SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

 ciao, mi trasferirò verso febbraio marzo, spero di poter lavorare un po’ di più in questo periodo 

ho un altro blog su San Paolo Apostolo, solo per testi scelti, i più belli per me, titolo: La (mia) pagina di San Paolo, link:

http://unapaginapersanpaolo.blogspot.it/

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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

Publié dans : ANNO PAOLINO | le 9 mars, 2008 |25 Commentaires »

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

Publié dans : LITURGIA DEL GIORNO | le 9 mars, 2008 |Pas de Commentaires »

The Church of the Nativity in Bethlehem

The Church of the Nativity in Bethlehem dans immagini sacre crypt-of-church-of-nativity-star-of-bethlehem

http://triggerpit.com/2011/03/28/church-of-nativity-walk-trough-where-jesus-christ-was-born/

Publié dans : immagini sacre | le 9 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – RISUONA UN INVITO: ENTRARE NELLA GIOIA

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – RISUONA UN INVITO: ENTRARE NELLA GIOIA

GAUDETE (11/12/2016)

mons. Roberto Brunelli

La liturgia della terza domenica di Avvento esordisce con un invito alla gioia, tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi: « Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi ». Qualcuno obietterà che di questi tempi c’è poco da rallegrarsi, visto come va il mondo. Altri, badando alla propria vita, possono trovare di che lagnarsi, per cento ragioni. Ed è quasi inutile ricordare, a chi è tenacemente pessimista, che il mondo è sempre andato male, e tutti gli uomini hanno sempre avuto motivi di lagnanza.
Uno sforzo di obiettività, tuttavia, dovrebbe portare chi guarda sempre attraverso occhiali scuri a vedere, accanto al negativo, anche tanto di positivo. Può aiutare allo scopo la non dimenticata enciclica di papa Francesco, che sin dal titolo (‘La gioia del vangelo’) pare un commento alla frase di Paolo riportata sopra.
? Scrive tra l’altro il papa: « La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia ». « Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio: molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto. Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore ».?
Anche la prima lettura di oggi (Isaia 35,1-10) è tutta un invito alla gioia: « Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo… ». Nel suo scritto il papa echeggia l’invito con una serie di citazioni bibliche, appunto sulla gioia. Tra le altre: « I libri dell’Antico Testamento avevano proposto la gioia della salvezza, che sarebbe diventata sovrabbondante nei tempi messianici. Il profeta Isaia si rivolge al Messia atteso salutandolo con giubilo: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (9,2). E incoraggia gli abitanti di Sion ad accoglierlo con canti: «Canta ed esulta!» (12,6). Chi già lo ha visto all’orizzonte, il profeta lo invita a farsi messaggero per gli altri: «Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme» (40,9).
? Scrive ancora il papa: « Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il saluto dell’angelo a Maria (Luca 1,28), che accoglie l’invito proclamando: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (1,47). Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Giovanni 15,11). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (2,46). Dove i discepoli passavano «vi fu grande gioia» (8,8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, «erano pieni di gioia» (13,52). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia? »

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 9 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »

LETTERA AI ROMANI CAP 10

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LETTERA AI ROMANI CAP 10

Cap. 10

1Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera presso Dio per loro per la salvezza.
2 Infatti rendo ad essi testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo conoscenza.
3 Ignorando infatti la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, alla giustizia di Dio non si sottomisero: 4 Fine infatti della legge è Cristo per la giustizia ad ogni credente.
5 Mosè infatti scrive la giustizia quella dalla legge: L’uomo che avrà fatto quelle cose vivrà per esse. 6 Invece la giustizia da fede così dice: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà nel cielo? Questo è far discendere Cristo; 7 o, Chi discenderà nell’abisso? Questo è far risalire Cristo dai morti.
8 Ma cosa dice? Vicino a te è la parola, nella tua bocca e nel tuo cuore. Questa è la parola della fede che annunciamo.
9 Poiché se confessi con la tua bocca il Signore Gesù e credi nel tuo cuore che Dio lo risuscitò da morti sarai salvo.
10 Col cuore infatti si crede per la giustizia con la bocca invece si confessa per la salvezza. 11Dice infatti la Scrittura: ogni credente in lui non sarà svergognato.
12 Non c’è infatti distinzione di Giudeo e di Greco, essendo infatti lo stesso Signore di tutti ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Ognuno infatti che invochi il nome del Signore sarà salvato.
14 Come dunque invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come poi crederanno a colui del quale non hanno udito?
Come poi ascolteranno senza uno che annunci?
15 Come annunceranno se non sono stati inviati?
Come è scritto: Come sono belli i piedi di coloro che annunciano la buona notizia, le cose buone.
16 Ma non tutti obbedirono alla buona notizia. Isaia infatti dice: Signore chi credette all’ascolto di noi.
17 Dunque la fede (è) da ascolto, l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
18 Ma dico: forse non udirono? Anzi! Per tutta la terra uscì il loro suono ed alle estremità del mondo le loro parole.
19 Ma dico: Forse Israele non ha capito?
Per primo Mosè dice: Io vi spingerò a gelosia di una non nazione, per una nazione insipiente provocherò sdegno a voi.
20 Isaia poi osa e dice: Sono stato trovato da quelli che non cercano me, manifesto divenni a quelli che di me non domandano. 21 Riguardo poi Israele dice: Tutto il giorno distesi le mie mani verso un popolo disobbediente e contraddicente.

