Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…pensate alle cose di lassù

Posté le Dimanche 9 mars 2008

 studi, antologia, immagini
Col 3, 1a,2a: Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù...pensate alle cose di lassù dans ANNO PAOLINO    

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

dalsitodelpontificiosanpaolo.gif

PER TUTTI I COMMENTI ALL’INNO ALLA CARITÀ VEDERE LA CATEGORIA: 

0.INNO ALLA CARITÀ (1COR 13,1-13): 

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/0-inno-alla-carita-1cor-131-13/   

usaflag2 dans ANNO PAOLINO

link al mio Blog in lingua inglese:

Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

crocebella

link alle Omelia in inglese (americano) di Padre Ron Stephen, mi piacciono molto, se conoscete l’inglese potere andarle a leggere:

http://fatherronstephens.wordpress.com/


ci sono molte delle bellissime immagini di San Paolo sul tema « La conversione di San Paolo ed il mistero del cavallo », da vedere:

http://www.foliamagazine.it/conversione-di-san-paolo/

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LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

Posté le Dimanche 9 mars 2008

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

sanpaoloinmeditazione.bmp

San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

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San Paolo della Croce

Posté le Lundi 20 octobre 2014

San Paolo della Croce dans immagini sacre San-Pablo-de-la-Cruz-8

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PUNTI CHIAVE DELLA SPIRITUALITÀ DI SAN PAOLO DELLA CROCE – 19 OTTOBRE

Posté le Lundi 20 octobre 2014

http://www.santuariodellacivita.it/san_paolo_della_croce.htm

link alla biografia:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/29750

PUNTI CHIAVE DELLA SPIRITUALITÀ DI SAN PAOLO DELLA CROCE – 19 OTTOBRE

1. Abbandonarsi a Dio
La più grande perfezione di un’anima consiste in un vero e totale abbandono fra le mani del Sommo Bene. Questo abbandono comporta una perfetta rassegnazione alla volontà divina in tutto ciò che accade.
Umiliatevi molto quando credete di ricevere qualche grazia da Dio. Talvolta ci sembra che qualche grazia ci sia concessa per le nostre preghiere, mentre sono altri servi di Dio che pregano. Oh! quanti che sembravano forti come i cedri del Libano sono caduti!
Un granellino di orgoglio può far cadere una grande montagna di santità, e perciò dovete tenervi nascosto a tutti e ritirarvi nella fortezza del Cuore purissimo di Gesù; là sarete libero da ogni male.
Non vi turbate per le aridità che provate nell’orazione, e anche delle distrazioni quando sono involontarie. E’ con questo mezzo che Dio purifica il cuore, affinché sia più disposto a unirsi più perfettamente al Sommo Bene. In queste occasioni, ravvivate dolcemente la fede, immaginatevi di essere sul Calvario e rivolgete tutti i vostri pensieri e sguardi d’amore a Gesù crocifisso.

2. Con la preghiera
E’ cosa eccellente e santissima pensare alla Passione del Salvatore e meditarla. Questo è il mezzo per arrivare all’unione con Dio. Ma bisogna notare che l’anima non può farlo sempre come all’inizio, ed è per questo che bisogna assecondare gli impulsi dello Spirito Santo e lasciarsi guidare secondo il suo volere Se non potete meditare altro che sulla santissima vita, Passione e morte del Salvatore, continuate con la benedizione del Signore, perché è a questa santa scuola che s’impara la vera sapienza, è qui che i santi si sono istruiti.
Accade talvolta che ci si trova in un tale stato di spirito che sembra che non si possa fare proprio niente: non si potrà meditare, si avrà una grande oscurità di spirito, con tante distrazioni, e con tale disgusto da aver voglia di fuggir via. Ecco la maniera di regolarsi in queste occasioni. Vi siete proposto di meditare, per esempio, la dolorosissima flagellazione di Gesù, ed ecco che provate una tale dissipazione di spirito che non sapete come fare per meditare. Tenetevi allora dolcemente alla presenza di Dio, ravvivate la fede senza sforzo di testa o di petto, credendo fermamente che il Dio che amate è tutto dentro di voi, fuori di voi, nel vostro cuore, nella vostra anima, nel vostro corpo, dappertutto; e così inabissato nell’immenso mare del suo amore, ben raccolto, con grande fede e riverenza, parlate in spirito col vostro Dio sul soggetto della meditazione. Per esempio: Ah! mio dolce Signore, caro Gesù! quale strazio non avete provato nella vostra orribile flagellazione! E perché mai resta così insensibile il mio cuore?! Questi colloqui devono esser fatti con grande soavità di spirito, e se allora sentite che il cuore si riempie di compassione, di pace o di altro sentimento che Dio vorrà, fermatevi così tutto raccolto in Dio come un’ape sul fiore e succhiate il miele del santo amore in devoto silenzio.

3. Stando sulla Croce
Mi rallegro che Dio vi distacca da ogni soddisfazione per insegnarvi a servirlo con una maggiore purezza d’intenzione. Oh! quanto è bene restare sulla croce con Gesù senza vederlo e senza gioirne! Questa è la via breve per arrivare a quella felice morte a tutto il creato, per unirsi in tutta purezza al Bene increato e immenso. Quando l’anima si trova in questo stato di privazione, non bisogna fare altro che ravvivare dolcemente la fede alla divina presenza e tenersi abbandonato in Dio, in questo oceano immenso d’amore, senza cercare il proprio piacere ma il volere di Dio. Soprattutto, voglio che nelle vostre comunioni non cerchiate di sentire un certo sapore dolce anche al palato. Oh! quante illusioni vi si possono trovare! Il gusto di Gesù Eucaristia non si sente con la bocca materiale, ma col palato della fede e dell’anima. Il vero modo di gustare Gesù è di inabissarsi tutto in lui, trasformandosi in lui per amore, così da rendersi tutto divinizzato. Questo lavoro, il dolce Salvatore l’opera in noi, ma gli occorre anche la nostra cooperazione, con l’esercizio delle sante virtù. Riguardo ai mali del corpo, abbandonatevi interamente all’obbedienza al medico; ditegli fedelmente le vostre indisposizioni in termini modesti.
Non rifiutate i rimedi, ma prendeteli nel calice amoroso di Gesù, con volto sereno e dolce. Siate riconoscente verso chi vi cura, siate condiscendente a prendere ciò che vi si da come rimedio; siate insomma come un bambino che si abbandona in tutto fra le braccia e sul seno di sua madre. Restate nel vostro letto come sulla croce.
Oh! che belle virtù si possono praticare nella malattia! Soprattutto l’amore della propria abiezione, la gratitudine, la dolcezza di cuore verso quelli che vi curano; una totale sottomissione al medico e all’infermiere, sempre con un viso gioviale. Vivete dunque tutto riposato nel cuore dolcissimo del Sommo Bene. Felici sono quelli che restano volentieri crocifissi con Gesù. Che voglio dire? Felici quelli che sono fedeli a soffrire ogni pena per amore di Gesù. Oh! che grandi tesori si acquistano restando in preghiera aridi e desolati! Bisogna soffrire la prova che viene da Dio. Infelici quelli che, nella prova, abbandonano il cammino iniziato, perché cadranno poi nell’iniquità.

