studi, antologia, immagini –

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 

studi, antologia, immagini -  dans anno paolino     

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

dalsitodelpontificiosanpaolo.gif

PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/0-inno-alla-carita-1cor-131-13/   

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TRADUTTORI:  

VI PROPONGO UN LINK AD UN SITO CON PIÙ TRADUTTORI ABBASTANZA BUONI, FORSE LO CONOSCETE GIÀ: 

http://www.lexicool.com/translate.asp?IL=2

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link al mio Blog in lingua inglese:

Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/


incamminoverso @ 19:38
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LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

Posté le Dimanche 9 mars 2008

1520angelico20eucharist.jpg

(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

sanpaoloinmeditazione.bmp

San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

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Saint Bernardino of Siena, Sano di Pietro 1463 – Fresco – Siena, Palazzo Publico, Sala del Mappamondo

Posté le Samedi 19 mai 2012

Saint Bernardino of Siena, Sano di Pietro 1463 - Fresco - Siena, Palazzo Publico, Sala del Mappamondo dans immagini sacre saint-bernardino-of-siena-2283-mid
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incamminoverso @ 17:00
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20 maggio: S. Bernardino da Siena, predicatore (1380-1444) (mf)

Posté le Samedi 19 mai 2012

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/05-Maggio/S_Bernardino_da_Siena.html

20 maggio: S. Bernardino da Siena, predicatore (1380-1444)

NEL NOME DI GESU’

“Misericordia e Pace” queste erano le due parole chiave pronunciate dai pellegrini che si recavano a Roma per il grande Giubileo del 1400. Era come un motto, uno slogan, una bandiera, ma nello stesso tempo qualcosa di più: un augurio certamente, un sospiro sommesso, un desiderio struggente, talvolta un grido disperato. Perché si avvertiva, proprio in quegli anni ma anche in seguito, questo profondo bisogno di Misericordia e di Pace nel campo politico, sociale ed ecclesiale.
Di pace politica anzitutto: l’Europa, fatta di nazioni cristiane divisa e molto spesso “l’un contro l’altra armata”. Principi cristiani che non facevano altro che organizzare guerre per… difendersi da altri principi cristiani, o per estendere il proprio potere (politico o economico). E, suprema bestemmia, molti affermavano di agire «nel nome di Dio». L’Italia: anch’essa divisa, con piccoli stati contro altri stati (le grandi Signorie), con città contro città, e all’interno di esse fazioni o partiti contro altre fazioni o partiti.
Chi non ricorda le lotte fra Guelfi e Ghibellini?“ Pace e Misericordia” anche tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente e dentro la stessa Chiesa Cattolica: erano gli anni del Grande Scisma, dei papi (a Roma) e degli antipapi (ad Avignone), o degli scandali all’interno stesso di essa, con un clero spesso non all’altezza del proprio compito, culturalmente e moralmente.
Proprio in quei decenni si sviluppò un movimento di predicazione per il popolo che aveva come primo obiettivo il risveglio spirituale ed ecclesiale ma conseguito mediante migliori rapporti sociali, economici e familiari. Come dire ricreare una fede cristiana incarnata e trasformante la vita quotidiana, pubblica e privata. Si predicava perciò contro la violenza in generale, contro l’usura, lo strozzinaggio ed il lusso (violenza economica contro i poveri), contro la corruzione ed il gioco d’azzardo (rovina degli individui), contro le lotte tra le varie famiglie potenti e molto spesso prepotenti, contro lo sfruttamento e le perversioni sessuali.
In prima linea, in questa predicazione, erano gli ordini mendicanti dei Domenicani e dei Francescani. Questi organizzavano gruppi di missionari ambulanti, muniti di autorizzazione ecclesiastica mandati o talvolta anche chiamati benevolmente dagli stessi governanti, che speravano in un ritorno positivo per la loro immagine politica. Tra i tanti predicatori, due nomi eccellenti, ambedue bravi e famosi, ambedue santi: uno domenicano (San Vincenzo Ferrer, spagnolo ma che ha predicato anche in Italia, per questo chiamato Ferreri) e San Bernardino da Siena, “eccellente maestro di teologia e dottore di diritto canonico” come lo definì il Papa Pio II.
Ma per la storia della Chiesa è un grande, originale ed efficace predicatore. Infatti “gli bastava trovarsi davanti al popolo per lasciarsi alle spalle la dotta preparazione ed entrare in perfetta sintonia con la gente semplice, usandone, con festosa gioia creativa, il linguaggio quotidiano. L’esemplarità di Bernardino da Siena è tutta in questa sua capacità di ripensare il Vangelo dal di dentro della cultura popolare e di travasarlo in un linguaggio che era, proprio come quello di Gesù, il linguaggio di tutti i giorni” (Ernesto Balducci). E questo non è poco.

“Stage” pratico… tra i malati di peste

Bernardino nacque a Massa Marittima, dove il padre era governatore. Rimasto a sei anni orfano fu allevato, a Siena, da uno zio paterno e da due zie, molto religiose ma non bigotte, che gli diedero un’ottima educazione cristiana. Per questo motivo nelle prediche, Bernardino dimostrerà sempre una profonda conoscenza dei problemi femminili veri. Studiò grammatica e retorica e si laureò in giurisprudenza.
Durante la peste del 1400 a Siena, essendo perito tutto il personale regolare dell’ospedale e rispondendo alla richiesta di aiuto del responsabile, si offrì volontario insieme ai suoi amici della Compagnia dei Battuti (o dei Disciplinati) a cui si era iscritto, che si riunivano, a mezzanotte, nei sotterranei dell’ospedale. Dopo l’esperienza di quattro mesi tra i malati di peste, rimase lui stesso colpito dalla malattia e lottò per un po’ di tempo tra la vita e la morte.
Fu un’esperienza tremenda ma così forte che lo segnerà positivamente tutta la vita. Aveva imparato sull’uomo e i suoi bisogni ma anche su se stesso ciò che i libri di antropologia del tempo non avrebbero potuto insegnargli con maggiore efficacia. Passata poi l’epidemia si prese cura di una delle due zie, gravemente malata, fino alla sua morte.
Nel 1402, sempre a Siena, diventò francescano e due anni dopo sacerdote. Fu mandato poi a Fiesole per completare gli studi in teologia ascetica e mistica: qui lesse con attenzione e con entusiasmo gli scritti dei grandi autori francescani, in primis, Francesco e Bonaventura, Duns Scoto, Jacopone da Todi e altri.
Nel 1405 fu nominato dal Vicario dell’Ordine predicatore ufficiale, e da questo momento in poi Bernardino si dedicherà soprattutto alla predicazione (ma anche al governo e riforma del suo Ordine di cui fu Vicario Generale dal 1438 al 1442). In primo luogo nel territorio della Repubblica di Siena, poi in altre innumerevoli città, specialmente dell’Italia centro settentrionale.