1 Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera presso Dio per loro per salvezza.
Nessun rancore in Paolo verso il proprio popolo e nessun sentimento di rifiuto, ma un amore molto grande e un pungolo nel cuore e una preghiera incessante a Dio. L’inganno va scoperto e non si deve tenere nascosto. C’è uno zelo negli Israeliti che bisogna pur riconoscere. L’Apostolo stesso ne è testimone; ma è senza luce e porta fuori strada.
2 Infatti rendo ad essi testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo conoscenza.
Certamente gli Ebrei molto si danno da fare per Dio, ma peccano in conoscenza. Sono molto attenti a quello che fanno per il Signore, non comprendono e non tengono in considerazione quello che Dio ha fatto e fa per loro. Israele deve innanzitutto capire il senso della propria elezione e della propria diversità. E’ una diversità data e creata dalla visita del Signore e non dai propri meriti. Bisogna ascoltare e comprendere quello che il Signore dice, per imboccare la strada giusta e non affannarsi invano. Non si risponde ad una chiamata del tutto particolare ed eccezionale semplicemente con uno zelo quantitativamente diverso, ma deve essere anche diverso dal punto di vista della qualità. Deve lasciarsi illuminare dalla Parola rivelata. Altrimenti tutto si risolve in una esaltazione di coloro che egli ha visitato e non di Colui che li ha visitati. Chi riceve un annuncio deve innanzitutto ben ascoltare per ben comprendere. Non si diventa bravi discepoli con un impegno senza ascolto. Se Dio non avesse niente da dire all’uomo e tutto si risolvesse con le nostre opere, quale il senso e l’utilità della Parola rivelata. Paolo ha già dimostrato che la legge non è prerogativa esclusiva di Israele. Tutti gli uomini ricevono da Dio una legge che viene da Dio, diversa per quel che riguarda la forma, la stessa per quel che riguarda il suo fondamento ed il suo fine. Nella Parola data ad Israele vi è qualcosa di più, così come l’Apostolo ha ampiamente ed insistentemente dimostrato. In essa si viene manifestando la giustizia divina, in un crescendo continuo, che prepara la venuta del Cristo e l’annuncio del Vangelo. Ma gli Ebrei non comprendono e non vogliono comprendere altra giustizia se non quella dell’uomo.
3 Ignorando infatti la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, alla giustizia di Dio non si sottomisero:
Tutta la Parola rivelata attesta la giustizia del Signore, non è data perché l’uomo accresca la fiducia in se stesso e nel proprio operare per Dio, ma al contrario per insinuare il dubbio e portare alla fede nella giustizia del Signore, così come si manifesta da ultimo nella pienezza del Figlio. Soltanto un pervicace ed ostinato attaccamento alla propria giustizia spiega il rifiuto di Cristo. Se non hanno accolto la parola di Gesù, vuol dire che non hanno ascoltato e compreso la Parola che è data prima di Gesù. Non è un’altra Parola, è l’unica e medesima, si pone sulla stessa lunghezza d’onda. E’ data per creare nell’uomo una migliore e maggiore conoscenza della giustizia divina, non perché si affermi e si accresca un’altra. Per gli Ebrei tutto è andato alla rovescia. L’insistenza e la persistenza del dono della Parola, non ha creato in loro una fede insistente e persistente nella giustizia divina, al contrario si è radicata in loro una fede nell’operare dell’uomo, assai difficile da estirpare. Il seme della Parola è buono, ma coltivato in un terreno cattivo, senza intelligenza e discernimento è stato soffocato da un altro seme che ha bensì parvenza divina, ma conduce alla morte. Perché la Parola del Satana non si arrende e non si ritira davanti alla Parola del Signore, semplicemente la fa sua , volgendola in una direzione opposta, ottenebrando le menti di coloro che la ricevono. Invece di accogliere il Salvatore, con quello spirito che è dato e creato dall’ascolto della Parola gli Ebrei hanno continuato a rincorrere se stessi, illudendosi di una salvezza meritata in virtù delle proprie opere e non semplicemente donata in virtù del sacrificio di Cristo.
4 Fine infatti di legge Cristo per giustizia ad ogni credente
La legge è in funzione di Gesù e porta alla fede nel Salvatore. Afferma nell’uomo una giustizia, ma è una giustizia creata da Gesù in virtù della fede nel suo nome, e non in virtù delle opere. C’è anche chi si arena in una propria giustizia : è pago di essa e vive per essa, ma si inganna: è cieco e guida di ciechi.
5 Mosè infatti scrive la giustizia quella dalla legge: L’uomo avente fatto quelle cose vivrà in esse.
