Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…pensate alle cose di lassù

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 studi, antologia, immagini
Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù...pensate alle cose di lassù dans ANNO PAOLINO    

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

dalsitodelpontificiosanpaolo.gif

PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/0-inno-alla-carita-1cor-131-13/   

usaflag2 dans ANNO PAOLINO

link al mio Blog in lingua inglese:

Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

crocebella

link alle Omelia in inglese (americano) di Padre Ron Stephen, sono quelle che metto sul mio blog inglese, mi piacciono molto, se conoscete l’inglese potere andarle a leggere:

http://fatherronstephens.wordpress.com/


ci sono molte delle bellissime immagini di San Paolo sul tema « La conversione di San Paolo ed il mistero del cavallo », da vedere:http://www.foliamagazine.it/conversione-di-san-paolo/
incamminoverso @ 19 h 38 min
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LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

Posté le Dimanche 9 mars 2008

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

sanpaoloinmeditazione.bmp

San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

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The Archangels in the Divine Liturgy – Orthodox Christian icon

Posté le Lundi 28 juillet 2014

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“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9)

Posté le Lundi 28 juillet 2014

http://www.giannigiletta.it/home/beati.html

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9)

Makàrioi hoi eirenopoioì, hoti autoi hyioì Theou klethesontai.

Obiettivamente Dio annunzia ‘la pace per il suo popolo’ (Sal 85,9), ma per cercare di comprenderla a modo suo, siamo intenzionati a fermare l’ attenzione sulla settima beatitudine in Matteo, cercando di fare nostre le Sue Parole. Una beatitudine va letta, come ogni altro insegnamento di Gesù, nella Sua persona. Per questo, le beatitudini non si riferiscono a otto categorie distinte di persone, ma così come sono riscontrabili in Gesù, tali da formare un ritratto per il discepolo. Nelle beatitudini non sono evidenziate le diverse virtù quanto piuttosto una promessa di liberazione. Esse sono ‘la promessa di un futuro che porta con sé il mutamento radicale del presente’.

DALLE PAROLE AL CONTESTO BIBLICO
Nel mondo greco, l’aggettivo makários, tradotto con beati, originariamente vuol dire ‘essere liberi dalle preoccupazioni quotidiane’: è la condizione degli dei e di coloro che sono ad essi associati. Poi l’uso si diffuse ed il termine indicò semplicemente la parola ‘felice’. Le espressioni che si aprono con questo termine si dicono ‘macarismi’ e indicano gli eventi considerati positivi nella vita: si felicitano i genitori per la nascita dei figli, i ricchi per la loro ricchezza, etc.
Nella LXX, makários traduce l’ebr. ‘ashere , espressione che indica anch’essa augurio e felicità. Secondo Chouraqui, “il termine evoca la rettitudine dell’uomo in cammino su una strada che va diritta verso JHVH”.
L’aggettivo eirenopoiós = pacificatore, operatore di pace, appare solo nel Nuovo Testamento. Esso è composto da eirêne, pace, e dal verbo poiéo, che significa fare, produrre, causare, compiere, determinare, far nascere. La beatitudine degli operatori di pace non indica solo un atteggiamento, ma anche una meta esterna, ‘una cosa da realizzare’, cioè la pace.
E’ la pace, eirêne, la condizione di tranquillità, di assenza di guerra, di ordine e diritto, da cui scaturisce il benessere. Da condizione esterna giunge poi a esprimere un atteggiamento personale. Nell’Antico Testamento, eirêne traduce nei LXX l’ebr. shalom, che esprime la prosperità che viene da Dio; traduce anche altri vocaboli che indicano tranquillità, quiete, sicurezza, libertà da preoccupazioni, condizione di fiducia. “Shalom abbraccia tutto quello che è dato da Dio, su qualunque piano, e si avvicina al concetto di salvezza, come bene che viene all’uomo da parte di Dio. In Gdc 6,24 si dice “Il Signore è la pace”. È dono di Dio, ma occorre che gli uomini facciano cose giuste per conservare e conquistare la pace. Shalom è orientato in senso sociale ed è in stretto rapporto con tsedaqah, giustizia:
“Se avessi prestato attenzione ai miei comandi,
il tuo benessere (shalom, gr. eirêne) sarebbe come un fiume,
la tua giustizia (tsedaqah, gr. dikaiosýne) come le onde del mare” (Is 48,18).
Il tardo Giudaismo afferma che bisogna operare la pace, sia nel rapporto con l’altra persona, sia nel rapporto con Dio. I rabbini lodano gli operatori di pace, cioè coloro che riconciliano due che sono in lite (persone, nazioni). La comunità di Qumran, vissuta dal II sec. a.C. al I sec. d.C., si ritiene la comunità salvifica definitiva, nella quale è già iniziato il bene escatologico della pace.
La pace nel Nuovo Testamento è nello stesso tempo la realtà nuova operata da Dio in Cristo, e secondariamente un nuovo rapporto tra uomo e uomo e fra Dio e l’uomo. Come atteggiamento interiore, è partecipazione alla pace di Dio che tutto abbraccia. La pace nel NT si caratterizza come pace di Cristo e dono del Padre e del Figlio, ottenuto nella comunione con Cristo. Il regno di Dio è giustizia e pace (Rm 14,17), quindi include la pace fra gli uomini. Gesù infatti è venuto ad annunziare la pace: “Questa è la parola che Dio ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti” (At 10,36, citazione di Is 52,7).
La pace è un bene da cercare. Così viene esortato Timoteo dall’ apostolo Paolo:
“22Fuggi le passioni giovanili: cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro.
23Evita inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese. 24Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite,
25dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità
26e ritornino in sé sfuggendo al laccio del diavolo, che li ha presi nella rete perché facessero la sua volontà” (2Tm 2,22-26).

