | 26A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« CHI DEI DUE HA COMPIUTO LA VOLONTÀ DEL PADRE? DICONO: « L’ULTIMO »

Non è facile vedere un legame fra le varie letture di questa Domenica. La prima, infatti, è ripresa da un contesto di Ezechiele, in cui il Profeta, proprio per demolire un certo senso di fatalità e di scoraggiamento degli Ebrei in esilio, che davano la colpa dei loro mali attuali alle mancanze dei « padri » esalta la responsabilità « personale »: « Perché andate ripetendo questo proverbio sul paese d’Israele: I padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati? Come è vero che io vivo, dice il Signore Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie; la vita del padre e quella del figlio è mia: chi pecca morirà » (Ez 18,2-4).
Questo sentirsi coinvolti e, più ancora, travolti dalle colpe dei padri, poteva costituire un facile alibi per il disimpegno morale degli Ebrei: tutto avviene per colpa degli altri, oggi si direbbe per colpa della società, o delle « strutture » ingiuste. Oltre a ciò, un tale sentimento quasi fatalmente provocava anche una forma di ribellione verso Dio, che veniva avvertito più come un alleato della « conservazione », che non l’amico dei poveri e degli oppressi, capace di creare situazioni di « novità » per tutti.

« Non è retta la mia condotta, o piuttosto non è retta la vostra? »
Per bocca del Profeta, invece, il Signore ribalta l’accusa di immobilismo contro Israele. Sono gli Ebrei che, per non volersi convertire e rinnovare spiritualmente, accusano Dio di non trattarli secondo i loro meriti (Ez 18,25-28).
Sono dunque gli Israeliti attuali, con le loro colpe e i loro peccati, responsabili del disastro nazionale che ancora li opprime e della desolazione dell’esilio. « Si allontanino dalle loro colpe » (v. 28), « riflettano » sui loro comportamenti, si convertano al Signore, ed egli li farà « vivere » di nuovo spiritualmente, e anche materialmente.
Era un deteriore « sociologismo » quello che portava gli Ebrei a « fatalizzare » il loro destino; dietro, però, stava la viltà del loro spirito: che non voleva affrontare il faticoso cammino della « conversione », che si opera soltanto se si capovolgono i sentimenti del cuore. Lo stesso « sociologismo » che anche oggi tende a colpevolizzare più le « strutture » che non i veri responsabili, che siamo un po’ tutti noi, sia nell’ambito civile che in quello più propriamente ecclesiale.

« Un uomo aveva due figli »
Partendo da questa tentazione, forse connaturata alla psicologia umana, di trovare appoggio o fuga dalle proprie responsabilità nel dato sociale più che nell’interno del proprio cuore, è però possibile un raccordo anche con la pagina del Vangelo, che, di fatti, è una contestazione di Gesù contro gli Ebrei del suo tempo, i quali, in nome della Legge e della loro tradizione religiosa, non sanno né vogliono vedere in lui il Messia lungamente atteso.
Egli non rientrava negli schemi che si erano fatti di lui. Soprattutto la sua azione di « pulizia » nel Tempio, cacciando i venditori che lo profanavano e rivendicando un suo particolare dominio su quel luogo di preghiera (« la mia casa sarà chiamata casa di preghiera »: cf Is 56,7), aveva suscitato violente reazioni contro di lui (cf Mt 21,12-27). Il Messia avrebbe dovuto tener più conto delle convinzioni religiose e « sociali » del suo tempo! E invece egli buttava all’aria tutto. Ma chi ha mai detto che ciò che fanno tutti, o pensano tutti, sia vero, o giusto, o buono?
Rispondendo a questo atteggiamento di chiusura puntigliosa e ostile nei suoi riguardi, Gesù in tre successive parabole (dei due figli, dei vignaioli omicidi e degli invitati a nozze) mette sotto accusa Israele, facendo vedere come esso, in nome della fedeltà alla Legge, tradisca di fatto il progetto di Dio che si sta attuando in Cristo.
Fare la « volontà » di Dio era il cardine su cui ruotava tutta la religione dell’Antico Testamento e del giudaismo. E la Legge ne era l’espressione più chiara e più convincente. Ora però che Dio si manifestava in Cristo, non si poteva pensare di dire di « sì » alla Legge dicendo di « no » al Cristo, solo perché egli non rientrava negli schemi prestabiliti e addirittura cambiava, « completandola », qualcosa di quella Legge. Solo accettando Cristo gli Ebrei, come del resto tutti gli uomini, potevano ormai compiere la « volontà di Dio ».
La parabola dei due figli vuol descrivere precisamente questo dramma in cui è venuto ad impigliarsi Israele quando ha respinto Cristo, pensando in tal modo di rendere « onore » a Dio (cf Gv 16,2) e di salvaguardare la dignità della Legge. « Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Rivoltosi al primo, disse: « Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna ». Ed egli rispose: « Sì, signore », ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: « Non ne ho voglia », ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Dicono: « L’ultimo ». E Gesù disse loro: « In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio »" (Mt 21,28-31).
Esclusiva di Matteo, la parabola punta direttamente a provocare una presa di coscienza e anche una decisione con il doppio interrogativo: quello iniziale (« Che ve ne pare? »: v. 28), e soprattutto quello conclusivo (« Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? »: v. 31). Saranno così gli stessi suoi ascoltatori ad autocondannarsi: se sanno così bene distinguere quale dei due figli ha fatto la « volontà » del padre, perché non si comportano alla stessa maniera?
I due figli stanno a significare due tipi diversi di risposta che gli uomini possono dare all’invito, che Dio rivolge a tutti, di andare a « lavorare nella vigna ». C’è l’adesione formale, piena di rispetto, del primo, che dice « sì » e poi elude di fatto l’impegno assuntosi; c’è l’adesione contrastata, e come ripensata, del secondo figlio che, dopo un iniziale diniego, passa all’azione. Quest’ultimo, pur essendo stato scortese verso il padre, di fatto è quello che ne compie la « volontà ».
Potremmo dire che essi esprimono due tipi diversi di religione: la religione « formalistica » del mero e astratto assenso di fede, che non costa molto all’intelligenza e tanto meno alla volontà, e lascia le cose così come sono; e la religione delle opere, che attuano le esigenze della fede, e perciò costano fatica: di qui il primo impulso a dire di « no », che poi viene riassorbito dalla faticosa riflessione su se stessi e dal cambiamento di mentalità (« pentitosi, ci andò »: v. 30).

