SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

 

ho un altro blog su San Paolo Apostolo, solo per testi scelti, i più belli per me, titolo: La (mia) pagina di San Paolo, link:http://unapaginapersanpaolo.blogspot.it/
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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

Publié dans : ANNO PAOLINO | le 9 mars, 2008 |29 Commentaires »

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

Publié dans : LITURGIA DEL GIORNO | le 9 mars, 2008 |1 Commentaire »

Mount of Precipice (Israel)

imm Mount_of_Precipice

Publié dans : immagini Terra Santa | le 12 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

IN TUTTE LE TRIBOLAZIONI NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI PER VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI! (ROM 8,37)

http://old.cinquepani.it/opuscoli/N-Z/sofferenza.htm

IN TUTTE LE TRIBOLAZIONI NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI PER VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI! (ROM 8,37)

A nessuno piace soffrire. E se qualcuno gode di soffrire, costui è malato, malato di masochismo o di autolesionismo.
E’ normale che gli uomini evitino la sofferenza, tanto normale che gran parte delle energie del mondo sono impiegate nella lotta contro la sofferenza.
Anche Pietro non voleva sentir parlare di sofferenza. Questa parola in bocca al suo Maestro lo ha messo in stato d’allarme: ha reagito con le solite frasi d’occasione: « no, a te non succederà… ». Credeva, con questi complimenti, di esprimere amore per Gesù. Riteneva che amore fosse augurare di non soffrire. Si faceva in tal modo portavoce del senso comune di tutti gli uomini che sono in continua lotta contro la sofferenza propria o altrui. La vedono come il principale nemico dell’uomo e dell’umanità.
Ma Gesù rispose decisamente a Pietro: Va’ via Satana! tu non pensi con la mentalità di Dio, tu porti in cuore le paure degli uomini!
Pietro aveva messo al centro dell’attenzione la sofferenza, cioè, in fin dei conti, l’uomo! L’uomo che bada a se stesso ha paura della sofferenza e della morte, e questa paura aumenta I , attenzione a se stesso. Così Dio rimane fuori gioco, fuori di ogni calcolo e ragionamento. L’uomo si ritrova nudo, come Adamo dopo il peccato, solo, in balia di se stesso, senza difese, senza protezione, ateo, senza relazione d’amore né con Dio (dimenticato) né con l’uomo (gli diventa nemico!).
L’uomo che rifiuta ad ogni costo la sofferenza si ritrova a rifiutare, alla fin fine, anche Dio.
L’adesione a Dio, alla Sua paternità, può comportare talvolta anche sofferenza: se la rifiuto in partenza posso rifiutare la mia figliolanza a Dio.
La sofferenza non deve stare al centro dell’attenzione, né deve essere elemento da prendersi in considerazione nelle decisioni. Non si può decidere qualcosa in base a maggiore o minore sofferenza, decidere quello che fa soffrire di meno o quello che fa soffrire di più! In questo caso la sofferenza diverrebbe idolo, qualcosa che sta al posto di Dio.
Al centro dell’attenzione lascerò Dio; Egli è degno di occupare il posto centrale, ed io sono figlio se decido ogni cosa in base ai Suoi progetti, alle sue chiamate.
E’ quanto ci mostra Gesù pregando nella notte nell’orto degli ulivi. « Non la mia, ma la tua volontà sia fatta ». In questo modo Egli allontana quella tentazione che gli era pervenuta anche tramite Pietro: distoglie gli occhi dalla sofferenza, « il calice amaro », per posarli sul Padre: Egli va amato, anche se quest’amore comporta grandi sofferenze.
Tre tipi di sofferenze
Si possono classificare le sofferenze dell’uomo?
Una semplice osservazione mi fa scoprire la differenza tra le sofferenze del corpo e quelle dell’anima e quelle dello spirito. Le sofferenze del corpo le chiamiamo dolore, e sono causate da privazioni e malattie, dalla fragilità delle nostre membra e dal loro esaurirsi!
Le sofferenze dell’anima sono più complesse e provengono in genere dalla rottura di rapporti affettivi o dalle loro esagerazioni, da accentuazioni d’importanza del proprio passato o del proprio futuro, da paure e incertezze di vario genere.
Le sofferenze dello spirito, talvolta nemmeno consciamente percepite, sono procurate dalla distanza da Dio, dal rifiuto del suo amore; e ciò porta nello spirito dell’uomo tensioni e ansie, confusioni e aberrazioni che lasciano una sofferenza tale che s’estende all’anima e pure – a lungo andare – al corpo.