Questa pace non deve essere concepita né come la distanza dello stoico da ciò che gli succede intorno e nemmeno come pura spiritualizzazione e ‘interiorizzazione’, ma come certezza di avere parte alla pace di Dio che è già cominciata.
Giacomo dice che, a nostra volta, siamo chiamati a ‘produrre la pace’, assicurando che “un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (karpós dè dikaiosúnes en eirêne speíretai tois poioûsin eirênen) (Gc 3,18). La promessa “saranno chiamati figli di Dio” ( l’espressione hyioì Theou riferita agli esseri umani appare in Matteo solo qui in 5,45 ) è riferita proprio agli operatori di pace perché gli sforzi di pace spesso non corrispondono alle tendenze umane spontanee: ci vuole un risoluto sforzo di volontà per realizzarli. In questo Paolo è un gigante della fede.

incamminoverso @ 18 h 50 min
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IL VANGELO DELLA PACE NELLE SCRITTURE EBRAICO-CRISTIANE (anche Paolo)

Posté le Lundi 28 juillet 2014

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=168

IL VANGELO DELLA PACE NELLE SCRITTURE EBRAICO-CRISTIANE

SINTESI DELLA RELAZIONE DI GIUSEPPE BARBAGLIO

VERBANIA PALLANZA, 17 GENNAIO 2004

L’espressione « vangelo della pace » si trova in Paolo nella lettera agli Efesini: è la lieta notizia della pace, annunciata e realizzata da Dio stesso.
La parola pace ha molti significati, sia nel mondo biblico che in quello greco-romano.
Può anzitutto indicare una condizione in cui il popolo si trova, negativamente la condizione in cui non c’è guerra, positivamente la condizione di benessere, soprattutto materiale.
Può avere un significato collettivo, indicando rapporti buoni tra i popoli e tra i gruppi.
Nella tradizione biblica è presente la concezione della pace come rapporti buoni tra l’umanità e Dio e della pace come salvezza.
Meno presente è la concezione di pace come serenità d’animo, o come rapporti interpersonali buoni.
ubi desertum faciunt pacem appellant
L’anelito alla pace emerge anche nel mondo greco romano. Nel 9 a.C. Augusto, sconfitti i nemici, inaugura un’era di pace e fa costruire l’Ara pacis, l’altare alla dea della pace. Era una svolta per una città, Roma, la cui divinità principale era Marte, il dio della guerra.
Nel frattempo, Tacito, molto critico nei confronti della politica imperiale afferma con ironia che i romani fanno deserto della terra e la chiamano pace (ubi desertum faciunt pacem appellant).
pace e sicurezza
Stupefacente la modernità di alcuni testi scritturistici antichi. Paolo, nel più antico scritto neotestamentario, chiama figli della luce i membri della piccola comunità di Tessalonica che vivevano in un contesto molto ostile, mentre sostiene che per la stragrande maggioranza, che si illude di vivere nella pace e nella sicurezza, sarà la rovina: Quando dicono pace e sicurezza allora all’improvviso verrà su di loro la rovina…
la pace nella bibbia ebraica

