Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…pensate alle cose di lassù

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 studi, antologia, immagini
Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù...pensate alle cose di lassù dans ANNO PAOLINO    

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

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link al mio Blog in lingua inglese:

Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

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link alle Omelia in inglese (americano) di Padre Ron Stephen, sono quelle che metto sul mio blog inglese, mi piacciono molto, se conoscete l’inglese potere andarle a leggere:

http://fatherronstephens.wordpress.com/


ci sono molte delle bellissime immagini di San Paolo sul tema « La conversione di San Paolo ed il mistero del cavallo », da vedere:http://www.foliamagazine.it/conversione-di-san-paolo/
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LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

Posté le Dimanche 9 mars 2008

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

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scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

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PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

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Jan van Eyck – Angels Playing Music (detail) –

Posté le Mardi 22 avril 2014

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GLORIFICATE DIO NEL VOSTRO CORPO 1Co 6,20)

Posté le Mardi 22 avril 2014

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GLORIFICATE DIO NEL VOSTRO CORPO 1Co 6,20)

Don Mario Cascone

Dopo aver delineato i fondamenti dell’etica sessuale in un contesto assai licenzioso, come era quello di Corinto, l’apostolo Paolo conclude con la meravigliosa esortazione: “Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,20). Si tratta di un invito a fare di tutta la nostra vita un’offerta di lode al Signore, un’oblazione d’amore che renda gloria al suo nome. Paolo supera così in modo sublime una concezione meramente ritualistica e formale della liturgia, esortando a vivere il culto a Dio come qualcosa che coinvolge tutta la nostra esistenza, e in particolare la nostra vita corporale, mediante la quale noi ci relazioniamo con Dio e con i fratelli. La nostra esistenza storica, i nostri quotidiani rapporti con gli altri, la stessa nostra vita sessuale: tutto deve diventare offerta gradita a Dio per la gloria del suo nome! In questa concezione cultuale e liturgica della corporeità S. Paolo supera anche un’idea legalistica e moralistica della sessualità. Tutto il discorso da lui fatto in 1Cor 6,12-20 si fonda su una concezione positiva di sessualità e di corporeità, interpretate nella luce del dono di Dio. Come può un dono del Signore essere negativo? Dio ci ha creato “maschio e femmina” perché ognuno di noi possa vivere la sua identità sessuale nel quadro del suo progetto di amore. Certo, questo non significa che la sessualità si sottragga al peccato e alle tentazioni del mondo, come ampiamente dimostra il discorso fatto da Paolo alla comunità di Corinto. Ma questa realistica constatazione non conduce a vedere con pessimismo la sessualità, quanto piuttosto a riscoprire il meraviglioso progetto di Dio su questa realtà: un progetto d’amore, che il cristiano vive nella consapevolezza di essere stato redento da Cristo. I nostri corpi “sono stati riscattati a caro prezzo dalla schiavitù” del peccato: questa è già una realtà operata dal Salvatore nostro Gesù Cristo. Si tratta ora di vivere questa realtà nella nostra esistenza quotidiana, sottraendola, con la grazia di Dio, alle tentazioni sempre ricorrenti dell’individualismo libertaristico e dell’edonismo consumistico. Si tratta di diventare quello che già siamo, in forza dell’azione redentiva di Cristo. Il dinamismo della vita morale si situa tutto in questa continua tensione tra l’essere e il dover essere, tra l’indicativo (ciò che già siamo) e l’imperativo (ciò che dobbiamo diventare).
Il nostro essere corporale, che è destinato alla risurrezione finale, rappresenta fin da ora la maniera storica attraverso cui ci relazioniamo con Dio e con i fratelli. La nostra identità sessuale e i gesti che la esprimono sono linguaggio d’amore, che il Signore stesso ha infuso in noi e che ci fa vivere tutta l’esistenza corporea come oblazione pura, gradita a Dio e capace di glorificarlo!

L’offerta “sacrificale” dei nostri corpi a Dio
L’esortazione a glorificare Dio col e nel nostro corpo viene espressa da Paolo anche nella lettera ai Romani. Vogliamo servirci del testo di Rom 12,1-2 per cercare di approfondire quest’idea e applicarla, senza forzature, alla morale sessuale. Ecco il brano che vogliamo esaminare:
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.
L’offerta dei nostri “corpi” a Dio è da intendersi ancora una volta come l’oblazione di tutto il nostro essere, che proprio attraverso il corpo vive la capacità di relazionarsi con il Signore, con gli altri uomini e col mondo. S. Paolo sollecita a fare di tutta la propria esistenza quotidiana un “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”. È dunque nella vita di ogni giorno, quella che conduciamo tra le strade di questo mondo, che noi siamo chiamati a celebrare la liturgia di lode al Signore, offrendo a Lui tutto ciò che siamo e tutto ciò che facciamo.
Il cristianesimo, pur non rinnegando il valore del tempio e degli altri luoghi sacri, mette in luce l’importanza di adorare Dio prima di tutto nel “tempio” del proprio cuore e del proprio essere personale. Gesù aveva detto alla Samaritana che Dio, prima che in questo o quel luogo sacro, deve essere adorato “in Spirito e verità” (Gv 4,23). E Paolo sottolinea che noi siamo “tempio dello Spirito Santo” (1 Cor 6,19), dimora di Dio, nella quale dobbiamo celebrare continuamente la sua Presenza d’amore.
Naturalmente questo non va inteso in senso intimistico e individualistico. Al contrario, proprio la sottolineatura della corporeità come dimora santa in cui Dio si rende presente, fa comprendere come questa liturgia di lode il cristiano deve celebrarla nella relazione con gli altri e nel suo impegno sociale.
Mentre i pagani offrivano alla divinità i corpi di animali, cioè di esseri privi di ragione, i cristiani offrono se stessi, quali esseri pensanti, razionali, dotati di coscienza e capaci di amare! Questo è il “sacrificio spirituale” di cui parla l’apostolo in questo testo: uno spirituale che, come si vede, non si oppone a corporale, ma lo include. La concezione di persona che noi abbiamo non è quella dualistica, che separa lo spirito dal corpo, ma quella unitaria, che considera l’uomo nell’unità inscindibile di tutto il suo essere corporeo-spirituale.

“Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”
Come possono i cristiani fare di se stessi un’offerta gradita a Dio? In che maniera sono in grado concretamente di glorificare il Signore nel loro corpo? San Paolo risponde a queste domande attraverso due indicazioni preziose:
§ Non conformarsi alla mentalità di questo mondo
§ Trasformare la nostra mente per discernere la volontà di Dio
Si tratta anzitutto di sottrarsi alle continue insidie poste da questo “mondo” a noi che ci sforziamo di vivere santamente. Non ci troviamo ancora nella piena e definitiva condizione del Regno di Dio, dove le tentazioni e il peccato scompariranno per sempre. Viviamo invece in una dimensione di precarietà e di debolezza. L’esistenza del cristiano, per quanto sia stata già liberata sostanzialmente dal peccato e dalla morte a causa della Pasqua di Cristo, resta sempre esposta alla minaccia del “principe di questo mondo”, almeno fino a che non si compirà definitivamente l’opera della salvezza, quando Cristo “consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1 Cor 15,24). Allora sarà annientata per sempre la morte e il nostro corpo corruttibile si vestirà di immortalità (1 Cor 15,54).
Nella concezione di Paolo non c’è alcuna demonizzazione di questo mondo, né un invito a fuggire da esso. C’è piuttosto l’esortazione ad assumere nei suoi confronti un atteggiamento di distanza critica: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”. L’apostolo ci sollecita ad assumere un comportamento di radicale anticonformismo di fronte ai dinamismi perversi presenti nella storia ed operanti anche dentro di noi. Siamo chiamati ad andare controcorrente, per non adeguarci passivamente alle logiche di un mondo che ha voltato le spalle a Dio e propone comportamenti antitetici a quelli desiderati dal Signore per le sue creature. In questo senso dobbiamo sempre ricordare che siamo “nel” mondo, ma non “del” mondo (Gv 17,16) e che la lotta continua per piacere a Dio si concretizza in un impegno ascetico quotidiano, nella logica indicataci dallo stesso Paolo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14).

“Trasformatevi rinnovando la vostra mente”
Qui si situa il secondo suggerimento dell’apostolo: “Trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. L’impegno a distanziarsi criticamente dalle logiche di questo mondo e ad assumere comportamenti profetici che vadano controcorrente si concretizza di fatto nello sforzo di cambiare mentalità e di agire secondo il volere di Dio.
Che cosa vuol dire questo? In termini molto semplici si può dire che l’Apostolo ci chiede di cambiare non il mondo, ma noi stessi. O forse sarebbe meglio dire che ci chiede di cambiare il mondo attraverso il cambiamento di noi stessi! Questa metamorfosi personale riguarda tutto il nostro essere, a cominciare dal rinnovamento della nostra “mente” (in greco: nus), ossia della nostra facoltà di giudizio, mediante cui noi siamo capaci di valutare attentamente ogni cosa per poi decidere ciò che è buono e gradito a Dio.
Questa trasformazione radicale della nostra mentalità e delle nostre scelte comportamentali avviene sotto la costante guida dello Spirito Santo, a cui dobbiamo essere docili, se vogliamo essere conformati a Cristo e camminare in una vita nuova. Lo Spirito Santo ci aiuta a discernere la volontà di Dio e a deciderci per il bene che Egli ci propone. Egli cioè non solo ci fa capire interiormente quello che Dio desidera per il nostro bene, ma ci dona anche la grazia per metterlo in pratica. Non si tratta quindi semplicemente di uno sforzo volontaristico del cristiano, ma di un impegno faticoso, costantemente sostenuto dalla grazia dello Spirito Santo.

Castità e temperanza
In questa luce possiamo considerare la virtù della castità come impegno a vivere la sessualità nel “tempio” del nostro corpo, in cui abita lo Spirito Santo, “nel” quale rendiamo gloria e lode al Padre e al Figlio. È questa la suggestiva prospettiva liturgica in cui si colloca la concezione paolina, particolarmente espressa nella Prima Lettera ai Corinti: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi” 1 Cor 3, 16-17). E ancora: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?” (1 Cor 6,19).
La castità non è da intendersi perciò primariamente come una rinuncia, ma come la scelta positiva di vivere la sessualità secondo il progetto di amore di Dio, per il quale il nostro corpo e tutto il suo linguaggio devono diventare progressivamente capaci di dare lode al Signore.
Certamente però la virtù della castità comporta anche delle scelte ben precise, che a loro volta conducono a fare delle rinunce. In questo senso la castità è stata vista tradizionalmente come parte integrante della virtù cardinale della temperanza. Il temperante è colui che sa regolare i piaceri sensibili attraverso la guida della ragione. Egli non reprime i piaceri, ma li accetta in modo che non possano nuocere al bene globale della sua persona. Il temperante è perciò l’uomo moderato, capace di controllare i suoi impulsi istintivi e di autoregolarsi nel mangiare, nel bere, nel divertirsi, nel giocare… L’astinenza volontaria da certi cibi e il digiuno, la sobrietà nel bere, la moderazione nel gioco e nel divertimento sono decisioni che fortificano la volontà ed aiutano a trovare un valido equilibrio interiore. La persona veramente libera non è quella che pensa di essere al di sopra di ogni tentazione, ma quella che, conoscendo la sua fragilità, sa porre in atto rinunce volontarie, interpretate come una sorta di “ginnastica” dello spirito che abilita a resistere al peccato.
La tradizione spirituale cristiana ha visto la virtù della temperanza come una maniera per conformarsi a Cristo, e in particolare al mistero della sua Pasqua. Come il Signore Gesù accettò di soffrire e morire in croce per risorgere a vita nuova e salvare l’umanità, così il cristiano pone in atto la mortificazione volontaria per conseguire gradualmente un’esistenza “pasquale”, che si avvia alla risurrezione finale, nella quale egli vivrà con un corpo spiritualizzato, reso conforme dalla potenza dello Spirito Santo al corpo glorificato di Gesù Risorto.
In questa luce S. Paolo scrive: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). E poi più avanti aggiunge: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Tutto questo l’Apostolo lo scrive nel contesto della lettera ai Galati, che è un vero e proprio inno alla libertà del cristiano. Pensiamo, per esempio al solenne inizio del cap.5, in cui Paolo scrive: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).
Comprendiamo così che la temperanza, la “crocifissione nella carne” di tutto ciò che può allontanarci dal conseguire la santità, non è da intendersi come una sorta di castigo, che il cristiano si autoinfligge in una concezione quasi “masochistica” dell’esistenza, ma piuttosto come la progressiva acquisizione della libertà “pasquale”, che ci rende capaci di superare le nostre tendenze egoistiche e di amare in modo autenticamente oblativo, ad imitazione di Gesù crocifisso e risorto, che ha dato se stesso per tutti noi.
Quest’acquisizione di libertà il cristiano non la concepisce alla maniera degli stoici, i quali esaltavano l’uomo temperante, ritenendo spregevole qualsiasi turbamento sensibile. Il cristiano, da questo punto di vista, non si pronuncia contro il piacere, considerandolo anzi come un dono di Dio, a condizione che esso non diventi lo scopo prevalente della vita, ma la logica conseguenza delle proprie scelte ragionevoli e rispettose della dignità della persona. In questo senso si ritiene che un uomo pecchi contro la temperanza sia quando conduce un’esistenza interamente assorbita dalla ricerca dei piaceri sensibili, sia quando porta avanti una vita incolore, non toccata da passionalità alcuna. Nel primo caso egli mostra di essere intemperante e di somigliare ad un bimbo tutto proteso istintivamente verso ciò che gli piace; nel secondo caso manifesta una chiara insensibilità, che rifiuta il valore positivo degli appetiti sensibili e pretende di vivere stoicamente al di là di essi: anche questa è intemperanza.
Possiamo trovare una sintesi di questi concetti in queste parole del teologo T. Goffi: “Il cristiano vive secondo la propria personalità carnale, la quale appare avviata a diventare pneumatizzata attraverso la partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Ciò significa che il cristiano per vocazione diventa temperante in modo tutto proprio. Accetta la fragranza del benessere umano, ma sa che tutto deve avviarsi verso uno stadio trascendente secondo lo spirito risorto”.