Predicatore comprensibile, efficace, attuale
È interessante sapere che le prediche di Bernardino da Siena ci sono pervenute grazie ad un fedele (o ammiratore) trascrittore, il quale a modo suo stenografava tutto, anche i sospiri del predicante. Questi raccomandava che ciò che bisogna dire nella predica deve essere
“chiarozo, chiarozo… acciò chè chi ode ne vada contento e illuminato, e non imbarbugliato”.
Per Bernardino inoltre il predicare doveva essere un “dire chiaro e dire breve” ma senza dimenticare insieme il “dire bello”. E, come spiegava con una metafora contadina:
“Piuttosto ti diletterai di bere il buon vino con una tazza chiara e bella che con una scodella brutta e nera”.
Insomma curare il contenuto (il buon vino evangelico) e il contenente che deve essere bello (la forma). E lui faceva tutto questo (eccetto la brevità). Conquistava l’uditorio non con ragionamenti astrusi e astratti, ma con la semplicità, con parabole, aneddoti, racconti, metafore, drammatizzando e teatralizzando il racconto (oggi diremmo che della predica faceva un piccolo “show spirituale”).
Era soprattutto attuale: castigava e canzonava le umane debolezze, le stregonerie, le superstizioni, il gioco e le bische (“diceva: “anche il demonio vuole il suo tempio ed esso è la bisca”), i piccoli e grandi imbrogli nel commercio al dettaglio, le mode frivole (specialmente delle donne, oggi è il culto del “look”), i vizi in generale, pubblici e privati. Ma era feroce con gli usurai del tempo, una piaga antica (e moderna). Paragonava la morte di questi tali all’uccisione del porco in una famiglia: una festa ed una liberazione dalla fame per tutti.
Ma qual era il centro della predicazione di Bernardino? Naturalmente Gesù Cristo, in un triplice aspetto: il Gesù “umanato” e cioè l’Incarnazione, il Gesù “passionato” ovvero la sua Passione e Morte in Croce, ed infine il Gesù “glorificato”, la sua Resurrezione e Ascensione alla destra del Padre.
Bernardino metteva in risalto il primato assoluto del Cristo, la sua mediazione universale, la subordinazione di tutte le cose a Lui e in vista di Lui per arrivare attraverso Lui alla perfezione e alla comunione con Dio. È il tema centrale del “Christus Victor” diventato il Signore di tutto attraverso la sofferenza della Croce, rendendo tutti partecipi della salvezza dal peccato.
Tutto bene, tutto liscio nella sua vita? Non è possibile per nessuno. Oggi gli si rimprovera infatti una durezza eccessiva contro le cosiddette “streghe” e contro gli Ebrei (allora non erano ancora i “nostri Fratelli maggiori”). Era santo ma anche figlio del suo tempo e della cultura di allora.
Comunque la sua fama di predicatore travolgente, efficiente ed efficace (nelle conversioni anche clamorose, simboleggiato nel “rogo delle vanità”) non lo risparmiò da ostilità, sofferenze ed incomprensioni.
Sappiamo che l’invidia è una non virtù che, come zizzania, è sempre stata presente anche nei verdi campi ecclesiali. Bernardino fu infatti accusato di idolatria (e non una volta sola anche di eresia) specialmente per quanto riguardava la devozione al Nome di Gesù, espresso nel famoso trigramma JHS messo su uno stendardo. Fu sempre completamente scagionato (a Roma) e reintegrato. Fino alla morte che incontrò a L’Aquila il 20 maggio 1444.
Non solo aveva predicato bene, ma era anche vissuto da santo. Santità la sua che venne riconosciuta subito dalla Chiesa attraverso il papa Niccolò V che lo canonizzò, solo sei anni dopo, il 24 maggio del 1450.

MARIO SCUDU sdb

          Il nome di Gesù è Luce
Il nome di Gesù è la luce dei predicatori perché illumina di splendore l’annunzio e l’ascolto della sua parola. Donde credi si sia diffusa in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù? Non ci ha Dio “chiamati alla sua ammirabile luce” (1 Pt 12, 9) con la luce e il sapore di questo nome? Ha ragione l’Apostolo di dire a coloro che sono stati illuminati e in questa luce vedono la luce: “Se un tempo eravate tenebre, ora siete luce nel Signore: comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5,8).
Perciò si deve annunciare questo nome perché risplenda, non tenerlo nascosto. E tuttavia nella predicazione non lo si deve proclamare con un cuore vile o con una bocca profanata, ma lo si deve custodire e diffondere come da un vaso prezioso…
L’Apostolo Paolo portava dovunque il nome di Gesù con le parole, con le lettere, con i miracoli e con gli esempi. Infatti lodava sempre il nome di Gesù e gli cantava inni con riconoscenza…
Dai Discorsi, n. 49, Sul glorioso nome di Gesù Cristo, cap. 2.
E poi questi politici…
In una città si era instaurata una specie di dittatura o tirannia. Ecco un pezzo della sua predica per quella circostanza (ma il discorso non si può estendere anche ai giorni nostri?).
«Chi ha questo vizio si presenta sempre come un benefattore, ma in realtà è uno strozzino e un tiranno. Ci sono purtroppo i tira-anni, i tira-mesi, i tira-settimane, i tira-giorni, i tira-mattina, i tira-pomeriggio, i tira-notte e persino i tira-ore. Sai chi è il tira-anno? È colui che tira una volta all’anno. Il tira-mesi è peggio, perché tira ogni mese. Peggio ancora è il tira-settimane, perché tira ogni settimana. E il tira-giorni è ancora peggiore, perché ruba tirando ogni giorno…
E il tira-mattina è ancora peggio perché va al palazzo di governo e sempre tira. Così anche il tira-notte. E che diremmo del tira-ore? Possiamo dire che egli sempre tira, ruba e spoglia chiunque gli capiti a tiro. E poi questi politici vogliono essere chiamati “governatori del popolo!”. A loro ben conviene un solo nome: “ladroni”. E rivolgendosi agli interessati, spesso ostentatamente e ipocritamente seduti in prima fila, Bernardino da Siena, di professione predicatore itinerante, evangelicamente libero e povero perciò senza paura, gridava: “Sapete cosa vi dico? Voi siete le eccellenze zero. Potete farvi temere per un certo tempo, ma mai sarete rispettati, anzi arriverà il giorno in cui il popolo vi disprezzerà e spargerà urina sulla vostra testa”».
Accidenti, Bernardino, che coraggio! Beh, oggi, con i potenti e i politici di turno si è più diplomatici e più contenuti, più irenici e più ecumenici, più generici e più indefiniti. Insomma più “politicamente corretti”. Ma, forse, meno efficaci e meno evangelici. O no?

incamminoverso @ 16:58
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Ascensione del Signore: Dai « Discorsi » di Guerrico d’Igny.

Posté le Samedi 19 mai 2012

http://www.certosini.info/preghiera/lezion/b/tp_ascensione.htm

Tempo di Pasqua

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Solennità

Dai « Discorsi » di Guerrico d’Igny.