Verranno presi in esami alcuni testi profetici.
Geremia
È un profeta dalla parola molto libera, osteggiato dal potere politico, ma anche da altri profeti, suoi avversari, che dicevano pace: dicono pace, pace, ma pace non è (8,11). Pace è utilizzato in senso negativo, come legittimazione di una situazione esistente ingiusta. O si cambia o non ci sarà pace, dice il profeta. In un altro brano Geremia afferma che Dio coltiva pensieri di pace (29,11).
Isaia
In Isaia 52,7 appare la categoria del vangelo della pace, del lieto annuncio da parte del profeta dell’esilio (l’attuale libro di Isaia è composto di almeno tre distinti testi di diversi autori): Come sono belli i passi dell’evangelista, del lieto annunciatore, che proclama la pace.
In Isaia 9,1-5, nel libro dell’Emmanuele che contiene gli oracoli del grande Isaia, si presenta l’ideologia regale del principe di pace. Dio dona la pace attraverso l’azione umana del principe, che instaura una pace senza fine, fondata sulla giustizia. La giustizia del re è una giustizia molto particolare, diversa da quella dei tribunali, ed è volta a rendere giustizia a chi giustizia non ha, a prendere le difese dei deboli.
L’anelito alla giustizia è il grande portato di Israele all’umanità.
Questa azione giusta del re è ampiamente descritta al capitolo 11: giudicherà con giustizia i poveri e emetterà sentenze giuste a favore dei miseri del paese.
Questa pace fondata sulla giustizia si estende a tutto il cosmo, a tutto il mondo creato: il lupo dimorerà presso l’agnello / e la tigre si accovaccerà accanto al capretto / il vitello e il leone pascoleranno insieme / e un bambino piccolo li condurrà…
Sulla stessa linea è il testo di Isaia 2,1-5, in cui si sogna il grande pellegrinaggio dei popoli a Gerusalemme. La pace diventa pace universale.
Zaccaria
Un testo famoso di Zaccaria, utilizzato anche da Matteo per illustrare Gesù messia pacifico, indica il re che entra a Gerusalemme cavalcando un asino. È la cavalcatura utilizzata in occasioni di pace.
la pace nel nuovo testamento