Castità e carità
Applicando i valori della temperanza alla vita sessuale si giunge a determinare i contenuti concreti della virtù della castità. Per capire in che cosa consiste l’esercizio di questa virtù, si deve partire dalla premessa che la sessualità riguarda l’intera nostra persona e che le attrazioni sessuali toccano sia la sfera esteriore che quella interiore del nostro essere.
La pulsione sessuale, che Freud chiama libido, è molto forte in ciascuno di noi e viene esercitata attraverso il tatto, l’udito, lo sguardo, ma anche mediante la fantasia, la parola, l’intelligenza. Quando la passione istintiva prevale sulla ragione, la persona finisce con l’abbruttirsi in un comportamento fatuo, sciocco, che nel peggiore dei casi diventa svilimento della propria dignità e attentato a quella dell’interlocutore. Freud stesso ammette che la libido deve conoscere una qualche forma di repressione, senza la quale la persona si autodistruggerebbe. Nella sua visione materialistica però egli pensa a questa repressione solo nei termini di un recupero di energie psichiche da canalizzare positivamente in altri campi dell’esistenza umana.
Il casto temperante, così come lo intende la tradizione morale cristiana, è colui che lotta con se stesso per vivere la sessualità sempre e solo come donazione d’amore: una donazione che viene vissuta a partire da un sereno possesso di sé e da una sana capacità di accogliere l’altro nella ricchezza del suo essere. Quelle dell’immaturo, dell’orgoglioso autosufficiente, dell’egoista incapace di accogliere il dono dell’altro sono tutte versioni contrarie alla castità. Il casto temperante si sforza, con l’aiuto del Signore, di creare un graduale ordine interiore nelle proprie passioni, fino a vivere la sessualità in maniera autenticamente gioiosa, nell’ottica dell’amore caritativo.
C’è infatti una feconda relazione tra carità e castità, che si realizza nell’unità della persona, colta nella ricchezza armonica del suo essere. La castità trova la sua motivazione più nobile non nella repressione, ma nella donazione. Essa è esercizio che abilita alla donazione caritativa del proprio essere e all’accoglienza amorosa dell’essere dell’altro. La virtù della castità consiste quindi nel sottrarre il soggetto umano alla tentazione sempre ricorrente di non vedere nel corpo, quello proprio e quello dell’altro, la bellezza e la preziosità della persona, ma anzi di staccarlo dalla persona per farne un mero oggetto di godimento. La castità aiuta il “soggetto” a non diventare “oggetto” e a non “cosificare” l’essere della persona amata. In questo senso essa è carità in grande, perché rende idonei a fare di se stessi e degli altri un dono d’amore. E la carità più vera, lo sappiamo, non consiste tanto nel “donare”, quanto piuttosto nel “donarsi”.
Questo rapporto tra castità e carità è talmente vero, che si può tradurre, nella fecondità intrinseca all’atto sessuale, nella meravigliosa possibilità di trasmettere la vita ad un altro essere umano, il quale viene ad essere contemporaneamente frutto della donazione caritativa dei coniugi e preziosissimo dono per loro stessi!