« I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio »
In concreto, questi due tipi di religione Gesù li ha incontrati lungo la sua strada: i farisei, i dottori della Legge, i capi del popolo, che professavano la più rigorosa ortodossia e osservavano scrupolosamente tutte le prescrizioni ritualistiche (cf Mt 23,13-32) sono gli uomini del « sì » facile e rispettoso finché la « volontà » di Dio si identifica con la loro. Quando però il disegno di Dio cammina fuori della loro strada, gli si oppongono in tutti i modi, anche con la violenza fisica: proprio come è capitato con Gesù. La volontà di Dio non era più buona quando hanno scoperto o sospettato che si identificava nella missione rinnovatrice e contestatrice di Cristo!
Accanto a loro vi erano anche gli uomini del « no », cioè tutti coloro che non osservavano la Legge, come i ladri, i pubblicani, le prostitute, ecc. Si capisce come per gente simile l’annuncio di Cristo fosse anche più duro, proprio perché esigeva un cambiamento radicale: però, nello stesso tempo, era un messaggio « liberatore », che non tendeva a emarginarli, ma li reinseriva di pieno diritto nella casa del Padre. Rinnovandoli, il Vangelo restituiva loro tutta la loro dignità, così come era avvenuto con il figlio prodigo, della cui storia la nostra parabola riecheggia alcuni spunti.
Proprio per questo essi hanno accettato il messaggio di Cristo, a differenza dei presuntuosi, impeccabili farisei, ai quali Gesù lancia un’ultima, spietata minaccia: « In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio » (v. 31). Uno studioso, ricorrendo all’originale aramaico che starebbe dietro al testo greco, aggrava la sentenza traducendo così: « I pubblicani e le prostitute entreranno nel regno di Dio, invece voi no ».1 La cosa è probabile: ma già il sentirsi paragonati a simile gente doveva essere per i farisei un’offesa mortale; peggio ancora il sentirsi dire che essi vengono dopo!
Insistendo su questo confronto, Gesù esaspera la situazione dicendo che la loro sordità ai disegni di Dio risale già ai tempi di Giovanni il Battista: « È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli » (v. 32).
Il problema è tutto qui: la capacità di lasciare spazio alla iniziativa di Dio, « pentendosi » della propria durezza di cuore. La gente perduta è stata capace di « pentirsi »; i « giusti », invece, proprio perché osservavano la Legge, ritenevano di non averne bisogno e sono rimasti chiusi davanti al nuovo disegno di salvezza che passava per Cristo. Anche qui abbiamo un capovolgimento di situazioni: in forma diversa ci viene detto che coloro, i quali sembrano essere i « primi » secondo la valutazione corrente, possono diventare gli « ultimi » alla luce del regno (Mt 19,30; 20,16).

« Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù »
La seconda lettura ci dà, quasi per contrasto all’atteggiamento del primo e anche del secondo figlio, un esempio di radicale adesione alla volontà di Dio, che è quello di Cristo, per noi « fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,8).
Paolo sta parlando, in questo contesto, dell’unità dei « sentimenti » e degli « spiriti » che dovrebbe regnare nella comunità di Filippi: probabilmente alcune divisioni intestine, a livello di contrapposizioni di interessi personali, dovevano minacciare la pace di quella Chiesa a lui tanto cara.2 La ragione principale di tutto questo egli la vedeva nei sentimenti di orgoglio e di egoismo da cui alcuni si erano lasciati prendere.
Di qui, la raccomandazione accorata, in nome dell’affetto che lo legava a ciascuno di loro, a vincere questo stato di disagio spirituale, che rischiava di rendere infruttuoso il suo lavoro (Fil 2,1-4).
A questo punto, per essere più incisivo, l’Apostolo porta l’esempio stesso di Cristo che « pur essendo di natura divina… spogliò se stesso, assumendo una condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (vv. 6-8). Proprio per questo, però, Dio lo ha « esaltato » facendolo risorgere da morte e costituendolo « Signore » dell’universo (vv. 9-11).
Non è possibile qui commentare questo densissimo « inno cristologico » che, oltre tutto, ci viene presentato anche in altre circostanze liturgiche (Domenica delle Palme ed Esaltazione della santa Croce). Vogliamo solo notare che l’Apostolo lo introduce con l’invito ai cristiani ad « avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù » (v. 5), cioè ad assumere lo stesso atteggiamento di « obbedienza » totale davanti a Dio, anche là dove il suo disegno poteva sembrare pura « follia ».
Gesù non è stato l’uomo del « no » e neppure del « sì » pigro e inerte: egli è stato l’uomo del « sì » radicale, senza dubbi o ripensamenti. « Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu sì e no; ma in lui c’è stato il sì. E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute sì » (2 Cor 1,19-20).
La parabola dei due figli è stata superata dalla realtà immensamente più grande che si è verificata in lui.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

incamminoverso @ 18 h 49 min
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Gesù e i bambini

Posté le Jeudi 25 septembre 2014

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SAN PAOLO (E I BAMBINI)

Posté le Jeudi 25 septembre 2014

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SAN PAOLO (E I BAMBINI)

Basta aprire una Bibbia e guardare l’indice per rendersi conto che sui 27 libri che compongono il Nuovo Testamento, 13, portano il nome di Paolo. Paolo è stato al contempo missionario, fondatore di comunità, autore di scritti, teologo, mistico nella sua unione profonda con Gesù Cristo ed è stato martire, ha dato la sua vita per Gesù.