« Padre, quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato ». Gv 17,12. Il Signore pregò così alla vigilia della sua passione. Tuttavia, non è sbagliato applicare questa preghiera al giorno dell’Ascensione: infatti fu quello il momento in cui si separò dai discepoli che affidava al Padre.
Il Signore che in cielo istruisce e guida i cori angelici che ha creati, si era associato in terra un gruppetto di discepoli per istruirli con la sua presenza corporea fino al momento in cui i loro cuori si fossero dilatati e lo Spirito avesse potuto ormai guidarli. Così Cristo amava quei piccolissimi di un amore degno della propria grandezza. Li aveva distolti dall’amore del mondo e li aveva indotti a lascìar cadere ogni speranza terrena: ora li vedeva dipendere unicamente da lui. Ma finché restò tra loro con il corpo, non prodigò tanto facilmente le espressioni del suo affetto, dimostrandosi fermo più che tenero, proprio come si addice a un maestro e a un padre.
2
Quando però giunse il momento della separazione, Cristo fu quasi sopraffatto dalla tenerezza del suo amore per i discepoli e non poté più dissimulare l’intensità e la dolcezza dei suoi sentimenti fino allora celati. Per questo nel vangelo si legge: « Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. » Gv 13,1. Allora fu come se effondesse per i suoi amici tutta la ricchezza del suo amore, prima ancora di riversare come acqua tutto sé stesso per i suoi nemici.
In quel momento consegnò loro il sacramento del suo corpo e del suo sangue e ne istituì la celebrazione: non so se in questo dobbiamo ammirare dì più la potenza o l’amore di Gesù. Cristo aveva trovato così un nuovo modo di rimanere con i discepoli per consolarli della sua partenza: pur allontanandosi in apparenza col corpo, sarebbe rimasto non solo con loro, ma addirittura in loro, in virtù del sacramento. Allora quasi dimentico della propria maestà, come facendo ingiuria a sé stesso – anche se la gloria della carità consiste nell’umiliarsi per gli amici – il Signore con meravigliosa condiscendenza lavò i piedi agli apostoli; con un solo atto dette l’esempio dell’umiltà e il sacramento del perdono.
3
Sempre in quella circostanza, dopo averli a lungo incoraggiati, li affidò al Padre. Felici loro che avevano per avvocato lo stesso giudice! Per essi prega colui che si deve adorare, con lo stesso amore che ha colui che viene implorato: il Padre, con cui Cristo è un unico spirito, una sola volontà e una sola potestà, poiché Dio è uno. E’ naturale che tutto quello per cui Cristo prega si realizzi, perché la sua parola è atto e la sua volontà efficace. Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste. Cristo afferma: « Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io. » Gv 17,24. Quanta e quale sicurezza per i fedeli! Quanta fiducia per i credenti! Basta soltanto che cerchino di non perdere la grazia ricevuta. Questa sicurezza infatti non è offerta unicamente agli apostoli o ai loro condiscepoli, ma a tutti quelli che per la loro parola avrebbero creduto nel Verbo di Dio.
4
« Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me. » Gv 17,20. A voi fratelli, è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui: Fil 1,29 come quelli che la fede nella promessa di Cristo corona con assiduo martirio nella quotidiana lotta contro i vizi; li rende infatti non inoperosi per la sicurezza ma più ferventi nell’ardore. Martirio assiduo ma facile; facile ma sublime. Facile, perché non comanda nulla oltre le forze. Sublime, perché trionfa di tutta la potenza del nemico che è come un forte armato. Non è forse facile portare il soave giogo di Cristo e sublime l’esser coronati nel suo regno? Quale cosa più facile del portare le ali che portano colui che le porta? Quale cosa più sublime del volare al di sopra dei cieli ove è asceso Cristo? Sì, i santi, la cui giovinezza si rinnoverà come quella dell’aquila, prenderanno ali e voleranno. Dove? « Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi ». Lc 17,37 sentenzia il vangelo di Cristo.

incamminoverso @ 16:56
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Ascention of the Lord

Posté le Vendredi 18 mai 2012

Ascention of the Lord dans immagini sacre asccension_munich

http://veneremurcernui.wordpress.com/2011/06/02/today-is-the-solemnity-of-the-ascension-of-the-lord/

incamminoverso @ 18:37
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2° Lettura (Ef 4, 1-13): Un solo Dio Padre è presente in tutti

Posté le Vendredi 18 mai 2012

http://digilander.libero.it/scriptorium_UO/ARCH_COMM/ANNO%20B/ASCENSIONE_B.rtf.

2° Lettura (Ef 4, 1-13)

commento di Don Claudio Doglio

Un solo Dio Padre è presente in tutti 

Il richiamo all’etica cristiana si basa sul fatto che il battesimo è, nel Nuovo Testamento, un atto responsabile della persona.
Chi ha sentito ed accolto la vocazione deve camminare in modo degno di essa.
Questa etica riguarda soprattutto il comportamento all’interno della comunità: senza umiltà, pazienza, mitezza ed amore da parte di tutti i membri non si può avere la pace e senza la pace non c’è unità.
E unità deve essere perché per tutti vi è un unico obiettivo: tutti abbiamo una sola fede ed un unico Dio, Padre di tutti.
Cristo, disceso sulla terra fino alle profondità degli inferi e poi risalito al cielo, ha percorso tutto l’universo e ne ha preso possesso.
Dall’alto della sua piena conoscenza ha stabilito che l’unità dei cristiani non esige tuttavia l’uniformità, ma si costruisce mediante la varietà dei doni da ognuno ricevuti.
Il brano è un intenso appello che l’apostolo indirizza alle comunità cristiane perché conservino intatta la loro unità, bloccando le discordie e le divisioni dottrinali e celebrando lo splendore dell’unica fede.
Paolo cita una frase del Salmo 68 che è un arcaico e difficile “Te Deum” trionfale al Signore della storia e del cosmo: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini” (v.19).
Nell’originale ebraico si trattava del rientro del Signore nel tempio di Sion, dopo aver diretto personalmente la guerra santa contro gli abitanti di Canaan.
Egli era seguito dalle colonne dei prigionieri e dal bottino del trionfo che avrebbe distribuito al suo popolo.
Nel verbo “ascendere” Paolo vede la prefigurazione dell’ascensione di Cristo “disceso” in mezzo a noi nella incarnazione.
Nell’espressione “distribuire doni” intravede l’effusione dello Spirito Santo con tutta la metafora dei suoi carismi, cioè dei diversi doni spirituali offerti gratuitamente ad ogni credente per il bene di tutti.

incamminoverso @ 18:30
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Atti 1,1-11 – prima lettura di domenica 20, Ascensione del Signore