“Attentati” alla sessualità
Su questa base possiamo considerare anche le principale minacce che oggi incombono sulla sessualità umana, deturpandone il volto e svilendone il significato. La nostra epoca, che si vanta di aver raggiunto una grande liberazione in campo sessuale, rischia di essere probabilmente una delle più anti-sessuali della storia. La pretesa liberalizzazione dei costumi in questo campo si traduce infatti spesso in un grave impoverimento della sessualità, dando adito anche a forme sicuramente devianti e fuorvianti, quali la pornografia, la prostituzione, la pedofilia, il turismo a scopo sessuale, insomma tutte le varie forme di mercificazione del sesso che oggi sono assai diffuse e vengono più o meno apertamente tollerate in nome di un’errata concezione della libertà umana.
Cosa c’è al fondo di queste come di altre devianze sessuali? Quali sono le cause di questa grave mortificazione della sessualità? La risposta a queste domande in fondo è una sola: si è consumata oggi una separazione tra persona e sessualità, per la quale l’attività sessuale dell’uomo viene sempre più considerata come semplice atto fisiologico, che non coinvolge l’intera realtà della persona. Si tratta, in pratica, di una palese negazione del valore della castità, la quale tende proprio a difendere l’unitotalità della persona in questo campo così delicato.
Questa separazione tra persona e sessualità, che dà adito ad una concezione consumistica del sesso, si esplicita chiaramente in altre due forme di separazione: quella tra sessualità e procreazione e quella tra sessualità e amore.
È sotto gli occhi di tutti il fatto che l’atto sessuale viene sempre più considerato come qualcosa che non ha a che fare con la procreazione. Lo sbocco procreativo, che è connaturato al rapporto sessuale, viene evitato col ricorso a varie forme di contraccezione e talora anche con l’aborto. Il figlio è visto quasi come una minaccia, che incombe sulla coppia, costringendola a prendere tutte le precauzioni per non incorrere in questo…incidente di percorso. D’altra parte si va diffondendo anche l’idea che, qualora per vari motivi la coppia soffra di sterilità, tutte le maniere per ottenere un figlio sono lecite, ivi comprese quelle forme artificiali, come la fecondazione in vitro o la clonazione, che di fatto pongono la “produzione” del figlio come qualcosa di separato dall’atto sessuale dei coniugi o di coloro che questo figlio richiedono. Nell’uno e nell’altro caso si consuma perciò una separazione tra sessualità e procreazione, che poggia sulla pretesa dell’uomo di vivere queste realtà a prescindere dalla loro verità naturale, sulla base di scelte che non di rado sono utilitaristiche ed egoistiche.
Non si vuole mettere in discussione il fatto che spetti alla sapienza dell’uomo collaborare responsabilmente con Dio nella decisione di mettere al mondo un figlio. La scelta di procreare deve sempre restare un atto di grave responsabilità dell’uomo, che va compiuto sulla base di un serio discernimento delle potenzialità educative dei coniugi e delle loro condizioni generali di vita. Rimane perciò sempre valido il principio morale secondo cui la coppia può, per serie ragioni, decidere di non mettere al mondo altri figli. Ma nell’attuare una tale decisione la coppia non può snaturare la verità dell’atto sessuale, deprivandolo della sua potenzialità procreativa; né può snaturare la verità della procreazione, sostituendo la logica della “produzione” a quella della “donazione” reciproca, quale avviene nel rapporto sessuale. L’attuazione di una valida scelta di procreazione responsabile passa sempre attraverso la decisione di vivere la relazione sessuale nella sua verità totale, senza “piegarla” a tutti i costi allo scopo procreativo o senza privarla con ogni mezzo di esso. In pratica questa decisione consiste nell’avvalersi sapientemente dei ritmi naturali di fecondità, che sono insiti nel ciclo mestruale della donna, in maniera tale che l’atto sessuale venga vissuto sempre nella sua naturale verità ovvero ci si astenga da esso nei giorni fecondi, qualora la coppia per valide ragioni abbia deciso di non poter avere altri figli.
Lo snaturamento più grave della sessualità, logicamente collegabile a quello che abbiamo appena esaminato, è quello che porta alla separazione tra sessualità e amore. Anche questa è una realtà sotto gli occhi di tutti: sono in molti oggi a sostenere che non c’è necessario collegamento tra atto sessuale e amore e che si può “fare sesso” anche senza un coinvolgimento sentimentale delle persone. Talora anche da un incontro occasionale o da un rapporto non impegnativo può scaturire, con relativa facilità, la scelta di avere rapporti sessuali completi, che altro significato non hanno, se non quello di garantire una reciproca soddisfazione sensoriale.
Anche nei casi in cui si dichiara di vivere la relazione sessuale come atto di amore, permangono gravi fraintendimenti sulla realtà dell’amore, che spesso viene ridotto al suo livello fisico-genitale, ossia ad una serie di attrazioni, impulsi, reazioni spontanee o, nel migliore dei casi, al suo livello affettivo, fatto di sensibilità, erotismo, di un volersi bene di stampo molto sentimentalistico. Difficilmente l’amore giunge, specie nell’età adolescenziale, al livello dell’io cosciente, che consiste anzitutto nella serena conoscenza e accettazione di se stessi, oltre che nell’aver raggiunto un sereno senso di autopossesso, che possa garantire l’effettiva donazione di sé alla persona amata; ma consiste anche nella capacità di conoscere l’altro e di volere il suo bene, integrando tutti i rapporti con lui nel quadro di un progetto maturo di donazione reciproca.

Dio è Amore!
Questi “attentati” alla sessualità, oggi largamente presenti nella nostra cultura, possiamo intenderli anche come una triste conseguenza del rifiuto di Dio o dell’indifferenza nei suoi confronti. La separazione tra sessualità e procreazione non è forse una negazione dell’intervento che Dio Creatore ha nella trasmissione della vita umana? E la separazione tra sessualità e amore non può forse essere letta come un disconoscimento dell’essenza di Dio, che è appunto l’amore, e che desidera manifestarsi nella donazione reciproca dell’uomo e della donna, fatti a sua immagine?
Il Signore ci chiama a prendere atto di queste tristi realtà, che incombono sulla nostra attuale situazione culturale. Ci chiede di farlo però con animo aperto alla speranza, ossia senza farci pervadere da quel cupo pessimismo, che è l’attività tipica del “grande accusatore” e che rischia di immiserire la nostra concezione cristiana in sterili atteggiamenti moralistici e scandalistici. Siamo chiamati a dare una testimonianza fascinosa del nostro modo di intendere la sessualità umana, nella consapevolezza che la forza di questa testimonianza, unitamente a quella delle argomentazioni, può rendere un valido servizio all’uomo del nostro tempo.
La nostra interpretazione della realtà sessuale parte dal riconoscere Dio come la fonte dell’amore, che dona all’uomo una struttura corporea identificabile sessualmente, attraverso cui gli uomini possono vivere nell’amore, realizzando così la loro immagine e somiglianza col Creatore e cooperando con Lui nel trasmettere la vita ad altre creature. In questa visione personalistica, che trova nell’amore la sua essenza più profonda, si collocano dunque le relazioni sessuali tra gli esseri umani. Esse sono relazioni che coinvolgono la persona in tutta la ricchezza del suo essere e che, se vissute in modo autenticamente umano, la fanno crescere nella capacità di amare. Le relazioni sessuali non vissute in questa logica personalistica, e quindi sottratte alla virtù della castità, rischiano invece di ferire profondamente l’uomo e di mortificarne la capacità di slancio oblativo, rinchiudendolo in un gretto egoismo.
Il Signore ci chiama a glorificarlo con tutto il nostro essere e in tutto il nostro agire. La sessualità è una dimensione feconda di questa glorificazione di Dio, perché, se è vissuta secondo il suo progetto, riproduce la stessa vita intima del Dio uno e trino, fatta di relazioni interpersonali d’amore, da cui sgorga un’incessante attività creativa e ri-creativa!

 

incamminoverso @ 19 h 03 min
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LA PASQUA NELL’ARTE. CIÒ CHE L’OCCHIO NON VIDE MAI.

Posté le Mardi 22 avril 2014

http://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/la-pasqua-nellarte.-cio-che-locchio-non-vide-mai

LA PASQUA NELL’ARTE. CIÒ CHE L’OCCHIO NON VIDE MAI.

Dall’era paleocristiana fino a oggi, l’arte a servizio della Chiesa ha descritto il « prodigioso duello » di cui parla l’inno, ora in maniera astratta, ora in modo allusivo, presentando Cristo crocifisso in vesti regali e sacerdotali, o con gli occhi aperti, o sostenuto (rialzato) dal Padre.

