Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…pensate alle cose di lassù

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 studi, antologia, immagini
Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù...pensate alle cose di lassù dans ANNO PAOLINO    

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

dalsitodelpontificiosanpaolo.gif

PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/0-inno-alla-carita-1cor-131-13/   

usaflag2 dans ANNO PAOLINO

link al mio Blog in lingua inglese:

Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

crocebella

link alle Omelia in inglese (americano) di Padre Ron Stephen, mi piacciono molto, se conoscete l’inglese potere andarle a leggere:

http://fatherronstephens.wordpress.com/


ci sono molte delle bellissime immagini di San Paolo sul tema « La conversione di San Paolo ed il mistero del cavallo », da vedere:

http://www.foliamagazine.it/conversione-di-san-paolo/

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LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

Posté le Dimanche 9 mars 2008

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

sanpaoloinmeditazione.bmp

San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

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Hagia Sophia church, mosaic (Our Lady, Jesus Christ, St John the Baptist)

Posté le Jeudi 30 octobre 2014

Hagia Sophia church, mosaic (Our Lady, Jesus Christ, St John the Baptist)  dans immagini sacre 9956446

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OFFRITE I VOSTRI CORPI COME SACRIFICIO VIVENTE, SANTO E GRADITO A DIO (RM 12,1-2.9-18)

Posté le Jeudi 30 octobre 2014

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Cammmino di fede con giovani sposi e coppie

OFFRITE I VOSTRI CORPI COME SACRIFICIO VIVENTE, SANTO E GRADITO A DIO (RM 12,1-2.9-18)

Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spiri­tuale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasforma­tevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello sti­marvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazio­ne, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.
Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Ral­legratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi.
Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti.
Che cosa dice il testo (LECTIO)
Assolutamente lontana dal pensiero di Paolo è una se­parazione del culto dalla vita, della liturgia dalla carità, del corpo dallo Spirito. Infatti egli individua come senso
fondamentale del culto cristiano proprio 1′offerta del corpo, dei propri corpi, cioè delle proprie per­sone, come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.
Si noti in particolare il termine ‘offrire’ e quello di ‘sacrificio’. Il primo è usato nel Nuovo Testamento anche per la presentazione di Gesù al tempio (cfr. Lc 2,22), mentre il secondo indica non un sacrificio di olocausto, rivolto quindi solo a Dio, bensì quello di co­munione, che viene partecipato alle altre persone. In altri termini il sacrificio che il cristiano deve dare a Dio, of­frendo se stesso, coincide con il suo conformarsi all’of­ferta di Cristo e con il servizio reso ai fratelli. Il v. 2 contrappone all’assunzione degli schemi imposti dalla mentalità mon­dana, la libertà del cristiano, che si esprime come una continua trasformazione della propria esistenza, nella ri­cerca sincera della volontà di Dio. Tale cambiamento non deve riguardare soltanto l’esteriore, ma anzitutto la co­scienza, e perciò il modo di concepire la vita. Ad ogni istante il cristiano deve essere disponibile al cammino che la volontà di Dio esige da lui, a vedere la vita con occ­hi nuovi («rinnovando la vostra mente»: v. 2).
Infine il discorso (w. 9-18) passa ad esortazioni parti­colari, unificate dal comando della carità (v. 9), contem­plata nelle relazioni che si devono costruire all’interno della comunità e nel rapporto tra il cristiano e il mondo. Che cosa voglia dire avere una carità autentica, sincera, è esemplificato in una serie di atteggiamenti che vanno dalla stima reciproca alla perseveranza nella preghiera, alla prontezza nel perdono, fino allo sforzo di rendere sempre bene per male.
Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)
Nel campo della sessualità, forse più che in ogni altro campo, i coniugi cristiani sono chiamati a «non confor­marsi alla mentalità di questo secolo» (v. 2), proprio nel­l’offrirsi vicendevolmente i loro corpi «come sacrificio gradito a Dio» (v. 1). Sgombriamo subito la mente da un equivoco: l’equivoco che ciò significhi assoggettarsi a quello che una volta veniva chiamato ‘debito coniugale’ a carico della donna e che spesso si identificava con la tra­smissione di generazioni di donne che si dicevano l’un l’altra: «Accontentalo, anche se non ne hai voglia, altri­menti ti scappa». Proprio qui è annidata la mentalità pa­gana: sesso come tributo da pagare al potere del ma­schio. E, sotto sotto, insieme a una svalutazione della ses­sualità come qualcosa di sporco, eppure di inevitabile. «Io non ho l’istinto sessuale», diceva una pia moglie, cre­dendo di autolodarsi e magari di avere meriti nel suo as­soggettarsi al marito: come se tutta la Scrittura non bene­dicesse la sessualità come nata dal progetto del Signore della vita.
Ma ciò comprende un educarsi reciprocamente alla sessualità: è proprio una delle competenze della coppia quella di aiutare l’altro/a a trasformare l’aggressività del­l’attrazione in espressione di tenerezza nel rapporto, a passare dall’eccitazione al desiderio dell’altro, con la capacità di condividere il piacere e di rispettarsi reciprocamente.
La mentalità di questo mondo, al contrario, tende a scindere il sesso dall’amore: è l’estrema rottura della identità della persona, quando si pretende che il sesso possa essere usato per se stessi, mirante al proprio esclusivo piacere, cui si ha diritto come contratto di uso del corpo dell’altro. Questa idea di una sessualità per sé e non come ponte verso l’altro è un’idea che apre la porta ad ogni possibile tradimento. Non soltanto il tradi­mento extraconiugale (che cosa ci posso fare io se l’al­tra/o mi attira!), ma anche il tradimento nefasto all’inter­no della coppia: il tuo corpo è semplicemente materiale per me, per il mio piacere.
“Trasformatevi… per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito”