E’ Mosè stesso che spiega il senso di quella giustizia che viene da una osservanza piena e veritiera della Legge. “L’uomo che avrà fatto quelle cose, vivrà in esse. Giustamente dice vivrà e non vive in virtù di esse. Perché la vita, quella vera, non è nell’immediatezza dell’osservanza della Legge, ma ne è il risultato finale, allorché esaurito il suo compito di pedagogo, la Legge ci porta all’incontro con il Cristo.
Il frutto della fede, al contrario, è nell’attualità e nell’immediatezza della nostra vita. Con la venuta del Cristo, la Legge è adempiuta nel senso più proprio e pieno. L’opera dell’uomo cede il posto a quella di Dio.
Felice l’uomo che non crede alla propria giustizia e non la insegue vanamente. Non ha la presunzione di salire in cielo, così da farne discendere Cristo; né si illude di poter scendere nell’abisso per far fuori Satana, così da vanificare la morte di Gesù. Chi innalza se stesso al Cielo abbassa il Signore e chi crede di vedersela da solo col Diavolo rende nulla la vittoria del Signore sul Maligno. Cristo è disceso dal cielo ed è risuscitato dai morti, perché tu abbia posto con Lui e non perché tu prenda il suo posto. La salvezza che tu vedi lontana è in realtà vicina, è già fatta ed è già donata in virtù del solo Figlio.
6 Invece la giustizia da fede così dice: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà nel cielo? Questo è far discendere Cristo, 7 o chi discenderà nell’abisso? Questo è far risalire Cristo da morti.
Non c’è più bisogno di fare tanta strada in su fino al cielo ed in giù fino all’abisso. Perché salire in cielo per riportare Dio sulla terra, quando il Salvatore è già venuto tra noi? Non ci sarà un’altra e diversa salvezza. Perché discendere nell’abisso per strappare la vita dalla morte, quando l’ha già fatto Cristo? Non ci sarà un’altra morte e resurrezione del Salvatore. Cerca più da vicino, guarda e vedi più attentamente chi si è posto accanto a te.
8 Ma cosa dice? Vicino a te è la parola, nella tua bocca e nel tuo cuore. Questa è la parola della fede che annunciamo.
Se la salvezza è già stata operata dal Cristo, a te non resta che farla tua. Ma come? Semplicemente invocandola con la tua bocca, confessando che Gesù è Signore e Salvatore, e credendo nel tuo cuore, che Dio lo ha risuscitato dai morti e che vive in eterno perché noi in eterno viviamo con Lui, nell’unica gloria dell’unico Dio. E’ questa la fede annunciata dall’Apostolo.
9 Poiché se confessi con la tua bocca Signore Gesù e credi nel tuo cuore che Dio lui risuscitò da morti sarai salvo.
Mi chiederai perché Paolo metta prima la professione di fede che viene dalla bocca e poi la fede che viene dal cuore. Da un punto di vista logico sembra proprio il contrario: prima si crede col cuore, poi si fa professione di fede con la bocca. Quello che è scritto subito dopo sembra quasi una rettifica ed una correzione.
10 Col cuore infatti si crede per giustizia con la bocca invece si confessa per salvezza. 11 Dice infatti la Scrittura: ogni credente in lui non sarà svergognato.
L’Apostolo recupera la priorità della fede che viene dal cuore rispetto alla fede che viene confessata con la bocca. Si è dunque sbagliato L’Apostolo ed ha voluto alla fine rettificare? Niente affatto! Perché se noi aspettiamo che la fede venga dal cuore, va a finire che mai la proclamiamo. Non si deve aspettare, ma si deve subito confessare la nostra adesione piena e totale all’opera di Dio. Sarà il Signore a rafforzare la fede nel nostro cuore. Aprendo la nostra bocca, esprimiamo bensì la pochezza della nostra fede, ma spalanchiamo la porta a Dio perché arrivi al nostro cuore. Nessuna confessione di fede cade a vuoto. Se ne esce sempre rafforzati e vivificati. Hai bisogno dell’imbeccata di Dio? Apri prima la bocca e non resterai col cuore vuoto. La bocca, innanzitutto, è veicolo di fede. Non manifesta semplicemente la fede che abbiamo, ma è strumento offerto a Dio, perché entri nel nostro cuore. E’ bello e giusto dar lode al Signore, non solo per esprimere a lui gratitudine, ma anche per essere da Lui confermati e rafforzati. Non perdere tempo e non lasciarti prendere dai tuoi vani ragionamenti riguardo alla fede. Non ne avrai alcun giovamento. Da lode subito al Signore, proclama la tua fede e lascia poi fare a Lui.
Dice infatti la Scrittura che chiunque crede in lui non arrossirà.
E’ il rossore e solo il rossore il vero specchio del cuore, il suo riflesso immediato, quello che lo manifesta per ciò che è. La parola non può manifestare pienamente il cuore, in essa può esserci l’equivoco e l’inganno. Ma non c’è altra via per andare a Dio e per essere da lui visitati, se non attraverso la bocca. Comprendi quanto sia importante dar lode a Dio, invocare la sua salvezza, nella confessione dei propri peccati. Alla fine ti troverai con un cuore nuovo e non dovrai arrossire davanti al Signore. Si prova rossore per colui che non si conosce, quando non c’è familiarità e si sta poco assieme, quando c’è senso di colpa per i torti fatti. Ma rotto il muro di silenzio, si comincia a parlare, a mettere le cose in chiaro, si diventa amici e fratelli e figli e si gode dell’aiuto e dei doni del Padre. Altro è ragionare di Dio, altro è parlare con Dio. Altro è disquisire ed indagare sulla fede, altro è proclamare la propria fede.