Siccome poi anima e spirito e corpo sono un’unità inscindibile, la sofferenza che inizia in una parte può invadere tutta la persona. A meno che lo spirito non sia saldamente unito a Dio. Allora le sofferenze dell’anima e del corpo possono esser incanalate nell’offerta e nell’amore: così non danneggiano la persona, anzi, la fanno crescere interiormente fino alla somiglianza col Figlio di Dio che offre se stesso al Padre attraverso la croce.
Le cause
Ci sono sofferenze che incontriamo, direi, naturalmente. L’evolversi naturale della vita diviene causa di dolore già fin dalla nascita, sia per la madre sia per il figlio!
Lo spuntare dei denti, compresi quelli del « giudizio », non fanno parte di un dolore naturale, inevitabile?
Così pure le sofferenze psichiche dell’adolescenza o di altri stadi della vita sono semplicemente attribuibili alla maturazione dell’uomo e ne divengono strumenti provvidenziali.
Un limite insito nella nostra carne, o meglio nella nostra natura ci rende costantemente vigilanti, prudenti e attenti a un’infinità di possibili nemici: freddo e caldo, malattie e ostacoli, cadute e incidenti.
Ma la capacità di peccare porta l’uomo a contatto con la sofferenza più indesiderata: quella che si trova ad essersi comprata con la propria disobbedienza. Che dire del mal di fegato dell’alcoolista? o delle gambe rotte dell’imprudente? o dei disastri ecologici che causano sofferenze a popolazioni intere?
Gesù, quando può – quando è favorito dalla fede dell’uomo toglie agli uomini le sofferenze del corpo e dell’anima e col perdono elimina quelle dello spirito. Le guarigioni, i miracoli, le risurrezioni, la moltiplicazione dei pani, il dominio del vento, il dono del vino agli sposi di Cana, ci fanno intuire che nessun tipo di sofferenza dell’uomo è gradito a Dio, né voluta da Lui. Non Dio vuole la sofferenza. Questa è conseguenza o della ribellione generale dell’umanità o del peccato di qualcuno o di qualche convivenza umana. Se Dio avesse voluto il male, Gesù non lo avrebbe tolto a nessuno. Egli, in piena unità col Padre, lo ha tolto a chi lo incontrava con fede: ciò significa che il male non è da Dio. E non era da Dio nemmeno in quelle ore e in quei giorni in cui ha toccato l’anima e il corpo di Gesù stesso.
Sofferenze benedette
Ma se le sofferenze non sono volute da Dio, io le posso però offrire a Lui! e allora, da segno del Male divengono strumento d’amore.
Talvolta le posso anche prendere come dono di Dio: il fatto che Dio le permette lo posso cogliere come suo dono. Se Egli non ne è mai la causa, Egli però non impedisce che arrivino a me. E ciò che Egli non impedisce non mi potrà far del male, benché mi possa far soffrire.
Colui che ha scritto la lettera agli Ebrei vede le sofferenze dei cristiani in questa dimensione: « è per la vostra correzione che voi soffrite ». La sofferenza è occasione con cui Dio – Padre premuroso – corregge quelli che ritiene suoi figli. Diviene segno dell’amore di Dio!
E S. Paolo scrivendo ai Corinzi interpreta quasi allo stesso modo una grossa sofferenza che lo tormenta: « perché non montassi in superbia mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia ».
Così egli professa che il male non è da Dio, ma che Dio glielo permette per un bene spirituale, per una sorta di prevenzione dall’orgoglio, dalla superbia! Paolo riceve questa sofferenza come Dono di Dio!
Altre volte le sofferenze possono diventare segnali, segni della Volontà di Dio. Sempre S. Paolo dice ai Galati: «sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il Vangelo!».
E anche noi conosciamo persone che – grazie alla malattia hanno conosciuto l’amore del Signore o ne hanno approfondito qualche aspetto. Forse a noi stessi è stata concessa questa grazia.
Molti Santi grazie alla « disgrazia » della sofferenza hanno conosciuto e accolto la Volontà di Dio!
E molti malati che vivono nelle nostre case, grazie alla sofferenza, divengono testimoni di Gesù. Dal modo con cui sopportano nella fede e accettano il dolore e dal modo con cui continuano ad amare si può vedere la bellezza e la forza dell’amicizia con Gesù!
Sofferenze d’amicizia
C’è un tipo di sofferenza che sembra assurdo. E trova la sua occasione nell’amicizia con Gesù! L’amicizia con Gesù è sempre fonte di gioia e serenità, di pace e fortezza, ma è pure l’occasione di grandi sofferenze.
Gesù stesso lo aveva compreso e non ne aveva fatto mistero ai suoi: « se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi » (Gv 15, 20).