(v. 2): suonano alte queste parole di Paolo, proprio nell’esercizio coniugale della sessualità. È la sessualità stessa che chiama ad una tra­sformazione, da uso del corpo per sé a offerta della pro­pria persona – il corpo inteso come persona concreta – come lode a Dio e nel contempo benedizione (dire bene e non dire male) dell’altro.
Preghiamo (ORATIO)
Aiutami, Signore, a compiere questa opera grande: continuare a stimare mio marito o mia moglie anche quando mi ha ferito, an­che quando mi ha tradito, anche quando non mi ha capi­to, anche quando mi ha mostrato di essere più attaccato alla sua famiglia d’origine che alla nostra…
Conducimi fino al punto in cui – incurante di tutti gli schemi del mondo che mi urlano: o ti ama o non ti ama, o ti capisce o non ti capisce… – io possa, Signore Gesù, conformarmi a te e rinnovare la mia mente in te che tro­vavi motivi per stimare… anche chi non ti aveva capito e ti metteva in croce.
Che cosa detto la Parola (CONTEMPLATIO)
“I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distin­guere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale [...]. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e ade­guandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimo­niano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano fi­gli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne (cfr.2 Cor 10,3; Rm 8,1 2s.)!
Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo (cfr. Fil 3,20). Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leg­gi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti e vengono condannati. Sono uccisi e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano (cfr.2Cor 6,9s.). Sono disprezzati e nel disprezzo hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono (cfr. 1 Cor4,12); sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfat­tori; condannati, gioiscono come se ricevessero la vita (cfr. 2 Cor 6,10) [...].
A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cri­stiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abita­no nel mondo, ma non sono del mondo
(cfr. Gv 17,11-18)” (Lettera a Diogneto).
Mettere in pratica la Parola (ACTIO)
Traducete nella vostra vita coniugale questa parola: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).
PER LA LETTURA SPIRITUALE
L’uomo e la donna che si attraggono fino ad essere una sola carne, per appartenersi in una totale compenetrazione, comprendono la gran­dezza del loro atto nel momento in cui dall’unione più profonda scaturi­sce una personalizzazione sempre più accentuata. Così «l’uomo scopre che l’esistenza è polarizzata sia in se stesso che nella sua compagna e in tutte le forme della vita» (P. Evdokimov). Nel loro spossessamento recuperano la più grande ricchezza della loro vita e si eleva­no alla piena corrispondenza con l’immagine divina. Quanto più la carne è carica di questa prospettiva spirituale, tanto più diventa vigorosa e tra­sparente; quando al contrario si perde nella passionalità, si fa più pesan­te e opaca. L’amore nella sua espressione sessuale attira per la sua pro­messa di beatitudine e affascina per la sua parvenza di gratuità, ma spesso si spegne in una deludente amarezza e si trasforma in mortale bramosia.
Se non si accolgono tutti i messaggi profondi della sessualità,com­preso il suo sfondo teologico e in particolare cristologico, le aspettative resteranno sempre deluse. Questo insegnamento ci è dato chiaramente dalla Scrittura: «Biblicamente l’unità non appare mai come un’unità astrattamente irrapportabile (come se la diade fosse qualcosa che si sa anche buttar via), ma come la ricchezza della vita eterna che fa partecipare altra realtà a se stessa, e precisamente in modo che l’unità donata (l’identica natura spirituale) includa in sé il prodigio dell’unicità d’essere di ogni soggetto spirituale, e il prodigio fecondo della diversità dei sessi in vista della loro feconda unicità» (H.U.von Balthasar). Si tratta scrutare le profondità dell’uomo per leggervi dentro i finissimi linea­menti dell’essere comunicatogli da Dio [...].
Per riscoprire e vivere pienamente tutto questo è necessaria una «castità ­ontologica», come la chiama Evdokimov, che riconduce l’uomo alla integrità originaria. La castità non è una virtù passiva tesa a contene­re o reprimere i moti istintivi delle pulsioni sessuali, ma un atteggiamen­to teologale che implica il lasciar trasparire nella propria vita, vivendo la dimensione maschile o femminile del proprio essere, la conformazione a Cristo”

