Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…pensate alle cose di lassù

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 studi, antologia, immagini
Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù...pensate alle cose di lassù dans ANNO PAOLINO    

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

williammorrisponsonbystpaul.jpg

commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

dalsitodelpontificiosanpaolo.gif

PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/0-inno-alla-carita-1cor-131-13/   

usaflag2 dans ANNO PAOLINO

link al mio Blog in lingua inglese:

Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

crocebella

link alle Omelia in inglese (americano) di Padre Ron Stephen, sono quelle che metto sul mio blog inglese, mi piacciono molto, se conoscete l’inglese potere andarle a leggere:

http://fatherronstephens.wordpress.com/


ci sono molte delle bellissime immagini di San Paolo sul tema « La conversione di San Paolo ed il mistero del cavallo », da vedere:http://www.foliamagazine.it/conversione-di-san-paolo/
incamminoverso @ 19 h 38 min
Enregistré dans ANNO PAOLINO
LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

Posté le Dimanche 9 mars 2008

1520angelico20eucharist.jpg

(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

sanpaoloinmeditazione.bmp

San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

incamminoverso @ 19 h 00 min
Enregistré dans LITURGIA DEL GIORNO
San Giacomo il Maggiore

Posté le Vendredi 25 juillet 2014

San Giacomo il Maggiore dans immagini sacre saint-james-the-greater-14

http://saints.sqpn.com/saint-james-the-greater-gallery/

incamminoverso @ 17 h 59 min
Enregistré dans immagini sacre
BENEDETTO XVI: GIACOMO, IL MAGGIORE

Posté le Vendredi 25 juillet 2014

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060621_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 21 giugno 2006

GIACOMO, IL MAGGIORE

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie di ritratti degli Apostoli scelti direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Abbiamo parlato di san Pietro, di suo fratello Andrea. Oggi incontriamo la figura di Giacomo. Gli elenchi biblici dei Dodici menzionano due persone con questo nome: Giacomo figlio di Zebedeo e Giacomo figlio di Alfeo (cfr Mc 3,17.18; Mt 10,2-3), che vengono comunemente distinti con gli appellativi di Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore. Queste designazioni non vogliono certo misurare la loro santità, ma soltanto prendere atto del diverso rilievo che essi ricevono negli scritti del Nuovo Testamento e, in particolare, nel quadro della vita terrena di Gesù. Oggi dedichiamo la nostra attenzione al primo di questi due personaggi omonimi.
Il nome Giacomo è la traduzione di Iákobos, forma grecizzata del nome del celebre patriarca Giacobbe. L’apostolo così chiamato è fratello di Giovanni, e negli elenchi suddetti occupa il secondo posto subito dopo Pietro, come in Marco (3,17), o il terzo posto dopo Pietro e Andrea nel Vangeli di Matteo (10,2) e di Luca (6,14), mentre negli Atti viene dopo Pietro e Giovanni (1,13). Questo Giacomo appartiene, insieme con Pietro e Giovanni, al gruppo dei tre discepoli privilegiati che sono stati ammessi da Gesù a momenti importanti della sua vita.
Poiché fa molto caldo, vorrei abbreviare e menzionare qui solo due di queste occasioni. Egli ha potuto partecipare, insieme con Pietro e Giovanni, al momento dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani e all’evento della Trasfigurazione di Gesù. Si tratta quindi di situazioni molto diverse e l’una dall’altra: in un caso, Giacomo con gli altri due Apostoli sperimenta la gloria del Signore, lo vede nel colloquio con Mosé ed Elia, vede trasparire lo splendore divino in Gesù; nell’altro si trova di fronte alla sofferenza e all’umiliazione, vede con i propri occhi come il Figlio di Dio si umilia facendosi obbediente fino alla morte. Certamente la seconda esperienza costituì per lui l’occasione di una maturazione nella fede, per correggere l’interpretazione unilaterale, trionfalista della prima: egli dovette intravedere che il Messia, atteso dal popolo giudaico come un trionfatore, in realtà non era soltanto circonfuso di onore e di gloria, ma anche di patimenti e di debolezza. La gloria di Cristo si realizza proprio nella Croce, nella partecipazione alle nostre sofferenze.
Questa maturazione della fede fu portata a compimento dallo Spirito Santo nella Pentecoste, così che Giacomo, quando venne il momento della suprema testimonianza, non si tirò indietro. All’inizio degli anni 40 del I secolo il re Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande, come ci informa Luca, “cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa, e fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni” (At 12,1-2). La stringatezza della notizia, priva di ogni dettaglio narrativo, rivela, da una parte, quanto fosse normale per i cristiani testimoniare il Signore con la propria vita e, dall’altra, quanto Giacomo avesse una posizione di spicco nella Chiesa di Gerusalemme, anche a motivo del ruolo svolto durante l’esistenza terrena di Gesù. Una tradizione successiva, risalente almeno a Isidoro di Siviglia, racconta di un suo soggiorno in Spagna per evangelizzare quella importante regione dell’impero romano. Secondo un’altra tradizione, sarebbe invece stato il suo corpo ad essere trasportato in Spagna, nella città di Santiago di Compostella. Come tutti sappiamo, quel luogo divenne oggetto di grande venerazione ed è tuttora mèta di numerosi pellegrinaggi, non solo dall’Europa ma da tutto il mondo. E’ così che si spiega la rappresentazione iconografica di san Giacomo con in mano il bastone del pellegrino e il rotolo del Vangelo, caratteristiche dell’apostolo itinerante e dedito all’annuncio della “buona notizia”, caratteristiche del pellegrinaggio della vita cristiana.
Da san Giacomo, dunque, possiamo imparare molte cose: la prontezza ad accogliere la chiamata del Signore anche quando ci chiede di lasciare la “barca” delle nostre sicurezze umane, l’entusiasmo nel seguirlo sulle strade che Egli ci indica al di là di ogni nostra illusoria presunzione, la disponibilità a testimoniarlo con coraggio, se necessario, fino al sacrificio supremo della vita. Così Giacomo il Maggiore si pone davanti a noi come esempio eloquente di generosa adesione a Cristo. Egli, che inizialmente aveva chiesto, tramite sua madre, di sedere con il fratello accanto al Maestro nel suo Regno, fu proprio il primo a bere il calice della passione, a condividere con gli Apostoli il martirio.
E alla fine, riassumendo tutto, possiamo dire che il cammino non solo esteriore ma soprattutto interiore, dal monte della Trasfigurazione al monte dell’agonia, simbolizza tutto il pellegrinaggio della vita cristiana, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, come dice il Concilio Vaticano II. Seguendo Gesù come san Giacomo, sappiamo, anche nelle difficoltà, che andiamo sulla strada giusta.