Nelle lettere di Paolo il saluto è: « grazia e pace », cioè vi auguro il dono della pace.
Romani 5,1: pace come salvezza
« …abbiamo pace nei confronti di Dio… » Paolo dopo aver detto che la lieta notizia è che Dio accoglie in modo indiscriminato tutti sulla base della fede, afferma che, sempre come dono di grazia, abbiamo un buon rapporto con Dio.
Romani 5,11: pace come riconciliazione
Paolo usa il termine riconciliazione in senso religioso: Dio ci ha riconciliato.
Dio non ha bisogno di essere riconciliato, al contrario di quanto sosteneva la religione romana tutta intenta a placare la ira Deum (l’ira degli dei) con riti e preghiere. C’era una concezione minacciosa del divino, che appare anche nella tradizione ebraica recente, come nel libro dei Maccabei. Paolo dice che è Dio a vincere la nostra distanza da lui.
Giovanni e Luca: pace come dono
Il Pace a voi del Cristo risorto nel vangelo di Giovanni, come il pace in terra agli uomini che sono oggetto della benevolenza divina di Luca (2,14) indicano la pace come dono di Dio. Dio ha donato la pace agli uomini sulla terra.
Matteo: la pace interpersonale
La beatitudine in Matteo 5,9: beati i creatori di pace, saranno chiamati figli di Dio. Nel rabbinismo, a cui Matteo è vicino, emerge il significato di pace interpersonale, di pace come riconciliazione tra persone.
Anche in Matteo 5,23: Se ti avviene di presentare il tuo dono all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia là il tuo dono davanti all’altare e va prima a riconciliarti…La comunione con Dio, espressa nel culto che si celebra, non avviene se due persone non sono in comunione tra loro.
Efesini 2: nella croce crollano i muri di separazione
È una lettera della scuola di Paolo, in cui si afferma che la chiesa universale è il luogo dove gli opposti si sono riconciliati. Nel mondo di allora c’erano molte divisioni. I greci distinguevano le persone tra greci e barbari (quelli che non parlavano greco). I romani tra romani, greci e tutti i barbari.
Anche nel mondo ebraico c’era una grande divisione di tipo religioso dell’umanità: gli incirconcisi (la maggioranza, 70 milioni di persone) e i circoncisi (la consistente minoranza di ebrei, 6 milioni di persone). Queste due parti si disprezzavano cordialmente (anche Gesù parla di « cagnolini » riferendosi alla Cananea). I non ebrei disprezzavano gli ebrei, accusati di ogni tipo di nefandezze (uccisioni rituali…)
…Ma ora in Cristo Gesù voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini mediante la morte violenta di Cristo. Egli infatti è la pace. Lui che ha fatto le due parti le ha ridotte ad unità. Ha sbriciolato questa parete che sta in mezzo e che separa. Cioè l’inimicizia l’ha distrutta mediante la sua carne, ha reso inoperante la legge mosaica dei comandamenti che si esprime nei precetti.
Gesù toglie le radici del conflitto, cioè la legge mosaica. La legge mosaica era il segno della separatezza: privilegio per chi la possedeva e handicap per gli altri.
Paolo dice che gli ebrei possono tenersi la legge, ma questa non può essere il motivo della identità del credente.
Le diversità non sono annullate, ma sono depotenziate. Le diversità (essere circoncisi o incirconcisi) non sono più elemento separatore. Il muro è abbattuto.
Egli è venuto ad annunciare, a dare la lieta notizia della pace, a voi che eravate lontani e pace a voi che eravate i vicini, perché mediante lui noi abbiamo questa entratura in un solo Spirito presso l’unico Padre.
La legge non è più la carta di identità dell’uomo.
Dietro questo testo c’è la teologia di Paolo, cioè la grazia incondizionata di Dio verso gli uni e verso gli altri e la giustificazione sulla base della sola fede, senza la legge. Giudei e non giudei sono su di un piede di parità nei confronti del vangelo della pace, del vangelo della riconciliazione.
Mentre la comunità di Gerusalemme, capitanata da Giacomo, il fratello di Gesù, era aperta al mondo pagano, a patto che si giudaizzasse, accettando la circoncisione, e mentre la comunità di Antriochia era composta anche da gentili a cui si chiedeva di osservare i precetti della legge, Paolo proclama la libertà dalla legge, non solo nella pratica ma anche attraverso una giustificazione, una riflessione.
i muri di separazione oggi
Anche oggi occorre saper far risuonare l’antica lieta notizia del vangelo di pace individuando quali sono i muri di separazione di cui annunciare l’abbattimento. Oggi la grande divisione non è più tra circoncisi e incirconcisi, ma tra nord e sud del mondo.
La lieta notizia per i deprivati, per gli esclusi, per i lontani di oggi ha come punto di riferimento remoto il Cristo in croce che viene a chiamare su di un piede di parità alla salvezza, e come punto di riferimento prossimo Paolo che ha annunciato e operato l’abbattimento del muro di separazione tra circoncisi e incirconcisi.
A noi spetta il compito di individuare il muro di separazione di oggi e di annunciarne anche fattivamente l’abbattimento, proclamando così la lieta notizia, il vangelo della pace.

incamminoverso @ 18 h 47 min
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San Giacomo il Maggiore

Posté le Vendredi 25 juillet 2014

San Giacomo il Maggiore dans immagini sacre saint-james-the-greater-14

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BENEDETTO XVI: GIACOMO, IL MAGGIORE

Posté le Vendredi 25 juillet 2014

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060621_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 21 giugno 2006