4. Per conformarsi alla Divina volontà
La tentazione contro la fede è la meno pericolosa e porta grandi beni all’anima che è fedele a combatterla. Le altre tentazioni, se si è fedeli a combatterle, fanno anch’esse un gran bene; ci umiliano, ci istruiscono, ci purificano come l’oro nel fuoco. Siate molto umile, ma di quell’umiltà vera del cuore che rende l’anima amica del proprio disprezzo e sottomessa a tutti.
La virtù più gradita a Dio è la rassegnazione alla sua santa volontà. Molto spesso Dio ci da il desiderio di fare grandi cose, ma non vuole che siamo noi a farle. Succede anche spesso che noi domandiamo una grazia e Dio ce la concede in un’altra maniera, perché questa contribuisce di più al nostro maggior bene. Le tentazioni si vincono con l’umiltà e il santo timore di Dio; il demonio ha paura degli umili che diffidano di sé, li teme e li fugge.
Nelle tentazioni, ritiratevi sul Calvario e rifugiatevi nel costato purissimo di Gesù e poi fatevi beffe del demonio. Soprattutto non lasciate mai l’orazione, quand’anche doveste soffrirvi le pene dell’inferno. Fate le vostre azioni con purezza d’intenzione, per amore di Dio, e lasciate gridare il demonio quanto vuole. Il modo migliore per fugare le illusioni è umiliarsi molto, diffidare di sé, conoscere il proprio nulla, annientarsi davanti a Dio e abbandonarsi con fiducia filiale fra le sue mani divine. Non vi curate se le vostre pene sono grandi o piccole, non lo desiderate nemmeno, ma amate in esse solo la Divina Volontà, senza fare altre riflessioni.

5. Come Gesù
Come il caro Gesù ha voluto che la sua santissima vita sulla terra passasse sempre in mezzo a pene, fatiche, sforzi, angosce, disprezzi, calunnie, dolori, flagelli, chiodi, spine fino all’amarissima morte in croce, così, egualmente, quelli che si avvicinano a lui devono condurre la loro vita in mezzo alle pene.
Ma, oh gran Dio! che ne sarà dei nostri cuori quando nuoteremo in quel mare infinito di dolcezza! Che sarà quando, lassù in ciclo, saremo tutti trasformati in Dio per amore e riceveremo in compenso quel bene infinito che è la ricompensa del nostro Dio! Che sarà quando canteremo per tutta l’eternità le divine misericordie, i trionfi dell’Agnello Immacolato e della nostra Madre, la santissima Vergine Maria! Che sarà quando canteremo senza mai cessare quell’eterno trisagio: Sanctus, Sanctus, Sanctus! Quando, insieme ai santi, canteremo i dolcissimi Alleluja del cielo! Che ne sarà dei nostri cuori e del nostro spirito quando saremo più uniti a Dio di quanto il fuoco è unito al ferro rovente che, senza cessare di essere ferro, sembra tutto fuoco! Amiamo dunque Dio, facciamoci molto piccoli e Dio allora ci farà grandi.

Testamento Spirituale di S.Paolo della Croce
ossia ricordi lasciati da S.Paolo della Croce ai suoi religiosi prima di morire
(29 agosto 1775).
«Appena giunto il sacerdote nella sua stanza con il SS.Viatico, il P.Paolo, che non si poteva quasi muovere dal letto per i suoi mali, al veder presente il suo amoroso Redentore, con gran vivacità e fervore alzò le braccia in segno di devozione ed amore, dicendo con tutto il cuor sulle labbra: Ah Gesù mio caro, io mi protesto che voglio vivere e morire nella Comunione di Santa Chiesa. Detesto ed abomino ogni errore. Di poi recitò ad alta voce il simbolo degli Apostoli, accompagnando ogni parola con gran sentimento di cuore; e quindi, perché ne era stato istantaneamente richiesto e perché era attualmente di tutti il Superiore e il Padre, diede, alla presenza di Gesù Sacramentato, gli ultimi e principali ricordi, che nel tempo stesso da due Religiosi, dall’infermo non veduti, erano fedelmente scritti nella contigua cappella» (Vita del Santo, scritta da S.Vincenzo Maria Strambi, pag. 184).
1° Prima di ogni altra cosa vi raccomando assai la carità fraterna… Ecco, fratelli miei dilettissimi, quello che io desidero con tutto l’affetto del povero mio cuore da voi che vi trovate qui presenti come da tutti gli altri che già portano quest’abito di penitenza e lutto in memoria della Passione e morte di Gesù Cristo nostro amabilissimo Redentore, e da tutti quelli che saranno chiamati da Dio a questa povera Congregazione e piccolo gregge di Gesù Cristo.
2° Raccomando poi a tutti e specialmente a quelli che saranno in ufficio di Superiori, che sempre più fiorisca nella Congregazione lo spirito dell’orazione, lo spirito della solitudine, e lo spirito della povertà; e siate pur sicuri che, se si manterranno queste tre cose, la Congregazione fulgebit in conspectu Dei et gentium.
3° Raccomando con gran premura un filiale affetto verso la Santa Madre Chiesa, ed una intierissima sommissione al capo di essa, il Sommo Pontefice; per il quale effetto pregheranno giorno e notte, e procureranno di cooperarvi e di aiutare le anime a salvarsi, per quanto potranno, secondo l’Istituto, promuovendo nel cuore di tutti la devozione alla Passione di Gesù Cristo e ai dolori di Maria Santissima.
4° Raccomando a tutti l’osservanza delle Regole e niuno dica: De minimis non curat praetor. Faccia ognuno conto delle cose piccole e amino la Congregazione come madre.
5° (I Superiori) tengano conto del buon grano, e lontana la zizzania.
6° Domando poi perdono, colla faccia nella polvere e con pianto del mio povero cuore, a tutti in Congregazione, sì presenti che assenti, di tutti i mancamenti da me commessi in quest’ufficio, che per fare la volontà di Dio ho esercitato in tanti anni… Sì, mio caro Gesù, io, benché peccatore, spero di venire presto a godervi nel santo Paradiso, darvi, nel punto della mia morte, un santo abbraccio, per stare poi sempre unito con voi in perpetuas aeternitates… E vi raccomando adesso per sempre la povera Congregazione, che è frutto della vostra Croce, Passione e Morte. Vi prego a dare a tutti i Religiosi e benefattori di essa la vostra santa benedizione.
7° E voi, o Vergine Immacolata, Regina dei Martiri, per quei dolori che provaste nella Passione del vostro amabilissimo Figlio, date la vostra materna benedizione a tutti, mentre io li ripongo e lascio sotto il manto della vostra protezione.
Ecco, dunque, Fratelli miei cari, quali sono i ricordi che io vi lascio con tutto il povero mio cuore. Io vi lascio e vi starò attendendo tutti nel santo Paradiso, dove pregherò per la Santa Chiesa , per il Sommo Pontefice, nostro Santo Padre, per la Congregazione e benefattori: e vi lascio tutti, presenti ed assenti, colla mia benedizione.
Benedictio Dei Omnipotentis, Patris, et Filii, et Spiritus Sancti, descendat super vos et maneat semper.
(Process. Apost. – Summ. pag. 863 e segg.)