 

incamminoverso @ 17 h 58 min
Enregistré dans PAPA BENEDETTO XVI - RIFERIMENTI INDIRETTI A SAN PAOLO, SANTI, SANTI APOSTOLI
27 LUGLIO 2014 | 17A DOMENICA – « IL REGNO DEI CIELI È SIMILE A UN TESORO NASCOSTO IN UN CAMPO »

Posté le Vendredi 25 juillet 2014

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/17a-Domenica-A/12-17a-Domenica-A-2014-SC.htm

27 LUGLIO 2014 | 17A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« IL REGNO DEI CIELI È SIMILE A UN TESORO NASCOSTO IN UN CAMPO »

Delle tre parabole che ci vengono presentate dalla Liturgia odierna e concludono il cosiddetto « discorso parabolico » di san Matteo, quella della « rete gettata nel mare » e che « raccoglie ogni genere di pesci » è un po’ marginale alla « globalità » del discorso che viene sviluppato dalle altre letture bibliche. Esso, infatti, è tutto concentrato sulla inestimabile preziosità del « regno » o della « parola » del Signore, per i quali conviene « rischiare » tutto quello che abbiamo e che siamo. La nostra « perdita » non sarebbe mai così grande come quella della perdita del « regno »!
Ciò nonostante, anche la parabola della rete assume un suo particolare rilievo in questa prospettiva di fondo. Pur assomigliando per il contenuto a quella della zizzania già esaminata (cf Mt 13,24-30.36-43), essa in realtà mette l’accento sulla fase escatologica di cernita e di separazione « definitiva » fra il bene e il male: « Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridori di denti » (Mt 13,49-50).
È un monito ai lettori del Vangelo perché facciano in tempo la loro scelta « radicale » per Cristo, prima che avvenga la cernita del giudizio ultimo e irreversibile.

« La legge della tua bocca è preziosa »
Abbiamo detto che la globalità del messaggio biblico è orientata sulla preziosità del « regno » di Dio o della « parola » del Signore, che, in fin dei conti, sono due realtà molto rassomiglianti, se non proprio identiche, nel senso che la « parola » non solo annuncia, ma produce anche il « regno »: esattamente come si è verificato in Cristo.
Si vedano alcune espressioni bellissime riprese dal Salmo 119, il quale, come tutti sanno, è una commossa celebrazione della « legge » e dei « precetti » del Signore:
« La legge della tua bocca mi è preziosa
più di mille pezzi d’oro e d’argento
Perciò amo i tuoi comandamenti
più dell’oro, più dell’oro fino.
Per questo tengo cari i tuoi precetti
e odio ogni via di menzogna…
La tua parola nel rivelarsi illumina,
dona saggezza ai semplici » (Sal 119,72.127-128.130).