12 Non c’è infatti distinzione di Giudeo e di Greco, infatti lo stesso Signore di tutti essente ricco verso tutti gli invocanti lui. 13 Ognuno infatti che invochi il nome del Signore sarà salvato.
Niente di più bello e di più confortante delle parole dell’apostolo Paolo. Non c’è più distinzione che tenga. Che tu sia Giudeo o gentile, che tu sia più o meno peccatore, non ha rilevanza alcuna per la salvezza. C’è un solo Signore per tutti, e a tutti dona con ricchezza. Ma bisogna aprire il proprio cuore e prima ancora la propria bocca, perché Dio non può arrivare al cuore senza prima passare per la bocca. Non si può ascoltare per forza altrui, ma si può venire ingozzati della sua parola. “Dilata la tua bocca ed io la riempirò”.Certo l’ascolto passa per l’udito, ma allorché l’uomo ha scarsa capacità di ascolto, il Signore può ben seguire un’altra via, affermare non semplicemente la potenza della Parola che viene udita, ma ancor prima quella della parola che viene detta, allorché la nostra bocca invoca il Suo nome. La Parola ha una sua potenza, non soltanto quando viene ascoltata, ma anche quando viene invocata. Se noi siamo sordi alla voce di Dio, Dio non è sordo alla nostra voce. L’ascolto è già dell’uomo maturo. Non segna semplicemente l’ingresso nella fede, ma il cammino della fede. Può Dio accrescere la nostra capacità e volontà di ascolto se prima non gli manifestiamo la nostra fede in Lui: non semplicemente quella che abbiamo ma quella che vorremmo avere? Da un punto di vista logico sembrerebbe tutto il contrario. Dapprima si ascolta la parola del Signore, poi si aderisce ad essa col cuore, infine si confessa la propria fede. Ma la fede che viene dall’ascolto è quella già radicata e cresciuta, quella che viene dalla confessione e dall’invocazione al Signore è la fede che vuole crescere e chiede di essere accresciuta.
Paolo recupera alla fine la priorità della fede che viene dall’ascolto, ma essa nulla toglie a quella che viene dalla confessione della bocca e dall’invocazione del nome del Signore: è la prima, la più semplice e la più immediata, il primo canale d’ingresso per Dio. Quello che tutti gli uomini possono fare da subito, indipendentemente dalla loro capacità di ascolto e dal cammino già fatto.
14 Come dunque invocheranno colui non hanno creduto? Come poi crederanno del quale non hanno udito?
Quando si invoca il nome del Signore c’è già una fede in atto, anche se piccola. Non si invoca colui nel quale non si crede. Non cresce la fede che non c’è, ma quella che ha già messo qualche radice. Allorché la fede si mette in moto vuole una propria chiarezza in rapporto a Colui che è oggetto del credere, per poter crescere di conoscenza in conoscenza; vuole anche una propria profondità in rapporto al proprio cuore, per mettere salde radici. E a questo punto si rivela l’importanza dell’annuncio evangelico. Si crede a Dio nell’immediatezza del proprio cuore e si afferra al volo la sua chiamata. Ma non c’è sequela senza ascolto. Dopo aver proclamato la nostra fede nel Signore dobbiamo far silenzio, chiudere la bocca ed aprire le orecchie per ascoltare la sua parola.
Come poi ascolteranno senza annunciante?
15 Come poi annunceranno se non sono stati inviati?
Se è Dio stesso che chiama alla fede ogni uomo e a tutti chiede l’invocazione del suo nome, certo non si può nascere e crescere nella vita di Dio, tramite un rapporto immediato con Lui, attraverso le vie di una parola che è semplicemente in un rapporto a due. Quello che Dio dice ad ognuno di noi, lo dice a tutti, non seguendo le vie di tante rivelazioni, una per ogni uomo, ma attraverso le vie di una sola rivelazione. A nessun uomo Dio parla in maniera immediata, se non a quelli di cui si è servito per la stesura scritta della sua Parola. Di loro nessun ricordo, perché la Parola appartiene tutta a Dio e solo a Dio. Nessuno può pretendere una propria rivelazione che sia fuori ed oltre l’unica rivelazione. E a nessuno può arrivare l’annuncio della Parola se non attraverso la sua chiesa e coloro che da essa sono mandati.
15 Come poi annunceranno se non sono stati inviati?