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PAOLO, GESÙ E IL MATRIMONIO

Posté le Lundi 20 octobre 2014

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PAOLO, GESÙ E IL MATRIMONIO

This entry was posted on 19 marzo, 2009,

Prima di affrontare il tema delle riflessioni paoline sul matrimonio, e più in generale sulla sua considerazione dei rapporti fra uomo e donna, è opportuno interrogarsi sull’esperienza concreta e personale dell’apostolo.
Innanzitutto, Paolo era sposato?
A questa domanda, che a prima vista potrebbe apparire oziosa, molti studiosi rispondono affermativamente, sulla base del fatto che il percorso ordinario dell’educazione farisaica, com’è riportato dalle successive fonti rabbiniche, contemplava il matrimonio tra i diciotto e i vent’anni: un’età che si presume che Paolo abbia attraversato prima di diventare seguace di Gesù.
A favore di quest’ipotesi, inoltre, si cita spesso un passaggio – in realtà poco chiaro – della prima lettera ai Corinzi, laddove Paolo rivolge ai propri interlocutori una domanda che ha tutta l’aria di una provocazione: «Non abbiamo forse (io e Barnaba) il diritto di condurre con noi una sorella, come fanno gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?» (1Cor 9,5). Come si evince da un esame del contesto generale della lettera (1Cor 9,1-14), l’interrogativo ha una funzione puramente retorica, e non rivela alcunché sullo “stato civile” dell’apostolo.
Da questo brano, semmai, è possibile ricavare una conferma del fatto che altri apostoli, come Simon Pietro (qui menzionato col soprannome aramaico Cefa) e alcuni membri del gruppo parentale di Gesù, affrontassero viaggi missionari assieme alle mogli, nominate appunto col titolo di “sorelle” in quanto facenti parte del movimento. Paolo, in tal senso, lascia intendere che potrebbe benissimo avvalersi di un tale “diritto” (exousía), ad esempio facendosi accompagnare da una “sorella” ed esigendo ospitalità anche per lei: ma è una cosa che, verosimilmente, non fece mai, e che fu anzi, probabilmente, un suo personale titolo di vanto. Poco prima, nella stessa lettera, l’apostolo aveva addirittura esortato i Corinzi a seguire il suo esempio, mantenendosi liberi dai vincoli coniugali: «Vorrei che tutti fossero come me: ma ciascuno ha il proprio dono (chárisma) da Dio, chi in un modo chi in un altro. Quanto ai non sposati e alle vedove, [dico poi che] è cosa buona per loro rimanere come me» (1Cor 7,7-8).
Dai pochi indizi sparsi nelle lettere, pertanto, si possono trarre almeno tre diverse conclusioni: a) Paolo era sposato, ma aveva lasciato la moglie per dedicarsi completamente all’attività missionaria; b) Paolo era vedovo; c) Paolo era celibe. Cerchiamo di esaminarle rapidamente.
Avendo presente la proibizione esplicita del divorzio formulata da Gesù, riportata da varie fonti proto cristiane (vd. oltre), è improbabile che Paolo si fosse sposato con una “sorella” per poi separarsene. Il matrimonio, se mai ci fu, dovette in ogni caso precedere la “conversione”, supponendo sempre un pieno rispetto del giovane Saulo nei confronti della consuetudine farisaica menzionata più sopra. Il cosiddetto “privilegio paolino”, per cui la separazione tra i coniugi veniva da lui stesso considerata lecita, nel caso di matrimoni “misti” contratti prima dell’ingresso nella comunità (1Cor 7,15), sembrerebbe persino avvalorare una simile ipotesi: ma in quel caso la separazione veniva dichiarata possibile qualora il non credente della coppia ne facesse esplicita richiesta, e rappresentava certamente un caso limite. Il rapporto coniugale era investito di un tale potere, per Paolo, che il marito non credente veniva santificato dalla moglie credente, e la moglie non credente dal marito credente (1Cor 7,14). Di un matrimonio dell’apostolo in giovane età, con successiva separazione, non troviamo tuttavia alcuna traccia nelle lettere.
Anche l’ipotesi per cui Paolo sarebbe stato vedovo, avanzata fra gli altri da Jerome Murphy O’Connor, sembra fondarsi su basi fragilissime. Il matrimonio del fariseo Saulo è ancora una volta dato per scontato: viste le consuetudini giudaiche dell’epoca, «non si può escludere che Paolo non si sia mai sposato». Le eccezioni alla regola, che pure non mancherebbero, vengono trascurate o minimizzate, anche per ciò che riguarda singoli casi ben documentabili: da quello del profeta Geremia, che non volle mai prender moglie per adempiere alla propria vocazione, a quello dello storiografo Giuseppe Flavio, che si risolse al matrimonio in età relativamente tarda (verso i trent’anni), e soltanto su impulso di Vespasiano. La giovinezza inquieta di Giuseppe, spesa alla ricerca di un’esperienza religiosa radicale, potrebbe benissimo essere affiancata a quella di Paolo, che presenta se stesso come «pieno di zelo» nella fede dei padri (vd. ad es. Gal 1,14); senza considerare, poi, il caso di un Giovanni Battista, o dello stesso Gesù, che rimasero entrambi indubbiamente celibi. Da questo punto di vista, la proposta avanzata da Murphy O’Connor non può che suonare immaginosa: il silenzio di Paolo sulla propria condizione di vedovo, secondo lo studioso, andrebbe imputato a un evento traumatico, come la perdita improvvisa della moglie (e forse anche dei figli!) a causa d’un incendio o di un terremoto. Questo avrebbe addirittura orientato una parte della sua successiva elaborazione teologica: «se il dolore e l’angoscia [per una tale perdita] non potevano dirigersi verso Dio», alla cui volontà imperscrutabile bisognava piegarsi, occorreva «trovare un altro obiettivo… una via di sfogo per il desiderio represso di vendetta» (J. Murphy O’Connor, Vita di Paolo, trad. it. Brescia 2003, p. 85). E Paolo li avrebbe trovati: dapprima nei primi discepoli di Gesù, e in seguito nei Giudei che avevano rifiutato il messaggio di Cristo – una spiegazione circolare che, per quanto psicologicamente ingegnosa, lascia francamente perplessi.
L’unica ipotesi sostenibile, in conclusione, resta quella di una scelta celibataria, secondo quanto l’apostolo stesso si preoccupa di esprimere, in termini sufficientemente chiari, nel già citato versetto di 1Cor 7,7: «Vorrei che tutti fossero come me…». Il principio che anima tutta la riflessione di Paolo sui rapporti fra uomo e donna, a questo punto, potrebbe essere letto in riferimento alla sua posizione personale al tempo della vocazione apostolica: «Ciascuno, o fratelli, rimanga davanti a Dio nella condizione in cui si trovava quando venne chiamato» (7,24). Da questa affermazione si può dedurre che Paolo, nel momento in cui ricevette la rivelazione di Cristo sulla via di Damasco, non fosse affatto sposato, e che tale rimase anche dopo.
Matrimonio e divorzio in 1Cor 7
Il capitolo 7 della prima lettera ai Corinzi è interamente dedicato al tema dei rapporti coniugali [1]. Paolo, nello specifico, risponde ad alcune questioni che gli erano state poste in precedenza dai Corinzi: in primo luogo riguardo al fatto se fosse davvero «bene per l’uomo non toccare donna», come recitava presumibilmente uno “slogan” degli interlocutori. Partendo da qui, l’apostolo espone una rapida serie di istruzioni relative agli “sposati”, ovvero alla disciplina delle relazioni matrimoniali (7,1-16), poi al rapporto fra l’ingresso nel gruppo e i vari “stati di vita” (7,17-24), e infine alla regolamentazione di casi particolari, come quello dei “non sposati”, delle “vergini” e delle “vedove” (7,25-40). Tre diversi ordini di questioni, dunque. Nel cuore del primo, l’apostolo si sofferma sul problema del divorzio, appoggiandosi per l’occasione a una citazione esplicita di Gesù:
«Per gli sposati dispongo, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito, e qualora invece si separi, rimanga non sposata o si riconcili col marito, e che il marito non ripudi la moglie» (1Cor 7,10-11).
Molti commentatori sostengono che questo passaggio trasmetta una forma pre-letteraria di un detto di Gesù che ritroviamo nel vangelo di Marco (10,11-12), nella fonte comune ai vangeli di Matteo e di Luca (cf. Mt 5,31-32; 19,9; Lc 16,18) e in altri scritti protocristiani (Erma, Mand. 4,1-11). La formulazione paolina, in effetti, presenta un chiaro legame con la tradizione testimoniata e trasmessa dai sinottici (vd. M. Pesce, Le parole dimenticate di Gesù, Milano 2004, pp. 502-504).