« Concedi al tuo servo un cuore docile, che sappia distinguere il bene dal male »
Anche la preghiera di Salomone, fatta proprio all’inizio del suo regno, dopo i tempestosi anni di Davide, mette in evidenza l’ansia verso ciò che nella vita di ogni uomo, ma soprattutto di chi ha responsabilità di guida per gli altri, vale di più, cioè la « ricerca » della « sapienza » e del « discernimento »: la ricchezza e la potenza non fanno più stimabile chi governa o chi presiede, ma semmai lo rendono più detestabile, se insieme, e prima ancora, non ha sapienza e bontà che gli insegnino a usare bene del « potere ». È la storia di sempre, nella società civile e, purtroppo, anche nella Chiesa.
Davanti, dunque, all’invito del Signore di « chiedergli » qualunque cosa desiderasse, Salomone così prega: « Signore Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene, io sono un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che ti sei scelto, popolo così numeroso che non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso? » (1 Re 3,7-9).
Nei versi successivi Dio loderà Salomone perché non gli ha chiesto « né ricchezza, né lunga vita, né vittoria sui nemici » (v. 11), e perciò gli concederà, « un cuore saggio e intelligente », oltre alle numerose altre cose non richieste (vv. 12-13).
È una preghiera, quella di Salomone, che ha intuito l’essenziale non solo nella vita di un re, ma anche nella vita di ogni uomo: e cioè che tutto viene da Dio, in special modo la « docilità » del cuore per saper « distinguere il bene dal male » e scoprire quello che è utile o giovevole ai fratelli. In altre parole, la misura giusta per valutare i nostri comportamenti e le nostre azioni, soprattutto se abbiamo responsabilità nella Chiesa o fuori, a qualsiasi livello, è il rispetto, la crescita, il bene degli altri: è questo che Dio vuole soprattutto. Questo è il « primum » (cf Mt 6,33) indispensabile, da ricercare a tutti i costi; il resto non ha alcun senso, o può escludere addirittura dal regno di Dio.
Anche la Colletta iniziale si pone nello sfondo di queste considerazioni, quando ci fa chiedere a Dio di non perdere mai di vista, nelle fluttuazioni di questa vita, i « beni » che non tramontano mai: « O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni, nella continua ricerca dei beni eterni ».
Dio non vuole che, per ricercare lui, fuggiamo dal mondo o ci disinteressiamo degli altri: vuole soltanto che « usiamo saggiamente » delle cose create, scoprendo le sue tracce dovunque e aiutando i fratelli a camminare alla sua « ricerca », come Salomone aveva chiesto di fare per il suo popolo « così numeroso ».

« Il regno dei cieli è simile a un mercante di perle preziose »
Ma veniamo adesso al brano di Vangelo, che ci presenta quella meravigliosa coppia di parabole che illuminano anche meglio quanto stiamo dicendo, cioè la parabola del tesoro nascosto e quella della perla preziosa (vv. 44-46).
Per comune ammissione, queste due parabole, esclusive di san Matteo, vogliono trasmettere un identico insegnamento, naturalmente accentuandone l’importanza proprio con la tecnica della ripetizione. In ciascuna di esse, infatti, troviamo un uomo che scopre improvvisamente un « tesoro » di inestimabile valore e che si sforza di acquistare al più presto, vendendo tutto ciò che possiede.
Ma qual è il preciso insegnamento delle due brevissime parabole? Qualcuno ha voluto insistere sul motivo della « gioia » con cui il protagonista, almeno quello della prima scena, compie la sua operazione rischiosissima: « Va, pieno di gioia, e vende i suoi averi e compra quel campo » (v. 44). « Il punto decisivo non è la vendita da parte dei due protagonisti delle parabole di quanto possedevano, bensì il motivo della loro decisione: l’essere stati sopraffatti dalla grandezza della loro scoperta. Così avviene del regno di Dio. La buona novella del suo avvento sopraffà, dona la grande letizia, orienta tutta la vita al compimento della comunità di Dio, effettua la più appassionante delle dedizioni ».1
A nostro parere, pur tenendo conto di questo dato della « gioia », che compensa ampiamente il rischio dell’operazione compiuta, la « punta » della parabola sta precisamente nel « coraggio » del rischio e della decisione davanti a una scoperta di eccezionale valore: e la « scoperta » è proprio lui, il Cristo, che con la sua presenza, con le sue opere di salvezza, anche fisica, con la sua dottrina, con il suo invito a seguirlo, rappresenta ed è il « regno ».2
Si può dunque attendere, ondeggiare, fare il calcolo di ciò che si perde o si guadagna, quando è evidente che nulla è paragonabile, in prezzo, a lui e al suo Vangelo? Neppure la vita si perde, se si gioca per lui! « Chi avrà trovato la sua via, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà » (Mt 10,39).