C’è anche chi predica senza essere inviato. E c’è anche chi li ascolta. Non c’è annuncio se non nell’umiltà e non c’è verità se non in coloro che si sottomettono alla chiesa. Nessuno può vagliare l’autenticità della parola che esce dalla propria bocca. Spetta alle altre parti del corpo. E bisogna saper pazientare ed operare nell’obbedienza e perdere ogni spirito di prevaricazione. Vi è un silenzio che fa bene all’intera chiesa e vi è una parola che fa male a tutto il corpo. Attenti ai visionari presuntuosi che sempre parlano e mai ascoltano. Fanno male a molti, dopo aver fatto male a se stessi. Non ascoltare la parola di chi non sa ascoltare, e non sottometterti a chi non è sottomesso. Se la testimonianza è di tutti, l’annuncio della parola è solo per coloro che sono inviati.
Come è scritto: Come belli i piedi degli annuncianti la buona notizia cose buone.
Come dunque sono belli i piedi di coloro che evangelizzano cose buone.
Capita raramente o forse mai di sentire lodata la bellezza dei piedi. Che siano utili è fuori discussione, ma che siano anche belli è tutto da vedere. E’ l’annuncio del vangelo che li fa belli ed è la parola di Dio che dona ad essi un soave profumo.
16 Ma non tutti obbedirono alla buona notizia. Isaia infatti dice: Signore chi credette all’ascolto di noi.
Se la salvezza è annunciata a tutti, non tutti accolgono l’annuncio. C’è anche chi oppone un netto rifiuto e chi rimane indifferente alla chiamata.
17 Dunque la fede da ascolto, l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
In queste poche parole è riassunto il senso della nostra fede. Sono il centro ed il cuore della Lettera ai Romani, non semplicemente perché occupano una posizione centrale nel testo, ma perché condensano in sé tutto quanto detto L’Apostolo è venuto fino ad ora affermando.
17 Dunque la fede da ascolto… Non giunge alla fede chi non ha volontà di ascolto. La fede è un dono semplicemente per ciò che essa porta con sé, per il cammino attraverso il quale si viene accrescendo ed è accresciuta da Dio. Ma in quanto alla sua origine ed al suo essere originata, dipende dalla volontà dell’uomo, è legata alla libertà dello spirito. Non ascolta chi non vuole ascoltare. E non c’è ascolto se non in un rapporto a due. Se uno parla, l’altro può ascoltare. Questa possibilità di ascolto non è garantita dall’uomo che vuol ascoltare, ma unicamente dalla Parola di Dio. Dai tempi di Adamo nel cuore dell’uomo, parla la voce di Dio, attraverso la coscienza, beninteso, non quella ripiegata su se stessa che ascolta se stessa, ma quella aperta all’Altro da sé, ovvero al suo Dio ed al suo Signore. Da sempre Dio si fa garante attraverso la sua voce della veridicità dell’ascolto. L’ascolto della voce della coscienza è veramente ascolto di Dio, ma si ammette pure la possibilità di una coscienza che non ha volontà di ascolto. Non per questo diventa sorda a qualsiasi parola, semplicemente si afferma in essa la voce dell’altro Dio, del Maligno, il riflesso di un io ribelle e disobbediente. V’è una buona coscienza e vi è una cattiva coscienza. Ma come può l’uomo giudicare da se stesso, quella coscienza che non è vera se non nel momento in cui viene giudicata e si fa giudicare da Colui che è il suo fondamento ed il suo fine? Nessuno è buon giudice di se stesso. Ed ecco l’importanza della Parola rivelata che viene data ad Israele.
l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
La Parola di Dio così come è stata data ad Israele non crea semplicemente la volontà di ascolto, ma la rafforza, la rinsalda, la fa crescere, non in un ambiguo confronto di se con se stesso, ma in quel confronto che si ha con una parola scritta, di per sé non suscettibile di cambiamento alcuno. Non solo. La Parola esce dalle secche di un confronto puramente individuale, da coscienza individuale, diventa coscienza collettiva di un intero popolo. In questo non annulla la propria individualità, ma la rafforza, la rincalza, le dà maggior chiarezza e sicurezza. Posso ben dubitare di quello che io solo comprendo, certamente son più sicuro quando la mia intelligenza è confermata o smentita da quella di un’intera comunità. La Parola di Dio quindi non solo accresce la volontà di ascolto, ma mi dà anche la capacità di ascolto, non in modo immediato, ma con quella mediazione che passa attraverso la comunità dei credenti, che è l’intero corpo della chiesa. Soltanto nella chiesa e per la chiesa, seguendo il suo cammino e la strada da essa indicata, la fede può crescere di conoscenza in conoscenza. C’è un ascolto immediato della Parola, c’è un ascolto mediato, che passa attraverso le vie dell’istruzione, dello studio della parola, del confronto con i fratelli che ci hanno preceduto e che hanno già aperto una strada. La Parola può ben dire qualcosa di nuovo ad ognuno di noi, ed effettivamente vuole dire sempre qualcosa di nuovo, ma non a chi abbandona la via maestra segnata da Israele prima, dalla chiesa poi. La potenza della Parola trova la sua espressione e manifestazione ultima nel Logos che si fa carne. In Lui è la vita e la pienezza di ogni vita. Non è giustificato un ritorno alla Parola del passato, se non per una migliore intelligenza della Parola che è ora presente, così come si fa ascoltare nel Nuovo Testamento e così come si fa mangiare nell’Eucarestia.