Posté le Vendredi 18 mai 2012

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2007_08/07.htm

Azione Cattolica Diocesana -l’Atrio dei Gentili

Lectio Divina 2007/08

a cura di Stella Morra

7. Cosa fare?

Atti 1,1-11

Premessa

            Ultimo testo su questo percorso – richiamo il titolo iniziale “Solo un Dio ci può salvare: la vita, la fede, l’incontro” – che abbiamo cercato di fare nello scoprire una specie di logica degli incontri in generale, e degli incontri di Gesù, il Cristo, in modo particolare, quasi a tentare di disegnare un contorno, seppure molto delicato, dell’esperienza della fede, cioè di questa esperienza profonda che rende solida la possibilità di tentare più o meno di essere credenti, che è l’esperienza dell’incontro con il Signore. Una delle cose che vorrei dire alla fine del percorso – e io sarei molto felice se così fosse andata – è smontare l’idea che l’esperienza dell’incontro con il Signore sia una specie di vaga esperienza sentimentale interiore – io incontro il Signore – come se fosse un dato impalpabile che ognuno fa nel  chiuso del suo cuore. Mi piacerebbe che questi testi, invece, ci avessero aiutati a ricostruire degli elementi che non sono mai oggettivi, nel senso di materiali, scientifici, e non sono mai nemmeno solo interiori, vaghi, poetici o sentimentali, ma sono degli eventi della vita che in qualche modo costruiscono quella che noi normalmente chiamiamo ‘l’esperienza del Signore’. Se vi capiterà, o avrete voglia di rileggere o risentire il commento a questi testi e di ripercorrerli, potrebbe essere una buona chiave di lettura ‘a posteriori’, cioè veramente l’incontro con il Signore. Quando diciamo, l’esperienza credente si basa sull’aver incontrato il Signore Gesù, non facciamo un’affermazione né generica, né teorica, né sentimentale, psicologica, emotiva, ma, con una frase sintetica come fanno gli apostoli negli scritti evangelici, con un Kerigma, diciamo un pezzo dell’esperienza della vita. E non è vero, la menzogna che oggi  spesso si dice che …’la vita non si può racchiudere dentro le parole’. Sì, è vero che non la si può racchiudere totalmente, ma è altrettanto vero che si possono dire alcune cose. Lo sforzo del percorso di questi testi, facendoci guidare dal vangelo di Giovanni, che ha al suo centro questo tema dell’incontro, ci dovrebbe aver aiutato un po’ a definire un profilo che certo rimane tenue, non assoluto, non scientifico, ma va in questa direzione.
            Qual è l’ultimo passo di questa faccenda? Per dirla con la chiave moralistica che capiamo tutti, ma che vorrei poi abbandonare immediatamente, come dice l’evangelo, vi riconosceranno dai frutti. Cioè l’ultimo passaggio è che, se un incontro accade, qualcosa si deve vedere! Qualcosa deve succedere in noi. Negli ultimi tre o quattro secoli si è pensato che se l’incontro con il Signore davvero accadeva, uno diventava più buono. Si faceva una lettura tendenzialmente di tipo moralistico. Noi, fortunatamente, non usiamo più questo criterio, o almeno, non ci soddisfa più; sarebbe come dire che se uno è innamorato, allora è felice. Sì, è vero, ma uno può avere dei guai ed essere molto triste anche se è innamorato, anche se l’amore che vive è vero. A quindici anni uno si ubriaca del proprio essere innamorato ma, da adulto, la vita c’è, sia che uno sia o meno innamorato. E ci sono le attese, le fatiche, i dolori… e uno può essere anche molto infelice e non per questo non essere veramente dentro un amore. Se uno incontra davvero il Signore, dovrebbe progressivamente assumere uno sguardo di misericordia su sé e sul mondo, soprattutto sui poveri; e dunque, alla lunga, si dovrebbe vedere che uno diventa un po’ più buono. Alla lunga, è un tirare le somme che si può fare solo alla fine della vita, non sui singoli comportamenti, e dunque che cosa dobbiamo cercare nello svolgersi della storia? Questa è la domanda. Il titolo che avevamo messo era banale, un po’ citazione di Lenin: Che fare? Cioè, se un incontro avviene, che cosa c’è da fare?
            Negli ultimi quarant’anni abbiamo spesso detto no al moralismo, no all’efficientismo – solo al fare – è una questione di essere, di cambiamento interiore; no a questo, no a quello e alla fine abbiamo ridotto questo incontro ad una specie di sensazione soggettiva di intenzione interiore. Se io incontro il Signore, beh, io guardo le cose con altri occhi. Che cosa vuol dire? Io credo che questo è troppo poco; è giusto cautelarsi contro i rischi, cautelarsi contro il moralismo, contro l’efficientismo, pensare che, appunto, due più due faccia sempre quattro immediatamente: dopo aver incontrato il Signore divento più buono e tutti riconoscono che io sono più buono! No, non funziona così. Ma detti questi rischi, dobbiamo pur dire qualcosa, provare a dire che cosa si vede di ciò che, anche, facciamo; non solo che cosa sentiamo.
            Da questo punto di vista ho scelto il testo iniziale del libro degli Atti, i primi undici versetti del capitolo uno, che è un testo apparentemente quasi tecnico, una specie di riassunto – dal punto di vista del genere letterario si chiama sommario – è un testo composito, varie volte rimaneggiato, in cui vari pezzi sono stati aggiunti, perché, secondo me, rispondendo esattamente alla domanda che fare, non è lineare. Cioè, quando gli evangelisti raccontano dell’esperienza stravolgente della risurrezione del Signore sono sotto l’impressione di questa esperienza che è stata data loro da altrove e dunque sgorga un’immagine letteraria che ha  una sua unitarietà, che è un quadro, perché, in qualche modo è come se io fossi stato messo di fronte a qualcosa che ho visto. Quando devono provarsi a dire che fare, bisogna pensarla, non tutte le idee ti vengono insieme, la scrivi, poi vedi che in un punto manca un pezzo, aggiungi… il testo è molto più faticoso, è meno costruito come un affresco.

            Struttura del testo, domanda e risposta
            Come al solito lo leggo. “Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzione agli apostoli che si era scelto nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo”.  Probabilmente, se fosse dipeso da noi, qui sarebbe finito, perché noi abbiamo l’idea che, se devo raccontare, ti racconto ciò che è successo, e basta. Qui l’hanno detto: Gesù ha insegnato, ha dato istruzione, poi è asceso al cielo, fine. Il problema è che nessuno vive di descrizioni; la descrizione non ci nutre la vita, e giustamente, qui il testo prosegue.
            “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre ‘quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni”. Qui c’è una piccola seconda unità del testo descrizione degli eventi, di quegli eventi se ne piglia uno, che è la risurrezione e si fa una specie di zoom, si allarga e si racconta una scena molto particolare: Gesù seduto a tavola che dice una cosa in risposta ad una domanda precisa: attendere che la promessa del Padre si compia. Non è una domanda qualsiasi, ma è: quand’è che torneranno i conti? Sì, va bene, detto, insegnato, fatto, e adesso cosa succede? Che è la nostra domanda. E c’è una risposta specifica, data a tavola dal risorto. Questa è la scena.
            Terza unità del testo: “Così  venutisi a trovare insieme gli domandarono. ‘Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il Regno di Israele?’ Ma Egli rispose: ‘Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”.  Questa è la terza piccola unità del testo. Cioè: la domanda implicita viene esplicitata: è questo il tempo? E c’è ancora una risposta. Due unità su quattro sono dedicate alla nostra domanda: e adesso cosa succede? Che dobbiamo fare? Non solo ma, poiché i vangeli normalmente sono costruiti a prova di stupidi, caso mai non avessero capito, l’evangelista aggiunge la quarta unità che, senza discorsi ma di nuovo con un’azione, un racconto, ridice esattamente la stessa cosa. “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: ‘Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.
            Il riassunto, la domanda implicita, la domanda esplicita, il fatto: questa è un po’ la struttura del testo che, come costruzione, è abbastanza lineare. Commento un po’, poi provo a tirare le fila in fondo.

            L’incontro non nasce mai dal nulla
            “Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, …”  Questo versetto è sempre citato tutte le volte che si parla di tradizione, di trasmissione della fede, perché è chiaro che questo libro presuppone, al di là della sua materialità, un dialogo che è iniziato e che continua; questo è il secondo libro; ce n’è uno prima, tradizionalmente è il vangelo di Luca, di cui questo è il seguito, la seconda parte; c’è questo Teofilo, di cui non sappiamo nulla, oltre al fatto che compare qui – non sappiamo perché Luca gli indirizza questa messaggio, non sappiamo se è un personaggio reale, o un nome scelto come simbolo  – questo nome vuol dire amante di Dio – come indicativo di tutti coloro che hanno un desiderio circa Dio, ma non è così importante, perchè ciò che questo versetto ci dice è: il dialogo circa l’esperienza della fede comincia sempre a metà. C’è sempre un prima, non comincia mai dall’inizio. Quando dialoghiamo tra di noi rispetto a questa esperienza, non possiamo mai dire, questa è pagina uno; è sempre il secondo libro, perché c’è sempre qualcosa, che è una premessa, qualcosa che abbiamo ricevuto, che non ci siamo dati da soli, che non abbiamo pensato noi, che non abbiamo inventato oggi. Tutte le volte che, pensando all’esperienza del vostro incontro con il Signore, vi viene in mente che siete i primi ad aver pensato quella cosa lì, o che avete capito qual è la soluzione, e nessuno l’aveva mai capita prima, che la storia comincia quel giorno, la Chiesa comincia quel giorno, la soluzione dei problemi comincia quel giorno…diffidate! C’è sempre qualcosa che non funziona, siamo sempre dei secondogeniti, non solo perché teologicamente il primogenito è uno solo, ma perché, storicamente, nella nostra esperienza di incontro, l’incontro non nasce mai dal nulla. Nessuno si dà la propria fede da sé. Questo incontro immediato, senza mediazione tra noi e il Signore, ha sempre alle spalle un incontro mediato. Che sia una nonna che ci ha insegnato a fare il segno della croce quando avevamo tre anni, un catechista che ci ha spiegato qualcosa per la prima comunione, un animatore, un vice parroco… qualsiasi di queste situazioni, compreso un amico a cui non importava niente delle cose di fede, che però si è posto con noi in un modo tale che ci ha fatto venire in mente che Dio esisteva e gli angeli pure, siamo sempre al secondo capitolo. Nessuno di noi scrive il primo capitolo. Questo è un primo, ma fondamentale criterio circa il che fare: la prima cosa da fare è non credere mai di essere al primo capitolo; non credere mai di essere l’origine, il punto di partenza, la pagina uno.
            Spero di essere stata sufficientemente chiara, perché questo è proprio quello che ci viene dato come elemento di partenza. Quando Gesù ha fatto la sua parte, la prima cosa che spetta a noi è dire: c’era un primo libro e noi siamo il secondo – ribadisco, per motivi teologici, perché il primogenito è Gesù, perché questo innanzitutto è il modo per riconoscere che solo Dio è universale, solo Dio inizia, è creatore. Lo sto dicendo con le parole del catechismo, ma è una cosa molto concreta; e noi siamo sempre figli adottati, secondogeniti, creature parziali, un pezzo di….