GIACOMO, IL MAGGIORE

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie di ritratti degli Apostoli scelti direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Abbiamo parlato di san Pietro, di suo fratello Andrea. Oggi incontriamo la figura di Giacomo. Gli elenchi biblici dei Dodici menzionano due persone con questo nome: Giacomo figlio di Zebedeo e Giacomo figlio di Alfeo (cfr Mc 3,17.18; Mt 10,2-3), che vengono comunemente distinti con gli appellativi di Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore. Queste designazioni non vogliono certo misurare la loro santità, ma soltanto prendere atto del diverso rilievo che essi ricevono negli scritti del Nuovo Testamento e, in particolare, nel quadro della vita terrena di Gesù. Oggi dedichiamo la nostra attenzione al primo di questi due personaggi omonimi.
Il nome Giacomo è la traduzione di Iákobos, forma grecizzata del nome del celebre patriarca Giacobbe. L’apostolo così chiamato è fratello di Giovanni, e negli elenchi suddetti occupa il secondo posto subito dopo Pietro, come in Marco (3,17), o il terzo posto dopo Pietro e Andrea nel Vangeli di Matteo (10,2) e di Luca (6,14), mentre negli Atti viene dopo Pietro e Giovanni (1,13). Questo Giacomo appartiene, insieme con Pietro e Giovanni, al gruppo dei tre discepoli privilegiati che sono stati ammessi da Gesù a momenti importanti della sua vita.
Poiché fa molto caldo, vorrei abbreviare e menzionare qui solo due di queste occasioni. Egli ha potuto partecipare, insieme con Pietro e Giovanni, al momento dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani e all’evento della Trasfigurazione di Gesù. Si tratta quindi di situazioni molto diverse e l’una dall’altra: in un caso, Giacomo con gli altri due Apostoli sperimenta la gloria del Signore, lo vede nel colloquio con Mosé ed Elia, vede trasparire lo splendore divino in Gesù; nell’altro si trova di fronte alla sofferenza e all’umiliazione, vede con i propri occhi come il Figlio di Dio si umilia facendosi obbediente fino alla morte. Certamente la seconda esperienza costituì per lui l’occasione di una maturazione nella fede, per correggere l’interpretazione unilaterale, trionfalista della prima: egli dovette intravedere che il Messia, atteso dal popolo giudaico come un trionfatore, in realtà non era soltanto circonfuso di onore e di gloria, ma anche di patimenti e di debolezza. La gloria di Cristo si realizza proprio nella Croce, nella partecipazione alle nostre sofferenze.
Questa maturazione della fede fu portata a compimento dallo Spirito Santo nella Pentecoste, così che Giacomo, quando venne il momento della suprema testimonianza, non si tirò indietro. All’inizio degli anni 40 del I secolo il re Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande, come ci informa Luca, “cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa, e fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni” (At 12,1-2). La stringatezza della notizia, priva di ogni dettaglio narrativo, rivela, da una parte, quanto fosse normale per i cristiani testimoniare il Signore con la propria vita e, dall’altra, quanto Giacomo avesse una posizione di spicco nella Chiesa di Gerusalemme, anche a motivo del ruolo svolto durante l’esistenza terrena di Gesù. Una tradizione successiva, risalente almeno a Isidoro di Siviglia, racconta di un suo soggiorno in Spagna per evangelizzare quella importante regione dell’impero romano. Secondo un’altra tradizione, sarebbe invece stato il suo corpo ad essere trasportato in Spagna, nella città di Santiago di Compostella. Come tutti sappiamo, quel luogo divenne oggetto di grande venerazione ed è tuttora mèta di numerosi pellegrinaggi, non solo dall’Europa ma da tutto il mondo. E’ così che si spiega la rappresentazione iconografica di san Giacomo con in mano il bastone del pellegrino e il rotolo del Vangelo, caratteristiche dell’apostolo itinerante e dedito all’annuncio della “buona notizia”, caratteristiche del pellegrinaggio della vita cristiana.
Da san Giacomo, dunque, possiamo imparare molte cose: la prontezza ad accogliere la chiamata del Signore anche quando ci chiede di lasciare la “barca” delle nostre sicurezze umane, l’entusiasmo nel seguirlo sulle strade che Egli ci indica al di là di ogni nostra illusoria presunzione, la disponibilità a testimoniarlo con coraggio, se necessario, fino al sacrificio supremo della vita. Così Giacomo il Maggiore si pone davanti a noi come esempio eloquente di generosa adesione a Cristo. Egli, che inizialmente aveva chiesto, tramite sua madre, di sedere con il fratello accanto al Maestro nel suo Regno, fu proprio il primo a bere il calice della passione, a condividere con gli Apostoli il martirio.
E alla fine, riassumendo tutto, possiamo dire che il cammino non solo esteriore ma soprattutto interiore, dal monte della Trasfigurazione al monte dell’agonia, simbolizza tutto il pellegrinaggio della vita cristiana, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, come dice il Concilio Vaticano II. Seguendo Gesù come san Giacomo, sappiamo, anche nelle difficoltà, che andiamo sulla strada giusta.