Il mondo, cioè le persone che ci stanno attorno, qualche volta addirittura parenti o amici e conoscenti, mi rifiutano in quanto cerco di essere obbediente a Dio. 0 mi calcolano un poveretto da lasciar in disparte perché sono e voglio restare in amicizia con Gesù. Rientro in quella classe di emarginazione che non viene calcolata tra i classici emarginati della società. Un tipo di emarginazione che non rientra nelle attenzioni di chi vuole eliminare ogni emarginazione!
Le scelte che uno opera in obbedienza al Vangelo lo mettono in situazione di esser rifiutato da molti.
E se annuncio il Vangelo senza tagli redazionali operati per incontrare il favore degli ascoltatori, mi ritrovo con qualche amico in meno e con sofferenze di vario genere.
< Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo » (Gv. 16,33).
« Vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome » (Mt. 24,9). Essere amici di Gesù comporta un prezzo alto di sofferenza! Quando il Signore chiama Paolo nella sua sequela, rivela ad Anania: « Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio Nome! » (Atti 9,16). In questo modo l’amico partecipa alla missione dell’Amico!
Il significato della vita di Gesù viene partecipato a quelli che lo vogliono amare condividendone i compiti. Gesù permette che il principe di questo mondo possa metterlo alla prova.
Il principe di questo mondo non ha potere sulla sua vita, perché Gesù ama il Padre e non smette quest’amore. Gesù non vuole avere altra volontà che quella del Padre, non collabora ad altri programmi che a quelli del Padre. Ma come facciamo a saperlo? Non basta che Gesù lo dica. Le parole sono parole. Gesù dev’essere messo alla prova. Nel corso di tale prova risulta evidente, straordinariamente evidente, che Egli continua l’amore del Padre, che Egli non si lascia trascinare nel vortice di questo mondo. L’amore al Padre da parte di Gesù diventa tanto evidente sul Calvario che il centurione pagano se n’accorge e lo dichiara pubblicamente a tutte le generazioni: « Veramente quest’uomo è il Figlio di Dio! ».
Gesù aveva accolto la propria sofferenza come il punto culminante della sua missione di annuncio: « bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato ». L’accettazione della condanna e della morte in croce è l’annuncio più forte che Gesù diffonde nel mondo. La croce è il suo ambone più vero e più autorevole. Dal modo con cui Egli soffre si capisce la sua figliolanza di Dio e quindi la sua importanza per noi.
I cristiani che soffrono possono partecipare a questa missione di Gesù, e diffondere il suo annuncio, donandogli forza proprio con l’amore con cui accettano la prova del patire.
Quando i cristiani soffrono la prova, la privazione dei beni, quelli stimati dal mondo, come la libertà e la stessa vita terrena, e soffrono senza smettere l’amore e la gioia della loro salvezza, allora essi sono testimoni. Allora la loro croce diviene annuncio – silenzioso – di un’altra sapienza e di un’altra vita, annuncio della presenza di un Padre che merita obbedienza e di un Signore degno d’amicizia.
La croce non è perciò mai assente dalla storia del vero discepolo. « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » (2 Tim 3,12). « Dovete attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio » (Atti 14,21).
« Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo » (2 Tim 1, 8).
Ai due discepoli che Gli vogliono esser vicini, Gesù chiede semplicemente: « Potete voi bere il calice che io sto per bere? » (Mt 20, 23).
E sappiamo che in cielo trionfano « quelli che vengono dalla grande tribolazione »! (Ap 7,14).
Chi si fa figlio di Dio dona se stesso, poiché questa è la natura di Dio – Amore! Donare se stesso è perdere la propria vita.
La sofferenza della persecuzione è solo un modo « accettato » dal discepolo, un modo non cercato di donare se stesso, di rimanere amore fino alla morte, fino alla fine, un modo di partecipare al compito del Figlio di Dio.
Voler soffrire?
Il figlio di Dio sa che il Padre è amore che dona se stesso.
E sa che egli è per davvero figlio di Dio se dona se stesso, come il Padre. Egli cerca perciò il dono totale di sé, cerca il proprio morire.
Per questo lo Spirito Santo dice: « Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli » (Sal. 116, 15) perché la morte è il compiersi della vita del figlio di Dio, che ama donandosi del tutto. Col termine « morte » non s’intende certamente l’attimo del diventare cadavere, ma ogni attimo in cui la mia persona cede il posto, si rinnega, si mortifica per far spazio all’amore. Questa morte è cercata dal figlio di Dio, è cercata, non per il gusto di morire o di annullarsi, ma per fare spazio alla vita del Figlio, all’amore di figlio, alla vita quindi del Padre!