Paolo, come Marco, riporta il detto in forma assoluta, e si distingue da Matteo e da Luca perché prevede la possibilità anche da parte della donna di “separarsi”. L’intera frase viene presentata come un vera e propria norma legale, come una disposizione di Gesù riguardo agli sposati, e ciò costituisce un elemento di forte specificità rispetto al dettato dei sinottici, che non parlano di questo come di un precetto, ma lo presentano piuttosto come una halakah, un’applicazione giuridica della Legge, formulata da Gesù. Al centro dell’interesse di quest’ultimo, più che la questione legale del divorzio, sembra esserci il richiamo a una moralità più alta, più esigente, a partire dall’assunto dell’indissolubilità dell’unione matrimoniale: per questo Gesù si pronuncia sul divorzio includendolo nella categoria morale dell’adulterio. La concezione di Gesù, in proposito, si avvicina a quella espressa da alcuni documenti coevi, come 11QTempl 57,16-19 e CD 4,20-5,2.
L’apostolo, come si è detto, traduce la norma di Gesù per ambienti in cui anche alle donne era consentito divorziare [2]: questo, da una parte, appare in linea con l’immagine che Paolo poteva avere di Gesù, e che non mancava di trasmettere alle proprie comunità, dall’altra apre la strada per supporre un’ulteriore elemento di continuità fra i due, precisamente sul senso trascendente che poteva essere conferito all’unione matrimoniale.
Il senso trascendente dell’unione coniugale
Vari testi protocristiani presentano il matrimonio come una metafora non semplicemente dell’unione fra Dio e Israele, quanto del rapporto che s’instaura fra il Cristo stesso e l’insieme dei suoi seguaci. Questa metafora nuziale compare anche nella corrispondenza di Paolo ai Corinzi, ad esempio in 2Cor 11,2: «Ardo per voi d’uno zelo divino, avendovi fidanzati a uno sposo, per presentarvi a Cristo come una vergine immacolata».
La relazione fra uomo e donna, nei testi del giudaismo pre-cristiano, era sempre stata utilizzata in riferimento all’Alleanza stipulata tra Dio e Israele, mentre in Paolo, forse sulla scia di analoghe riletture che troviamo attribuite a Gesù e a Giovanni Battista, essa passa ad indicare l’attesa della sposa/comunità nei confronti dello sposo/Cristo.
Nella predicazione dei profeti d’Israele, massimamente in Osea (1-3), la dolorosa vicenda personale del profeta diventava il paradigma stesso dell’amore ferito di Dio per la sua sposa “infedele”, in uno schema di corrispondenze fra adulterio e idolatria, separazione e ripudio, riconquista e conversione. I protagonisti del dramma erano tre: la sposa, che indicava al contempo Israele e la terra; lo sposo, figura dell’unico Dio; e i figli, che rappresentavano i frutti della loro relazione. La sposa/Israele era chiamata ad abbandonare i propri amanti, quei ba‘alim (letteralmente “padroni”, originariamente dèi della fecondità) con i quali si era prostituita, per ricongiungersi al suo ‘ish, il marito che senza di lei non può vivere. Attraverso la voce dei profeti, la stessa vicenda dei “protoplasti”, di Adamo e di Eva, veniva riletta come una traccia del cammino percorso da Dio con l’umanità. Accanto alla minaccia costante di un ripudio, si affacciava dunque l’annuncio di un amore fedele e imperituro, dell’attesa di una “nuova creazione” (in cui «la donna abbraccerà l’uomo»: Ger 31,22), o della celebrazione dell’intimità erotica rivista in chiave “spirituale” (come nel Cantico dei cantici: la cui esegesi allegorica, di fatto, ne avrebbe consentito il futuro inserimento nel canone ebraico e cristiano).
In Paolo, come nella stessa letteratura deutero-paolina (Ef 5,25-29), nei vangeli sinottici (Mt 9,14-15 // Mc 2,18-20 // Lc 5,33-35; Mt 25,1-13), nella tradizione del quarto vangelo (Gv 1,27; 3,29; cf. 12,1-8) o nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 3,20; 19,7-9; 21,2.9; 22,17), gli esegeti rilevano però un mutamento significativo: lo sposo non è più il Dio d’Israele, ma Gesù, e la sposa non è più figura d’Israele, ma della comunità degli ultimi tempi; inoltre, come illustrato in riferimento al procedimento nuziale ebraico, ch’era sostanzialmente diviso in due fasi (il fidanzamento e la coabitazione degli sposi), «il passato, il tempo della stipulazione del contratto nuziale coincide con la venuta dello sposo Cristo… La coabitazione dello sposo con la sposa è rinviata, però, al tempo escatologico, quando nessun muro d’ombra potrà frapporsi tra i due amanti» (così R. Infante, Lo sposo e la sposa, Cinisello Balsamo 2004, p. 242).
Nella prospettiva dei detti riferiti dai sinottici, la centralità è assegnata alla presenza attuale di Gesù (basti pensare alla sospensione momentanea del digiuno in Mc 2,18-20, Mt 9,15 e Lc 5,34), al quale viene implicitamente attribuito il titolo di sposo messianico; e la sposa può trovarsi in una situazione di vigile attesa delle nozze, come accade nella parabola delle vergini (Mt 25,1-13) e nel passaggio paolino di 2Cor 11,2. L’apostolo potrebbe pertanto riferirsi, in questo caso, a un insegnamento di Gesù rielaborato e diffuso dai suoi primi discepoli. Il ruolo metaforico dell’apostolo sarebbe quello del padre che presenta allo sposo venturo la propria “vergine immacolata”, custodendone l’integrità (questo, peraltro, getta luce anche sul problema delle “vergini”, cui Paolo allude in 1Cor 7,25 e sgg.).
È assolutamente degno di nota, d’altronde, che in una discussione sul divorzio come quella che troviamo formulata in 1Cor 7, Paolo contro ogni sua consuetudine faccia appello a Gesù, e non alle Scritture: è forse l’indizio di un mancato accordo con esse, a renderlo necessario? È ciò che potrebbe emergere da un’attenta rilettura dei brani evangelici citati, e in particolare da una riconsiderazione del richiamo di Gesù a Genesi 1,27 e 2,24: «Mosè per la durezza del vostro cuore vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; ma in principio non era così» (Mt 19,8; cf. Mc 10,5-6).
Questo richiamo, con tutte le sue profonde implicazioni, può essere infatti spiegato come un netto rifiuto, da parte di Gesù, della norma relativa all’atto di ripudio fissata in Deuteronomio 24, che viene in questo modo apertamente contrapposta all’ordine più alto rappresentato dalla creazione («in principio non era così»). Spiega opportunamente Klaus Berger:
«All’epoca di Gesù il rifarsi all’ordine della creazione è senz’altro motivato anche dal fatto che la filosofia stoica del tempo aveva contrapposto criticamente l’ordine razionale della natura al diritto statale positivo. La radicalizzazione della legge secondo la volontà creatrice di Dio, in Gesù, si incrocia quindi con l’idea stoica dell’ordine razionale nella natura. Entrambe si rafforzano a vicenda. Il divorzio, seguito da un nuovo matrimonio, è contro la natura, perché il mondo è ordinato a coppie di maschio/femmina, e in Dio un solo uomo e una sola donna vengono congiunti a formare qualcosa di nuovo» (K. Berger, Gesù, trad. it. Brescia 2006, pp. 158).
Questo principio, secondo Berger, si integra allora con qualcosa di strettamente collegato alla persona di Gesù:
«Gesù torna sempre ad autodefinirsi lo sposo di Israele rinnovato… Forse si può spiegare così perché la parola di Gesù sul divieto del divorzio (seguito da un nuovo matrimonio) sia il suo detto più frequentemente citato nel Nuovo Testamento. Gesù vede nella fedeltà e nell’amore coniugali un’immagine reale del rapporto tra Messia e popolo. Se il matrimonio tra esseri umani è distrutto, il matrimonio non può più essere un simbolo reale del futuro regno di Dio. È qualcosa di analogo alla riconciliazione: solo quando gli esseri umani si sono perdonati a vicenda anche Dio può perdonare. Come il perdono tra esseri umani è il nucleo e il presupposto del perdono che si spera da Dio, allo stesso modo il risanamento dei matrimoni umani è il presupposto affinché venga rinnovato il matrimonio di Dio con il suo popolo. In entrambi i casi il rapporto sanato tra esseri umani è più di un semplice simbolo, è cioè allo stesso tempo nucleo e presupposto» (ibid., p. 163).