Sabato scorso ero nella grande basilica di S. Paolo, dove mi avevano chiesto di celebrare una messa per i bambini delle elementari. Non è facile predicare ai bambini, e per raccontare loro qualcosa su S.Paolo ho detto: “Voi capite che senza i vostri genitori, senza papà e mamma non sareste qui. Allo stesso modo, senza S. Paolo, noi non saremmo cristiani!”. Sembra una frase esagerata e sicuramente in parte lo è, ma almeno non saremmo cristiani come lo siamo ora, non sappiamo come lo saremmo stati senza di lui. Questo ci può già introdurre alla figura di Paolo, alla sua grandezza straordinaria nell’ambito del cristianesimo delle origini. Basta aprire una Bibbia e guardare l’indice per rendersi conto che sui 27 libri che compongono il Nuovo Testamento, 13, portano il nome di Paolo. Paolo è stato al contempo missionario, fondatore di comunità, autore di scritti, teologo, mistico nella sua unione profonda con Gesù Cristo ed è stato martire, ha dato la sua vita per Gesù. In lui incontriamo una persona che è stata a contatto con tre diverse culture: nato a Tarso, in Turchia, un territorio che faceva parte dell’impero romano e nel quale si parlava greco, però da famiglia ebraica della diaspora, e in possesso dela cittadinanza romana che era un grande privilegio. Sicuramente viene istruito già da bambino alla religione dei Padri. Scrive Luca- ma anche Paolo stesso- che era stato educato secondo la dottrina dei farisei, una delle correnti religiose interne all’ebraismo che avevano un grande rispetto verso la Legge e le tradizioni dei Padri. Sempre Luca negli Atti ci racconta che S.Paolo è stato formato alla scuola di Gamaliele (At 22,3), uno dei più grandi rabbini del tempo. Ma c’è un incontro che gli sconvolge la vita, per cui oltre a essere erede delle culture ebraica, greca e romana, soprattutto quello che feconda il suo pensiero e il suo agire è l’incontro con la persona di Gesù Cristo.
Ma quali sono le fonti su Paolo? Sono essenzialmente due: i suoi scritti, sette lettere da tutti comunemente ritenute paoline (protopaoline), 1Ts, 1Cor, 2Cor, Fil, Gal, Rom, Fm. Le altre, dette deutero-paoline, Ef, Col, 2Ts, sono paoline per pensiero, tono, contenuti teologici, ma molto probabilmente sono di suoi discepoli, che portano avanti il suo pensiero. Anche queste ci permettono di conoscere Paolo e l’influsso del suo pensiero su queste prime comunità da lui fondate. L’altra fonte per conoscere Paolo è opera di un biografo d’eccezione, l’evangelista Luca, che ha scritto anche gli Atti degli Apostoli. Dal titolo potremmo pensare che gli Atti raccontino le vicende dei dodici Apostoli, invece se lo sfogliamo, ed è raccomandabile farlo almeno una volta dall’inizio alla fine, perché è un bellissimo libro, avvincente, avventuroso, ci rendiamo conto che non vi è descritta la storia dei Dodici, ma di fatto soltanto di due, cioè almeno fino al cap. 15 si parla prevalentemente di Pietro, e poi di Paolo, prima con un primo accenno nel capitolo 6, per continuare con il cap. 9 nel quale viene raccontata la cosiddetta conversione di Paolo, fino a quando diviene lui il protagonista principale. È interessante notare che Luca non usa mai l’appellativo di Apostolo per designare Paolo, ma solo per Pietro, perché nella Chiesa degli inizi gran parte dei credenti in Cristo ritenevano Apostoli soltanto coloro che avevano vissuto accanto a Gesù la sua attività pubblica e avevano assistito alla sua morte e resurrezione. Paolo non aveva queste caratteristiche, non aveva conosciuto il Gesù terreno, non era stato suo discepolo durante l’attività pubblica di Gesù.
Le due grandi fonti sono dunque gli Atti degli Apostoli e l’epistolario paolino, poi ci sono gli apocrifi che possono raccontarci qualche particolare, come gli Atti di Paolo e gli Atti di Tecla, una sua discepola. Per esempio le fonti che ci raccontano del martirio di Paolo alle Tre Fontane risalgono alla fine del V, inizio del VI secolo, mentre abbiamo fonti del III secolo sulla sepoltura di Paolo sulla via Ostiense.
Luca racconta per ben tre volte l’incontro di Paolo con Gesù sulla via di Damasco. La prima volta in At 9, poi in At 22 e infine in At 26, quando Paolo ne parla di fronte al governatore, dopo essere stato arrestato. Se questo evento viene raccontato tre volte, vuol dire che Luca gli riconosce un’importanza decisiva per il cristianesimo degli inizi.
Vorrei leggervi la fine degli Atti degli Apostoli, il cap. 28. Dopo aver raccontato tutte le vicende di Paolo, dopo aver raccontato nel capitolo 27 il viaggio da Cesarea, dove era prigioniero, fino all’Italia, passando per il Mediterraneo, facendo naufragio, poi l’approdo a Malta, poi Pozzuoli, l’arrivo alle Tre Taverne e infine a Roma, l’ultimo capitolo così continua:
At 28, 16-31
16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia. 17Dopo tre giorni, egli convocò a sé i più in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. 18Questi, dopo avermi interrogato, volevano rilasciarmi, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19Ma continuando i Giudei ad opporsi, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere con questo muovere accuse contro il mio popolo. 20Ecco perché vi ho chiamati, per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena». 21Essi gli risposero: «Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione».
La setta di cui si parla sono i cristiani. All’interno del giudaismo del tempo i giudei che avevano riconosciuto in Gesù il Messia venivano chiamati Nazorei, cioè i seguaci del Nazareno, era considerata una setta all’interno del giudaismo, e non era l’unica,
23E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio;
Paolo era agli arresti domiciliari
egli dal mattino alla sera espose loro accuratamente, rendendo la sua testimonianza, il regno di Dio, cercando di convincerli riguardo a Gesù, in base alla Legge di Mosè e ai Profeti. 24Alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere 25e se ne andavano discordi tra loro, mentre Paolo diceva questa sola frase: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia, ai nostri padri:
26Và da questo popolo e dì loro:
Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete;
guarderete con i vostri occhi, ma non vedrete.
27Perché il cuore di questo popolo si è indurito:
e hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchi;
hanno chiuso i loro occhi
per non vedere con gli occhi
non ascoltare con gli orecchi,
non comprendere nel loro cuore e non convertirsi,
perché io li risani.
28Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno!». 29.
Questo rispecchia tutta la prassi paolina, l’annuncio nell’Asia Minore era rivolto in prima istanza ai giudei, dove Paolo andava a predicare di sabato nella sinagoga, essendo lui stesso giudeo, e predicando loro la venuta del Messia, Gesù Cristo. Solo dopo che, quasi dappertutto, veniva opposto un rifiuto a questa predicazione, Paolo si rivolgeva ai pagani, così farà anche a Roma.
30Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, 31annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.
Franchezza è qui la traduzione del termine greco parresia che esprime anche coraggio, verità, trasparenza.
Così finisce la storia di Paolo, non finisce con la sua morte, non finisce con il racconto del suo martirio. Sicuramente gli Atti degli Apostoli sono stati scritti intorno agli anni 80, molto probabilmente il martirio di Paolo è avvenuto a Roma intorno al 60, quindi quando Luca scrive sono passati almeno venti anni dall’evento. Tutti sapevano che Paolo era morto martire a Roma. Perché Luca finisce così gli Atti? Perché questo finale tronco, senza una vera conclusione? Queste domande hanno incuriosito gli studiosi e molte ipotesi sono state fatte per tentare di dare una risposta. Il libro finisce così probabilmente per un intento letterario, è un’opera che finisce, ma in modo aperto, senza realmente finire. Luca che ha raccontato continuamente la corsa di questa parola in tutti i luoghi nei quali veniva annunciata, dopo aver detto all’inizio degli Atti:

At 1,8
8ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra

alla fine del libro è come se ci mostrasse che Roma rappresenta i confini della terra, quindi l’intento iniziale del racconto è raggiunto, la parola ha compiuto la sua corsa fino al centro dell’impero, ma non viene arrestata, impedita. In qualche modo, e questa è l’interpretazione che danno diversi autori, e che mi sento di condividere, Luca vuol mostrare che questa parola non ha terminato la sua corsa, che in qualche modo Paolo è ancora vivo, che continua a predicare.
Luca negli Atti non nomina mai gli scritti di Paolo e se avessimo solo gli Atti non sapremmo nemmeno che Paolo ha scritto delle lettere. Questa è un’altra domanda alla quale non si è ancora data risposta: perché Luca non accenna mai agli scritti di Paolo? Questo messaggio molto bello, molto forte, è però che questa parola portata da Paolo continua a correre per annunciare il Regno di Dio, e questo Regno di Dio ha il suo centro in Gesù Cristo. Luca è il grande, entusiasta biografo, che racconta le vicende di Paolo, i suoi tre viaggi missionari, il primo negli anni 36-48, il secondo negli anni 50-52 e il terzo nel 52-55. Soltanto in base al racconto di Luca conosciamo questi viaggi, che attraverso le lettere di Paolo non potremmo mai ricostruire. L’ultimo viaggio verso Roma avviene negli anni 58-60. Le lettere di Paolo sono tutte state scritte negli anni 50. Tra la prima lettera scritta alla comunità di Tessalonica (Salonicco) e quella scritta ai Romani sono intercorsi meno di dieci anni. Sicuramente Paolo ha scritto altre lettere oltre a quelle che conosciamo, per esempio due lettere alla comunità di Corinto che sono andate perdute, a cui lui fa riferimento sia nella prima lettera ai Corinzi (che sarebbe in realtà la seconda) che nella seconda lettera ai Corinzi (che in realtà è la quarta).
È vero che il grande biografo di Paolo è Luca, ma se vogliamo conoscere ciò che Paolo dice di se stesso dobbiamo ricorrere ai suoi scritti. L’evento principale della sua storia è raccontato da Luca in tre brani come vi ho già detto, ma è raccontato da Paolo in Gal 1,11-2,14 e in Fil 3,1-11. Si parla spesso di conversione di Paolo, tra l’altro questo è l’evento simbolico per esprimere ogni conversione, quasi diventa il simbolo di ogni uomo che nel suo cammino cambia idea, si ricrede e abbraccia una nuova via che lo trasforma. Ebbene, Paolo non usa mai questo termine per descrivere quello che gli è successo sulla strada di Damasco, non usa la parola conversione in nessuna delle accezioni che abbiamo nel NT, per esempio quando Gesù dice: convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,15), nel vangelo troviamo una parola greca, metànoia, che significa cambiate mentalità, ricredetevi. Questa parola o altre che vogliono dire volgersi da una vita di peccato ad una vita virtuosa, non c’è in Paolo. Quando lui racconta quello che gli è successo usa la parola rivelazione o illuminazione o, soprattutto, chiamata. In Gal 1,15-16 troviamo:
15Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo
questo è il linguaggio che usa Paolo per descrivere questo evento. Lo stesso vocabolario che incontriamo nella chiamata di Geremia (Ger 1) oppure nel canto del servo di Yahveh in Is 42,6
6Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano;
Quando Paolo scrive la lettera ai Galati (54 d.C.), sono passati venti anni dall’evento di Damasco (32-33), ma lui mantiene tutta la freschezza nel raccontare l’episodio che gli ha cambiato la vita, come se fosse appena successo, usa il tono che ci potremmo aspettare da un neoconvertito e nei termini con cui i profeti dell’AT avevano ricevuto la loro chiamata. Paolo rilegge la sua chiamata alla luce della storia della rivelazione, della salvezza nell’AT. Come questi profeti erano stati chiamati e avevano fatto obiezione alla chiamata di Dio, come vediamo per esempio in Is 6, 4-7
4Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5E dissi:
«Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo
dalle labbra impure io abito;
eppure i miei occhi hanno visto
il re, il Signore degli eserciti».
6Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7Egli mi toccò la bocca e mi disse:
«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua iniquità
e il tuo peccato è espiato».
o in Ger 1,6:
6Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare,
perché sono giovane».
anche Paolo si sente in questa condizione, di colui al quale Dio affida una grande missione malgrado sia uno strumento debole ed incapace. Tutto il pensiero paolino si sviluppa a partire da questo evento fondamentale. Anche se lui lo racconta pochissime volte, non racconta i dettagli ma solo in cosa è consistito questo evento. Il brano forse più forte è nella lettera ai Filippesi
1Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore.
Questa comunità di Filippi era quella alla quale lo legava anche un affetto molto forte. Paolo nelle comunità che ha fondato non ha mai accettato dei compensi, non ha mai chiesto di essere mantenuto, per togliere ogni sospetto che la sua attività avesse come scopo l’interesse personale, l’unica comunità dalla quale ha avuto degli aiuti è questa di Filippi.
A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose:
Segue uno dei versetti più duri di tutte le lettere:
2guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere!
Qui entriamo nel tema cruciale per cui ho detto all’inizio che senza Paolo noi non saremmo cristiani così come lo siamo adesso, perché la grande questione che agitava la Chiesa degli inizi era questa, la questione della Legge, della circoncisione, delle pratiche alimentari. In una parola per diventare cristiani, per entrare a far parte della comunità dei seguaci di Gesù bisognava o no passare attraverso l’ebraismo? Il primo concilio della storia, anche se non viene usata questa parola, si è svolto proprio su questa questione cruciale. Viene raccontato in At 15 ed è interessante mettere a confronto il punto di vista di Luca, che scrive a trenta anni da quell’evento e ciò che Paolo racconta di quello stesso evento, di questo confronto con gli Apostoli:
Gal 2,1-10
1Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano.
Qui vediamo il legame che Paolo ha con coloro che erano apostoli prima di lui ed il rispetto che ha nei loro confronti. A Gerusalemme c’erano Pietro, Giacomo e Giovanni, e Paolo si rivolge a loro per essere confermato nel Vangelo che lui va predicando.
3Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere.
Questo vuol dire che una nuova comprensione si era già impiantata nella Chiesa
4E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
6Da parte dunque delle persone più ragguardevoli – quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna – a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani – 9e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.
Questa è la questione cruciale: bisognava chiedere ai pagani che si convertissero e passassero attraverso la Legge di Mosè sulla circoncisione, l’osservanza dei precetti alimentari, l’osservanza del sabato, oppure c’era un’altra via? Luca racconta la soluzione di questo grande problema ponendo in At 10 Pietro come primo tra gli apostoli che assiste alla conversione di un pagano, Cornelio, e lo battezza. Cornelio viene battezzato non da Paolo, ma da Pietro. Pietro deve infatti difendersi dall’accusa dei suoi confratelli giudeo-cristiani che lo accusavano di aver ammesso nella comunità dei seguaci di Gesù, dei salvati, dei pagani non circoncisi. Pietro racconta che neanche per lui è stato facile accettare questa idea, che ha avuto la visione di una tovaglia che scendeva dal cielo,
At 10,11-15
11Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. 12In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. 13Allora risuonò una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi e mangia!». 14Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo». 15E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano».
Luca strategicamente racconta che è Pietro il primo a battezzare i pagani, a mostrare come lo Spirito Santo era sceso anche sui pagani.
Questo era il problema principale, ma c’erano altri problemi di questa Chiesa nascente che Gesù non aveva affrontato nel suo apostolato, Gesù non aveva predicato tante cose che si potevano applicare ai pagani, anzi di per sé lui non è mai uscito dalla terra di Israele, non ha parlato quasi mai con i pagani, tanto è vero che il mandato ai Dodici era di andare prima alle pecore perdute della casa di Israele. La Chiesa nascente si trova di fronte a cose nuove, delle quali Gesù non aveva parlato, a cui non aveva offerto soluzione, e che però la Chiesa nascente affronta ispirata dallo Spirito di Gesù. La questione principale è proprio questa, che i credenti in Gesù non devono passare per l’ebraismo in questo senso, e Paolo è il primo che fa questa esperienza su di sé. Se Paolo è così duro da chiamare cani quelli che spingono questi pagani di Filippi a osservare la legge mosaica e a farsi circoncidere, è proprio perché ne va del messaggio centrale del vangelo, è questione di vita e di morte per Paolo. Proseguiamo la lettura di Fil 2,3
3Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne,
Carne non è il corpo fisico, ma aver fiducia nelle prerogative umane, in quello che siamo, nella nostra discendenza, nei titoli di studio, nell’intelligenza umana. Tutto questo significa “fiducia nella carne”.
4sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: 5circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; 6quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
Quello che Paolo descrive qui era tutta la gloria di un ebreo, fiero, consapevole di se stesso, con un grande attaccamento alla Legge e alla tradizione dei padri, tutte queste cose erano preziosissime agli occhi degli ebrei, e tutte queste cose facevano la gloria di Paolo, e aggiunge che lui non solo era un fariseo zelante, ma era talmente zelante che questo zelo lo aveva spinto ad opporsi e a fronteggiare qualsiasi minaccia. Una delle minacce era rappresentata per lui da questa nuova setta che metteva in dubbio il valore della Legge e il luogo più sacro per l’ebraismo, cioè il Tempio. Stefano, il primo martire, viene accusato proprio di questo:
12E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. 13Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: «Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. (At 6,12-13)
Per lo stesso motivo Paolo si trova ad avversare questa setta. Tra l’altro si racconta che coloro che lapidano Stefano depongono i loro mantelli ai piedi di un giovane che si chiama Saulo. Quindi lui ha assistito alla lapidazione e l’ha approvata interiormente. Paolo dice quindi di aver perseguitato la Chiesa, e se voi leggete il primo racconto che Luca fa al capitolo 9 degli Atti degli Apostoli, la voce che sente Paolo, caduto a terra, gli dice: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. È una frase strana perché Paolo avrebbe potuto rispondere che non stava perseguitando Gesù, ma i suoi seguaci, ma l’identificazione forte tra Gesù e i suoi seguaci è già un valore ecclesiologico, che poi troveremo molto forte nelle lettere di Paolo, la Chiesa è il corpo di Cristo. Lui ricorda che ha perseguitato Cristo e la sua Chiesa e per questo, ancor più, fa esperienza della Grazia, del dono immeritato di Dio, un dono che non è condizionato da nessun merito, da nessuna opera buona, anzi, visto che lui è stato persecutore della Chiesa e di Cristo stesso, Paolo aveva solo dei demeriti, delle colpe. Non era uno neutro, che per la prima volta conosceva Cristo, ma lo aveva perseguitato. In Gal 2,7 abbiamo la svolta:
7Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura,
Il termine spazzatura è abbastanza nobile nella traduzione italiana, ma in greco la parola peripsema significa quello che rimane attaccato nelle pentole dopo aver cucinato.
al fine di guadagnare Cristo 9e di essere trovato in lui,
Questa è un’espressione tipica paolina. Essere cristiani per Paolo è essere in Cristo, oppure essere trovati in Lui. Dove sei? Dove ti trovi? Vi ricordate la domanda di Dio ad Adamo nel Paradiso terrestre?