Pienezza della fede in Cristo è accoglienza della sua risurrezione e del potere che ne promana: è l’atto d’adesione intellettuale ed esistenziale al paradosso di un’umiliazione che sfocia in gloria, di una morte che si trasmuta in vita. In tale adesione consiste infatti la sapienza cristiana, e san Paolo – nel medesimo passo in cui ricorda ai credenti di Corinto d’aver predicato loro il vangelo senza argomentazioni filosofiche, ritenendo « di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso » (1 Corinzi, 2, 2-4) – afferma comunque di parlare « sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, divina, misteriosa, che è rimasta nascosta » così che « nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla », perché (dice) « se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria » (1 Corinzi, 2, 7-8).
Paolo mutua questa frase « Signore della gloria », da un antico inno ebraico celebrante la traslazione dell’arca dell’alleanza dall’esterno all’interno delle mura di Gerusalemme: « Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria » (Salmi, 24, 7). Nel suo ragionamento, cioè, aprire la mente e la vita al paradosso di Cristo crocifisso, risorto e glorioso è come spalancare le porte di una città fortificata; anzi, è come demolirle del tutto per far entrare il conquistatore vittorioso. Per Paolo « il re della gloria » infatti è Cristo, e chi apre a lui riceve Dio, come nel salmo che domanda, « Chi è questo re della gloria? », e poi subito risponde: « Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia » (Salmi, 24, 8).
Dalle catacombe fino a oggi, molti artisti hanno reso visibile quest’interiore accoglienza del Risorto. Hanno offerto cioè non evocazioni di idee teologiche, non illustrazioni di fatti storici, ma traduzioni visive della più misteriosa, profonda e personale esperienza di ogni cristiano e di tutti i cristiani, del singolo credente e della Chiesa universale: l’esperienza di resa davanti al conquistatore, di porte antiche che si alzano e si spaccano, pur di farlo entrare. Grandi maestri di pittura e scultura hanno creato immagini di un processo individuale e collettivo in sé « inimmaginabile », come dice ancora san Paolo nel passo sopraccitato. Dopo l’affermazione che gli uccisori di Cristo non avevano la sapienza derivante dalla fede, l’Apostolo descrive tale sapienza come l’insieme di « quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo » ma che « Dio ha preparato per coloro che lo amano » (1 Corinzi, 2, 9-10; cfr. Isaia, 64, 3); e aggiunge: « Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito ».
Le immagini del Risorto sono pertanto visualizzazioni di ciò che « occhio non vide mai », racconti di quanto nessun orecchio ha mai udito, appelli emotivi a una gioia mai entrata in cuore umano se non infrangendo limiti posti dalla ragione, se non demolendo barriere erette dalla logica, se non per pura fede. Tra tutte le immagini che riguardano Cristo, queste infatti sono le più religiose, le immagini che cioè inabissano nel vero mistero del Salvatore.
Come tutti sanno, il Nuovo Testamento non descrive l’evento decisivo della fede cristiana, la risurrezione di Cristo, parlando solo della scoperta della sua tomba vuota il mattino di Pasqua. In verità non si tratta di un evento, come il Battesimo o l’Ultima Cena, ma di un processo, un graduale dispiegarsi di energie spirituali, morali e fisiche tale che la morte non riesce a tenere il Salvatore nel suo amplesso. La risurrezione è implicita nell’esistenza stessa di Gesù, possiamo dire, perché – Verbo di Dio – « in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Giovanni, 1, 4). È già definita come traguardo nei primi tempi del suo ministero, quando – parlando con Nicodemo – Cristo afferma che, « come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna » (Giovanni, 3, 14-15). Su questo tema ritornerà dopo l’ingresso trionfale a Gerusalemme quando dice ancora: « Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (Giovanni, 12, 32). Il processo risurrezionale inizia veramente durante la Cena, quando – dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli, dopo aver loro comandato di amarsi gli uni gli altri come lui li ha amati, promettendo loro lo Spirito consolatore e la pace – Cristo alza gli occhi al cielo e dice: « Padre, è giunta l’ora, glorifica il figlio tuo, perché il figlio glorifichi te.
Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse » (Giovanni, 17, 1-5).