            Gesù ha fatto e insegnato
            Che cosa Luca ci ha detto nel primo libro: “…ciò che Gesù fece e insegnò dal principio”. Anche qui la scelta di questa coppia di verbi non è da poco. Noi pensiamo sempre che il problema della fede sia ciò che Gesù ha insegnato. Al massimo, se siamo molto concreti, ciò che Gesù ci ha insegnato a fare – siamo noi che facciamo! Invece, ciò che Gesù fece e insegnò; è Gesù che fa! Questo è un tema fondamentale: ciò che noi crediamo non è una dottrina, un insegnamento morale, un fatto di valori o di principi, ma ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Quando Luca deve fare dei riassunti nel corso del vangelo su ciò che Gesù ha fatto, dice: Gesù passò beneficando, guarendo, nutrendo.
            “…fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelto nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo”. Le istruzioni si danno agli apostoli – Luca è uno degli evangelisti che fa distinzione tra gli apostoli e la folla. Gli apostoli sono i funzionari della ditta, devono fare delle cose, a loro vengono date le spiegazioni, devono far funzionare il tutto; la folla, nel novanta per cento dei casi, viene nutrita, alla folla si insegna, viene guarita, accolta, si raccolgono le sue esigenze. Negli ultimi due secoli noi abbiamo radicalmente identificato l’esperienza della fede non l’esperienza degli apostoli; per una serie di questioni culturali, abbiamo sovrapposto l’esperienza degli apostoli con l’esperienza dell’incontro con il Signore. Invece, in realtà, in ognuna delle nostre vite, ci sono tanti livelli di incontro con il Signore, ma il livello primario è quello della folla; innanzitutto noi siamo accolti, nutriti, perdonati, ci vengono insegnate delle cose e siamo rimandati alla nostra vita. Questa prima unità disegna quasi il contenitore dell’esperienza della fede, mette i paletti fondamentali e anche il suo profilo di umiltà: siamo secondi, siamo una folla affamata, che ha bisogno di essere accolta, e siamo a bocca aperta come dei bambini di fronte a ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Essenziale.

            Vivo dopo la passione
            Secondo momento del testo, zoom su questa faccenda. “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio”. Vivo dopo la sua passione: questo è l’elemento, noi lo chiameremmo, di frattura. Nella prima unità Gesù può essere un qualsiasi rabbi che insegna; già sul fare sposta un po’, è più che un rabbi, fa, o meglio, come dicono gli altri evangelisti, parla con autorità – che vuol dire: parla con la stessa parola creatrice di Dio che dice ‘sia la luce e la luce fu’;  una parola che fa, che rende reale ciò che dice, e non è già cosa da ogni maestro. Ma qui si introduce una frattura radicale detta con questo tono umile, ma bellissimo: “Egli si mostrò ad essi vivo dopo la sua passione”. La parola chiave è vivo! La questione è la vita. Qui è il superamento della morte, della morte in croce di Gesù, ma il correlativo di vivo in questa frase, non è morto, dopo la sua morte, ma dopo la sua passione. Si mostrò vivo dopo la sua passione. Luca ci sta dicendo che nessuno di noi può autonomamente risorgere dai morti, ma possiamo essere vivi dopo le nostre passioni. Quello che si vede nella storia è: sei capace di essere vivo dopo la tua passione, qualsiasi essa sia?
            “…con molte prove… e parlando loro del regno di Dio”. Questo è, ancora una volta, un’aggiunta: non parla di sé, della sua morte o della sua risurrezione, ma del regno di Dio. Il tema è la questione, diremmo noi oggi in termini teologici, di una nuova creazione. Cioè Luca qui ci sta, in tutti i modi, orientando – lo dico con uno slogan – a non fare pensieri religiosi su Gesù; ci sta storcendo perché il ‘che fare’ corrisponda alla vita com’è, al mondo come dovrebbe essere secondo il regno di Dio. La questione non è un pensiero pio, devoto; non è che se uno ha incontrato il Signore, allora diventa molto religioso, ma se ha incontrato il Signore è vivo dopo le proprie passioni, o dentro le proprie passioni e si occupa del regno di Dio, non solo di sé.
            In questa seconda unità c’è una piccola costruzione su tre elementi: un luogo, una promessa e un battesimo. “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò di non allontanarsi  da Gerusalemme, ma di attendere  che si adempisse la promessa del Padre ‘quella, disse, che avete udito da me: … sarete battezzati nello Spirito Santo…”.  Questo piccolo disegno è la trasposizione nettissima dell’ultimo capitolo del vangelo di Luca, quello dei discepoli di Emmaus. C’è la tavola, la promessa del Padre – che è l’ascolto delle scritture nel testo di Emmaus – e c’è il battesimo nello Spirito Santo. Questo è il disegno della Chiesa, non nella sua forma istituzionale, ma la tavola dell’eucaristia;  siamo uniti dall’eucaristia; siamo uniti da una promessa – per questo non ce ne andiamo da Gerusalemme – e i discepoli torneranno di corsa a Gerusalemme  nella notte – e quella promessa è la promessa del battesimo nello Spirito Santo. Cioè – lo dico con termini tecnici – della trasformazione del nostro statuto ontologico, del diventare figli adottivi, o, se volete, di ritrovare nello spirito una libertà  rispetto alla nostra stessa vita che non sarebbe data dalle premesse della nostra vita – detto in termini esistenziali. E’ sempre lo stesso contenuto detto con registri diversi. Cosa vuol dire battesimo nello Spirito Santo? Non è mica semplicemente il dato giuridico dell’essere battezzati! Certo, quello è il luogo liturgico dove noi celebriamo quella cosa lì. Ma qual è il mistero che celebriamo? Che nella morte e risurrezione del Signore noi sperimentiamo una libertà rispetto alla nostra stessa vita, che ci consegna una eccedenza – ne abbiamo parlato più volte. Cioè, poiché siamo battezzati, noi mettiamo il desiderio della nostra stessa vita, o della vita del piccolo che affidiamo a Dio, il desiderio di una vita piena, di una vita amata, sana, felice, di una vita che compie le aspettative, lo mettiamo nelle mani di Colui che è il solo che può compiere quella aspettativa. Nel battesimo noi ci appoggiamo su quel pezzo della nostra vita che non è in nostro potere gestire, perché siamo convinti che quel pezzo sta in mano a Dio e, dunque, sarà un pezzo benedetto. Più volte, scherzando, abbiamo detto: il sacramento è: il meglio deve ancora venire. E riguardo al battesimo è: il meglio deve ancora venire, sulla totalità della nostra vita. Per questo il segno del nome, il segno dell’acqua – nell’eucaristia, il cibo; nel battesimo è proprio la totalità, ci danno un nome, ci dicono chi siamo. Questa seconda unità ci dice: attenzione, la prima faccenda è un’eccedenza. La prima cosa da fare è costruire la propria vita su un’eccedenza, che è l’eccedenza della Chiesa, sul pezzo che non governo, che ricevo.