non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. 10E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, 11con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Tutto il mondo valoriale che Paolo aveva prima, il suo essere totalmente orientato, zelante, religioso, il suo obbedire alla Legge, tutte queste prerogative che erano preziose e in qualche modo restano tali, perché non è che queste cose in sé siano spazzatura, che non abbiano valore, ma tutte queste cose, con tutta la loro preziosità, se vengono messe a paragone con Cristo, diventano spazzatura. Non sono spazzatura in sé, ma lo divengono in questo caso, se messe a confronto con Cristo. Allora si capisce perché quando Paolo scrive le sue lettere, per affrontare i problemi concreti delle sue comunità, con i drammi, le disgrazie, ma anche gli errori e le eresie, Paolo non parte mai dal problema per arrivare alla soluzione, ma, come felicemente ha detto un suo studioso, Paolo parte sempre dalla soluzione per poi arrivare al problema. La soluzione che si staglia nettamente davanti ai suoi occhi è Cristo. Prima di tutto c’è Cristo, la sua morte e resurrezione, è il centro, per questo si dice che il pensiero di Paolo è cristocentrico.
Qui si accenna al grande tema della giustificazione in base solo alla fede, senza le opere della legge. Paolo è il grande teologo della Grazia, questo dono immeritato da parte di Dio si esplica soprattutto nella giustificazione del peccatore. C’è una frase in Rom 4,5
5a chi invece non lavora, ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia,
che non si era mai sentita, nemmeno nell’Antico Testamento. Non si era mai detto che Dio giustifica l’empio, semmai che Dio giudica l’empio, fino a condannarlo, qui si dice che l’amore di Dio precede ogni merito umano. Questo per Paolo è il vangelo più puro, e non è una sua invenzione, qualcosa che Gesù non ha detto, corrisponde al nucleo della bella notizia tramandataci da Gesù. Sarebbe una buona notizia se noi avessimo una religione per la quale, come in altre religioni, l’uomo viene amato e salvato da Dio solo se inizia a comportarsi bene, a rispettare i comandamenti? Non solo non sarebbe una buona notizia, non sarebbe nemmeno una notizia, nel senso di novità. La buona notizia è che Dio prende l’iniziativa, come vediamo in Rom 5,6
6Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito,
non quando siamo stati bravi, quando abbiamo iniziato una vita virtuosa, ma quando siamo peccatori. E qui capite quanto l’esperienza di Paolo sia stata decisiva per elaborare questo pensiero. Dio ha iniziato a volerci bene prima, anzi proprio il suo volerci bene, il suo venirci incontro ha reso possibile che noi potessimo fare esperienza della Grazia. Quindi giustificazione in base alla fede, che non è un’opera, ma un grande dono per accogliere il quale si possono soltanto aprire le braccia e, in base a questa esperienza, sentirsi in debito con tutti come fa Paolo, il suo debito è quello di proclamare questa bella notizia a tutti.
Domande:
Mi colpisce il rapporto di Paolo con la povertà. Il Cristo povero che posto ha?
In 2Cor 8 e 9, si tratta il tema della colletta e Paolo dà tutte le motivazioni, tocca tutti i registri rivolgendosi a questi destinatari di Corinto, perché capiscano il senso spirituale e teologico del fare elemosina. Non è semplicemente privarsi di qualcosa per aiutare gli altri, ma è motivato dall’agire di Cristo. Cristo nella sua incarnazione assume la condizione di servo (Fil 2,5-9 “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”) . Oppure in Gal 4,4 quando si dice che si è fatto uomo (4Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge), dove si nomina l’origine umana di Gesù, come quella di tutti gli altri. In Fil si dice che il figlio di Dio si è fatto schiavo, un grande paradosso. Paolo non dice che questo avviene per amore, ma lo fa capire. Ancora in Gal 3,13 si dice che:
Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno o in 2Cor 5,21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.
Un’espressione quasi scandalosa: Dio ha reso suo Figlio peccato perché noi ricevessimo la giustizia di Dio. I termini diventano paradossali proprio per esprimere quasi l’indicibile, per far capire che dietro questa azione di Dio in Gesù Cristo c’è un grandissimo amore. Tutto questo a favore dei meno meritevoli, tra cui i poveri, nel senso che sono coloro che hanno più bisogno. C’è poi un passo che potremmo paragonare alle Beatitudini, 1Cor 1,26-29
26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.
Dio non è rimasto al di sopra delle parti, senza scegliere. Dio ha scelto da quale parte stare, è quello che è stato chiamato “opzione preferenziale” per i poveri, per i deboli, per gli emarginati. Preferenziale che non significa esclusiva, ma appunto che c’è un amore speciale di Dio per chi ha più bisogno e questo corrisponde esattamente alle Beatitudini: Beati i poveri. Dio ha scelto da quale parte stare, questo è un suggerimento per noi come Chiesa nel mondo di oggi, quale parte scegliere? Chi sono oggi i più svantaggiati, emarginati, messi da parte?
Un chiarimento sul titolo di Apostolo
Luca non chiama mai Paolo apostolo, ma Paolo quando si presenta nelle sue lettere si presenta come tale. Le lettere nell’antichità non erano come quelle di oggi, dove si inizia rivolgendosi al destinatario, si continua con il contenuto, i saluti e infine si scrive il mittente. Nell’antichità le lettere iniziano sempre con il mittente: Paolo, al quale segue la qualifica: apostolo di Cristo Gesù (appartenente a Lui, al suo servizio), per Grazia, per volontà di Dio, e poi troviamo i destinatari. Paolo non è un battitore libero, non è uno che ha avuto una rivelazione privata di Gesù ed è andato per conto suo. Lui riteneva indispensabile avere l’approvazione delle colonne della Chiesa, ma soprattutto Paolo trasmette e predica ciò che ha ricevuto, non solo da Cristo, ma dalle comunità nelle quali lui è stato anche educato, formato. La prima comunità che incontra è quella di Damasco, tramite Anania, e lì viene battezzato. O la comunità di Antiochia dove Paolo apprende il catechismo, cioè quello che ha ricevuto come intuizione iniziale lo ha poi appreso:

1Cor 15,1-9
1Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
3Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati
Questo è il nucleo dell’annuncio cristiano, il kerygma, il riassunto principale delle cose da credere
secondo le Scritture, 4fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
Lui si mette per ultimo, ma si colloca in questa lista di apostoli. Tra l’altro questo titolo di apostolo Paolo non lo riserva soltanto a sé, ma anche ai suoi collaboratori, addirittura lo applica ad una donna, in Rom 16,7 7Salutate Andronìco e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo gia prima di me. Capite che questo è scandaloso, perché Paolo stesso quando fa l’elenco dei carismi, mette l’apostolato al primo posto.
Perché Paolo lo conosciamo poco?
Uno studioso di S.Paolo, Daniel Marguerat, lo definisce l’enfant terrible, in italiano potremmo tradurre con pestifero, perché in qualche modo Paolo è stato sempre uno che ha scombussolato, ha detto cose scomode. Già nel Concilio di Gerusalemme non è che sia stato applaudito, in Gal 2,11 racconta di aver criticato Pietro
11Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto.
Albert Schweitzer ha affermato che “Paolo ha assicurato per sempre nel cristianesimo il diritto di pensare ». L’altro argomento è che le lettere di Paolo non sono facili da leggere, ma vale la pena faticarci un po’ perché ci permettono di andare alla freschezza del Vangelo. L’anno paolino avrà raggiunto il suo scopo se ciascuno di noi leggerà, mediterà e pregherà sulle lettere di Paolo.
La giustificazione per fede. Ci sono passi nei quali Paolo mostra il suo impegno come cristiano nella carità? Quale il rapporto tra Paolo e Giacomo che dice che la fede senza le opere è morta?
Giacomo probabilmente è già a conoscenza della dottrina paolina sulla giustificazione per fede e quindi esprime una visione del cristianesimo diversa su questo punto, difficilmente conciliabile. Innanzitutto emergono delle sfumature diverse sulla concezione di cristianesimo. Già il fatto che i vangeli siano quattro e non siano identici, ci fa capire che come il cristianesimo nasca già plurale, non monolitico, né uniforme, non tutti dicono la stessa cosa. Tutti riconoscono in Gesù l’essenziale, come Colui che è morto e risorto per la nostra salvezza, ma il modo di vivere e concepire questo ha delle sfumature diverse, per esempio il vangelo di Giovanni, così come esprime la presenza di Gesù, è diverso dagli altri vangeli, ma non possiamo dire che uno è giusto e l’altro sbagliato, esprime una fede della comunità nascente in cui sono nati questi scritti, che aveva delle sfumature diverse, non che fossero in contrasto o in tensione fra loro, l’immagine che meglio descrive questa diversità è quella di un concerto di una grande orchestra, dove ognuno suona il suo strumento e l’insieme di queste diverse partiture alla fine compone un’armonia.
Per quanto riguarda la fede e le opere, Paolo non esclude le opere, soprattutto non esclude l’amore fraterno, fattivo. In Gal 5,6 Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità si sintetizza tutto questo. Paolo non dice mai che le opere non sono importanti, dice che non vengono mai prima, ma dopo. Qui possono conciliarsi la sua posizione e quella di Giacomo, come già aveva notato Sant’Agostino Paolo dice che la giustificazione, il perdono, la riconciliazione avvengono per fede, senza le opere della Legge, però dopo ci sarà anche il giudizio sulle opere, ed è a questo che si riferisce Giacomo. Sono due momenti distinti, uno è costituito dalla fede che ci giustifica, che ci inserisce in Gesù Cristo, che ci fa persone nuove, e comunque è rispondere ad una chiamata, ma non è che poi non ci sia nulla da fare, c’è da fare, c’è da vivere l’unità, l’amore fraterno, il perdono, la colletta, tutte opere concrete sulle quali saremo giudicati. La giustificazione è dono gratuito, ma poi il cristiano è chiamato a compiere le opere dell’amore.
Karl Barth, grandissimo teologo protestante, scrive: “Ci secca sentire che siamo salvati dalla grazia, e solo dalla grazia. Non apprezziamo il fatto che Dio non ci debba nulla, che la nostra vita dipenda solo dalla sua bontà, che non ci resta che una grande umiltà e gratitudine di un bambino a cui hanno fatto un mucchio di regali. In realtà non ci piace affatto distogliere lo sguardo da noi stessi, preferiremmo molto ritirarci nel nostro circolo chiuso e stare con noi stessi. Per dirla schiettamente: non ci piace credere”. Se voi prendete il messaggio di Gesù vi rendete conto di quanto questo sia vero. Pensate alla parabola degli operai dell’ultima ora, io non so che effetto vi faccia sentirla, se vi lascia tranquilli o vi suscita la sensazione che quello che vi si racconta sia ingiusto. È esattamente questo. All’ultimo arrivato che non ha faticato, viene dato lo stesso compenso ricevuto da quelli che hanno faticato dal mattino. Gesù risponde: “Forse il tuo occhio è cattivo? Mi rimproveri perché io sono buono?” Queste domande rimangono senza risposta. E se una cosa nel testo rimane senza risposta, vuol dire che dobbiamo rispondere noi, ognuno di noi deve dare la sua risposta.