 

incamminoverso @ 17 h 58 min
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27 LUGLIO 2014 | 17A DOMENICA – « IL REGNO DEI CIELI È SIMILE A UN TESORO NASCOSTO IN UN CAMPO »

Posté le Vendredi 25 juillet 2014

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/17a-Domenica-A/12-17a-Domenica-A-2014-SC.htm

27 LUGLIO 2014 | 17A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« IL REGNO DEI CIELI È SIMILE A UN TESORO NASCOSTO IN UN CAMPO »

Delle tre parabole che ci vengono presentate dalla Liturgia odierna e concludono il cosiddetto « discorso parabolico » di san Matteo, quella della « rete gettata nel mare » e che « raccoglie ogni genere di pesci » è un po’ marginale alla « globalità » del discorso che viene sviluppato dalle altre letture bibliche. Esso, infatti, è tutto concentrato sulla inestimabile preziosità del « regno » o della « parola » del Signore, per i quali conviene « rischiare » tutto quello che abbiamo e che siamo. La nostra « perdita » non sarebbe mai così grande come quella della perdita del « regno »!
Ciò nonostante, anche la parabola della rete assume un suo particolare rilievo in questa prospettiva di fondo. Pur assomigliando per il contenuto a quella della zizzania già esaminata (cf Mt 13,24-30.36-43), essa in realtà mette l’accento sulla fase escatologica di cernita e di separazione « definitiva » fra il bene e il male: « Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridori di denti » (Mt 13,49-50).
È un monito ai lettori del Vangelo perché facciano in tempo la loro scelta « radicale » per Cristo, prima che avvenga la cernita del giudizio ultimo e irreversibile.

« La legge della tua bocca è preziosa »
Abbiamo detto che la globalità del messaggio biblico è orientata sulla preziosità del « regno » di Dio o della « parola » del Signore, che, in fin dei conti, sono due realtà molto rassomiglianti, se non proprio identiche, nel senso che la « parola » non solo annuncia, ma produce anche il « regno »: esattamente come si è verificato in Cristo.
Si vedano alcune espressioni bellissime riprese dal Salmo 119, il quale, come tutti sanno, è una commossa celebrazione della « legge » e dei « precetti » del Signore:
« La legge della tua bocca mi è preziosa
più di mille pezzi d’oro e d’argento
Perciò amo i tuoi comandamenti
più dell’oro, più dell’oro fino.
Per questo tengo cari i tuoi precetti
e odio ogni via di menzogna…
La tua parola nel rivelarsi illumina,
dona saggezza ai semplici » (Sal 119,72.127-128.130).