NOTE SUL SITO

Andrei Rublev, Saint Luke evangelist, Moscow

Posté le Vendredi 17 octobre 2014

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SAN LUCA EVANGELISTA – 18 OTTOBRE

Posté le Vendredi 17 octobre 2014

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SAN LUCA EVANGELISTA – 18 OTTOBRE

Secondo la tradizione patristica, la redazione del terzo vangelo, in ordine cronologico, e degli Atti degli Apostoli va attribuita ad un certo Luca, il «caro medico» del quale l’apostolo Paolo trasmette i saluti (Fm 24; Col 4,14). L’immagine familiare lo rappresenta come compagno fedele dell’Apostolo (2Tm 4,11). Sarà la pietà popolare ad aggiungere ulteriori particolari alla vita di Luca: verrà annoverato fra i 70/72 discepoli inviati in missione da Gesù, sarà identificato con uno dei discepoli di Emmaus, verrà presentato come il pittore della Madonna.
Sappiamo che i 4 Vangeli Canonici sono giunti fino a noi senza la firma dell’autore: ciò non esclude che essa fosse in qualche modo presente sul manoscritto (non quindi all’interno del testo), oppure che fin dagli inizi, il rotolo/codice con il testo fosse indicato da una targhetta con il nome dell’autore del testo stesso, pratica molto comune presso i testi latini e greci. Le prime sicure testimonianze che attribuiscono l’opera lucana al Luca medico delle lettere paoline risalgono alla metà del II secolo, dunque al periodo nel quale più di prima era necessario identificare gli autori degli scritti neotestamentari e soprattutto identificarli con persone che avevano visto, seguito o vissuto accanto a Gesù o ai suoi apostoli. Tra le opere ricordiamo quella di Ireneo (Adv. Haer. 3,1,1), il canone di Muratori, Tertulliano (Adv. Marcionem 4,5). Anche il prologo antimarcionita (IV sec.), aggiunge ulteriori elementi alla vita dell’evangelista: Luca proverrebbe da Antiochia, è rimasto celibe, muore in Beozia all’età di 80 anni e scrive il suo Vangelo in Acaia.
Il fatto che Luca non potesse essere un diretto seguace del Cristo (dunque testimone oculare), emerge dal testo del vangelo stesso [1]. Senz’altro dunque furono gli Atti degli Apostoli, in particolare la sezione del «noi», a contribuire all’identificazione dell’autore con un compagno di Paolo, e precisamente con il « caro medico Luca ». Dalla critica interna, è difficile stabilire se Luca fosse stato medico oppure no: a favore dell’ipotesi contribuiscono elementi quali la maggiore esattezza descrittiva di certe malattie rispetto a Marco, e l’assenza del giudizio malevolo sui medici (Mc 5,26; cfr. Lc 8,43); di fatto tuttavia, non esistendo nel I sec. d.C. un linguaccio tecnico speciale della medicina, si può affermare che le conoscenze mediche dell’autore non sembrano superare le conoscenze di una persona colta. Resta il fatto che l’identificazione di Luca con un medico non è utile sotto l’aspetto teologico, dunque l’ipotesi in tal senso già formulata dai primi Padri della Chiesa (II sec.) sembra essere sostanzialmente genuina, cioè direttamente derivata da una tradizione molto antica.
Più difficile, secondo gli studiosi, è l’identificazione di Luca con un compagno di viaggio di Paolo: mancano punti fondamentali del pensiero teologico dell’Apostolo (p. es. la giustificazione mediante la fede, il problema del rapporto tra fede e opera, tra Vangelo e Legge); vengono motivati in modo errato alcuni spostamenti di Paolo stesso, sebbene l’autore dia prova di una buona conoscenza dell’itinerario paolino; ignora alcuni fatti importanti, situazioni reali delle comunità paoline e del loro rapporto con l’Apostolo; inoltre, sembra non conoscere le sue lettere, che al momento nel quale l’evangelista scrive non erano ancora state raccolte in un corpus.
Qualche indizio fa supporre che l’evangelista sia stato un buon viaggiatore: la terminologia « nautica », soprattutto nella descrizione del viaggio di Paolo a Roma, si fa apprezzare. Non parla mai del mare di Galilea, ma sempre del « lago di Genezaret »: evidentemente, in quanto conoscitore del Mediterraneo, rispetta le proporzioni… È possibile formulare a tal proposito un’ipotesi come tante altre: senza escludere una mera conoscenza « da tavolino » (rischiesta fondamentalmente a qualsiasi autore di un testo che si pone come storico), Luca potrebbe essere stato uno dei tanti discepoli itineranti della Chiesa primitiva (da qui in avanti, col termine Chiesa indicheremo non un’antenata dell’Istituzione attuale, ma la traduzione del greco ekklesia= comunità) , un evangelizzatore all’interno del territorio imperiale romano, e solo in un secondo tempo essersi stabilito in una comunità specifica.
L’unica certezza che emerge dal testo evangelico è che «Luca non è mai stato in Palestina: situa Nazaret su di un monte, pone la regione di Gerasa di fronte alla Galilea, sul lago di Genezaret, mentre la cittadina si trova a 50km dal lago, nella Decapoli; descrive gli usi e i costumi palestinesi con la mentalità e l’occhio di un ellenista: immagina le case palestinesi costruite come quelle greco-romane, con cantina, atrio e diverse stanze, e ricoperte di tegole; crede che abitualmente i Giudei assumano la posizione sdraiata per mangiare, suppone che il vento caldo sia lo scirocco (vento del sud: Lc 12,55), mentre è il vento dell’Oriente che porta la calura, ecc.» [2]. Non da ultimo, ignora i rituali del Tempio di Gerusalemme e non si interessa ai problemi della Legge. Tuttavia, conosce la LXX, la funzione sinagogale e le pratiche giudaiche.
Scrive con uno stile artistico ed equilibrato: proprio per questo motivo, la pietà popolare gli concesse i canoni di artista e lo promosse pittore.
Da quanto detto finora, il quadro esteriore che emerge a proposito dell’autore del terzo vangelo e degli Atti è il seguente: visse probabilmente nell’ambito delle chiese paoline, sebbene rimanga sostanzialmente insoluta la questione se avesse conosciuto Paolo o meno (ma una certa parte della critica sembra propendere per questa seconda ipotesi); come ellenista, rimane affascinato dal Dio d’Israele, tanto da diventare un « timorato di Dio » come molti; prima di incontrare il Vangelo, frequentava le sinagoghe della Diaspora [3].