L’ »esclusivismo » di Dio
E si noti che l’urgenza della decisione non è sollecitata dalla preoccupazione che « il momento propizio » (cf 2 Cor 6,2) scocchi adesso sul quadrante della storia e non ritorni più. È vero anche questo; ma è vero soprattutto che l’urgenza nasce dalla « densità » salvifica del momento, dalla « ricchezza » che io ho davanti, a portata di mano, e non oso afferrare proprio per paura di dovere lasciar cadere dalle mie mani gli stupidi giocattoli che me ne impediscono la presa coraggiosa e la tenuta robusta.
È già disprezzare il « regno » attendere un attimo solo per entrarci, o illudersi di poterci entrare portandoci anche qualcosa di nostro, pensando forse di poterci stare meglio.
« C’è un esclusivismo di Dio, che però non si esercita alla maniera di quelli umani. Dio non è una realtà creata che occupa, nell’ambito dell’essere, un posto da cui esclude, per la sua esistenza stessa, tutte le altre realtà create. La presenza di Dio non scaccia l’umano: essa lo penetra e lo trasforma. Ma l’umano deve lasciarsi penetrare interamente; deve, per così dire, lasciarsi togliere a se stesso. La presenza di Dio, nella sua esigenza esclusiva, è compatibile con tutto ciò che, nella creazione, non è affetto dal peccato. A condizione però di rinnovare tutto.
Si arriva così alla questione dell’umanesimo: Dio è reperibile senza che l’uomo rinunzi a se stesso per lui? La ricchezza umana, non penetrata da Dio, esclude praticamente Dio. Il meglio diventa allora il peggio. Si arriva a professare o a vivere un umanesimo esclusivo, e il godimento indefinito della ricchezza umana fa perdere l’occasione di acquistare la perla unica. Si adora l’uomo al posto di Dio. Il regno è qualche cosa che si ottiene solamente rinunciando a tutto il resto » (Y. de Montcheuil).
Anche se non tutto è escluso dal regno, tutto vi deve però arrivare « rinnovato ». Ed è proprio per questo che abbiamo tutti una terribile paura a « vendere quello che abbiamo » per comprare il campo con il tesoro nascosto o la perla preziosa di cui parla il Vangelo.
Eppure questa è l’unica « saggezza » di cui deve dare prova il vero « discepolo » di Cristo, che al termine del brano viene paragonato, con un abbozzo di nuova piccola parabola, a « un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche » (v. 52). Gli esegeti leggono normalmente in questo versetto come una discreta annotazione autobiografica di Matteo, che descriverebbe così non solo la sua esperienza personale, ma anche il suo lavoro di composizione del primo Vangelo: un immenso « tesoro », in cui confluisce tutto il meglio dell’Antico Testamento (« le cose vecchie »), riletto e reinterpretato alla luce di quella « novità » radicale che è Cristo.
Applicato ad ogni discepolo del Signore, il proverbio potrebbe essere un invito non solo ad approfondire l’immensa « ricchezza » del Vangelo, lasciatoci in eredità da Gesù stesso e dalle prime generazioni cristiane, ma anche a « integrarlo » con le « nuove » esperienze di vita che la sua luce e la sua forza volta per volta ci suggeriranno. È anche questo un modo per scoprire e far scoprire la preziosità del « tesoro » che ogni generazione deve da capo dissotterrare e far risplendere davanti al mondo. È il famoso « quinto Evangelio », che deve essere riscritto ogni giorno dai cristiani: « E se tu mi domandi quale sia il quinto Evangelio, rispondo che è l’Evangelio eterno che costoro stanno scrivendo e non cesserà di essere scritto fino all’ultima salvezza ».3

« Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio »
Anche la brevissima, ma densa lettura paolina ci invita a riflettere sulla « preziosità » della vita cristiana, che è esclusivo dono dell’amore di Dio in Cristo. Egli ci ha pensati da sempre in Cristo (cf Ef 1,3-14) e tutto ha ordinato e « preordinato » per il nostro « bene »: la vita, la morte, le tristezze, le gioie, la salute, la malattia, il successo, l’insuccesso, ecc. L’importante è saper esprimere nella nostra vita « l’immagine del Figlio suo » (Rm 8,29). È in questa maniera che il « regno » di Dio si dilata e da Cristo si comunica anche a noi. « Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli: quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati » (Rm 8,28-30).
Come si vede, nel disegno di Dio c’è già perfino la nostra « glorificazione » finale. A una condizione però: quella di « riamare » Colui che da sempre ci ha amati!