Il cristiano cerca la propria « morte » per amore, per portare a compimento l’amore a Dio e agli uomini.
Porta a compimento l’amore a Dio donandogli spazio in sé: « non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2,20). « Il vivere è Cristo, il morire un guadagno» (Fil 1, 21).
« Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio » (Col 3,3).
Porta a compimento l’amore agli uomini per essere un dono per loro, un dono di Dio, il dono migliore.
Il figlio di Dio cerca perciò la morte ogni giorno nei modi che gli sono possibili: muore ai propri desideri, al proprio gusto, ai propri progetti e abitudini, ai propri sentimenti e impulsi. Si serve dei contrattempi, delle ostilità, delle volontà dei fratelli, della propria attenzione agli altri: accettandoli muore a se stesso. Cerca la vittoria sui primi moti del cuore per far posto ai suggerimenti dello Spirito Santo.
La sofferenza diventa una strada, una strada maestra! L’uomo non cerca certamente la sofferenza, ma la percorre come si percorre la strada quando si vuol giungere alla meta. L’uomo cerca il Signore, cerca di collaborare con Lui, di fargli posto e perciò cerca di morire a se stesso, per offrirgli spazio in sé. E’ l’amore al Padre e al Figlio che fa sì che il cristiano cerchi anche la sofferenza della morte di se stesso.
Gesù ha avuto parole sufficientemente chiare in proposito:
« Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua ».
« Chi perderà la propria vita per me, la salverà » (Lc 9,23).
« Se uno non odia … perfino la propria vita…. » (Lc 14,26s). Mortificate quella parte di voi che appartiene alla terra (Col 3, 5).
In tal modo l’uomo si prepara alla testimonianza di Gesù anche nella persecuzione che – poco o tanto – c’è per tutte le generazioni cristiane. Gli apostoli non ci lasciano illusioni né ci vogliono ingannare.
« E’ una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni soffrendo ingiustamente.
Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza ciò sarà gradito davanti a Dio.
A questo siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi . . . » (I Pt 2, 19).
« Se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi»! (3, 14). « I vostri fratelli sparsi nel mondo subiscono le stesse sofferenze di voi » (5,9).
« Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza! » (Rom 5, 3-5). « Mi compiaccio nelle mie infermità … nelle angosce sofferte per Cristo » (2 Cor 12, 10).
« Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza » (Gc 1, 2-4).
Sofferenza di vocazione
Quando non c’è la persecuzione aperta contro il cristiano, egli vigila ancora di più, per non esser sopraffatto nello spirito. Quando è cessata l’epoca dei martiri, nella Chiesa è iniziata l’epoca degli anacoreti, degli eremiti – asceti, di coloro che per amore del Signore rinunciavano a tutto, sottoponendosi a privazioni d’ogni genere: e così ricordavano a tutti che non c’è sequela di Gesù senza croce.
S. Antonio abate con i suoi discepoli, S. Pacomio, S. Benedetto,
S. Romualdo, S. Francesco e un’infinità di altri testimoni hanno
volutamente e consciamente continuato la vita di Gesù crocifisso, secondo la parola dell’Apostolo: « Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo » (Col 1, 24) e « mi affatico e lotto, con la forza che viene da Lui » (1, 26).
Egli, l’apostolo Paolo, continua la sofferenza della lotta contro impulsi interni ed esterni: « nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo … » (Rm 7,23s). « Tratto duramente il mio corpo, e lo trascino in schiavitù perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato » (1 Cor 9,27).
Questa durezza con se stesso è il risultato dell’esperienza che se non c’è il dominio di sé, anche a costo di soffrire, l’uomo precipita nella schiavitù delle proprie passioni, e si allontana dalla somiglianza a Dio.
Il cristiano perciò accoglie nella propria vita spirituale di penitenza, di ascesi, cerca talvolta sofferenze volontarie quali il digiuno o altre forme – nascoste – di dominio e sottomissione della propria voglia di comodità.
Non cerca modi di vita eroica, né fa eventuali penitenze per il gusto di diventare « perfetto », cioè per amor proprio.
Se lo fa, lo fa solo per amore, per dire all’Amato la propria volontà di morire per Lui, di cedergli il posto della propria vita.
Ed allora succede che questa sofferenza genera gioia! quando l’uomo raggiunge il culmine dell’amore e il suo cuore si riempie! Proprio così ebbe a scrivere S. Pietro: « Voi esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede»! (1 Pt 1, 8).