« E ora, Padre, glorificami »: ma, subito dopo, chi parlava fu arrestato, giudicato, giustiziato!
Significa forse che il Padre lo ha disatteso, non concedendogli la gloria rivendicata? La fede cristiana afferma il contrario, proclamando che Dio gliela concessa ma come processo paradossale, uno spiegamento di forze all’interno della debolezza, una gloria emergente dall’umiliazione, la vita che lotta con la morte e vince. Mors et vita duello, conflixere mirando: dux vitae mortuus regnat vivus: sono le parole di un inno pasquale del medioevo, e ben descrivono quest’eroica lotta al cuore dell’essere: « La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa ».
Dall’era paleocristiana fino a oggi, l’arte a servizio della Chiesa ha descritto il « prodigioso duello » di cui parla l’inno, ora in maniera astratta, ora in modo allusivo, presentando Cristo crocifisso in vesti regali e sacerdotali, o con gli occhi aperti, o sostenuto (rialzato) dal Padre. Tra le più splendide articolazioni di questo tema, vi è il monumentale Risorto in croce di Giuliano Vangi, eseguito nel 1999 per il presbiterio del duomo di Padova, dove l’artista visualizza il discorso escatologico del vangelo di Luca, in cui Cristo descrive il suo ritorno con linguaggio drammatico: « Come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno », dice, alludendo al « giorno » della Parusia, il « giorno senza tramonto », l’ »ottavo giorno » dell’eternità (cfr. Luca, 17, 24). È il testo più adatto a quest’opera che, infatti, lampeggia, guizza, brilla. Realizzato in un’inconsueta lega d’argento e nichel, con elementi d’oro e bronzo, si distingue radicalmente dall’apparato decorativo del duomo e perfino dalle altre figure di Vangi nel presbiterio, concepite in marmo bianco di Carrara, giallo di Siena, rosso veronese, pietra tunisina color miele e nel blu reale del Portogallo: materiali, colori e incastri tradizionali che troviamo nella scultura tardo imperiale, in quella della fine del Rinascimento, e nei monumenti barocchi della stessa cattedrale padovana.
Il Cristo invece si distingue. È avveniristico, quasi tecnologico, quest’uomo che emana luce dalla croce « tirata come un cristallo » (al dir dell’artista): una croce alta sei metri, la cui gamma cromatica va dal blu scuro della base (la notte in cui l’uomo soffre e perde speranza) al « dolce color d’oriental zaffiro » che rincuorò l’Alighieri (cfr. Purgatorio, 1, 13), e infine al bianco limpido, incandescente della luce in cui abita il Padre.
Sono materiali e colori moderni – qualcuno dirà « da discoteca » – e nel contempo antichi, plasmati dall’immaginazione dei profeti, dalle visioni nella notte del tempo. « Io guardavo ed ecco un uragano avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinio di fuoco che splendeva tutt’intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente », dice un profeta d’Israele (Ezechiele, 1, 4). Bronzo lucido e topazio, un firmamento simile a cristallo splendente, carboni ardenti come torce agitate, il fuoco che sprigiona bagliori: ecco l’immaginario degli inizi del sesto secolo avanti Cristo, il linguaggio sacrale del figlio di Buzi, il sacerdote Ezechiele che, sulle rive del Chebar, vide aprirsi i cieli (Ezechiele, 1, 1).
Questo linguaggio visionario, che ritroviamo nel libro di Daniele e infine nell’Apocalisse, è quello preferito da Cristo stesso, nel già citato passo lucano e in numerosi altri passi, per descrivere il suo « giorno », « quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli e si siederà sul trono della sua gloria » (Matteo, 25, 31). Ed è il linguaggio in cui Vangi fa vedere i cieli aperti, il Figlio dell’uomo che brilla da un capo all’altro come un lampo, la croce come trono di gloria, il « giorno » del testimone fedele, del primogenito dei morti e principe dei re della terra, di colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, facendo di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre; l’ »oggi » in cui Cristo « viene sulle nubi e ognuno lo vedrà, anche quelli che lo trafissero » (Apocalisse, 1, 7). Al centro del presbiterio, dove in persona Christi il vescovo celebra la liturgia eucaristica, l’artista cioè strappa il velo che copre i nostri occhi, traducendo in lingua corrente un celebre affresco del Risorto di Ambrogio Borgognone in Sant’Ambrogio a Milano, dove Cristo proclama (in parole scritte su un drappo d’onore sotto i suoi piedi): « Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Apocalisse, 1, 17-18).
È significativo che questo Cristo di Vangi, raffigurato mentre passa da morte a vita, sia stato concepito per l’altare di una chiesa. In immagini legate alla liturgia, come nella liturgia stessa, i credenti sono invitati a cercare, oltre ciò che vedono, qualche cosa di più, magari non vista perché ancora nel futuro o che c’è ma rimane nascosta, ma che in ogni caso muta radicalmente il senso e l’aspetto delle cose viste. L’immagine si pone come epifania e apocalisse, manifestazione e rivelazione: è il caso di una splendida pala d’altare senese, opera di Giovanni di Paolo oggi alla Pinacoteca Nazionale di Siena, in cui vediamo Cristo umiliato che regge la croce, a sinistra, mentre a destra, risorto e trionfante giudica vivi e morti, mostrando le piaghe come trofei. Frammezzo, fra l’imago pietatis e l’imago gloriae di questa doppia immagine, è raffigurato lo Spirito, operatore dei cambiamenti che conducono alla vita eterna (tra cui quello eucaristico: il cambiamento del pane e vino nel corpo e sangue di Cristo). La colomba è collocata all’apice dell’immagine, sopra il punto in cui il sacerdote, consacrando, invoca lo Spirito Santo sui doni, ed è come se scendesse contemporaneamente su Cristo sofferente per risuscitarlo alla gloria, e sul pane e vino per transustanziarli. Quando si celebrava la messa davanti a quest’immagine, l’ostia e il calice innalzati tra le due raffigurazioni di Cristo comunicavano che, come Cristo è risorto nello Spirito e sotto lo stesso Spirito il pane diventa suo corpo, anche noi che ci nutriamo di questi elementi siamo destinati a mutare forma. « Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste: in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba noi saremo trasformati » (1 Corinzi, 15, 49-52).
In modo analogo, il Crocifisso di Vangi ripropone l’intuizione dell’autore dell’Apocalisse, che colloca la sua visione della fine delle cose nel contesto della domenica e di un’esperienza mistica della liturgia. « Rapito in estasi nel giorno del Signore – dice – udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: quello che vedi, scrivilo in un libro » (Apocalisse, 1, 10). Giovanni vide sette candelabri d’oro in mezzo ai quali si muoveva il sommo Sacerdote dei beni futuri, simile a un figlio d’uomo ma con gli occhi fiammeggianti come fuoco e che teneva nella destra sette stelle (Apocalisse, 1, 12-15).
Il nuovo Crocifisso sopra l’altare riporta l’Eucaristia a questo contesto escatologico. Tra i santi della città e diocesi (Prosdoscimo, Giustina, Antonio, Gregorio Barbarico) scolpiti dallo stesso Vangi in atteggiamenti ruminativi, ora esplode Cristo. La comunione dei santi – la comunione dei padovani con questi quattro santi patroni, la comunione di ogni credente con coloro che lo hanno preceduto – ora ritrova il suo centro in Lui, nel suo corpo e sangue offerti sulla croce.
Così ora nel presbiterio del Duomo di Padova contempliamo il Vivente rivelato nella comunione dei santi, sopra un altare che sembra la pietra sepolcrale « rotolata via » dagli angeli che la sostengono, esprimenti una sorta di tripudio cosmico. Perché, a differenza del Cristo del Borgognone a Milano, in cui predominano i segni dell’umiliazione – e a differenza dell’altro grande crocifisso a Padova, quello di Donatello all’altare del santo – qui è il trionfo di Cristo che viene proclamato, la gloria della sua vita nuova. Scriveva infatti Vangi nel 1999, per l’inaugurazione del Crocifisso: « Ho cercato di esprimere tramite gli occhi aperti la vita, la vittoria di Cristo sulla morte, la risurrezione e quindi la Parusia, la gloria finale promessa per tutti da Gesù nel passo di Giovanni: « Quando sarò innalzato attirerò tutti a me ». Il Signore qui non è inchiodato ma quasi appoggiato alla croce, con le braccia spalancate non nel supplizio ma piuttosto in quest’abbraccio redentivo per l’intera umanità ».
Le mani del Salvatore non inchiodate ma « appoggiate » alla croce, i chiodi diventati punti di luce: fa pensare alla mistica tavola conservata nella stessa Cattedrale, nella sagrestia dei Canonici, opera di Nicoletto Semitecolo raffigurante il Figlio crocifisso davanti al Padre, ma senza la croce. Le mani del Figlio, con i segni della sua obbedienza, sono semplicemente « appoggiate » alle mani estese del Padre che lo sostiene con il suo amore. Le parole di Cristo sulla Croce, « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », vengono così riportate al loro contesto d’origine: al salmo che sia Gesù che coloro che l’ascoltarono conobbero, e che, dall’iniziale senso d’abbandono, porta all’affermazione conclusiva che Dio « non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito » (Salmi, 21, 25). E poi le ultime parole: « Io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: « Ecco l’opera del Signore »" (Salmi, 21, 30-32).
Questo Cristo sulla croce azzurra è già in cielo, Signore delle generazioni future, Redentore del terzo millennio, Salvatore di popoli nascituri. Nel mistero del corpo crocifisso che, splendente e senza sofferenza, vive davanti al Padre, Vangi rivela l’Uno di cui l’Antico Testamento affermava: « Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua potenza » (Abacuc, 3, 4).