            Forza … per essere testimoni
            Terza unità: “Venutisi a trovare insieme gli domandarono: ‘Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?’ Ma egli rispose: ‘Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti, … ma avrete forza … mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra…”.  Anche qui gli elementi che tornano sono enormi; la domanda è: allora, ci siamo? Risolviamo? Il nostro problema, rispetto a qualsiasi realtà, è sempre una soluzione, una risposta! E’ questo il tempo? Siamo arrivati? E la risposta di Gesù è: “Non spetta a voi conoscere i tempi … ma avrete forza per essere testimoni fino agli estremi confini della terra …”.  Quattro elementi: non è la vostra competenza: il tempo non è nelle vostre mani. Ma questo non vuol dire che non avete niente – buoni e zitti perché non spetta a voi – avrete forza. Questo versetto è incredibile: avrete forza! Che altro aggiungere? Mi sembra talmente visibile: non sappiamo, non si dice avrete risposte, né avrete spiegazioni, né capirete, ma avrete la forza necessaria a sopportare di stare senza una spiegazione, di non saper se il tempo è compiuto, per avere fiato per arrivare fino a che i tempi si compiranno. Ancora una volta, questo è un altro modo per dire che siamo secondi, che non è il primo capitolo. Non sappiamo quanto bisogna tener duro, però sappiamo che avremo tutta la forza che serve per tener duro fino a quando sarà necessario.
            “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni…”. Forza per che cosa? Per essere testimoni. Di che? L’idea della testimonianza è molto strana, per noi, perché ci pone sempre il problema tra integralismo, rispetto, tolleranza… Cosa faccio? Affronto chi non la pensa come me? O sto sempre zitto, lascio che facciano? E’ un po’ un groviglio perché, appunto, tutta questa difficoltà nasce dall’esserci centrati tutto sul dire, sui concetti. Cioè, se il problema è idee, c’è un’idea vera e le altre sono false, una giusta e le altre sono sbagliate. Se il problema è la soluzione, è come in matematica: ad un problema c’è una sola soluzione giusta. La questione non è così: la vita è più complessa, ma soprattutto l’incontro con il Signore è molto più complesso. “Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se non fosse così ve l’avrei detto”  fanno dire a Gesù gli evangelisti. E cioè: una soluzione è giusta, ma un’altra pure, e poi ce n’è una terza che è anche giusta. Sono diverse tra loro, e sono tutte giuste, perché la vita è complicata, perché, che cos’è un matrimonio giusto? In genere possiamo solo dire che cos’è un matrimonio ‘scassato’, poi ci sono tanti modi di essere una famiglia, di volersi bene. Qual è il modo giusto di voler bene? Ah, saperlo! Ci sono mille modi di volersi bene e uno, comunque, ha sempre il dubbio che non sia abbastanza. E’ chiaro, nel campo delle teorie, se una teoria è giusta, il suo contrario è sbagliato; nel campo del volersi bene, se un modo di volersi bene è giusto, forse anche il suo contrario è giusto. Bisogna dirsi sempre la verità. Oppure, no, non bisogna dirssi proprio tutto tutto, ci sono alcune bugie che sono necessarie, e così via. Consigli da rivista femminile. Sono tutti veri e tutti falsi, nel senso che tendenzialmente sì, bisogna dire sempre la verità, soprattutto con chi considera la verità così decisiva  che si sentirebbe ferito e tradito da una menzogna; poi ci sono tante volte in cui preferiamo non sapere. Se uno non mi dice la verità, è meglio. Mi fai una carità, se non mi dici la verità. Questo lo puoi sapere solo dentro.
            Essere testimoni sta dalla parte della vita, non dei concetti e, dunque, che cosa testimoniamo? Noi non testimoniamo una soluzione, un’ideologia, un prodotto a scapito di un altro, noi testimoniamo che ciò che è accaduto a noi, poiché Dio è grande, non può non accadere anche a te. E ciò che è accaduto a noi è che Dio ha benedetto la nostra vita e l’ha fatta fiorire e, che tu ci creda o no, che tu ci speri o no, che tu abbia perso ogni fiducia nel fatto che la tua vita possa ancora fiorire, poiché Dio è buono ed è grande, ciò che è accaduto a me non si vede perché non dovrebbe accadere anche a te. E testimoniare questo significa rimanere lì a far fiducia sulla possibilità di fioritura della vita di un altro quando lui stesso non ci crede più. E non è una faccenda da poco!
In questo senso, “ … fino a Gerusalemme, in tutta la Giudea, la Samaria e fino agli estremi confini della terra” non è solo un’indicazione geografica, come per molti secoli abbiamo pensato.                                      E’ come dire, la crisi del milleduecento, quando i cristiani avevano esaurito il mondo allora conosciuto, si sono chiesti: e adesso, a chi dobbiamo testimoniare? Rivolgiamoci agli eretici, a cui abbiamo già testimoniato, ma loro testoni… non hanno ancora aderito, allora, crociate, ecc. E poi Dio, ovviamente, ha scombinato tutte le carte in tavola e con l’inizio dei grandi viaggi del millequattrocento, dice, no, non avete finito, c’è ancora un sacco di roba, le Americhe, l’Asia… Allora uno ricomincia a cercare gli estremi confini della terra… Il problema non è solo geografico; forse oggi abbiamo raggiunto gli estremi confini della terra, ma la questione è: in lungo, in largo e in profondità, nella totalità di ogni vita, che può avere ogni fioritura possibile. Testimoniare la fiducia che Dio farà fiorire qualsiasi pezzo di qualsiasi vita, secondo la propria fioritura possibile.
            Il primo di questi tre elementi metteva in luce questo tema di eccedenza, di appoggiarsi su ciò che sporge; questo secondo ci dice di una pratica, non nel senso di pratica religiosa – di andare molto a messa, dire molti rosari – e nemmeno nel senso moralistico di concretizzare, essere coerenti, applicare; ma ci dice di una pratica perché accettare e vivere che non spetta a noi conoscere i tempi, esercitare la forza che ci è data per tenere duro, per tenere la posizione che si occupa, il massimo livello di felicità possibile nella propria esistenza, non arretrare nemmeno di un passo rispetto al massimo livello della possibilità di felicità della propria esistenza, ci va forza! E testimoniare che questo è per ognuno, fino agli estremi confini della terra, queste non sono chiacchiere, questo è un agire l’esistente e l’esistenza! Sant’Ignazio dice, negli esercizi, che nel tempo della desolazione, quando uno è confuso, triste, addolorato, non deve prendere nessuna decisione, perché la desolazione è pessima consigliera ma una decisione la deve prendere: non arretrare, non mollare il posto che ha! Fino a che non capisce verso dove deve andar, uno deve piantarsi sui piedi e tenere quel posto lì, che vuol dire le mille cose che uno fa nella sua esistenza, ma che pigliano tutto un altro suono: lavorare, cucinare, mangiare, parlare, avere cura di coloro che amiamo, ascoltare, tutto quello che facciamo normalmente. Forse fino all’ultimo giorno non sapremo in che direzione dobbiamo andare, perché non spetta a noi conoscere i tempi, forse non avremo questo attimo di visione, come ad alcuni santi è dato, di intuire il carisma della loro vita e di sapere esattamente cosa fare per servire il Signore, forse questo ci sarà dato solo nell’ultimo giorno, perché i tempi non spettano a noi, ma avremo la forza di tenere i piedi piantati nella vita in cui siamo e di non arretrare sul livello massimo di felicità possibile, di fioritura possibile, di benedizione e misericordia possibile di quella vita lì e di testimoniare a tutti coloro che incontriamo, che se per me questo è possibile, se ho la forza di non arretrare e di benedire, questo accadrà a chiunque, perché Dio non fa differenza di persone. Un’eccedenza e una pratica.