 

Publié dans : Lettera ai Romani | le 12 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

L’obolo della povera vedova

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Publié dans : immagini sacre | le 9 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – UN POVERO « SOVRABBONDANTE »

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – UN POVERO « SOVRABBONDANTE »

don Mario Simula

L’umanità che popola il mondo della Parola di Dio in questa domenica, è racchiusa nella meravigliosa semplicità di due vedove straordinarie e luminose come una luce riflessa che non offende gli occhi.
Il Libro dei Re racconta di una vedova che si mette a disposizione del profeta Elia e impasta acqua e farina per offrirgli pane profumato e povero. E’ il cibo per il cammino del messaggero di Dio. La donna che, su quella piccola risorsa contava per sopravvivere assieme al figlio ancora per qualche giorno, si abbandona alla provvidenza del Signore. Il profeta le chiede quel pane. E lei si fida, senza paura. Con la sua generosità incondizionata e con la sua povertà dignitosa, garantisce il nutrimento a Elia e favorisce il compimento della sua missione.
L’amore non fa ragionamenti appesantiti dalla paura. Ama. E dona. Sa che donandosi trova.
Sperimenta le madie colme quando per benevolenza le svuota.
Da quell’istante, caratterizzato dall’amore incondizionato, il pane inizia a moltiplicarsi, giorno dopo giorno. E’ la riserva miracolosa che sfama tutti: Elia, la vedova e il figlio. Stiamo contemplando, con i nostri occhi, i “miracoli speciali” di Dio, che scaturiscono dalla “fede speciale” di una “povera”, la quale non possiede niente eppure dà tutto in sovrabbondanza.
Il povero di Dio è intagliato così dall’Artista Divino. E’ una creatura umile che si abbandona come l’argilla nelle mani dell’artigiano, come il tronco di olivastro nella mani di chi, dalla durezza di quel legno, sa trarre figure in sembianze umane, affascinanti e misteriose.
La vedova che incontra Elia è un’anticipatrice del “centuplo” promesso da Gesù. Tu dai tutto? Dio ti dà il centuplo. Anche la beatitudine della sua visione.
Probabilmente stiamo vivendo il tempo sbagliato per prendere alla lettera il Vangelo. Noi cerchiamo tutte le garanzie, le firme autenticate col sigillo, i tempi della restituzione. Assicuriamo prima di tutto la nostra stabilità, le nostre sicurezze.
Per essere del Vangelo, anche oggi occorre buttare via il mantello come il cieco Bartimeo, spendere la vita come Paolo, buttare la propria esistenza come Gesù che non considera la sua uguaglianza con Dio come una credenziale, come un’assicurazione ferrea e sostanziosa sulla vita.
Gesù “si spreca” nel dono di amore. Per questo Dio gli dà il centuplo della esaltazione e della gloria.
Quando il Maestro vuole coinvolgere anche noi nell’amore che si dona, nella carità che si spende, si rifà al più sublime dei modelli: un’altra vedova. Le persone insignificanti, quelle che non valgono a nulla, gli scarti diventano modelli.
Nella sua estrema povertà, questa donna “invisibile” depone nella cassetta delle offerte del Tempio, tutto quello che ha. Si tratta di pochi centesimi. Un nulla. Ma è tutto quello che possiede, la centesima parte di una pensione sociale. Al contrario di coloro che ostentano la loro irritante ricchezza e mettono, in prima pagina, l’abbondanza della loro donazione: un miserabile superfluo, per nulla compromettente nel bilancio dell’azienda di famiglia.
Gesù rimane colpito dal gesto silenzioso e impercettibile della vedova. Ed elogia la semplicità di una persona che si ritiene poco generosa e ne rimane confusa perché non può dare di più. Non evita, però, di stigmatizzare l’ipocrisia dei benestanti, considerati tali per il conto in banca senza che lo siano nel conto dell’anima. Nel conto di Dio. Quello è sempre, tragicamente in rosso.
Queste ultime domeniche del tempo ordinario ci stanno allenando ad una riflessione decisiva. La si può sintetizzare in una sola domanda: cosa conta veramente agli occhi di Dio?
La vita diventa la nostra scuola.
“Signora Carmela, non avere paura ad essere generosa nel poco. Dio guarda il molto del tuo cuore. Quello conta ai suoi occhi.
Antonio non sentirti persona di poco valore, perché consideri i dieci euro che ti sono rimasti come una benedizione del cielo, pensando che già da qualche giorno non sai come fare la spesa per sfamarti. Hai mai pensato alla predilezione di Dio che guarda il tuo cuore capace di accontentarsi di poco ma pronto a condividere quel poco perché tu lo ritieni sovrabbondante? Dio stesso ti farà pubblicità considerandoti “beato”, anche se tu arrossisci nella tua modestia.
Margherita tu non hai portamonete. A mala pena racimoli a fine settimana qualche euro che i tuoi genitori ti regalano per non farti fare brutta figura. L’altro giorno, però, ti sei esposta davanti ai tuoi amici di classe, per difendere Marcello che tutti prendevano in giro con violenza e cattiveria.
Ti sei mai chiesta quale valore immenso ha davanti a Gesù il tuo gesto?
Cosa deve dire Giuliana sempre pronta a dare tutto il suo tempo, la genialità delle sue doti, la generosità del suo cuore e nonostante questo si sente sempre giudicata dai “buoni” che di Gesù non conoscono nemmeno una sagoma nebulosa?
Giuliana sai quanto sei cara al Signore? Il suo amore è il dono più ambito per te. L’unico che resta sempre. Tutto il resto ha la vuotaggine delle cose che passano, la stupidità della presunzione, la divertente comicità di chi vuole soltanto “farsi vedere. Non si comprende da chi!”. Certo non da Dio!
Gesù, non so come leggere, oggi, la Parola di Dio. Non trova posto nelle cartelle della mia testa, non riesce a convivere nella freddezza del mio cuore, non riesco ad interpretarla nella mia vita.
Io, Signore, amo le sicurezze. Preferisco le garanzie. So stipulare assicurazioni sulla vita. Cerco gli investimenti più sicuri.
Gesù, la povertà materiale mi inorridisce, la vita austera mi sembra una stoltezza, considero la povertà di cuore un’ingenuità imperdonabile.
Ogni giorno dedico un tempo riservato e lontano dagli occhi di tutti, per fare i miei conti e centellinare i miei guadagni. Non ti riconosco quando scegli una pietra per cuscino, se la trovi.
Quando ti affidi all’ospitalità per trovare un tetto e un piatto caldo. Quando ti fai “mia carne” debole, fragile, vulnerabile, senza provare vergogna. Quando non consideri un tesoro da tenere gelosamente l’essere come Dio.
Non ti capisco, Gesù. Non condivido la tua vita. Ma se tu l’hai scelta, sei tu lo stolto o lo sono io?