Da: CIPRIANI S.,

incamminoverso @ 17 h 56 min
Enregistré dans OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻
San Charbel

Posté le Jeudi 24 juillet 2014

San Charbel dans immagini sacre 20100401-San+Charbel

http://ruferstimme.blogspot.it/2012/09/papst-benedikt-und-der-heilige-charbel_7.html

incamminoverso @ 18 h 22 min
Enregistré dans immagini sacre
24 LUGLIO: SAN CHARBEL

Posté le Jeudi 24 juillet 2014

http://tetra.spazioblog.it/86609/San+Charbel+Giuseppe+Makhluf.html

24 LUGLIO: SAN CHARBEL

(2007)

Oggi Santa Romana Chiesa ricorda San Charbel, santo libanese morto nel 1898.

La storia e la grandezza di questo Santo sono spesso ignorate, per questo abbiamo di ricordarlo nel giorno della Sua Memoria:

Giuseppe Makhluf, nacque nel villaggio di Biqa ’Kafra il più alto del Libano nell’anno 1828. Rimasto orfano del padre a tre anni, passò sotto la tutela dello zio paterno. A 14 anni già si ritirava in una grotta appena fuori del paese a pregare per ore (oggi è chiamata “la grotta del santo”).
Egli pur sentendo di essere chiamato alla vita monastica, non poté farlo prima dei 23 anni, visto l’opposizione dello zio, quindi nel 1851 entrò come novizio nel monastero di ‘Annaya dell’Ordine Maronita Libanese. Cambiò il nome di battesimo Giuseppe in quello di Sarbel che è il nome di un martire antiocheno dell’epoca di Traiano.
Trascorso il primo anno di noviziato fu trasferito da ‘Annaya al monastero di Maifuq per il secondo anno di studi. Emessi i voti solenni il 1° novembre 1853 fu mandato al Collegio di Kfifan dove insegnava anche Ni’matallah Kassab la cui Causa di beatificazione è in corso.
Nel 1859 fu ordinato sacerdote e rimandato nel monastero da ‘Annaya dove stette per quindici anni; dietro sua richiesta ottenne di farsi eremita nel vicino eremo di ‘Annaya, situato a 1400 m. sul livello del mare, dove si sottopose alle più dure mortificazioni.
Mentre celebrava la s. Messa in rito Siro-maronita, il 16 dicembre 1898, al momento della sollevazione dell’ostia consacrata e del calice con il vino e recitando la bellissima preghiera eucaristica, lo colse un colpo apoplettico; trasportato nella sua stanza vi passò otto giorni di sofferenze ed agonia finché il 24 dicembre lasciò questo mondo.
A partire da alcuni mesi dopo la morte si verificarono fenomeni straordinari sulla sua tomba, questa fu aperta e il corpo fu trovato intatto e morbido, rimesso in un’altra cassa fu collocato in una cappella appositamente preparata, e dato che il suo corpo emetteva del sudore rossastro, le vesti venivano cambiate due volte la settimana. Nel 1927, essendo iniziato il processo di beatificazione, la bara fu di nuovo sotterrata. Nel 1950 a febbraio, monaci e fedeli videro che dal muro del sepolcro stillava un liquido viscido, e supponendo un’infiltrazione d’acqua, davanti a tutta la Comunità monastica fu riaperto il sepolcro; la bara era intatta, il corpo era ancora morbido e conservava la temperatura dei corpi viventi. Il superiore con un amitto asciugò il sudore rossastro dal viso del beato Sarbel e il volto rimase impresso sul panno.
Sempre nel 1950 ad aprile le superiori autorità religiose con una apposita commissione di tre noti medici riaprirono la cassa e stabilirono che il liquido emanato dal corpo era lo stesso di quello analizzato nel 1899 e nel 1927. Fuori la folla implorava con preghiere la guarigione di infermi lì portati da parenti e fedeli ed infatti molte guarigioni istantanee ebbero luogo in quell’occasione. Si sentiva da più parti gridare Miracolo! Miracolo! Fra la folla vi era chi chiedeva la grazia anche non essendo cristiano o non cattolico.

