SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

 

ho un altro blog su San Paolo Apostolo: La (mia) pagina di San Paolo, link:

http://unapaginapersanpaolo.blogspot.it/

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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

Publié dans : ANNO PAOLINO | le 9 mars, 2008 |30 Commentaires »

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

Publié dans : LITURGIA DEL GIORNO | le 9 mars, 2008 |1 Commentaire »

IL buon Samaritano

paolo

Publié dans : immagini sacre | le 12 juillet, 2019 |Pas de Commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Lo stesso identico: allora e oggi
don Luciano Cantini

«Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?».
Davanti a Gesù e al dottore della Legge c’è la Thorà, i primi cinque libri della scrittura, non si smette mai di scrutarli nella ricerca della volontà di Dio. Una ricerca meticolosa, accurata, spesso pedante nel desiderio di individuare ogni singola norma, ogni precetto per poi metterlo in fila e cercare quello più importante: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» (Mc 12,28). Una domanda simile, oggi, all’uomo moderno sarebbe impensabile; come districarsi tra Costituzione, codici, leggi, decreto-legge, decreti applicativi, circolari che si adattano ad ogni nuova presunta necessità?
Con la Rivoluzione francese e l’indipendenza americana siamo arrivati a comprendere che la Legge è uguale per tutti, ma bisogna arrivare al dicembre del 1948 per leggere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sembrava un passo in avanti dell’umanità ma non è così nella maggior parte del mondo ed è questa una delle cause principali che spinge l’emigrazione nel perseguimento di migliori condizioni di vita.
“Tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità” (Dichiarazione d’indipendenza 4 luglio 1776).
Oggi i movimenti sovranisti, capaci di condizionale la politica, affermano un principio contrario “prima… gli italiani, gli americani, gli ungheresi, gli austriaci…e così via”: tutti hanno gli stessi diritti ma per alcuni c’è una precedenza, un maggior diritto, un privilegio, una distinzione.

Cadde nelle mani dei briganti
Ecco allora Gesù racconta una parabola.
Un uomo… anzi degli uomini, donne, bambini… stavano faticosamente salendo sulla strada della loro vita, ma sin dal loro nascere si imbatterono in una guerra civile… nella ingiustizia, nella sopraffazione, nella povertà, nella siccità… ché spogliatili di tutto, privatili dei loro affetti, li lasciarono mezzi morti.
A fatica scapparono dalla loro terra per buttarsi sul ciglio di un’altra strada… « forse qualcuno passerà di qua. Forse qualcuno timorato di Dio… quello stesso Dio che noi preghiamo… »
Si trovarono in mezzo al mare proprio sul ciglio di un altro mare (non il « mare nostro »… ma come un mare privato che chiamano acque territoriali) e lì vicino passarono i governi dei paesi ricchi ma il primo disse che non spettava a lui e passò oltre, l’altro disse che era una questione di principio, l’altro ancora pensò che c’era una invasione in atto… così tutti passarono oltre…
Ma come succede in ogni paese civile si aprì un dibattito: « bisogna prima pensare agli italiani che muoiono di fame!!! » poi si guardò intorno e non ne vide, ma il principio era sacrosanto.
« non si può aprire le porte a tutti!!! », ma erano solo poche centinaia di fronte ai 60 milioni d’italiani, senza pensare agli europei, ma lì per lì sembrarono troppi.
« Bisogna salvaguardare la nostra cultura » e verificarono che nelle aule delle scuole ci fossero ancora i crocifissi e non si accorsero che i crocifissi veri (e non di plastica) erano piantati in mezzo al mare. Quando la religione è “il sentimento di un mondo senza cuore” (C.Marx) allora sopravanzano le regole del Levita e del Sacerdote del tempio, come un bel paramento finemente decorato, l’angelica armonia di canti antichi o il mistero di una lingua che non parla più nessuno.
Nel dibattito parteciparono le Nazioni ognuna con i propri diritti sacrosanti, si smossero Televisioni e giornali… sui social è apparso di tutto dal presunto smalto alle unghie delle migranti, ai telefonini ultimo modello, per mascherare e non vedere, nessuno controlla o verifica la verità dei messaggi ma tanto basta. Le leggi e i decreto-legge si susseguirono per salvaguardare i diritti di alcuni a spese di altri.