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 9 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Conversione di San Paolo

imm paolo

Publié dans : immagini sacre | le 7 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

LA CONVERSIONE DI PAOLO E LA NOSTRA

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LA CONVERSIONE DI PAOLO E LA NOSTRA

Nel capitolo 22mo degli ATTI degli Apostoli, Paolo ricorda il suo incontro con il Signore Gesù sulla via di Damasco e così racconta:
“Io sono un giudeo, nato a Tarso, in Cilicia, ma educato in questa città, istruito ai piedi di Gamaliele, nella rigorosa osservanza della legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come lo siete voi tutti oggi. Io ho perseguitato a morte questa Via, mettendo in catene e gettano in prigione uomini e donne, come me ne fa testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il consiglio degli anziani. Da essi avevo anzi ricevuto lettere per i fratelli di Damasco e stavo andando per condurvi incatenati a Gerusalemme anche quelli che si trovavano là, perché vi fossero puniti. Or mentre io ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce venuta dal cielo mi sfolgorò tutt’intorno. Io caddi a terra e udii una voce che mi diceva. ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’ Io rsposi:’Chi sei, o Signore?’ E mi disse: ‘Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti’. Quelli che mi accompagnavano videro la luce, ma non udirono la voce di colui che parlava. Io ripresi: ‘Che debbo fare, Signore?’. E il Signore mi disse: ‘Alzati, và a Damasco e là ti sarà detto tutto ciò che è stabilito che tu faccia’. Ma poiché non potevo più vedere per lo splendore di quella luce, fui condotto per mano dai miei compagni di viaggio e giunsi a Damasco. Un certo Anania… mi disse: ‘ Saulo, fratello mio, torna a vedere!’ E io nella stessa ora riuscii a vederlo. Egli disse:‘Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il giusto e a udire una parola dalla sua bocca, poiché tu renderai testimonianza a suo favore presso tutti gli uomini di ciò che hai visto e udito’. (At 22,3-15)
Comincio la mia presentazione con un’affermazione che risuona fortemente nella mia mente e più ancora nel mio cuore. Eccola: La ‘carta vincente’ della nostra vita è la conversione. Conversione: una parola che da diversi anni a questa parte, molti hanno avuto paura di pronunciare, forse perché è stata spesso confusa col proselitismo, o con il lasciare una religione per un’altra, o forse perché é stata intesa come un rinnegare, uno sconfessare necessariamente tutto il passato di una vita. Anche in occasione dell’Anno Paolino (2008-2009), mentre Benedetto XVI parlò così tanto della conversione di San Paolo, alcuni studiosi non vollero per nulla parlare di questa realtà. Ad ogni modo questa è la realtà su cui noi ci soffermeremo insieme: la conversione di Paolo e nostra. Perché?
Perché sono convinto che a fondamento della vita di ogni persona impegnata nella costruzione del Regno, a fondamento della vita di ogni apostolo e di ogni suo rinnovamento, c’è sempre una grande svolta, una profonda trasformazione nell’intimo della persona; c’è una conversione causata da una chiara illuminazione da parte dello Spirito di Dio e dall’azione di Cristo che attira a sé la persona.
Nella vita dell’apostolo delle genti, Paolo di Tarso, vediamo in modo meraviglioso quanto ciò sia vero. E Paolo ci ispira e ci dice: Volete essere apostoli di Cristo? Volete rinascere come apostoli per avere un entusiasmo tutto nuovo? Se sì, lasciatevi afferrare da Lui, lasciatevi convertire, cioè trasformare da Cristo.