(C. Giuliodori – Teologia del maschile e del femminile).

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FEDE E CULTURA NELL’ANNO DELLA FEDE

Posté le Jeudi 30 octobre 2014

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FEDE E CULTURA NELL’ANNO DELLA FEDE

titoli proposti: 1 fede e secolarizzazione 2 fede e post-modernità 3 fede e scienza

LA MENTALITÀ SCIENTIFICA

Un ruolo molto importante, nel passaggio da un mondo sacrale a un mondo secolare, è stato svolto dallo sviluppo vertiginoso della scienza che ha caratterizzato gli ultimi secoli della nostra storia culturale.
Di per sé, lo sviluppo della scienza non dovrebbe interferire con il vissuto religioso e il mondo della fede. Scienza e fede si occupano infatti di due versanti radicalmente diversi della realtà: la scienza studia il mondo materiale, la fede illumina il senso ultimo della vita umana e orienta l’uomo a una speranza di eternità, realtà su cui la scienza non può mettere le mani.
Questa radicale distinzione di oggetto e di metodo avrebbero dovuto precludere al sapere scientifico ogni incursione nel campo della fede. E gli scienziati seri si sono attenuti in genere all’impegno di questa separazione di campi e di reciproca non interferenza.
Ma quello che non è avvenuto per la ricerca scientifica vera e propria, si è verificato per quel modo generale di pensare e di guardare alla realtà che potremmo chiamare mentalità scientifica.
I problemi che nascono dall’impatto della scienza con la fede non sono tanto di natura teorica, quanto di carattere psicologico; non sono dovuti alle scoperte scientifiche, ma al modo di pensare che esse un po’ alla volta vanno diffondendo, cioè appunto alla mentalità scientifica.
Dio non si rivela direttamente agli strumenti della scienza; tutto quello che avviene nel mondo può essere spiegato unicamente attraverso cause puramente mondane. Il cosmo non lascia più vedere Dio o almeno non lo lascia più vedere in modo diretto e immediato. Questo non porta necessariamente a negare l’esistenza di Dio, ma finisce per portare molte persone a spiegare il mondo come se Dio non esistesse.
La scienza studia il mondo prescindendo da Dio, perciò concepisce il mondo come una immensa e complicatissima macchina, in cui tutto si tiene, ma che non ha bisogno di Dio per funzionare. E la mentalità scientifica finisce per pensare che un Dio inutile è in realtà un Dio che non esiste.
L’uomo stesso non occupa più il centro di questo universo; per la scienza egli è soltanto uno dei tanti fenomeni che lo popolano, spiegabile attraverso leggi scientifiche, prodotto dalla evoluzione e dal caso.
La visione dell’uomo, propria della mentalità scientifica, non lascia molto spazio all’idea che l’uomo interessi in qualche modo a Dio.
L’uomo e la sua avventura nel mondo sono relegati nel dominio dei fenomeni fisici, Dio viene confinato in un mondo diverso, irrilevante. Lo sviluppo della scienza ha portato a dare importanza solo a ciò che è sperimentabile. La fede, per sua natura, esclude ogni possibilità di verifica o falsificazione sperimentale, perciò appare alla mentalità scientifica come un mondo separato, di opinioni personali, oggetto di scelte irrazionali, come la scelta della squadra per cui fare tifo: tu la tua, lui la sua, io nessuna. Tu credi perché vuoi credere, padrone di farlo, ma è cosa solo tua.
Nella scienza, ogni teoria è sempre provvisoria e rivedibile: pare vera oggi, domani magari sarà dimostrata falsa e abbandonata. Ma i dogmi della fede sono sempre quelli: la religione sembra arrogarsi una immutabilità e definitività che pare inconcepibile all’uomo della scienza.
Ancora: essenziale per lo sviluppo della scienza è l’esistenza di una «comunità mondiale degli scienziati» capace di verificare e convalidare tutte le nuove acquisizioni sperimentali e le nuove teorie. Il carattere universale di un simile sistema di controllo e di validazione scredita, al confronto, il disaccordo e la insuperabile litigiosità degli «esperti» del sapere religioso.
Ogni credo religioso, non esclusa le fede cristiana, costituisce per lo scienziato, una forma di sapere «confessionale», partico-laristico, cioè condiviso solo all’interno delle diverse chiese e sette, e sottratto a ogni forma di discussione aperta e di verifica pubblica.