«Va’ e anche tu fa’ così».
La parabola che Gesù racconta, di un realismo incredibile, non solo ci dice chi è il mio prossimo ma sottolinea piuttosto la prossimità degli emarginati: il disgraziato per un verso e il samaritano per l’altro sono due emarginati eppure ci raccontano la prossimità: il bisogno dell’uno si fa prossimo al cuore dell’altro.
Potremo domandarci a cosa servono i barconi che sbarcano a Lampedusa, o i barboni che dormono nelle stazioni, o la marea di umanità emarginata, siano immigranti o emigrati, nomadi o naviganti. Ecco sono un “segno dei tempi”, forse un dono di Dio al nostro cuore, perché si svegli in noi la Fede, quella che, più che i profumi d’incenso, cerca di concretizzarsi nel farsi prossimo e amarlo come se stessi.

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 12 juillet, 2019 |Pas de Commentaires »

« ti seguirò ovunque tu vada »

pens e paolo ti seguiro ovunque tu vada

Publié dans : immagini sacre | le 28 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (30/06/2019)

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (30/06/2019)

Gesù, il fuoco e il discepolo
don Giacomo Falco Brini

Il vangelo di Luca è concepito come la narrazione del cammino del Figlio di Dio che, uscito da Dio e divenuto uno di noi, deve compiersi a Gerusalemme. Lì avverrà il suo nuovo esodo. Il Figlio infatti ritorna da dove è venuto (il Cielo) insieme ai suoi trofei: gli uomini, fratelli salvati dal suo amore. Nella pagina di oggi la svolta capitale del suo cammino: da questo momento Gesù “indurisce” il suo volto guardando in direzione di Gerusalemme, ma non nel senso che diventa più severo, rigido o impassibile nei nostri confronti (Lc 9,51). Tutt’altro. La sua determinazione sta tutta nella consapevolezza della sua missione che, per Luca, è quella di manifestare a tutti gli uomini, nel suo volto, il vero volto e il cuore del Padre: cioè, duro nella sua incondizionata tenerezza, assolutamente diverso nella sua mitezza, fermo nella sua volontà di salvare tutti, tenace nella sua misericordia senza limiti.
Gesù manda messaggeri davanti a sé (Lc 9,52). E’ un’immagine semplice della chiesa anche oggi inviata all’umanità per annunciare il Signore che viene. Ma nel vangelo è un luogo di Samaria dove i messaggeri si recano. L’invito a far passare Gesù è declinato. Se uno vuole andare in Giudea, non è una buona premessa per entrare in relazione con i samaritani (Lc 9,53). E allora cosa fa la chiesa ancora in gestazione? Signore, vuoi che facciamo scendere un fuoco dal cielo e li consumi? (Lc 9,54) Bisogna intervenire, bisogna reprimere sul nascere un rifiuto simile! Ma chi credono di imbrogliare ‘sti samaritani? Sono solo dei maledetti, bruciamoli tutti! Non posso fare a meno di vedere, tra le righe di tante manifestazioni odierne, una chiesa molto zelante che magari non invoca un fuoco dal cielo apertamente, ma che di fatto lo auspica, anche per l’attuale papa e la “sua” chiesa (perché ce ne sarebbe un’altra più fedele!…). Ma Gesù, voltatosi, li sgridò (Lc 9,55). Non sgridò i samaritani, ma i suoi messaggeri. Infatti non hanno discernimento, perché non hanno ancora conosciuto il suo volto, cioè non ne conoscono la vera identità. Da notare che il verbo “sgridare”, nel greco utilizzato dal vangelo, è lo stesso verbo riferito a Gesù quando esorcizza minacciando i demoni! Quanto è facile essere dalla parte del diavolo mentre si è tanto zelanti verso il Signore e la sua chiesa, e non lo si sospetta minimamente!