Se la salvezza viene solo dalla fede, la fede viene innanzitutto dalla volontà d’ascolto. Ma la nostra volontà di ascolto è di per sé vana se non viene garantita dalla Parola di Dio, così come è storicamente data ad ogni uomo attraverso le vie della coscienza. In Israele la Parola di Dio è data in una forma più piena come Legge, per raggiungere infine ogni adempimento ed ogni pienezza col Cristo. Colui che porta alla pienezza della fede è anche Colui che autentica e giudica ogni fede. Possiamo concludere che basta la fede per essere salvi? Dobbiamo concludere che non basta una qualsiasi fede, ma quella che è confermata e riconosciuta dal Figlio. Qualsiasi disquisizione su una salvezza che viene dalle opere o dalla sola fede è vana ed insensata. La fede non è un semplice assenso psicologico all’opera del Signore, è anche questo, ma è molto più di questo. E’ un cammino di salvezza. E’ la fede che garantisce un cammino in Dio, viceversa è Dio solo che garantisce la verità di una fede. Se la fede getta luce sulle opere, Gesù getta luce sulla stessa fede. Approvando, ma anche disapprovando, giustificando, ma anche condannando. Oltre la fede va solo il giudizio sulla fede. La fede chiede dunque la salvezza, ma prima ancora chiede di essere giudicata. Per l’uomo certo la fede si vede solo dalle opere, ma Dio vede oltre nel cuore dell’uomo. Vi è una dimensione esteriore della fede, che è data dalle opere: Vi è una dimensione interiore molto più grande e molto più profonda che solo il Signore comprende. Non è dato all’uomo di giudicare, ma gli è chiesto di lasciarsi giudicare. Allorché viviamo nella consapevolezza dell’incombente giudizio finale, la fede si arricchisce di contenuti e significati nuovi. Non c’è fede senza speranza nell’amore di Dio. E’ vera fede quella che confessa umilmente non i propri peccati, ma il proprio stato di peccato. Non entrerà nella vita eterna la fede che non rinnega il proprio spirito e la propria anima, fino a desiderare l’unico e solo Spirito Santo. Non c’è fede senza carità, ovvero non si ama Dio, se non nella consapevolezza che si è da Lui amati, fino a rinnegare ogni nostro amore per affermare e volere per sempre l’unico eterno Amore. Tutto questo è la fede e non solo parte di questo.
Qualcuno forse potrebbe obiettare che l’annuncio non è arrivato a tutti, e giustificare in questo modo la mancanza di fede. In realtà già ai tempi di Paolo gli apostoli avevano fatto il giro del mondo. Se la Parola di Dio non è ancora giunta in tutti gli angoli della terra, certamente il suo eco è arrivato lontano.
18 Ma dico: forse non udirono? Anzi! Per tutta la terra uscì il loro suono ed alle estremità del mondo le loro parole.
Per quel che riguarda Israele il discorso si fa più serio e più grave.
19 Ma dico: Forse Israele non ha conosciuto?
Israele non solo ha udito la parola di Dio, ma ha conosciuto anche la sua potenza, e la dolcezza del suo amore.
Perché mai Dio dovrebbe insistere e persistere in una elezione che non ha trovato risposta né gratitudine alcuna? Cerca altri figli adottivi, più umili e più ricettivi del suo amore. A costo di suscitare la gelosia di Israele: una gelosia estrema che arriva all’ira e alla persecuzione di chi si fa discepolo di Cristo.
Per primo Mosè dice: Io vi spingerò a gelosia di una non nazione, per una nazione insipiente provocherò sdegno a voi.
La legge e i profeti hanno preannunciato i tempi nuovi. Alla parola di Mosè, fa eco quella di Isaia.
20 Isaia poi osa e dice: Sono stato trovato dai me non cercanti, manifesto divenni ai di me non domandanti. 21 Riguardo poi Israele dice: Tutto il giorno distesi le mie mani verso un popolo disobbediente e contraddicente.
Se ci sono belle novità per i Gentili, brutte notizie per Israele: Il Signore si è stancato di protendere le sue mani verso un popolo non credente e ribelle. Di fronte ad una incredulità e ad una ribellione così manifeste, Dio non può più far finta di niente. I peccati d’Israele hanno sempre incontrato la misericordia divina, ma come ignorare il rifiuto del Cristo? Il Padre è stato ferito in Colui che gli è più intimo e più caro. La rottura ormai è consumata e niente e nessuno potrà ricucirla, se non per coloro che si ravvedono e dividono la loro causa da quella del loro popolo. Non tutti gli Israeliti hanno rifiutato il Salvatore, non tutti sono da Lui rigettati.