Aggiornare la propria conoscenza della fede

II discredito della fede che caratterizza tanta parte del mondo della scienza, è accresciuto dal carattere elementare e spesso penosamente infantile della conoscenza del messaggio cristiano

posseduta dalla grande maggioranza dei credenti. Una conoscenza così sommaria e inadeguata della fede non può resistere alle difficoltà, alle obiezioni, ai problemi che la mentalità scientìfica suscita oggi inevitabilmente in tutte le persone adulte e colte.
Quelle forme elementari di conoscenza dei dati della fede che potevano bastare all’interno del mondo prescientifico, e che permettevano anche alla gente del popolo un vissuto cristiano di buon livello, non bastano più per far fronte alle difficoltà sempre nuove che la mentalità scientifica pone alla fede.
Il fatto di vivere in un mondo segnato profondamente dallo sviluppo della scienza esige, quindi, da ogni credente un impegno di conoscenza, approfondimento, ricomprensione della propria fede, che sia almeno proporzionato alla sua cultura. Ignorare queste esigenze di aggiornamento, equivale troppo spesso ad esporsi al rischio colpevole di perdere la propria fede.
Ugualmente importante sarà, per tutta la comunità di fede nel suo insieme, ma soprattutto per coloro che nella comunità di fede hanno compiti di magistero e di guida, l’impegno di liberare il messaggio rivelato dall’involucro prescientifico in cui ci è stato trasmesso in passato, ma che non appartiene alla sua vera essenza (pensiamo al dogma dell’ascensione al ciclo, del peccato originale, così come vengono spesso ancora troppo ingenuamente raccontati). Illudersi di poter continuare a trasmettere ai cosiddetti «semplici fedeli» un cristianesimo così rozzamente popolare, è una scelta che non premia. Coltivare una simile forma di cristianesimo nell’epoca della scienza è mancare di fiducia nel cristianesimo stesso, nella sua capacità di far fronte vittoriosamente e sul suo stesso terreno, al mondo del sapere scientifico.
La necessità di dover fare i conti con la mentalità scientifica dell’uomo contemporaneo, imporrà ai catechisti e ai predicatori una maggiore preoccupazione di serietà metodologica e di sobrietà ed essenzialità del linguaggio.
Certe forme di dilettantismo o addirittura di retorica deteriore tolgono credibilità alle nostre omelie e alla nostra catechesi. Le nostre omelie sono troppo spesso scontate, ingenue, noiose, screditate, inutili, e magari stupidamente lunghe, perché non teniamo conto dei tempi rapidi, propri della comunicazione massmediale, cui oggi sono invece abituati i fedeli.