E’ così che il grande vescovo Mariano Magrassi a cui ero legato da amicizia, descriveva la conversione: come un essere afferrati da Cristo, come una illuminazione da parte dello Spirito, che poi diventa un processo di crescita; attraverso di esso il rivestirsi di Cristo diventa sempre più intenso e tende al compimento. Notiamo che l’illuminazione, inizio della conversione, può essere istantanea, la ‘crescita nella conversione’, richiede tempo.
Due autori che, oltre a Mons. Magrassi mi hanno ispirato tanto per quanto riguarda il significato del termine conversione in San Paolo e in noi, sono: il benedettino tedesco Anselm Grun e il gesuita italiano Francesco Rossi de Gasperi. E naturalmente, ho preso ispirazione anche da Papa Benedetto XVI.
Nel suo libro intitolato ‘Paolo e l’esperienza religiosa cristiana’, Anselm Grun dice: “ Quando Paolo non vide più nulla, allora vide Dio… si aprì al vero Dio, al Padre di Gesù Cristo… fece l’esperienza decisiva della sua vita…quella di Gesù Cristo crocifisso e risorto… fece l’esperienza della morte e risurrezione di Gesù come capovolgimento di tutti i criteri umani…fece l’esperienza dell’iniziazione a una vita nuova… l’esperienza dell’invio in missione… l’esperienza mistica…” Se tutto ciò non è conversione. che cos’è la conversione?
Nel suo libro intitolato ‘Paolo di Tarso evangelo di Gesù’, il Gesuita Francesco Rossi de Gasperi, che si interessa alle radici ebraiche della fede cristiana e parla con maestria e concretezza di “continuità trasfigurata” tra Prima e Ultima Alleanza ( nel nostro linguaggio tradizionale: Vecchio e Nuovo Testamento ), parla della trasfigurazione operata in Paolo dalla sua ‘ora di Damasco’. Paolo viene presentato come il grande testimone di Cristo che ha colto luminosamente la continuità trasfigurata tra Prima e Nuova Alleanza e, allo stesso tempo, la novità di quest’ultima, mediante la “rottura” significata dalla croce di Cristo Gesù crocifisso e risorto.
Apprezzo molto la precisione e la delicatezza di P. Rossi de Gasperi nelle sue presentazioni che fanno capire la conversione come una realtà completamente nuova e come le radici ebraiche del Cristianesimo dovrebbero portare a estirpare ogni radice di antigiudaismo in ambiente cristiano.
E veniamo al Papa.
Papa Benedetto XVI ha descritto la conversione di Paolo così: “Gesù entrò nella vita di Paolo e lo trasformò da persecutore in apostolo. Quell’incontro segnò l’inizio della sua missione: Paolo non poteva continuare a vivere come prima; adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo.”
Citerò ancora il Papa. Intanto però a quanto di mio ho detto sopra, aggiungo questo pensiero: Il fatto che Paolo sia rimasto ebreo, lo prendo, per così dire, per scontato. Infatti la Grazia non distrugge il bene che trova nella persona, ma costruisce sulla realtà che trova, purificandola e facendola crescere. Su di essa poi costruisce una realtà che si presenta come completamente nuova e gratuita, come fu l’incontro di Paolo con Cristo Gesù.
In comunione con questo grande apostolo e con tutta la Chiesa, mettiamoci in cammino per un processo di crescita rinnovato, perché, lungo la strada, anche noi abbiamo a fare un’esperienza profonda del Cristo e abbiamo ad essere conquistati dal suo amore e veramente trasformati da Lui.
Ma Cristo deve diventare un’esperienza per noi, con i tre aspetti costitutivi di questa esperienza:
– la convinzione che Cristo non è soltanto un grande personaggio del passato, come lo è per molti. Cristo è vivo. E’ questa la nostra grande benedizione proclamata da Paolo in modo così forte: 1Cor 15:12-22
– la convinzione che la presenza di Cristo non è passiva. Cristo agisce per la nostra salvezza e per la salvezza del mondo: Rm 8,31-39
– l’ospitalità, cioè l’accoglienza di Cristo e della sua azione salvifica a livello mentale, di cuore e viscerale: Fil 2,5-11