L’evangelista: pensiero e teologia
Prima di affrontare il discorso dell’analisi testuale delle opere lucane, cerchiamo di mettere a fuoco l’evangelista Luca in quanto evangelista, il suo volto teologico insomma. In quanto ellenista, Luca si è rivolto agli ellenisti suoi contemporanei e fratelli nella fede, invitandoli a compiere una vera e propria opera di inculturazione. Già il prologo del Vangelo ne rivela gli scopi: il passo è costruito in perfetto stile retorico e secondo il procedimento letterario in uso fra gli storici e scrittori dell’antichità ellenistica. Tuttavia, dallo storico classico si distacca e si differenzia nettamente, per diversi motivi significativi: innanzitutto, mantiene l’anonimato, al contrario della normalità delle opere classiche; si caratterizza tuttavia come autore responsabile («ho deciso anch’io»), ma si pone al servizio di un qualcosa che lo supera: Luca non sta scrivendo un normale libro di storia. Egli raccoglie e trasmette la tradizione apostolica: la sua parola di autore deve sottostare alla parola dell’evento-Gesù. Luca dunque pone se stesso fra quelli che egli chiama ministri o servitori della Parola.
Un altro tratto distintivo presente nel prologo: tra gli storici venivano citati « i molti » – come formula retorica – per essere criticati, per mettere meglio in risalto la propria opera agli occhi dei lettori rispetto a quelle di autori precedenti. Al contrario, Luca cita « i molti » non per criticarli, ma per riconoscere la loro importanza: l’evangelista sa di non appartenere alla prima generazione apostolica, sa dipendere dagli scritti che l’hanno preceduto; non si dichiara superiore («anch’io ho deciso di scrivere un resoconto ordinato»), ma si mette sul loro stesso piano, accanto ad essi e dopo di essi, sempre a servizio della Parola.
L’autore dimostra di aver compreso l’esigenza dei tempi: mettere in ordine il passato, garantire quello stesso passato dai falsi dottori ora che i tempi cominciano ad allontanarsi rispetto ai fatti che vogliono narrare. Vuole superare con la sua opera ciò che altri prima di lui avevano raccolto in modo frammentario.
Ma il prologo lucano ha anche una seconda profonda valenza: «il fatto stesso che l’evangelista inizi la sua opera con un prologo, a mo’ degli storici dell’epoca, è di per sé significativo: per la prima volta, nella Chiesa, il vangelo si fa letteratura, l’annuncio ha preso la forma globale di una narrazione del passato. Presentare il Vangelo come un’opera letteraria rivela un significativo sforzo di inculturazione» [4]. Luca, come d’altronde Paolo, conosce il terreno « fertile » dei pagani ellenistici, e conosce anche i metodi per scrivere la storia che corrisponda alla loro mentalità e alle loro esigenze, fuori del contesto particolare della cultura giudaica, sottomettendo per certi aspetti il vangelo ai metodi della storiografia profana.
Al tempo stesso, Luca è ben cosciente che una semplice elencazione di fatti non è sufficiente: come credente e come cristiano (come uomo di fede dunque), Luca ha innanzitutto a cuore l’evento Gesù. Egli sa che il rafforzamento della fede di Teofilo non dipende dai « bruta facta », ma dalla solidità che deriva dalla tradizione autentica, trasmessa autenticamente, da una tradizione che non sia «un vaneggiare» (Lc 24,11), ma che provenga dalla parola di Dio. Per Luca, la fede non nasce dal semplice ragionamento, ma dall’incontro con l’evento-Gesù compreso come evento di Dio, grazie allo Spirito.
La venuta di Dio sulla terra in Gesù per mezzo dello Spirito Santo si rende attuale nell’oggi del lettore: l’evangelista può dunque parlare, nel prologo, di «fatti portati a compimento tra noi». A differenza di Paolo, per Luca la storia della Chiesa è appello per il presente, un presente certamente escatologico (cfr. At 2,17): ma ammonisce chi specula sulla fine imminente (cfr. Lc 19,11; At 1,6s), esattamente come chi tende ad adagiarsi nel presente. La sua visione è diversa anche da quella di Marco. Luca è si uno « storico », ma inteso come annunciatore dell’evangelo, non certo in quanto espositore oggettivo di eventi passati.
Il tema del tempo è particolarmente centrale nelle opere lucane: l’evangelista è cosciente del suo scorrere: la storia degli uomini diventa il campo dove si attua il progetto di Dio. Dalla Sua venuta nella casa di Nazaret, attraverso varie tappe, la vita di Gesù e della Chiesa arriva al mondo pagano, in quella Roma capitale del mondo allora comunemente conosciuto. Questo si riflette esplicitamente nell’esposizione della vita di Cristo: Gesù è sempre in viaggio, sembra non avere mai casa dove fermarsi: nel terzo vangelo la vita di Gesù e la missione della Chiesa vengono dunque presentate come un cammino; allo stesso modo, negli Atti gli apostoli sono sempre in viaggio e la Chiesa in cammino per diventare Chiesa di tutte le nazioni. Ma come si evince chiaramente dalla vita di Paolo e da quella degli apostoli (convertiti ma fermamente radicati nella Legge e nella tradizione dei padri veterotestamentari), Luca tende spesso a sottolineare sia l’apertura alle nazioni sia la continuità con Israele, la « casa-base ». Luca sembra fermamente convinto che la « missione » faccia parte dell’essenza della Chiesa: ciò rafforza l’impressione che l’evangelista stesso sia stato un evangelizzatore.