            Un’assenza
            Ultimo nucleo. “Detto questo, fu elevato in alto…” C’è questa bella immagine che, credo, in tanti amiamo, degli apostoli che restano con il naso per aria a  guardare – qui la citazione dell’Antico Testamento “…una nube che copre lo splendore” E’ la nube che guidava gli ebrei nel cammino nel deserto e faceva loro ombra, la storia della grande traversata del deserto, quarant’anni dalla schiavitù alla terra promessa, e una nube ci guida, ci copre; una nuvola come tappeto, dice il testo ebraico, come tappeto sopra le loro teste perché nel deserto, col sole a picco, quel filo d’ombra è provvidenziale.  Allora c’è questa nube che copre lo splendore di Gesù elevato sotto i loro occhi. Ma, come tutte le nubi, fa ombra, è un segno, ma oscura anche, non vediamo più cosa c’è dietro, perché la vita funziona così, ogni grazia è anche un po’ una disgrazia, ogni dono è anche un costo, ciò che mostra, nasconde anche. E gli apostoli stanno lì, come degli scemi, a guardare le nuvole; e appaiono due uomini in bianche vesti, “…uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”…ma non avete proprio niente da fare? Perché rimanete proiettati su ciò che è stato? Il Signore è venuto, ha beneficato, ha insegnato, è risorto, ha detto, se n’è andato. Tornerà un giorno… Per questo, per secoli, i cristiani hanno interpretato il tempo della storia fino a sminuirlo radicalmente, come un tempo di passaggio, una valle di lacrime, una realtà non del tutto vera; la vera vita, il riposo, la pace – tutti i termini che si attribuiscono al dopo la morte, alla fine della nostra vita – sono tutti termini di benedizione, perché in fondo era chiaro ai cristiani che qua era tosta! Noi, giustamente, abbiamo detto: non sminuiamo così tanto la storia – la storia è il tempo che ci è dato per imparare tutto questo, per frequentare Dio, il nostro fidanzamento, che è sempre un tempo glorioso, un tempo magico e un po’ romantico, poi il matrimonio diventa più ordinario, ma la storia ha degli aspetti belli. Tutto vero, ma anche qui non dobbiamo dimenticarci che per contrastare un rischio caschiamo nell’altro e in fondo immaginare cosa succede dopo la morte mi interessa poco, perché…va a sapere, se c’è qualcosa, o nulla … poi l’idea delle nuvole, delle arpe per tutta l’eternità… una noia mortale. Invece no. Ha ragione Bonhoeffer, quando dice: il vero cristiano ama la meta e ama la terra, la strada che lo porta alla meta. La storia è questa strada che ci porta alla meta, ci riporta a casa e dunque la amiamo, ogni passo ci è grato, ogni passo è un’occasione perché il viaggio non è solo tempo di spostamento; il viaggio è già parte della vacanza, è già l’aria di casa. Ma, contemporaneamente, di riposarsi non se ne parla, adesso bisogna camminare, poi quando si arriva ci si riposa, ma adesso è la strada, non è ancora la casa. Le due cose bisogna amarle entrambe, ma anche ricordarsi della loro differenza. E qui gli dicono, tornerà un giorno, ma adesso non è tempo di stare a guardare il cielo, non bisogna, ancora una volta, occuparsi delle cose religiose; adesso bisogna camminare, bisogna avere la forza dello Spirito Santo.
            Qui c’è la terza grande questione che costruisce il nostro incontro con il Signore, un’eccedenza, una pratica, ma la terza è la più dura, ed è un’assenza! Noi abbiamo costruito la grande riflessione negli ultimi quindici secoli – teologicamente – sulla teologia della presenza – diciamo, Gesù è qui, Gesù è con noi nell’Eucaristia… Tutte cose verissime, ma ancora una volta, come sempre succede agli umani, oscilliamo, esageriamo troppo da una parte o dall’altra; abbiamo molto insistito sulla presenza dimenticandoci che è uno strano tipo di presenza, Gesù è con noi… sì, in che  senso? Non è che lo incontri, apri la porta e lo vedi, né che la presenza eucaristica sia così evidente. Gesù è con noi, se io, in una relazione con lui lo sento presente. Ma è una forma di presenza che dobbiamo imparare, come quando muore qualcuno che amiamo; sappiamo che non è perduto per sempre, ma non ci è mai capitato, con quella persona lì, di dover imparare a sentirlo presente nel modo misterioso in cui si è presenti senza un corpo. Ed  è per questo che, di fronte a qualsiasi lutto, anche se uno crede alla vita che continua, lo sa, ha un tempo di stordimento, perché bisogna imparare delle presenze che non passano più per le cose per cui per tanti anni della nostra vita sono passate, per i gesti, le parole, gli atteggiamenti, comprese le ripicche, le difficoltà a capirsi, che ci hanno detto che l’altro c’era, che l’altro era lì e che ci hanno detto, per uguaglianza o per distanza, che ci voleva bene, che gli stavamo a cuore, che eravamo presenti alla sua vita. E imparare tutto un altro linguaggio, un’altra grammatica;  non è cosa da un giorno; il dolore ha il suo tempo, non è sinonimo della disperazione; uno ha speranza e ha lo stesso dolore, perché il dolore è la fatica che si fa ad imparare un altro linguaggio, altri gesti, altri modi. E non si imparano in un giorno, e per molto tempo i gesti, la grammatica, le cose che ti hanno ‘detto’ per anni la presenza di coloro che ami, poiché oggi non te lo dicono più, ti fanno impressione, perché quelli sapevi come funzionavano e quegli altri non lo sai ancora.
            Da questo punto di vista, abbiamo poco riflettuto su ‘l’assenza’; e questa cultura in cui siamo, che è una cultura della presenza e della visibilità – esiste solo ciò che si vede – non ci aiuta a trovare la grammatica di come si vive con un’assenza. Forse noi credenti dovremmo cercare di impararlo, perché siamo in un tempo in cui …’Dio non c’è’ … Non c’è nel senso che non lo incontriamo come un rabbi o un maestro sulle strade, che non fa più miracoli, che non insegna, che non è sulle nostre strade, che non ci accompagna… Ma dovremmo ricostruire la grammatica del suo modo di essere presente; e certamente ne abbiamo un filone molto chiaro, quello della liturgia, che è l’unico luogo certificato di una presenza, ma che, guarda caso, ha una grammatica propria, che non è la grammatica della vita quotidiana, e ad un certo punto ci fa un po’ problema. Usciamo da una messa e diciamo, va beh, e che differenza c’è rispetto a quando sono entrato, cos’è successo? Niente. Perché con la grammatica di che cosa è successo, forse non è davvero successo niente, perché c’è un’altra grammatica. Quello che i due uomini vestiti di bianco dicono ai discepoli, “perché rimanete a guardare in alto?” è esattamente questo: c’è da imparare un’altra grammatica, quella dell’assenza. La fede segue un’altra grammatica.
            Mi sembra che, a conclusione di tutto questo percorso, l’immediatezza dell’incontro e dell’esperienza del Signore di cui andavamo in cerca, superando l’idea ‘io sento, nel mio cuore c’è questo movimento emotivo…’, ma andando più in profondità nella dinamica di un incontro che ha lo spessore dell’esistenza, ci viene detto da Luca, deve vedersi attraverso tre cose – che ho chiamato con queste tre parole molto moderne per farle ‘vedere’, ma se volete poi ve le traduco anche in antico, sono cose che i cristiani hanno sempre saputo – l’eccedenza, la pratica e l’assenza. Noi viviamo come coloro che sono appoggiati fuori di sé; viviamo come coloro che sanno che le cose contano, ma non sono l’assoluto e che le cose sono il tessuto dell’eternità; viviamo come coloro che sanno abitare un’assenza. Dette in antico, il linguaggio classico della teologia diceva che i cristiani vivono per grazia; che i cristiani si vedono dalle opere buone; e che i cristiani sperano in una vita dopo la morte, nella risurrezione. Questa è la traduzione antica, ma spero che con parole nuove si veda meglio che non è solo una dottrina, un contenuto – tu credi alla risurrezione? Sì, certo. Io invece credo nella reincarnazione… come un mazzo di carte che si sfoglia e si sceglie la situazione più simpatica o convincente. Non è questo il problema. Il problema è una vita conformata e convincente.
            Domanda: “Lei ha detto che Dio ci dà la forza. Citando sant’Ignazio diceva che nei momenti di depressione occorre puntare i piedi e non retrocedere. Ma allora perché tante storie di oggi finiscono in tossicodipendenza, suicidio, violenza…?”.
            Risposta – Onestamente non capisco molto la connessione del tuo ragionamento, nel senso che infatti, non a caso hai sostituito desolazione con depressione – Sant’Ignazio parla di desolazione, non di depressione – ma – no, non hai sbagliato, hai fatto un lapsus che dice cosa pensi tu e come hai ascoltato le cose che ho detto, cioè hai sovrapposto  un quadro di lettura che è quello che hai tu nella testa rispetto ad una cosa che io ho detto. Io non ho detto che Dio dà la forza come se fosse il valium che distribuisce a pioggia e niente di male può accadere. Io ho detto che, in un percorso credente, noi sappiamo che Dio dà la forza. Che poi riusciamo ad averla tutti i giorni e tutta quella che serve è un’altra questione. E poi, se tu mi stai dicendo che io penso che le persone si drogano, sono depresse o si suicidano perché non hanno la forza, la risposta è no. Io non penso questa cosa. Penso che la vita è complicata, e che avere tutta la forza che serve è una questione molto seria  e che io posso al massimo, forse, intuire per me quale forza mi serve o mi servirebbe; non oserei mai dire qualcosa sul mistero di un altro. Il mistero di ciò che accade a chi nella sua vita ha o non ha la forza, e sceglie o non sceglie di comportarsi in alcuni modi e mettere in relazione questo e dire che uno si è suicidato perché non aveva la forza, non compete veramente a me. Noi siamo secondi. A mala pena so qualcosa di me, figurarsi sugli altri. Io sono a me stessa un grande mistero. Il mistero di ciascuno di noi è davvero il capitolo n° 1 che sta solo nelle mani di Dio, non di noi.