« Concedi al tuo servo un cuore docile, che sappia distinguere il bene dal male »
Anche la preghiera di Salomone, fatta proprio all’inizio del suo regno, dopo i tempestosi anni di Davide, mette in evidenza l’ansia verso ciò che nella vita di ogni uomo, ma soprattutto di chi ha responsabilità di guida per gli altri, vale di più, cioè la « ricerca » della « sapienza » e del « discernimento »: la ricchezza e la potenza non fanno più stimabile chi governa o chi presiede, ma semmai lo rendono più detestabile, se insieme, e prima ancora, non ha sapienza e bontà che gli insegnino a usare bene del « potere ». È la storia di sempre, nella società civile e, purtroppo, anche nella Chiesa.
Davanti, dunque, all’invito del Signore di « chiedergli » qualunque cosa desiderasse, Salomone così prega: « Signore Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene, io sono un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che ti sei scelto, popolo così numeroso che non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso? » (1 Re 3,7-9).
Nei versi successivi Dio loderà Salomone perché non gli ha chiesto « né ricchezza, né lunga vita, né vittoria sui nemici » (v. 11), e perciò gli concederà, « un cuore saggio e intelligente », oltre alle numerose altre cose non richieste (vv. 12-13).
È una preghiera, quella di Salomone, che ha intuito l’essenziale non solo nella vita di un re, ma anche nella vita di ogni uomo: e cioè che tutto viene da Dio, in special modo la « docilità » del cuore per saper « distinguere il bene dal male » e scoprire quello che è utile o giovevole ai fratelli. In altre parole, la misura giusta per valutare i nostri comportamenti e le nostre azioni, soprattutto se abbiamo responsabilità nella Chiesa o fuori, a qualsiasi livello, è il rispetto, la crescita, il bene degli altri: è questo che Dio vuole soprattutto. Questo è il « primum » (cf Mt 6,33) indispensabile, da ricercare a tutti i costi; il resto non ha alcun senso, o può escludere addirittura dal regno di Dio.
Anche la Colletta iniziale si pone nello sfondo di queste considerazioni, quando ci fa chiedere a Dio di non perdere mai di vista, nelle fluttuazioni di questa vita, i « beni » che non tramontano mai: « O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni, nella continua ricerca dei beni eterni ».
Dio non vuole che, per ricercare lui, fuggiamo dal mondo o ci disinteressiamo degli altri: vuole soltanto che « usiamo saggiamente » delle cose create, scoprendo le sue tracce dovunque e aiutando i fratelli a camminare alla sua « ricerca », come Salomone aveva chiesto di fare per il suo popolo « così numeroso ».

« Il regno dei cieli è simile a un mercante di perle preziose »
Ma veniamo adesso al brano di Vangelo, che ci presenta quella meravigliosa coppia di parabole che illuminano anche meglio quanto stiamo dicendo, cioè la parabola del tesoro nascosto e quella della perla preziosa (vv. 44-46).
Per comune ammissione, queste due parabole, esclusive di san Matteo, vogliono trasmettere un identico insegnamento, naturalmente accentuandone l’importanza proprio con la tecnica della ripetizione. In ciascuna di esse, infatti, troviamo un uomo che scopre improvvisamente un « tesoro » di inestimabile valore e che si sforza di acquistare al più presto, vendendo tutto ciò che possiede.
Ma qual è il preciso insegnamento delle due brevissime parabole? Qualcuno ha voluto insistere sul motivo della « gioia » con cui il protagonista, almeno quello della prima scena, compie la sua operazione rischiosissima: « Va, pieno di gioia, e vende i suoi averi e compra quel campo » (v. 44). « Il punto decisivo non è la vendita da parte dei due protagonisti delle parabole di quanto possedevano, bensì il motivo della loro decisione: l’essere stati sopraffatti dalla grandezza della loro scoperta. Così avviene del regno di Dio. La buona novella del suo avvento sopraffà, dona la grande letizia, orienta tutta la vita al compimento della comunità di Dio, effettua la più appassionante delle dedizioni ».1
A nostro parere, pur tenendo conto di questo dato della « gioia », che compensa ampiamente il rischio dell’operazione compiuta, la « punta » della parabola sta precisamente nel « coraggio » del rischio e della decisione davanti a una scoperta di eccezionale valore: e la « scoperta » è proprio lui, il Cristo, che con la sua presenza, con le sue opere di salvezza, anche fisica, con la sua dottrina, con il suo invito a seguirlo, rappresenta ed è il « regno ».2
Si può dunque attendere, ondeggiare, fare il calcolo di ciò che si perde o si guadagna, quando è evidente che nulla è paragonabile, in prezzo, a lui e al suo Vangelo? Neppure la vita si perde, se si gioca per lui! « Chi avrà trovato la sua via, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà » (Mt 10,39).