Comunque un fuoco Gesù è venuto a portarlo sulla terra (cfr. Lc 12,49). Ma non è quello che vorrebbero molti zelanti cristiani di oggi. Se poi andate a leggere cosa dice il Signore al cap.12 subito dopo questa affermazione, capirete perché, dopo la prima parte del vangelo di oggi, Luca ci riporta 3 casi di chiamata alla sequela. Gesù infatti ha acceso un fuoco davanti al quale non ci si può nascondere e che “co-stringe” a compiere scelte. Diamogli un’occhiata. Il primo caso è quello di un aspirante discepolo che sembra abbia compreso che in Gesù c’è tutto il senso della vita e desidera seguirlo. Ma il suo modo di esprimersi tradisce un atteggiamento “alla Pietro”: seguire Gesù non è né frutto, né pretesa di un’umana iniziativa. Il Signore lo scuote dalle sue illusioni (Lc 9,57-58). Chi vuole seguirlo sappia che non c’è niente di sicuro né di accomodante per i propri bisogni. Nel secondo caso si fa ordine su cosa sia la sequela per il discepolo. E’ Lui a proporre, a noi rispondere. Infatti, nel primo caso di chiamata, alla nostra proposta è Gesù che obietta. Qui invece, alla sua iniziativa, partono le nostre obiezioni. Non si tratta di obiezioni su tana e nido (sicurezze materiali), ma riguarda un permesso che si chiede con dilazione di tempo: c’è un “prima” da fare che viene prima del Signore! C’è qualcosa che sta più a cuore di Lui. Eppure si tratta di un dovere di pietà filiale: può un dovere, un affetto familiare, una persona, esser posto/a “prima”, e quindi allontanare dal regno di Dio? La risposta di Gesù non da adito a dubbi (Lc 9,59-60).
Il terzo caso unisce i primi due: costui si fa avanti come il primo e promette la sequela (in futuro), mentre Gesù chiama nel presente (seguimi). E non è diverso dal secondo caso, perché mette avanti ancora una priorità. In che cosa è diverso dagli altri due? Bisogna ricordare che qui c’è un richiamo evidente alla vocazione di Eliseo profeta, dove invece Elia concede il tempo di salutare i genitori (1a lettura). Ma la sequela di Gesù, non è come la sequela di Elia: infatti, c’è qui ben più che Elia! Perciò Gesù dice che “nessuno che abbia messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto (lett. “è ben posizionato”) per il regno di Dio” (Lc 9,61-62). Chi può capire, capisca! E allora chi potrà veramente seguirlo? Qual è il problema di ogni aspirante discepolo di sempre? Nessuno che si è incamminato dietro Gesù conosce e vuole subito percorrere la sua via, a meno che non sia il Signore stesso che glielo conceda. Bisogna prima scoprire di ignorare la parola della Croce (Lc 9,45). Bisogna prima inciampare su questa parola (Lc 24,25-27). Poi, sarà essa stessa che, poco a poco, accenderà un fuoco dolcissimo che lo riporterà sulla vera via di Gesù, abilitando a seguirlo (Lc 24,32-33).

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 28 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SS. Pietro e Paolo

paolo e la mia - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 27 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2011) – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110629_pallio.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2011)

SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO AI NUOVI METROPOLITI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Mercoledì, 29 giugno 2011

Cari fratelli e sorelle,
“Non iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.
“Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!
La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino – costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.
Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.
Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.
Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.
Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.
Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.
Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.

 

Publié dans : SAN PIETRO E PAOLO | le 27 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

Sacro Cuore di Gesù

la mia paolo

Publié dans : immagini sacre | le 25 juin, 2019 |Pas de Commentaires »
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