ALCUNE CONSEGUENZE FORTI DELL’INCONTRO CON CRISTO
– Una grande umiltà che si traduce in obbedienza a Cristo Gesù nella consapevolezza che è Lui che dà la vita, è Lui che ci sostiene, è soltanto in Lui che troviamo salvezza. L’unica cosa che noi possiamo fare per la salvezza nostra e degli altri, è lasciarci amare da Lui ed è collaborare con Lui, mettendo tutta la nostra fiducia nella potenza dello Spirito.
– La contemplazione di Cristo per rivestirci di Lui. Nel nostro ordine di valori e di realtà importanti, abbiamo tre elementi che presento secondo la loro importanza: la mistica (l’esperienza spirituale del lasciarci amare da Dio); l’etica (che indica ciò che è per la gloria di Dio e ciò che è bene per noi e per gli altri. A me piace mettere l’etica nel contesto di Mi 6,8: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che il Signore richiede da te: praticare la giustizia, amare teneramente e camminare umilmente con il tuo Dio”; l’ascetica (disciplina spirituale, cammino di vita nello Spirito del Signore).
– Il passaggio dalla prospettiva dell’autoreferenzialità, alla prospettiva ‘aperta’ che ci fa considerare prima di tutto Cristo e l’altro. Siamo strumenti vivi di salvezza nelle mani di Cristo Gesù per gli altri e con gli altri.
– Il bisogno di evitare ogni estraneità, ogni stile ‘assente’ nel relazionarci agli altri, valorizzando così il Vangelo e considerando le persone che incontriamo, come grandi doni di Dio e nelle situazioni concrete della loro vita. Ciò significa comunicazione e comunione.
– Il passaggio dall’atteggiamento di chi “lavora per Dio” – che presenta il pericolo dell’attivismo e dell’amare più la vigna del Signore che il Signore della vigna – a quello di chi “fa il lavoro di Dio” – che implica discernimento – e poi a quello di chi ha questo grande desiderio: lasciare che “Dio lavori in lui e per mezzo di lui”.
E’ quest’ultimo l’atteggiamento che ci fa essere contemplativi in azione e che fa sì che il nostro apostolato sia un condividere con gli altri ciò che Dio ci dona nella contemplazione (l’unico apostolato che è efficace!).

Publié dans : SAN PAOLO APOSTOLO | le 7 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

creazione della luce

imm ciottoli e paolo creazione della luce - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 5 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »
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