Timothy Verdon

(©L’Osservatore Romano, 9 aprile 2009)

incamminoverso @ 19 h 01 min
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Anastasis, Women Arrive at the Empty Tomb,

Posté le Samedi 19 avril 2014

 Anastasis, Women Arrive at the Empty Tomb, dans immagini sacre Anastasis,%20Myrrhbearing%20Women%20Arrive%20at%20the%20Empty%20Tomb

http://www.artway.eu/content.php?id=1471&action=show&lang=en

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LA DISCESA AGLI INFERI DEL SIGNORE – Antica Omelia sul Sabato Santo

Posté le Samedi 19 avril 2014

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010414_omelia-sabato-santo_it.html

LA DISCESA AGLI INFERI DEL SIGNORE

A cura dell’Istituto di Spiritualità: Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

« Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: « Sia con tutti il mio Signore ». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: « E con il tuo spirito ». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: « Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli ». »

Da un’antica « Omelia sul Sabato santo ». (PG 43, 439. 451. 462-463)

Orazione
O Dio eterno e onnipotente, che ci concedi di celebrare il mistero del Figlio tuo Unigenito disceso nelle viscere della terra, fa’ che sepolti con lui nel battesimo, risorgiamo con lui nella gloria della risurrezione. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

incamminoverso @ 18 h 24 min
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TRE MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO DI JOSEPH RATZINGER – L’ANGOSCIA DI UNA ASSENZA

Posté le Samedi 19 avril 2014

http://www.30giorni.it/articoli_id_10246_l1.htm

TRE MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO DI JOSEPH RATZINGER

L’ANGOSCIA DI UNA ASSENZA. MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO

del cardinal Joseph Ratzinger

In queste pagine, miniature tratte dall’evangeliario dell’inizio del XIII secolo conservato nell’abbazia benedettina di Groß Sankt Martin a Colonia: la deposizione.

PRIMA MEDITAZIONE
Con sempre maggior insistenza si sente parlare nel nostro tempo della morte di Dio. Per la prima volta, in Jean Paul, si tratta solo di un sogno da incubo: Gesù morto annuncia ai morti, dal tetto del mondo, che nel suo viaggio nell’aldilà non ha trovato nulla, né cielo, né Dio misericordioso, ma solo il nulla infinito, il silenzio del vuoto spalancato. Si tratta ancora di un sogno orribile che viene messo da parte, gemendo nel risveglio, come un sogno appunto, anche se non si riuscirà mai a cancellare l’angoscia subita, che stava sempre in agguato, cupa, nel fondo dell’anima. Un secolo dopo, in Nietzsche, è una serietà mortale che si esprime in un grido stridulo di terrore: «Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso!». Cinquant’anni dopo, se ne parla con distacco accademico e ci si prepara a una “teologia dopo la morte di Dio”, ci si guarda intorno per vedere come poter continuare e si incoraggiano gli uomini a prepararsi a prendere il posto di Dio. Il mistero terribile del Sabato santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato quindi nel nostro tempo una realtà schiacciante. Giacché questo è il Sabato santo: giorno del nascondimento di Dio, giorno di quel paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole «disceso agli inferi», disceso dentro il mistero della morte. Il Venerdì santo potevamo ancora guardare il trafitto. Il Sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a Figlio suo. Si può essere tranquilli: i prudenti che prima avevano un po’ titubato nel loro intimo se forse potesse essere diverso, hanno avuto invece ragione.
Sabato santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna e angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro?
Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui.
C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo.
Amen.