Charbel Makhlouf, il santo libanese dai miracoli eclatanti, non cessa di manifestarsi con segni tangibili a chi ricorre a lui con fiducia. I miracoli registrati presso la sua tomba, nel convento san Marone di Annaya, sono oltre seimila. La sua intercessione si sperimenta rivolgendosi a lui con la preghiera, o utilizzando anche l’olio, l’acqua e l’incenso benedetti e distribuiti dal convento di Annaya, visitando la sua tomba e attraverso le sue immagini. Alcuni sono stati operati direttamente da lui e riportano anche i segni chirurgici, come è accaduto alla signora Nohad el-Chamy, che vive nei pressi del convento e conserva le cicatrici dell’intervento eseguito senza anestesia dal Santo apparsole mentre era paralizzata a letto, che le ha restituito la salute. Altre guarigioni sono avvenute suo tramite in modo meno traumatico. Molte le conversioni e le vocazioni sacerdotali nate sotto il segno di Charbel. Alcuni affermano di averlo visto in sogno, altri da svegli, dopo averlo invocato. Moltissimi dicono di aver visto illuminarsi la sua immagine. Sul registro del convento di Annaya si legge la testimonianza di Jean-Pierre Abboud, che a gennaio 2006 ringrazia il santo per averlo guarito dalla sordità, causata da una malattia infantile. Sostiene di avere recuperato l’udito dopo essersi strofinato sulle orecchie del cotone imbevuto con l’olio benedetto di san Charbel. Il 23 marzo 2006 ad Annaya, anche il signor Freddy Mansour registra la sua sconvolgente testimonianza. In vista di un rischioso intervento cardiaco, il devoto di Charbel teneva sul cuore un’immagine del Santo, confidando nel suo aiuto. Dieci giorni prima del ricovero iniziò la novena in suo onore. Il nono giorno, dopo avere acceso una candela davanti al quadro di Charbel, vide davanti a sé un uomo vestito da medico, che indicando l’immagine che teneva sul cuore, gli disse: “È lui che ti ha guarito” e disparve. Il giorno seguente i medici constatarono la sua completa guarigione. Claude Massouh è tornato a ringraziare san Charbel, dopo essersi specializzato in biologia in Francia. Per un tragico errore, durante gli esperimenti nel suo laboratorio, non erano stati spenti i raggi ultravioletti a cui lo studente era rimasto esposto inconsapevolmente. Quando se ne accorse era ormai troppo tardi. Prima di recarsi all’ospedale, corse a lavarsi gli occhi con acqua benedetta di san Charbel. I medici riscontrarono gravissime lesioni alla retina, ma ciò che non sapevano spiegarsi era come mai Claude ci vedeva bene, un fatto inspiegabile per la scienza. Terminati gli studi in Francia, nell’aprile 2006, il miracolato è tornato ad Annaya, per ringraziare il Santo presso la sua tomba. Paul Azzi, il postulatore generale dell’ordine libanese maronita di Roma, sostiene che più lo si invoca, più il Santo si manifesta con segni concreti a chi ricorre a lui e che l’ultimo miracolo di cui è stato messo al corrente riguarda una donna cilena di religione cattolico-melchita, ridotta a trenta chili di peso a causa di un tumore ai polmoni al quarto stadio, guarita contro ogni speranza dopo essersi rivolta a san Charbel. Un sacerdote ha invece raccontato di un ragazzo uscito dal coma il nono giorno della novena al santo, recitata dai familiari. Un’infermiera si è spaventata vedendo il quadro di Charbel illuminarsi all’improvviso nel buio della stanza, un’esperienza sperimentata da moltissimi suoi devoti, e una donna di Pescara mi ha riferito una serie di problemi familiari molto gravi che si sono risolti dopo avere invocato il santo con fiducia, come se una mano misteriosa li avesse sciolti uno dopo l’altro. Un’anziana sola al mondo, a 85 anni di età, venutasi a trovare in gravi difficoltà economiche è ricorsa a San Charbel, trovando in pochi giorni la soluzione al problema, piovuta proprio dal cielo. Moltissimi sono coloro che testimoniano benefici per intercessione del santo libanese che entra nella loro vita e nel loro cuore, come un amico di vecchia data.
Alcune sperimentazioni effettuate dagli istituti di ricerca di Mosca e Tbilisi. Ad esempio l’Istituto di Informazione e Tecnologie Elettromagnetiche ha scoperto che i ritratti di San Charbel irradiano incredibilmente onde elettromagnetiche come ogni normale essere vivente.

Tanti altri miracoli sono stati attribuiti a san Charbel; conversio­ni, apparizioni e mirabolanti guarigioni come quella di Nouhad Al-Chami, la donna che soffriva di emiplegia con doppia ostruzione alla carotide. Lei stessa e la sua famiglia erano prostrati dalla disperazio­ne, perché Nouhad non si muoveva più e stava cessando di cibarsi, non riuscendo più a deglutire… I dottori le avevano consigliato un’operazione con esito dubbio; una notte, però, (era il 21 gennaio 1993), dopo che suo figlio le aveva frizionato la gola con dell’olio benedetto proveniente dal Monastero di San Charbel, si addormen­tò per poi destarsi di colpo e rammentare di aver visto san Charbel ed un altro monaco avvicinarsi al suo capezzale ed averla operata alla gola. Improvvisamente si alzò, corse in bagno e davanti allo specchio notò due cicatrici ai lati della gola di dodici centimetri ciascuna, coi punti di sutura e del filo chirurgico nero che fuoriusciva, mentre il collo e la cami­cia da notte erano imbrattati di sangue. Vi lascio immaginare lo stupore e lo spavento del marito vedendola in piedi e tutta insanguinata… Lo stesso mattino la famiglia di Al-Chami si recò al Monastero di Annaya per testimoniare l’accaduto al superiore, mentre i medici dell’Ospedale di Beirut tolsero increduli i punti di sutura dal collo di Nouhad, certificando­ne l’avvenuta guarigione.