Il dialogo con la scienza

D’altra parte, le scienze non si limitano a porre alla fede difficoltà e problemi; offrono anche preziose occasioni di migliore comprensione e di arricchimento, che possono facilitare il modo di incarnarla nel mondo in cui siamo chiamati a viverla. Il credente dovrà quindi evitare la tentazione della fuga dal mondo della scienza in nome di una difesa integralistica della sua fede.
È nostro dovere evitare di confinare la fede in una specie di ghetto, in cui sia precluso ogni accesso al mondo della scienza, ogni dialogo con essa.
Il «tutto è vostro» di S. Paolo ci impegna a coltivare, compatibilmente con la nostra professione e le condizioni del nostro stato sociale, un interesse profondo per le conoscenze scientifiche.
Del sapere scientifico fa oggi parte integrante lo stesso uomo: sono le cosiddette «scienze dell’uomo»: il sapere della fede è perciò chiamato a intessere un dialogo difficile ma arricchente, più ancora che con le scienze della natura, con le diverse e complementari scienze dell’uomo.
Le scienze dell’uomo possono offrirci una più chiara consapevolezza dei dinamismi della nostra vita psichica e sociale, illuminando meglio la dimensione psicologica della nostra stessa fede e della vita morale in cui essa è chiamata ad esprimersi ed autenticarsi.
Il dialogo della fede con la scienza potrà facilmente creare nei credenti un penoso sentimento di inferiorità e di frustrazione: da un punto di vista puramente umano, infatti, il sapere della fede e la sua elaborazione dotta (la teologia), se confrontati con l’organizzazione mondiale della ricerca scientifica, con la complessità e finezza degli strumenti di questa ricerca, con la massa e la qualità dei dati, delle teorie e delle ipotesi circolanti all’interno della comunità scientifica mondiale, appaiono sproporzionatamente deboli e poveri. È bene rendersene conto.

( Guido Gatti docente di teologia morale )

Chiesa di san Rocco D.Franco

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Mary, Our Model in Prayer

Posté le Mercredi 29 octobre 2014

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6.IL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO – (Immagine e testo)

Posté le Mercredi 29 octobre 2014

https://sites.google.com/site/mosaicocorpusdomini/home/il-naufragio-di-san-paolo

6.IL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO

6.IL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO - (Immagine e testo) dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) Naufragio%20di%20San%20Paolo

La scena rappresenta il Naufragio di San Paolo durante il suo viaggio in catene verso Roma con 14 giorni di tempesta, durante i quali egli riceve un messaggio da un angelo che gli dice di non temere e che Dio ha voluto conservare tutti i suoi compagni di navigazione. Paolo quindi invita i suoi compagni di viaggio a prendere cibo. Prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo mangiò. Tutti mangeranno e nessuno perse la vita. Così accadde e tutti i 276 gentili presenti sulla barca e furono salvi.

Parola di Dio
Dal libro degli Atti degli Apostoli (At 27)
1Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. 2Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. 3Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia.6Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. 7Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; 8la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa.
9Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava 10loro: «Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». 11Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. 12Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.
13Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. 17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.
21Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”. 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però andare a finire su qualche isola».
27Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. 28Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. 29Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, 31Paolo disse al centurione e ai soldati: «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo». 32Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
33Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». 35Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. 37Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.
39Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
40Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. 41Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. 42I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.
Descrizione della scena
La scena della parete di destra rappresenta un episodio rarissimo nell’iconografia e non presente nella liturgia eucaristica. Si tratta del viaggio di San Paolo verso Roma, quando la barca su cui viaggia, dopo 14 giorni di tempesta, naufraga in una isola del Mediterraneo. Durante il viaggio egli riceve un messaggio da un angelo che gli dice di non temere e che dovrà arrivare a Roma per essere giudicato dall’imperatore. L’angelo lo rassicura che Dio vuole conservargli tutti i suoi compagni di navigazione. Paolo quindi invita i suoi compagni di viaggio a non temere e li convince a prendere cibo. In questo brano del libro degli Atti degli Apostoli (At 27) l’autore, Luca evangelista, scrive quindi che Paolo prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo mangiò. Poi tutti mangiarono e nessuno perse la vita: tutti i 276 gentili presenti sulla barca furono salvi. L’autore dell’opera musiva ha qui voluto esprimere come l’Eucaristia celebrata possa diventare Eucaristia vissuta, pensando la Chiesa, qui rappresentata da San Paolo, come lo strumento del quale si serve Dio per la salvezza del mondo, diventando essa stessa Corpo di Cristo per la salvezza dell’umanità.