La crocifissione
SECONDA MEDITAZIONE
Il nascondimento di Dio in questo mondo costituisce il vero mistero del Sabato santo, mistero accennato già nelle parole enigmatiche secondo cui Gesù è «disceso all’inferno». Nello stesso tempo l’esperienza del nostro tempo ci ha offerto un approccio completamente nuovo al Sabato santo, giacché il nascondimento di Dio nel mondo che gli appartiene e che dovrebbe con mille lingue annunciare il suo nome, l’esperienza dell’impotenza di Dio che è tuttavia l’onnipotente – questa è l’esperienza e la miseria del nostro tempo.
Ma anche se il Sabato santo in tal modo ci si è avvicinato profondamente, anche se noi comprendiamo il Dio del Sabato santo più della manifestazione potente di Dio in mezzo ai tuoni e ai lampi, di cui parla il Vecchio Testamento, rimane tuttavia insoluta la questione di sapere che cosa si intende veramente quando si dice in maniera misteriosa che Gesù «è disceso all’inferno». Diciamolo con tutta chiarezza: nessuno è in grado di spiegarlo veramente. Né diventa più chiaro dicendo che qui inferno è una cattiva traduzione della parola ebraica shêol, che sta a indicare semplicemente tutto il regno dei morti, e quindi la formula vorrebbe originariamente dire soltanto che Gesù è disceso nella profondità della morte, è realmente morto e ha partecipato all’abisso del nostro destino di morte. Infatti sorge allora la domanda: che cos’è realmente la morte e che cosa accade effettivamente quando si scende nella profondità della morte? Dobbiamo qui porre attenzione al fatto che la morte non è più la stessa cosa dopo che Cristo l’ha subita, dopo che egli l’ha accettata e penetrata, così come la vita, l’essere umano, non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana poté ve­nire a contatto, e di fatto venne, con l’essere proprio di Dio. Prima la morte era soltanto morte, separazione dal paese dei viventi e, anche se con diversa profondità, qualcosa come “inferno”, lato notturno dell’esistere, buio impenetrabile. Adesso però la morte è anche vita e quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo sempre nuovamente con colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell’orto degli ulivi e del suo grido sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», è divenuto partecipe delle nostre solitudini. Se un bambino si dovesse avventurare da solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non c’è alcun pericolo. Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, il carattere sinistro dell’esistenza in sé. Solo una voce umana potrebbe consolarlo; solo la mano di una persona cara potrebbe cacciare via come un brutto sogno l’angoscia. C’è un’angoscia – quella vera, annidata nella profondità delle nostre solitudini – che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama. Quest’angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l’espressione terribile della nostra solitudine ultima. Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono? Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola di affetto? Laddove però si ha una solitudine tale che non può essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell’amore, allora noi parliamo di inferno. E noi sappiamo che non pochi uomini del nostro tempo, apparentemente così ottimistico, sono dell’avviso che ogni incontro rimane in superficie, che nessun uomo ha accesso all’ultima e vera profondità dell’altro e che quindi nel fondo ultimo di ogni esistenza giace la disperazione, anzi l’inferno. Jean-Paul Sartre ha espresso questo poeticamente in un suo dramma e nello stesso tempo ha esposto il nucleo della sua dottrina sull’uomo. Una cosa è certa: c’è una notte nel cui buio abbandono non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l’inferno: shêol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall’amore, che è talmente profonda che l’amore non può più accedere a essa, è l’inferno.
«Disceso all’inferno»: questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da lui. Nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell’amore, allora nella morte penetra la vita: ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata – prega la Chiesa nella liturgia funebre.
Nessuno può misurare in ultima analisi la portata di queste parole: «disceso all’inferno». Ma se una volta ci è dato di avvicinarci all’ora della nostra solitudine ultima, ci sarà permesso di comprendere qualcosa della grande chiarezza di questo mistero buio. Nella certa speranza che in quell’ora di estrema solitudine non saremo soli, possiamo già adesso presagire qualcosa di quello che avverrà. E in mezzo alla nostra protesta contro il buio della morte di Dio cominciamo a diventare grati per la luce che viene a noi proprio da questo buio.

La sepoltura
TERZA MEDITAZIONE
Nel breviario romano la liturgia del triduo sacro è strutturata con una cura particolare; la Chiesa nella sua preghiera vuole per così dire trasferirci nella realtà della passione del Signore e, al di là delle parole, nel centro spirituale di ciò che è accaduto. Se si volesse tentare di contrassegnare in poche battute la liturgia orante del Sabato santo, allora bisognerebbe soprattutto parlare dell’effetto di pace profonda che traspira da essa. Cristo è penetrato nel nascondimento (Verborgenheit), ma nello stesso tempo, proprio nel cuore del buio impenetrabile, egli è penetrato nella sicurezza (Geborgenheit), anzi egli è diventato la sicurezza ultima. Ormai è diventata vera la parola ardita del salmista: e anche se mi volessi nascondere nell’inferno, anche là sei tu. E quanto più si percorre questa liturgia, tanto più si scorgono brillare in essa, come un’aurora del mattino, le prime luci della Pasqua. Se il Venerdì santo ci pone davanti agli occhi la figura sfigurata del trafitto, la liturgia del Sabato santo si rifà piuttosto all’immagine della croce cara alla Chiesa antica: alla croce circondata da raggi luminosi, segno, allo stesso modo, della morte e della risurrezione.
Il Sabato santo ci rimanda così a un aspetto della pietà cristiana che forse è stato smarrito nel corso dei tempi. Quando noi nella preghiera guardiamo alla croce, vediamo spesso in essa soltanto un segno della passione storica del Signore sul Golgota. L’origine della devozione alla croce è però diversa: i cristiani pregavano rivolti a Oriente per esprimere la loro speranza che Cristo, il sole vero, sarebbe sorto sulla storia, per esprimere quindi la loro fede nel ritorno del Signore. La croce è in un primo tempo legata strettamente con questo orientamento della preghiera, essa viene rappresentata per così dire come un’insegna che il re inalbererà nella sua venuta; nell’immagine della croce la punta avanzata del corteo è già arrivata in mezzo a coloro che pregano. Per il cristianesimo antico la croce è quindi soprattutto segno della speranza. Essa non implica tanto un riferimento al Signore passato, quanto al Signore che sta per venire. Certo era impossibile sottrarsi alla necessità intrinseca che, con il passare del tempo, lo sguardo si rivolgesse anche all’evento accaduto: contro ogni fuga nello spirituale, contro ogni misconoscimento dell’incarnazione di Dio, occorreva che fosse difesa la prodigalità inimmaginabile dell’amore di Dio che, per amore della misera creatura umana, è diventato egli stesso un uomo, e quale uomo! Occorreva difendere la santa stoltezza dell’amore di Dio che non ha scelto di pronunciare una parola di potenza, ma di percorrere la via dell’impotenza per mettere alla gogna il nostro sogno di potenza e vincerlo dall’interno.
Ma così non abbiamo dimenticato un po’ troppo la connessione tra croce e speranza, l’unità tra l’Oriente e la direzione della croce, tra passato e futuro esistente nel cristianesimo? Lo spirito della speranza che alita sulle preghiere del Sabato santo dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani. Il cristianesimo non è soltanto una religione del passato, ma, in misura non minore, del futuro; la sua fede è nello stesso tempo speranza, giacché Cristo non è soltanto il morto e il risorto ma anche colui che sta per venire. O Signore, illumina le nostre anime con questo mistero della speranza perché riconosciamo la luce che è irraggiata dalla tua croce, concedici che come cristiani procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta.
Amen.

La resurrezione
PREGHIERA
Signore Gesù Cristo, nell’oscurità della morte Tu hai fatto luce; nell’abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del Tuo amore; in mezzo al Tuo nascondimento possiamo ormai cantare l’alleluia dei salvati. Concedici l’umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando Tu ci chiami nelle ore del buio, dell’abbandono, quando tutto sembra apparire problematico; concedici, in questo tempo nel quale attorno a Te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno. Fai brillare il mistero della Tua gioia pasquale, come aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato santo della storia. Concedici che attraverso i giorni luminosi e oscuri di questo tempo possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la Tua gloria futura.
Amen.

incamminoverso @ 18 h 22 min
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Resurrezione

Posté le Vendredi 18 avril 2014

Resurrezione dans immagini sacre 2013-0510-resurrection
http://oca.org/reflections/fr.-steven-kostoff/deaths-dominion-has-been-shattered

incamminoverso @ 19 h 08 min
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