 

Publié dans : Lettera ai Romani | le 8 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »

An Icon of the Virgin Mary and Jesus, painted on a wooden panel

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Publié dans : immagini sacre | le 7 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »

“VEDI COME SI AMANO”. ROMANI 16 E LE CONOSCENZE DI PAOLO A ROMA

http://www.gliscritti.it/approf/2009/papers/lonardo020209.htm

“VEDI COME SI AMANO”. ROMANI 16 E LE CONOSCENZE DI PAOLO A ROMA

di Andrea Lonardo

Il fenomeno Facebook – il gesuita Spadaro in un recente articolo pubblicato sulla Civiltà cattolica afferma che l’8,5 per cento della popolazione italiana ha un profilo Facebook – manifesta insieme il desiderio di relazioni che sempre caratterizza l’essere umano e l’utopia che esse possano realizzarsi semplicemente nella virtualità del flusso telematico.
Il capitolo finale della lettera ai Romani, il famosissimo capitolo 16, presenta Paolo che, 2000 anni fa, conosce realmente fra le cento e le centocinquanta persone abitanti in una città che non ha ancora mai visitato. Sono, infatti, nominati diciassette nomi di uomini, sette nomi di donne, più due delle quali non compare il nome, più cinque gruppi di persone che si riuniscono nelle case di alcuni di loro.
Afferma il prof. Penna, nell’ultimo volume appena uscito del suo commentario alla lettera ai Romani, che le lettere dell’antichità contenevano ovviamente spesso saluti a terze persone, ma il numero massimo di esse attestato è nella lettera papiracea di una certa Diodora che, scrivendo ad un certo Valerio Massimo, lo prega di dare i suoi saluti a sei persone. La lettera ai Romani è così la lettera che contiene il maggior numero di persone da salutare in tutta l’antichità classica, superando di gran lunga il numero di sei.
Delle persone nominate Paolo sottolinea innanzitutto la loro attività evangelizzatrice. Febe, probabilmente la latrice della lettera ai Romani, la prima ad essere nominata, è definita “diacono della chiesa di Cencre” (Rm 16,1), dove “diacono” è da intendersi nella sua forza espressiva di servitrice. Paolo chiede ora ai romani di assistere Febe, come lei “ha protetto molti ed anche me stesso” (Rm 16,2).
Si parla poi di Maria “che ha faticato molto per voi” (Rm 16,6). Poi di Andronico e Giunia, “apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me” (Rm 16,7). Qui Paolo mostra di conoscere un ulteriore significato del termine “apostolo”: se egli sa bene che il ruolo dei Dodici è unico (cfr. ad esempio, 1 Cor 15,5), tuttavia utilizza il termine anche per altri missionari della prima generazione, forse appartenenti ai settantadue di cui parla l’evangelista Luca o agli “stranieri di Roma” presenti il giorno di Pentecoste. Andronico e Giunia potrebbero, forse, essere stati i primi evangelizzatori della comunità romana.
Si accenna poi ad Urbano, “nostro collaboratore in Cristo” (Rm 16,9), a Trifena e Trifosa che “hanno lavorato per il Signore” (Rm 16,12), poi a Perside che ha, anch’essa, “lavorato per il Signore” (Rm 16,12). Si ripetono i verbi che indicano il collaborare, il lavorare, l’affaticarsi per il vangelo e la sua diffusione, per il servizio dei fratelli. Se, nel capitolo 16, il numero degli uomini citati è maggiore, si sottolinea maggiormente il ruolo evangelizzatrice delle donne: sette donne e cinque uomini sono detti faticare nel Signore. Anche la persecuzione è stata motivo di fatica: Aquila e Priscilla “hanno messo in gioco il loro collo per la mia vita” (Rm 16,4), con riferimento alla possibilità della decapitazione che era riservata ai cittadini romani, mentre Apelle “ha dato buona prova in Cristo” (Rm 16,10).
Si sottolinea di alcuni l’essere punto di riferimento, anche per aver messo a disposizione la propria casa come luogo delle riunioni liturgiche e catechetiche. Sono citati subito dopo Febe, all’inizio del capitolo, Aquila e Priscilla “miei collaboratori in Cristo Gesù” (Rm 16,3) e “la comunità che si riunisce nella loro casa” (Rm 16,5), così quelli della casa di Narciso “che sono nel Signore” (Rm 16,11), Asincrito, Flegonte, Erme, Patroba, Erma “e i fratelli che sono con loro” (Rm 16,14), Filogolo e Giulia, Nereo e sua sorella e Olimpias “e tutti i credenti che stanno con loro” (Rm 16,15).
Soprattutto, emerge la fraternità che lega i cristiani di Roma e Paolo. La fede cristiana genera un nuovo tipo di relazioni. Non esiste più solo l’amore sponsale o amicale (vedi Aquila e Priscilla o i “diletti” Ampliato e Perside), ma viene esaltato pure il legame che unisce i fratelli in Cristo. Febe è definita “nostra sorella” (Rm 16,1), “fratelli” vengono chiamati coloro che sono con Asincrito e gli altri (Rm 16,14), “credenti” coloro che sono con Filogolo e gli altri (Rm 16,15). Tutti insieme sono “santi” (Rm 1,7) e “chiamati” (Rm 1,6) da Gesù Cristo (chiesa, ekklesia, deriva dal termine greco che indica l’essere chiamati da Dio, l’essere kletoi).
Questa fraternità si esprime in un tipico gesto che caratterizzerà da allora la fraternità nelle comunità cristiane: “salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo” (Rm 16,16). Lo scambio della pace, attraverso quel bacio santo, sarà il segno di una relazione di amore nata in Cristo che tutti abbraccia. La fraternità ecclesiale si pone come realtà che contraddistingue i credenti in Cristo. Essa viene offerto al mondo come segno che invita alla fede. Come ricorda Tertulliano, questa era l’espressione di stupore che sorgeva nei pagani che per la prima volta venivano in contatto con i cristiani: “Vedi come si amano fra loro e sono pronti a morire l’uno per l’altro” (Apologetico, XXXIX,7).
N.B. Per l’appartenenza di Rm 16 alla lettera ai Romani, contro la tesi che propone di considerarlo un biglietto inviato alla chiesa di Efeso, cfr. su questo stesso sito Paolo ed i cristiani di Roma: Rm 16 appartiene alla lettera ai Romani, di Romano Penna. Per un approfondimento sulla presenza delle donne in Rm 16, cfr. su questo stesso sito Paolo apostolo e le donne nella Chiesa. Febe (Rm 16,1-2) e Lidia (At 16,11-15.40), di Pino Pulcinelli.

 

Publié dans : Paolo a Roma | le 7 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »

En la mayoría de las Inmaculadas de Bartolomé Esteban Murillo,

En la mayoría de las Inmaculadas de Bartolomé Esteban Murillo, dans immagini sacre 800px-Murillo_immaculate_conception

https://en.wikipedia.org/wiki/Immaculate_Conception#/media/File:Murillo_immaculate_conception.jpg

Publié dans : immagini sacre | le 6 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »

BENEDETTO XVI – IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2011/december/documents/hf_ben-xvi_spe_20111208_immacolata.html

ATTO DI VENERAZIONE ALL’IMMACOLATA A PIAZZA DI SPAGNA

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Giovedì, 8 dicembre 2011

Cari fratelli e sorelle!