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PACE NELL’ANTICO TESTAMENTO

Posté le Mercredi 29 octobre 2014

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PACE NELL’ANTICO TESTAMENTO

In ebraico i valori fondamentali di šalôm si articolano in tre direzioni specifiche: 1. ‘salvezza, incolumità’ (sia come salvezza dei singoli sia come prosperità di poli e regni); 2. ‘pace’ (sia fra singoli sia fra popoli); 3. ‘pace come sommo bene divino’. Il termine per ‘pace’ ha nel mondo semitico una connotazione materiale quasi completamente assente nelle corrispondenti parole del mondo pagano. Per ripetere le parole di von Rad, « è difficile trovare nell’AT un altro concetto così trito e comune nella lingua quotidiana, e tuttavia non di rado carico di pregnante contenuto religioso e capace di elevarsi al di sopra del piano delle immagini comuni, come šalôm … il significato fondamentale della parola è quello di ‘benessere’, con una chiara preponderanza dell’aspetto materiale » (art. cit., 195-196). La parola indica spesso la salute fisica e materiale o la soddisfazione che ne consegue. Questo suo valore ne favorisce l’uso nelle formule di saluto, di augurio e di benedizione (« Va in pace »). Cfr. p.es. Ps. 122, 6 ss. « Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: « Su di te sia pace! ». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene ». In alcuni testi šalom passa dal valore di ‘benessere (materiale e spirituale)’ a quello puro e semplice di ‘buon augurio’. Ad es. in I Sam. 16, 4 gli anziani di Betleem chiedono a Samuele le sue intenzioni dicendo: « è šalom la tua venuta? » e Samuele risponde semplicemente « šalôm », che qui indica non tanto uno stato attuale quanto la prefigurazione di un’intenzione. Ancora più interessante Ier. 6, 14 « Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: « Bene, bene! » ma bene non va » (le parole in corsivo sono la traduzione di ebr. šalom). A partire da questo valore si capisce il senso della formula ‘morire in pace (bešalom)’, che ricorre p.es. in Ier. 34, 5; Gen. 15, 15 e altrove, ed è alla base dell’espressione formulare cristiana requiescat in pace.
All’interno della vasta gamma di valori di šalom sta anche quello di ‘accordo fra due contraenti’, analogo insomma a quello riscontrato nell’equivalente latino, e col termine berît šalôm si indica il trattato che dà inizio alla pace: cfr. p.es. I Re 5, 26 « Fra Chiram e Salomone regnò la pace e i due conclusero un’alleanza ».
È stato notato che questo uso del termine è minoritario e appare soprattutto in testi recenti, perché l’AT « non parla della pace tra gli uomini, ma della Signoria di Dio ». Ma più che accordo fra gli uomini o scopo da raggiungere la pace è intesa nell’AT soprattutto come dono divino.
[Sono stati studiati con molto interesse i rapporti che esistono fra la concezione veterotestamentaria della pace e l’idea della pace che emerge nei testi egiziani o mesopotamici (si veda per esempio il capitolo iniziale di H. Schmid). In questi testi spesso la pace è intesa come "qualcosa di divino a cui è ammesso il mondo" (Schmid, p. 41). Nel testo sumerico in cui si descrive la costruzione di un tempo da parte del re Gudea, è il diretto intervento divino che porta a una condizione di pace, i cui contenuti specifici sono l’assenza di ostilità, il benessere materiale e lo stato di uguaglianza tra tutti i cittadibni, senz<a più distinzioni sociali. Tra i compiti del re vi è anche quello di assicurare pace al popolo. Nel prologo del suo codice Hammurabi scrive "io lo ho sempre governati in pace, sempre li ho protetti nella mia sapienza": ma al dovere di garantire benessere e sicurezza ai propri sudditi si contrappone la necessità di mostrarsi inflessibili coi nemici, ed è questa l’altra faccia dell’antico re orientale, che nelle iscrizioni spesso si presenta come "terrore dei nemici", sui quali non esiterà a scatenare la distruzione e dai quali riscuoterà pesanti tributi.]
Basti citare, fra i molti, I Re 2, 33
Su Davide e sulla sua discendenza, sul suo casato e sul suo trono si riversi per sempre la pace da parte del Signore.
Lo stretto collegamento che si ha nell’AT fra pace, benessere e giustizia appare da luoghi come i seguenti: Is. 32, 17 ss.
Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri, anche se la selva cadrà e la città sarà sprofondata.
o Is. 9, 5-6
Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.
o Ps. 72, 1-7
Dio, da al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia; regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine. Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia. Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri e abbatterà l’oppressore. Il suo regno durerà quanto il sole, quanto la luna, per tutti i secoli. Scenderà come pioggia sull’erba, come acqua che irrora la terra. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace, finché non si spenga la luna.
La giustizia, o addirittura la correzione del prossimo, come condizione necessaria per la pace è ribadita ad es. in Prov. 10, 10
Chi chiude un occhio causa dolore, chi riprende a viso aperto procura pace,
da cui la conclusione radicale che « non vi è pace per i malvagi » come afferma con forza Is. 48, 22, e anche Ps. 28, 3 avvertono: « Non travolgermi con gli empi, con quelli che operano il male. Parlano di pace al loro prossimo, ma hanno la malizia nel cuore ». L’uomo di pace (šalom) è l’esatto contrario dell’empio, e soltanto il primo ha un futuro, perché l’empio è inesorabilmente avviato verso la distruzione (Ps. 37, 37). Anche il collegamento fra pace e verità ha un rilievo importante nell’AT: la formula šalom we-’emet s’incontra p.es. in 2 Re 20, 19; Is. 39, 8; Jer. 33, 6; Est. 9, 30. E poiché in ’emet è compresa l’idea della verità come cosa stabilita in maniera definitiva e stabile, nell’espressione šalom we-’emet può affermarsi l’idea della stabilità anche materiale: con « pace e sicurezza » sono tradotte queste parole ebraiche nella versione italiana corrente.