***
Il Signore ha creato ogni essere umano affinché risplen­da, per illuminare il mondo; voi siete la luce del mondo. Ogni esse­re umano è una lanterna destinata a risplendere; il Signore ha provveduto che ogni lanterna disponga di vetri chiari e trasparen­ti, per permettere a questa luce di risplendere e di illuminare il mondo; ma la gente si cura del vetro, dimenticandosi della luce; si interessa dell’aspetto del vetro, lo colora e lo decora, finché esso diventa torbido, opaco, impedendo così alla luce di risplendere attraverso, e di conseguenza il mondo è sprofondato nell’ignoranza. Il Signore insiste nel voler illuminare il mondo. I vostri vetri devo­no ridiventare trasparenti. Dovreste realizzare il proposito per il quale siete nati in questo mondo »
San Charbel

incamminoverso @ 18 h 21 min
Enregistré dans SANTI, SANTI :"memorie facoltative"
QUELLI CHE SPERANO NELL’ETERNO (ISAIA 40:30-31)

Posté le Jeudi 24 juillet 2014

http://digilander.libero.it/auroracristiana/Meditazioni/quelli%20che%20sperano%20nell’Eterno.html

QUELLI CHE SPERANO NELL’ETERNO (ISAIA 40:30-31)

30. I giovani s’affaticano e si stancano ; i giovani scelti vacillano e cadono, 31. Ma quelli che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze, s’alzano a volo come aquile; corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.
Un famoso scienziato nel pieno della sua vita dichiarava orgogliosamente di essere ateo e di non credere all’esistenza di Dio. Alla fine dei suoi giorni, al suo capezzale, dovette confidare ad un amico di riconoscere che Dio esisteva e che aveva paura ad incontrarLo.
Nel brano citato dal libro di Isaia, il profeta poeta dell’Antico Testamento, ci mostra una raffigurazione delle varie tappe della vita umana con e senza Dio. Isaia trascura, volutamente l’ultima tappa, quella della terza età, poiché una vita con Dio escluso, rende questo periodo una continua angoscia nell’attesa/rifiuto della morte e di quello che sarà o non sarà dopo di essa. Può apparire naturale nel pieno della propria gioventù sentirsi capace di sfidare il mondo intero ed ammettere nell’età canuta invece, che « io ho veduto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità e un correre dietro al vento » (Ecclesiaste 1:14).
- Ma l’attuale società, ci ha abituati a vedere giovani forti, o come li chiama Isaia « scelti » che « vacillano » e sono stanchi della vita, ancora prima di cominciare. Si bruciano presto tutte le tappe. Prima dei 18 anni un giovane ha ormai provato quasi tutto quello che la società malata moderna aveva di negativo da proporgli. I tempi di sesso, droga e rock and roll, non sono mai tramontati, sono solo cambiati i nomi e le sostanze: il sesso da quello tradizionale portato alle depravazioni sempre più originali, è passato anche a quello virtuale; è impossibile navigare in Internet senza incontrare prima o poi un sito porno. La droga tradizionale è stata affiancata già da molto tempo da droghe sempre più sofisticate, che fanno passare la tradizionale eroina come qualcosa di antico e superato e che quasi tranquillizzano perfino i genitori, che non vedono più nei buchi sulle braccia dei propri ragazzi il segno evidente che il proprio figlio è un drogato, ma che invece, l’uso esagerato di quelle simpatiche pasticche con stampato sopra deliziosi animaletti o altri simboli, sono i corresponsabili delle tante stragi del sabato sera. Questo, insieme alla musica underground sempre più assordante che più che ascoltare si subisce in discoteca rendono i nostri ragazzi degli stracci ancora prima della maggiore età per i fortunati che riescono a raggiungerla. Forse è un quadro che alcuni potrebbero definire piuttosto nero, ma io lascerei ai sociologi il pietoso tentativo di spiegare perché sempre più ragazzi si tolgono la vita, compiono omicidi in cui molto spesso sono coinvolti anche i genitori, mostrano in generale una sconcertante assenza di valori e rifiuto della vita; e mi rivolgerei piuttosto a Colui che considera preziosa la vita di ogni sua creatura e può dargli un reale senso, degna di essere vissuta.