(Testimoni della Fede) I 12 Apostoli e i 4 Evangelisti – autore: don Giuseppe Pulcinelli

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21 GIUGNO 2013: 50 ANNI FA L’ELEZIONE DI PAOLO VI, UN PONTIFICATO NEL SEGNO DELL’APOSTOLO DELLE GENTI

Posté le Jeudi 25 septembre 2014

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21 GIUGNO 2013: 50 ANNI FA L’ELEZIONE DI PAOLO VI, UN PONTIFICATO NEL SEGNO DELL’APOSTOLO DELLE GENTI

Il 21 giugno 1963, venne eletto al Soglio Pontificio Paolo VI. Papa Montini, in precedenza arcivescovo di Milano, guidò la Chiesa per 15 anni in un periodo storico, fino al 1978, costellato da molti cambiamenti e tensioni sociali che Paolo VI però affrontò radicando in Cristo tutto il suo Magistero. Ce ne parla Benedetta Capelli:
21/06/2013
« Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam (applausi) Eminentissimum et Reverendissimum Dominum, Dominum Joannes Baptista… ».

E’ il primo giorno di estate del 1963. Il sole illumina Piazza San Pietro e migliaia di persone accolgono con un lungo applauso e con uno sventolio di fazzoletti l’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montini, bresciano di Concesio, che sceglie il nome di Paolo VI. Era un devoto dell’Apostolo delle Genti, nei suoi appunti, lo definì il “primo teologo di Gesù Cristo”, colui che “portò il Vangelo al mondo con criteri di universalità, prototipo della cattolicità”. Una scelta che anticipava un tratto del suo Pontificato: l’evangelizzazione; fu infatti il primo Papa a prendere un aereo, nei suoi 15 anni sul soglio di Pietro visitò tutti e 5 i continenti. Ai fedeli presenti impartì la Benedizione Apostolica:
« Sit nomen Domini benedictum… »
E otto giorni dopo l’inizio del suo magistero, nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo, così parlava del compito che lo attendeva:
“Il Signore ha voluto mettere sulle mie povere spalle, forse perché erano le più deboli e le più idonee a mostrare che non è Lui che vuole qualcosa da me. Ma è Lui che vuole dare a me la sua assistenza e la sua presenza e vuole agire su di me – strumento più debole – per mostrare la sua potenza, la sua libertà e la sua bontà”.
Nel corso della stessa celebrazione, Paolo VI non mancò di sottolineare l’affetto e il legame con i suoi paesani di Concesio, i fedeli dell’arcidiocesi di Milano e tutto il popolo di Dio al quale si rivolse chiedendo preghiere:
“Non so che sarà di me, ma io dico una cosa: in quel giorno – e potrebbe essere ogni giorno del mio calendario – io mi troverò stanco, oppresso e sentirò di essere come Simone debole e vacillante, capace di ogni infedeltà. Allora penserò che voi mi siete vicini con la vostra preghiera e voi fatemi un regalo: la vostra affezione e la vostra preghiera”. (applausi)
Innamorato di Cristo e radicato nel Vangelo, nella sua lunga carriera diplomatica Paolo VI fu anche un pastore appassionato. Al microfono di Benedetta Capelli, mons. Ettore Malnati, autore del libro “I gesti profetici di Paolo VI”, edito da Ancora:
R. – Bisogna entrare nell’animo, nella sensibilità di questo Pontefice: è la sua grande attenzione nei confronti dell’uomo coinvolto nella modernità, nelle dimensioni positive, nelle dimensioni negative. Il gesto fondamentale è la vicinanza della Chiesa al mondo nell’ascolto del mondo, perché anche il mondo può dare alla Chiesa un insegnamento. Questo sarà poi recepito nella Costituzione pastorale della Gaudium et Spes. Quindi, leggendo questo criterio montiniano noi comprendiamo tutti i vari gesti – piccoli e grandi – il suo voler ripartire dalla Terra Santa, la sua offerta della tiara per i poveri, la sua attenzione per i lavoratori. Poi, soprattutto, il grande gesto: non far perdere la profezia di Giovanni XXIII che ha voluto il Concilio.
D. – Quindi, dentro al mondo ma non del mondo…
R. – Non del mondo ma amando il mondo. Non significa essere controversi con il mondo, ma accompagnarlo come “buon samaritano” perché il mondo possa dare alla Chiesa l’opportunità di svolgere la sua missione di speranza e se vogliamo anche di “medico”. Ma anche cogliere dal mondo quelle che sono le urgenze, le necessità che il mondo ha nei confronti dell’evangelizzazione e di Dio. Bisogna dare al mondo la verità: Dio e Cristo. Ma anche alla Chiesa bisogna dare la verità: non un uomo stereotipato, ma l’uomo nella sua dimensione storica, nella sua fatica ed anche nelle sue imprese.
D. – Le cronache del tempo, però, lo hanno spesso lo hanno dipinto come un uomo “schiacciato” dal proprio tempo…
R. – Sì, certo, l’uomo “amletico”… Ma di amletico c’è poco o niente nella vita di Paolo VI. Era un uomo molto sereno, ma soprattutto molto responsabile. Siamo nel ’68, ferve il mondo della contestazione: ricordo quando ero a Roma a studiare, nei primi anni Settanta, ogni mercoledì c’era un corteo, c’era una manifestazione, c’era uno sciopero e si impediva in tutti i modi che il messaggio del mercoledì di Paolo VI potesse raggiungere con serenità coloro che volevano cogliere il Magistero petrino. Paolo VI fu un uomo con un grande senso di responsabilità del ruolo al quale lo Spirito Santo e i cardinali lo avevano chiamato.
D. – La radicalità evangelica e questo proporsi sempre come Vescovo di Roma lo fanno assomigliare in alcuni tratti a Papa Francesco?
R. – Basterebbe prendere le registrazioni delle omelie a braccio che Paolo VI ha fatto alle parrocchie romane: richiamando il suo ministero da sacerdote nelle periferie, Papa Francesco ci richiama e ci dice che bisogna andare nelle periferie e Paolo VI amava andare nelle periferie, lo amava già da arcivescovo di Milano. Lui pensa di fare delle periferie il centro della comunità: non solo la Chiesa, ma anche l’oratorio, la casa parrocchiale, il suo andare costantemente nelle fabbriche. Venne messa una bomba nell’arcivescovado di Milano, perché lui era chiamato “l’arcivescovo rosso”, quasi che il suo andare verso gli operai, le persone più in difficoltà, fosse una scelta ideologica. No, era una scelta da pastore, era una scelta cristiana, e per questo Giovanni XXIII fa di lui il primo dei suoi cardinali, facendo sì che tutto il mondo cattolico conoscesse questo vescovo così attento alla modernità. Proprio questa attenzione di Papa Giovanni farà sì che i conclavisti lo scelgano poi come successorie di Papa Roncalli.
Saranno quasi cinquemila i pellegrini della diocesi di Brescia che domani saranno ricevuti dal Papa, nel 50.mo anniversario dell’elezione di Papa Paolo VI. Un’iniziativa che rientra nell’Anno della Fede. Ma quanto ha inciso la figura di Papa Montini nella vita della diocesi di Brescia? Benedetta Capelli lo ha chiesto al vescovo. mons. Luciano Monari:
R. – La mia impressione è che la presenza viva cresca: mano che andiamo avanti, il ricordo di Papa Montini venga sentito intensamente per tutto quello che ha significato per la Chiesa. A me sembra che il suo ricordo cresca.
D. – Domani, avrete questo importante pellegrinaggio dal Papa: come vi siete preparati all’incontro con Papa Francesco?
R. – Abbiamo vissuto quest’Anno della Fede riprendendo il filone di quella professione di fede che fece, ai suoi tempi, Paolo VI come proposta a tutta la Chiesa. Questo ci ha aiutato un pochino a riprendere il cammino nostro, a rivedere lo stesso cammino che abbiamo fatto in questi anni e verificare le difficoltà che abbiamo incontrato, che sono state notevoli, però lo abbiamo fatto con quello spirito con cui le ha affrontate Papa Montini. Paolo VI aveva una percezione importante delle incoerenze del mondo, ma anche una specie di stima profonda per l’uomo, in tutto quello che l’uomo ha fatto, e quindi anche nella dimensione della cultura, della società, della scienza. A noi piacerebbe riprendere questo spirito per affrontare le situazioni che sono già nuove, rispetto a quelle che ha dovuto affrontare lui, ma che hanno bisogno dello stesso spirito, credo, per essere affrontate in modo costruttivo.
D. – Personalmente, lei che ricordo ha di Paolo VI?
R. – Il ricordo di Paolo VI è di quando era arcivescovo di Milano: io ero studente al Seminario lombardo e quindi ogni tanto veniva, passava, celebrava con noi. Ricordo il saluto che ci diede prima di entrare in Conclave: ci aveva esortato a non dare troppo retta a quello che stavano scrivendo i giornali sul Conclave, ma di cercare invece di leggere quell’avvenimento alla luce della fede, nella prospettiva dell’azione che il Signore, con il suo Spirito, continua a operare nella Chiesa. Questo me lo ricordo benissimo: perché eravamo davanti al Seminario e venne a salutarci proprio prima di entrare.

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Rav Alberto Funaro suona lo Shofar al Tempio Maggiore di Roma

Posté le Mercredi 24 septembre 2014

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