La grande festa di Maria Immacolata ci invita ogni anno a ritrovarci qui, in una delle piazze più belle di Roma, per rendere omaggio a Lei, alla Madre di Cristo e Madre nostra. Con affetto saluto tutti voi qui presenti, come pure quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione. E vi ringrazio per la vostra corale partecipazione a questo mio atto di preghiera.
Sulla sommità della colonna a cui facciamo corona, Maria è raffigurata da una statua che in parte richiama il passo dell’Apocalisse appena proclamato: “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1). Qual è il significato di questa immagine? Essa rappresenta nello stesso tempo la Madonna e la Chiesa.
Anzitutto la “donna” dell’Apocalisse è Maria stessa. Ella appare “vestita di sole”, cioè vestita di Dio: la Vergine Maria infatti è tutta circondata dalla luce di Dio e vive in Dio. Questo simbolo della veste luminosa chiaramente esprime una condizione che riguarda tutto l’essere di Maria: Lei è la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio. E “Dio è luce”, dice ancora san Giovanni (1 Gv 1,5). Ecco allora che la “piena di grazia”, l’“Immacolata” riflette con tutta la sua persona la luce del “sole” che è Dio.
Questa donna tiene sotto i suoi piedi la luna, simbolo della morte e della mortalità. Maria, infatti, è pienamente associata alla vittoria di Gesù Cristo, suo Figlio, sul peccato e sulla morte; è libera da qualsiasi ombra di morte e totalmente ricolma di vita. Come la morte non ha più alcun potere su Gesù risorto (cfr Rm 6,9), così, per una grazia e un privilegio singolare di Dio Onnipotente, Maria l’ha lasciata dietro di sé, l’ha superata. E questo si manifesta nei due grandi misteri della sua esistenza: all’inizio, l’essere stata concepita senza peccato originale, che è il mistero che celebriamo oggi; e, alla fine, l’essere stata assunta in anima e corpo nel Cielo, nella gloria di Dio. Ma anche tutta la sua vita terrena è stata una vittoria sulla morte, perché spesa interamente al servizio di Dio, nell’oblazione piena di sé a Lui e al prossimo. Per questo Maria è in se stessa un inno alla vita: è la creatura in cui si è già realizzata la parola di Cristo: “Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
Nella visione dell’Apocalisse c’è un altro particolare: sul capo della donna vestita di sole c’è “una corona di dodici stelle”. Questo segno rappresenta le dodici tribù d’Israele e significa che la Vergine Maria è al centro del Popolo di Dio, di tutta la comunione dei santi. E così questa immagine della corona di dodici stelle ci introduce alla seconda grande interpretazione del segno celeste della “donna vestita di sole”: oltre a rappresentare la Madonna, questo segno impersona la Chiesa, la comunità cristiana di tutti i tempi. Essa è incinta, nel senso che porta nel suo seno Cristo e lo deve partorire al mondo: ecco il travaglio della Chiesa pellegrina sulla terra, che in mezzo alle consolazioni di Dio e alle persecuzioni del mondo deve portare Gesù agli uomini.
E’ proprio per questo, perché porta Gesù, che la Chiesa incontra l’opposizione di un feroce avversario, rappresentato nella visione apocalittica da “un enorme drago rosso” (Ap 12,3). Questo dragone ha cercato invano di divorare Gesù – il “figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni” (12,5) –, invano perché Gesù, attraverso la sua morte e risurrezione, è salito verso Dio e si è assiso sul suo trono. Perciò il dragone, sconfitto una volta per sempre nel cielo, rivolge i suoi attacchi contro la donna – la Chiesa – nel deserto del mondo. Ma in ogni epoca la Chiesa viene sostenuta dalla luce e dalla forza di Dio, che la nutre nel deserto con il pane della sua Parola e della santa Eucaristia. E così in ogni tribolazione, attraverso tutte le prove che incontra nel corso dei tempi e nelle diverse parti del mondo, la Chiesa soffre persecuzione, ma risulta vincitrice. E proprio in questo modo la Comunità cristiana è la presenza, la garanzia dell’amore di Dio contro tutte le ideologie dell’odio e dell’egoismo.
L’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri. Mentre infatti Maria è Immacolata, libera da ogni macchia di peccato, la Chiesa è santa, ma al tempo stesso segnata dai nostri peccati. Per questo il Popolo di Dio, peregrinante nel tempo, si rivolge alla sua Madre celeste e domanda il suo aiuto; lo domanda perché Ella accompagni il cammino di fede, perché incoraggi l’impegno di vita cristiana e perché dia sostegno alla speranza. Ne abbiamo bisogno, soprattutto in questo momento così difficile per l’Italia, per l’Europa, per varie parti del mondo. Maria ci aiuti a vedere che c’è una luce al di là della coltre di nebbia che sembra avvolgere la realtà. Per questo anche noi, specialmente in questa ricorrenza, non cessiamo di chiedere con fiducia filiale il suo aiuto: “O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che a te ricorriamo”. Ora pro nobis, intercede pro nobis ad Dominum Iesum Christum!

Publié dans : FESTE DI MARIA, PAPA BENEDETTO : DISCORSI | le 6 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »
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