Così come il tempo, anche lo spazio ha un valore positivo. Lontani dalla contrapposizione giovannea tra la « comunità cristiana » e il mondo visto come luogo di tenebra e peccato, per Luca il mondo diventa il luogo dove vive e si sviluppa la Chiesa: una Chiesa che non deve avere timidezza e paura di evangelizzare il mondo, ma non deve correre il rischio di mondanizzarsi. Luca si dimostra attento a mettere in risalto, anche in modo critico, le differenze tra la vita del mondo ellenistico, fatta di simpatia, scambi e benefici, e la vita della Chiesa, basata sull’amore senza misura e sul dono gratuito. La Chiesa deve essere cosciente di avere una realtà – la salvezza – destinata a tutti e quindi da offrire in modo credibile a tutti: l’evangelista infonde nella sua opera una mentalità ottimistica, « conquistatrice ».
Sempre verso quest’ottica va visto un’altra frequente esigenza lucana: l’esigenza di amare il nemico (nel Vangelo troviamo numerose esortazioni in tal senso). Luca fa scendere questa esigenza nella quotidianità dell’esistenza: la comunità cristiana non deve essere settaria, ma deve essere aperta, accogliere ingrati, antipatici e disonesti invece di discriminarli. La Chiesa deve porsi senza paura nell’affrontare il mondo, proponendo perciò un abbozzo di società diversa, controcorrente. Anche in questo si riflette la mentalità conquistatrice dell’autore: l’amore del nemico, il proporre ad ogni uomo una nuova reciprocità. E questa era veramente la sfida della Chiesa, la sfida lanciata già da Luca, che mostra con questo una mentalità decisamente aperta, un atteggiamento decisamente nuovo verso la vita e totalmente in contrasto con la mentalità vigente in quel tempo.
Questo amore del nemico si rivela chiaramente in un altro punto fondamentale del pensiero lucano: quello dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo amato da Dio. Anche se questo atteggiamento risale certamente a Gesù, è soprattutto Luca tra gli evangelisti a porlo maggiormente in risalto (parabola del buon samaritano). Il prossimo diventa l’altro, l’altro uomo, inatteso, improvviso, verso il quale il cristiano deve porsi senza barriere né pregiudizi né discriminazioni.
Il Vangelo di Luca è proprio per questo il meno discriminante. Mancano infatti nell’opera quei tratti antisemiti che sembrano affiorare nei Vangeli di Matteo e Giovanni, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di rottura con giudaismo. Per Luca i sacerdoti del Tempio che condannarono Gesù, lo fecero per ignoranza: ma si rende conto che anche i Giudei hanno qualche motivo per non accettare il Vangelo (Lc 5,39): continueranno ad esistere come realtà religiosa, ed è bene accettare questo dato di fatto e sforzarsi di convivere con tutti, abbandonando ogni velleità settaria e fanatica, ogni velleità di « guerra santa »!
Altro fattore che porta in questa direzione: è nel Vangelo e negli Atti di Luca che la donna assume una considerazione maggiore rispetto agli altri scritti. Figura emarginata nel giudaismo, Luca dimostra certamente la sua mentalità ellenistica, ma anche il suo prendere sul serio l’insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti della donna, dei peccatori, dei samaritani (degli emarginati in generale). L’operato di Gesù assume dunque una valenza sociale, in aperto contrasto con l’establishment dell’epoca, contro i pregiudizi religiosi dei benpensanti nei riguardi di persone emarginate e disprezzate [5]. Traspare anche dalla penna dell’evangelista, la passione di Gesù per l’uomo, e anche la preoccupazione di Luca dinanzi a una Chiesa ricca della sua realtà di salvezza e tentata di chiudersi a certe categorie di persone. «Più che nel suo ottimismo di missionario che prevede la diffusione del Vangelo in tutto il mondo, è in questi testi sull’avvicinarsi a ogni uomo che Luca rivela al meglio la sua mentalità universalistica» [6].
Ma Luca ribalta anche la tentazione dell’intolleranza: egli pone queste persone emarginate (in primis i samaritani, disprezzati dal pio giudeo perché contaminati da elementi stranieri) come modello da imitare! Particolare attenzione e anche una certa stima ripone verso l’ambiente dei poveri: basta leggere la sezione detta « Vangelo dell’Infanzia ».
Concludiamo con le parole di un importante studioso del terzo Vangelo: «L’opera lucana è di una ricchezza impressionante e svela un autore che partecipa pienamente alla vita e ai problemi della Chiesa del suo tempo: non solo ha saputo denunciare i pericoli che minacciavano i cristiani, proporre soluzioni a problemi di comportamento etico; ma più profondamente, egli ha dato una risposta essenziale a una comunità che il tempo allontanava dalla sua origine, e ha saputo rendere attuale per la sua cultura e la sua generazione il messaggio di Gesù. Indubbiamente, per l’acuta sensibilità che manifesta alle necessità « teologiche » della Chiesa della sua epoca, egli merita anche il titolo di profeta» [7].