Ancora, šalom viene ad assumere un’importanza rilevante nel contesto messianico. Il patto tra YHWH e l’uomo viene definito come immutabile patto di pace: Ez. 34, 25 e 37, 26 usa il termine tecnico berît šalom per indicare quest’alleanza fra Dio e l’uomo; Is. 54, 10 (« Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia ») aggiunge all’espressione qualcosa di ancora più intenso affettivamente con l’uso del possessivo (berît šelômî ‘il patto della mia pace’). Principe della pace è il futuro Messia (Is. 9, 5 nel testo ebr. sar šalom: come scrive von Rad, art. cit., col. 206, « il Messia, in quanto mandato da Dio, è il garante e custode della pace nel futuro regno messianico »), e « disciplina per la nostra pace » la sua passione (Is. 53, 4 môsar šelômnû nel testo ebraico, paideía eêrÔnhj (paideía eirenes) nella versione dei LXX: un’espressione pregnante ed efficace, che purtroppo è andata completamente perduta nella versione italiana della Bibbia approvata dalla CEI: « Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti »).
È stato osservato che nei libri dell’AT la cui redazione originaria è in greco eêrÔnh (eirene) ha un valore più attenuato, e viene a significare solamente ‘assenza di guerra’. Si è pensato anche a un possibile influsso del pensiero ellenistico su questi testi, ma è più naturale pensare che le cose siano andate diversamente, e che si abbia a che fare con una serie incrociata di interferenze che ha agito sui due termini. Da una parte l’utilizzazione di eêrÔnh per tradurre šalom rappresenta in qualche modo un ripiego, in quanto l’opposto di eêrÔnh nel parlante greco di epoca ellenistica è pólemoj (pólemos), mentre l’opposto di šalom è il male in tutte le sue possibili accezioni. Siamo insomma di fronte a un processo di calco semantico che porta ad ampliare considerevolmente la sfera di significati connessa originariamente con eêrÔnh. Ma se la sovrapposizione, peraltro non del tutto completa, fra le due parole ha finito per conferire al termine greco una serie di significati che non gli appartenevano in precedenza e che si svilupperanno pienamente nella successiva letteratura cristiana: d’altronde, non è possibile pensare che ei;rh[nh in ambienti di lingua aramaica (e soprattutto nelle sfere più colte di questi ambienti) sia servita esclusivamente per come riproduzione passiva di šalom senza alcun rapporto con gli usi che la parola aveva in greco: si tratta di vicende del tutto comprensibili in individui e comunità linguistiche bilingui o plurilingui (ad esempio nelle opere di Filone l’uso di ei;rh[nh corrisponde pienamente a quello del greco ellenistico: cfr. Foerster, art. cit., col. 219). Il diretto riflesso di quest’evoluzione si coglie anche negli usi rabbinici di šalom, che spesso viene a significare ‘assenza di discordia (fra individui o fra popoli)’: cfr. Foerster, art. cit., col. 215.
Nei testi giudaico-ellenistici eêrÔnh viene ad assumere un significato che tramezza fra quello di ‘perdono’ e quello di Þgáph (agápe) ‘amore (che Dio ha nei confronti degli uomini)’, come appare dal seguente passo di un apocrifo dell’AT, il cosiddetto Enoch etiopico 1, 7 s.:
Tutto ciò che vi è sulla terra perirà, e vi sarà il giudizio di ogni cosa e (il Signore) porrà la pace sui giusti, e per gli eletti vi sarà il perdono e la pace, e per l ro vi sarà la pietà e tutti saranno di Dio e darà loro la sua benevolenza e tutti benedirà e ricambierà ogni cosa e ci aiuterà e apparirà loro la luce e opererà su di loro pace.
Per quanto fra idea della pace semitica e idea della pace greca si abbia l’impressione di cogliere qualche affinità, in realtà la distanza che le tiene separate è enorme. Per riassumere le conclusioni a cui perviene E. Bellini in un breve, ma penetrante esame dei due termini greco ed ebraico (nello scritto collocato in appendice, pp. 129 e ss., al vol. G. di Nazianzo, Teologia e chiesa, Milano, Jaca Book, 1971), due sono fondamentalmente i caratteri che li rende diversi: mentre per i Greci la pace è uno stato di tranquillità, e il benessere è visto come una sua filiazione, sia pure spontanea e naturale, nell’AT la pace è innanzitutto uno stato di benessere o addirittura di perfezione; ancora, mentre per i Greci la pace rappresenta una conquista dell’uomo, nell’AT la pane è un dono divino. Soprattutto potremmo aggiungere con von Rad (art. cit., col. 206) che « non si saprebbe indicar nessun testo in cui la parola šalom designi lo specifico atteggiamento spirituale della ‘pace interiore’. Anzi si può constatare facilmente che šalom vien riferito molto più spesso a più persone che non al singolo ». E ancora richiamiamo quanto scrive H. Schmid, a proposito dei riflessi che la lettura dell’AT può avere sul dibattito attuale circa la pace: « Oggi si sente dire che quello della pace appare come il problema per eccellenza, o anche il problema teologico del nostro tempo. Invece nella Bibbia il tema della pace non sta al centro delle riflessioni, come lo è per noi … Che peculiare del mondo sia o debba essere, la condizione di pace, e che l’uomo sia chiamato a realizzarla, è detto in tutti i modi, sia pure con differenze nei particolari. La cosa non è specificamente biblica o cristiana, ma risponde a un postulato umano generale, come sarebbe facile mostrare dando uno sguardo ad altre civiltà. … La pace di Dio e la pace e del mondo, dunque, per l’antico Oriente coincidono e sono divise allo stesso tempo. Questa difficile determinazione delle loro rapporto si può considerare come un prodotto degno di attenzione dello spirito dell’antichità. » (pp. 98 ss.).

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Santi Simone e Giuda

Posté le Mardi 28 octobre 2014

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