L’ »esclusivismo » di Dio
E si noti che l’urgenza della decisione non è sollecitata dalla preoccupazione che « il momento propizio » (cf 2 Cor 6,2) scocchi adesso sul quadrante della storia e non ritorni più. È vero anche questo; ma è vero soprattutto che l’urgenza nasce dalla « densità » salvifica del momento, dalla « ricchezza » che io ho davanti, a portata di mano, e non oso afferrare proprio per paura di dovere lasciar cadere dalle mie mani gli stupidi giocattoli che me ne impediscono la presa coraggiosa e la tenuta robusta.
È già disprezzare il « regno » attendere un attimo solo per entrarci, o illudersi di poterci entrare portandoci anche qualcosa di nostro, pensando forse di poterci stare meglio.
« C’è un esclusivismo di Dio, che però non si esercita alla maniera di quelli umani. Dio non è una realtà creata che occupa, nell’ambito dell’essere, un posto da cui esclude, per la sua esistenza stessa, tutte le altre realtà create. La presenza di Dio non scaccia l’umano: essa lo penetra e lo trasforma. Ma l’umano deve lasciarsi penetrare interamente; deve, per così dire, lasciarsi togliere a se stesso. La presenza di Dio, nella sua esigenza esclusiva, è compatibile con tutto ciò che, nella creazione, non è affetto dal peccato. A condizione però di rinnovare tutto.
Si arriva così alla questione dell’umanesimo: Dio è reperibile senza che l’uomo rinunzi a se stesso per lui? La ricchezza umana, non penetrata da Dio, esclude praticamente Dio. Il meglio diventa allora il peggio. Si arriva a professare o a vivere un umanesimo esclusivo, e il godimento indefinito della ricchezza umana fa perdere l’occasione di acquistare la perla unica. Si adora l’uomo al posto di Dio. Il regno è qualche cosa che si ottiene solamente rinunciando a tutto il resto » (Y. de Montcheuil).
Anche se non tutto è escluso dal regno, tutto vi deve però arrivare « rinnovato ». Ed è proprio per questo che abbiamo tutti una terribile paura a « vendere quello che abbiamo » per comprare il campo con il tesoro nascosto o la perla preziosa di cui parla il Vangelo.
Eppure questa è l’unica « saggezza » di cui deve dare prova il vero « discepolo » di Cristo, che al termine del brano viene paragonato, con un abbozzo di nuova piccola parabola, a « un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche » (v. 52). Gli esegeti leggono normalmente in questo versetto come una discreta annotazione autobiografica di Matteo, che descriverebbe così non solo la sua esperienza personale, ma anche il suo lavoro di composizione del primo Vangelo: un immenso « tesoro », in cui confluisce tutto il meglio dell’Antico Testamento (« le cose vecchie »), riletto e reinterpretato alla luce di quella « novità » radicale che è Cristo.
Applicato ad ogni discepolo del Signore, il proverbio potrebbe essere un invito non solo ad approfondire l’immensa « ricchezza » del Vangelo, lasciatoci in eredità da Gesù stesso e dalle prime generazioni cristiane, ma anche a « integrarlo » con le « nuove » esperienze di vita che la sua luce e la sua forza volta per volta ci suggeriranno. È anche questo un modo per scoprire e far scoprire la preziosità del « tesoro » che ogni generazione deve da capo dissotterrare e far risplendere davanti al mondo. È il famoso « quinto Evangelio », che deve essere riscritto ogni giorno dai cristiani: « E se tu mi domandi quale sia il quinto Evangelio, rispondo che è l’Evangelio eterno che costoro stanno scrivendo e non cesserà di essere scritto fino all’ultima salvezza ».3

« Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio »
Anche la brevissima, ma densa lettura paolina ci invita a riflettere sulla « preziosità » della vita cristiana, che è esclusivo dono dell’amore di Dio in Cristo. Egli ci ha pensati da sempre in Cristo (cf Ef 1,3-14) e tutto ha ordinato e « preordinato » per il nostro « bene »: la vita, la morte, le tristezze, le gioie, la salute, la malattia, il successo, l’insuccesso, ecc. L’importante è saper esprimere nella nostra vita « l’immagine del Figlio suo » (Rm 8,29). È in questa maniera che il « regno » di Dio si dilata e da Cristo si comunica anche a noi. « Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli: quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati » (Rm 8,28-30).
Come si vede, nel disegno di Dio c’è già perfino la nostra « glorificazione » finale. A una condizione però: quella di « riamare » Colui che da sempre ci ha amati!

Da: CIPRIANI S.,

incamminoverso @ 17 h 56 min
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San Charbel

Posté le Jeudi 24 juillet 2014

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incamminoverso @ 18 h 22 min
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