« ma quelli che sperano nell’Eterno.. ». E’ questo il segreto per una vita esuberante e piena di significato, sperare nell’Eterno . E’ nell’affidarsi nelle amorevoli mani del Padre Celeste, l’unica ancora di salvezza da questo mal di vivere che attanaglia i giovani d’oggi. Se si avrà il coraggio di fare il primo passo, di non considerare Dio come qualcosa di superato o buono per i vecchi, il peso che si sentirà togliersi di dosso, sarà paragonabile a sentirsi come:
- « un’aquila che si alza in volo », che guarda il mondo sotto di essa e vede anche quelle montagne che sembravano insormontabili, come dei piccoli ostacoli da superare e velocemente lasciare dietro. Considerate ancora il volo delle aquile; se dovesse sfruttare solo la sua forza, non volerebbe molto a lungo data la sua mole, ma essa sfrutta le correnti ascensionali spiegando le proprie grandi ali. Così è di colui che « spera nell’Eterno », non andrebbe molto lontano se dovesse contare sulle proprie forze, ma il Padre Celeste ci ha fornito di una corrente ascensionale speciale: la potenza dello Spirito Santo, che sostiene in alto i credenti anche nei momenti in cui le forze vengono a mancare, « ..io v’ho portato sopra ali d’aquila e v’ho condotti a me. » (Esodo 19:4).
Il volo però non può restare tale per tutta la vita; l’entusiasmo iniziale può sembrare venire meno, ma il credente maturo, sa scendere a terra ed a differenza del « giovane scelto », sa « correre senza stancarsi » . Questo presuppone allenamento. L’atleta che si prepara per una gara non lo fa per arrivare ultimo, ma per vincere e per questo prepara con cura e duramente il suo allenamento. Questo vale oggi come ieri e l’apostolo Paolo ne fa un bellissimo esempio da applicarsi al cristiano: « Non sapete voi che coloro i quali corrono nello stadio, corrono ben tutti, ma uno solo ottiene il premio?…….Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa;..…..io quindi corro ma non in modo incerto… » (I Corinzi 9:24-27). Molti pretendono di correre senza allenarsi, ma i nostri avversari non sono fisici, bensì spirituali e faranno di tutto non solo per non farci vincere, ma cercheranno di non farci raggiungere affatto il traguardo. Dunque il nostro allenamento dev’essere adeguato. L’allenamento del credente è la preghiera, la lettura e meditazione della Parola di Dio, la comunione fraterna. Ci saranno alcuni che sembreranno correre più degli altri, non cerchiamo di imitarli; sono come quegli atleti, « le lepri », che nelle gare hanno solo il compito di tenere il ritmo della corsa, ma che non sono in grado di completarla. L’importante nella corsa cristiana, non è « partecipare », come cita un famoso detto, ma raggiungere il traguardo: « Io ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbata la fede. » (II Timoteo 4:7).
« Quelli che sperano nell’Eterno » infine, non hanno paura di diventare vecchi. Per la società, per la famiglia, nonostante la società stessa stia diventando sempre più composta da anziani, costoro continuano a rappresentare un peso. Per la chiesa al contrario rappresentano coloro che hanno imparato a « camminare senza affaticarsi ». Fisicamente non saranno in grado di correre come quando erano giovani, ma spiritualmente sono di esempio e stimolo ai più giovani, grazie al raggiungimento di una saggezza frutto dell’esperienza di anni di fede. Quando si corre, non si colgono i particolari che si notano e si apprezzano quando si cammina piano.
Vogliamo dunque essere di « quelli che sperano nell’Eterno », nonostante tutto, nonostante le guerre, le atrocità commesse nel mondo, possano far pensare ad un Dio che si disinteressi di esso, nonostante le religioni nel mondo praticano diversamente da quello che predicano, nonostante la promessa del ritorno di Cristo possa essere per alcuni una realtà vicina, per altri ancora molto lontana e per altri ancora, non esserla affatto, vogliamo essere tra quelli che sperano nell’Eterno e che dicono maràn-atà: vieni Signor Gesù, noi speriamo in Te.

Michele Garruto

incamminoverso @ 18 h 20 min
Enregistré dans LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO, LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO: PROFETI
Santa Brigida di Svezia

Posté le Mercredi 23 juillet 2014

Santa Brigida di Svezia dans immagini sacre StBridget

http://www.prayerbedes.com/?p=595

incamminoverso @ 19 h 00 min
Enregistré dans immagini sacre
12345...1007