Fossano, 12 aprile 2008
 (testo non rivisto dall’autore)

Ascensione del Signore – Omelia (20-05-2012): Nelle forme colorite del linguaggio orientale

Posté le Vendredi 18 mai 2012

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25532.html

Ascensione del Signore – Omelia (20-05-2012)

mons. Roberto Brunelli

Nelle forme colorite del linguaggio orientale

Alla Maddalena, la prima persona cui si è manifestato appena risorto, Gesù dice (Giovanni 20,17): « Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre ». Se ne deduce che è salito subito dopo, e da presso il Padre è poi ?sceso’ tante volte per farsi vedere e toccare dai suoi amici. Quaranta giorni dopo, però, ha messo fine alle sue apparizioni, e perché gli apostoli capissero che quella era l’ultima si è ?fatto vedere’ mentre saliva al cielo. E’ questo l’evento che si celebra oggi, solennità dell’Ascensione.
La liturgia ne dà due versioni, sostanzialmente coincidenti ma ciascuna arricchita da distinti particolari. Tra gli altri, nella prima lettura (Atti degli Apostoli 1,1-11) si preannuncia la Pentecoste (« Riceverete la forza dallo Spirito Santo »), mentre il vangelo (Marco 16,15-20) preannuncia segni sorprendenti. « Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura; chi crederà e sarà battezzato sarà salvo. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno ». Sono espressioni da non prendere alla lettera: il loro significato va ricercato sul piano della fede; nelle forme colorite del linguaggio orientale, vogliono dire che la fede consente di superare le tentazioni al male, rende immuni dai pericoli che insidiano la vita spirituale, mette in grado di compiere il bene, come lodare Dio finalmente nel modo giusto (« parleranno lingue nuove ») e pregare per gli altri (i malati, per esempio) con speranza di essere esauditi.
Sempre Marco aggiunge che Gesù, dopo aver parlato agli apostoli, fu elevato in cielo « e sedette alla destra di Dio »: è il modo per dire che il Padre ha gradito l’opera compiuta dal Figlio in terra, e per questo lo accoglie presso di sé, assegnandogli il posto d’onore. Da qui le più frequenti raffigurazioni della Trinità, con il Figlio assiso alla destra del Padre, e tra loro il simbolo dello Spirito Santo, vale a dire dell’Amore che li lega.
Altro particolare del vangelo di Marco, la dichiarazione esplicita che gli apostoli eseguirono il mandato: « Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro ». L’ascensione segna una svolta nel percorso della redenzione, che da Gerusalemme dove si è compiuta si dilata in dimensione universale; il gruppo sino allora compatto si scioglie: mentre il Redentore ?parte’ verso il cielo, gli apostoli partono ciascuno in una direzione diversa. La tradizione precisa quale sarebbe stata la meta di ciascuno: per Matteo l’Etiopia, per Tommaso l’India e così via; ma il pensiero va piuttosto all’apostolo su cui siamo informati con ricchezza di particolari, Paolo, l’infaticabile viaggiatore che portò il vangelo nell’attuale Turchia, in Grecia e a Roma. E dopo di lui si pensa all’innumerevole schiera di missionari che da venti secoli, si sa con quanto eroismo non di rado espresso dal martirio, continuano l’opera degli apostoli, per rendere partecipe il maggior numero possibile di persone dei benefici derivanti da quello che Gesù ha detto e realizzato.
C’è davvero del prodigioso, nel fatto che da undici uomini si sia potuto sviluppare un organismo in cui si sono ritrovati e si ritrovano milioni e milioni di credenti. Umanamente impossibile, la spiegazione va cercata altrove. Ne sono indizio le parole riportate: « Il Signore agiva insieme con loro ». E con uno scopo ben preciso. Il gruppo compatto, costituito da Gesù con i primi apostoli, si è sciolto; i loro seguaci si sono diffusi e sono presenti nel mondo intero; ma non si sono dispersi: li mantengono uniti la fede e l’amore, insieme con la speranza. La speranza, in particolare, di ricomporsi in unità, al cospetto di Colui che tutti ci ha preceduto presso il Padre suo e Padre nostro.

incamminoverso @ 18:25
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