[1] Lc 1,3: «è parso bene anche a me, che ho fatto ricerche dall’origine, su tutto, accuratamente, scrivertene con ordine, o eccellente Teofilo».
[2] G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova 1992, p. 8.
[3] Sulla questione della datazione dei vari scritti neo-testamentari mi sono espresso altrove. Qui giova segnalare che ci riferiremo in ogni caso a Luca come autore del terzo Vangelo e degli Atti.
[4] G. Rossé, op. cit., p. 10.
[5] Il contrasto tra il fariseo e il pubblicano nella parabola omonima, ma anche altri passi come Lc 7, Lc 9,51-56 e Lc 19,7.
[6] G. Rossé, op. cit., p. 13.
[7] G. Rossé, op. cit., p. 14.

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OMELIA XXIX DOMENICA A: « RENDETE A CESARE QUELLO CHE È DI CESARE E A DIO QUELLO CHE È DI DIO »

Posté le Vendredi 17 octobre 2014

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/29a-Domenica-A/12-29a-Domenica-A-2014-SC.htm

19 OTTOBRE 2014 | 29A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« RENDETE A CESARE QUELLO CHE È DI CESARE E A DIO QUELLO CHE È DI DIO »

« Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio » (Mt 22,21). È una delle espressioni evangeliche più conosciute e più citate, ma forse anche più difficili a spiegare e, nello stesso tempo, più espressive del « radicalismo » evangelico.
Non è soltanto indicativa di un determinato comportamento « politico », ma soprattutto del « primato » di Dio sulle azioni di ogni uomo, anche quelle che potrebbero sembrare semplicemente « laiche »: il regno di Dio afferra tutte le dimensioni dell’uomo, ivi inclusa quella sociale e « politica », senza però identificarsi con nessuna di esse.
« Dice il Signore del suo eletto, di Ciro… « 
Sotto il segno di questa universale « signoria » di Dio, che non si arresta neppure davanti ai troni o alle regge dei sovrani, è da porre la prima lettura, in cui il Secondo Isaia, dopo aver preannunciato la ricostruzione di Gerusalemme e del tempio (Is 44,24-28), ci presenta anche lo « strumento » che Dio si è scelto per compiere un’opera così straordinaria: Ciro il Grande, re di Persia (557-529 a.C.). « Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: / « Io l’ho preso per la destra, / per abbattere davanti a lui le nazioni, / per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, / per aprire davanti a lui i battenti delle porte, / e nessun portone rimarrà chiuso. / Per amore di Giacobbe mio servo / e di Israele mio eletto / io ti ho chiamato per nome, / ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca. / Io sono il Signore, e non vi è alcun altro; / fuori di me non c’è dio; / ti renderò spedito nell’agire, anche se tu non mi conosci, / perché sappiano dall’oriente fino all’occidente / che non esiste dio fuori di me. / Io sono il Signore e non c’è alcun altro »" (Is 45,1.4-6).
Quello che sorprende di più, in questo testo, è che a Ciro si attribuiscano titoli che, nella tradizione biblica, vengono riservati solo al Messia futuro: così il titolo di « eletto » (v. 1), che in ebraico è precisamente mashìach, cioè « messia »; oppure quello di « pastore » (Is 44,28). Questo, ovviamente, vuol significare che Ciro, permettendo a Israele di ritornare dall’esilio nella terra dei padri (538 a.C.), di fatto faciliterà il misterioso disegno di Dio, che culminerà proprio nella venuta del Messia dal seno del popolo eletto.
Oltre a questo, sorprende il fatto che Dio si serva per i suoi fini di un re straniero, che neppure lo « conosce » (vv. 4.5). Questo, anzi, contribuirà a rendere maggior « gloria » al Dio d’Israele, che in tal modo dimostra come la sua potenza e anche il suo amore non siano legati né da confini geografici, né da peculiarità di cultura o di razza, e neppure dal fatto religioso, almeno inteso come mera connotazione di appartenenza a una determinata confessione: « Perché sappiano dall’oriente fino all’occidente che non esiste dio fuori di me » (v. 6).
Dio agisce dunque anche al di fuori di Israele. E perché no? Anche al di fuori della Chiesa. Lo scopo, però, è sempre quello di incrementare e di dilatare la missione salvifica del suo « popolo »: il punto di riferimento di Dio, anche quando si apre ai lontani, è sempre Israele!
Questo sta a dimostrare due cose: primo, che una misteriosa teologia della storia rotea attorno a Cristo e al « popolo » eletto che deve esprimerlo e per il quale è mandato; secondo, che ci sono valori nelle cose, nelle istituzioni, nelle persone che nascono dalla loro intrinseca costituzione e significatività, in quanto operano e corrispondono al disegno di Dio. Così Ciro il grande, pur senza saperlo, col suo senso di equità e di saggezza politica si inserisce e, addirittura, porta avanti il progetto salvifico di Dio.
La « politica » è valida nella misura in cui, chiunque la faccia, anche non credente, cerca di farla secondo le regole proprie della politica, realizzando il « bene comune », di tutti e di ciascuno.
« Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo »
Ma veniamo adesso alla pagina di Vangelo (Mt 22,15-21), che in parte riprende questa tematica, ampliandola però in una forma originalissima. È il noto episodio del « tributo » a Cesare, che è comune ai tre Sinottici,1 sia pure con piccole varianti che non stiamo qui ad analizzare.
Esso fa parte del gruppo delle quattro « controversie » del periodo gerosolimitano, dopo quella relativa al problema dell’autorità con cui Gesù aveva cacciato i venditori dal tempio (21,23-27), separata da queste dall’inserzione delle tre parabole (21,28-22,14) già commentate nelle Domeniche precedenti: la nostra controversia (22,15-22), quella sulla risurrezione dei morti (22,23-33), sul massimo comandamento (22,34-40), e l’ultima sul Figlio di Davide (22,41-46).
L’atmosfera è molto pesante e carica di tensione: si vuole a tutti i costi trovare un pretesto contro Gesù per « perderlo ». Il trabocchetto più pericoloso, in questo senso, è proprio quello « politico »: da esso, infatti, si incomincia per « compromettere » in qualche maniera Gesù. La cosa assume anche più valore, se si pensa che proprio l’accusa di sovvertimento « politico » avrà un ruolo determinante nel processo, che di fatto lo porterà alla morte.
Nell’episodio si noti, prima di tutto, la doppiezza dei farisei, che almeno qui ben corrisponde a quella connotazione di falsità che diamo al termine ormai classico di « fariseismo ». È il tentativo di mascherarsi dietro le parole belle, buone, rispettose, per nascondere il proprio pensiero, le vere e torbide intenzioni del proprio cuore: « Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno, perché non guardi in faccia ad alcuno » (v. 16).
Nella loro macchinazione queste parole adulatrici dovevano servire a smuovere più facilmente Gesù dal suo naturale riserbo circa un problema così scottante come quello del tributo a Cesare: una volta poi rotto il ghiaccio, avrebbero pensato loro a dirottare il discorso verso gli approdi già calcolati!
Nonostante la loro falsità, però, essi fanno l’elogio più grande di Gesù: egli non è un opportunista, un calcolatore, più che piacere agli uomini intende piacere a Dio. E in realtà tutta la sua vita sta a dimostrarlo; soprattutto lo dimostrerà il suo atteggiamento durante il processo, che lo porterà alla morte di croce. Lo dichiarerà solennemente davanti a Pilato: « Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità » (Gv 18,37).
Questa sua estrema lealtà e « veridicità » Gesù la dimostra anche in questo episodio, prima di tutto smascherando la falsità dei suoi avversari: « Ipocriti, perché mi tentate? » (v. 18); e in secondo luogo, dando loro una risposta estremamente franca e imprevista, che risolveva alla radice il problema senza cadere nella « casistica » politica, che fatalmente lo avrebbe costretto a schierarsi o fra i collaborazionisti di Roma, o fra gli irredentisti fanatici.
In questo caso, infatti, per i suoi avversari il gioco sarebbe stato estremamente facile: se avesse detto che bisognava pagare il tributo a Cesare, lo avrebbero screditato presso il popolo che fremeva sotto il giogo romano e, manovrato dagli Zeloti, stava meditando tentativi di rivolta e di sovversione; se avesse detto di no, lo avrebbero accusato presso le autorità come ribelle e ostile al governo di Roma. La trappola avrebbe funzionato alla perfezione!
« Di chi è questa immagine e l’iscrizione? »
Se non che Gesù, come abbiamo detto, imposta il problema in termini molto più radicali: non si tratta di dire un « sì » o un « no », ma di vedere in che misura gli ordinamenti politici e sociali corrispondano al disegno di Dio nella storia concreta che vivono gli uomini, e permettano di servirlo con fedeltà.
Ora, proprio partendo dalla situazione in cui si trovavano gli Ebrei del suo tempo, Gesù dice che « di fatto » essi si riconoscono sudditi di Roma, dal momento che accettano di commerciare con la « moneta » coniata dall’imperatore. Non era questo un implicito riconoscimento della sovranità imperiale, a prescindere dalla questione se fosse legittima o meno?
È questo il significato della richiesta di Gesù: «  »Mostratemi la moneta del tributo ». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: « Di chi è questa immagine e l’iscrizione? ». Gli risposero: « Di Cesare »" (vv. 19-21). È quindi più che giusto che si debba anche « rendere a Cesare quello che è di Cesare », come dice immediatamente dopo Gesù.
Però se la sua risposta si fosse fermata qui, non avrebbe niente di originale, salvo il dimostrare un senso di grande equilibrio e di grande saggezza, che certamente non ebbero gli Zeloti, i quali di lì a poco portarono Israele al massacro sollevandolo contro Roma.
« Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio » (v. 21). La portata rivoluzionaria di questa frase sta tutta nella seconda parte, però correlata con la prima: si può e si deve partire da Cesare, per arrivare a Dio!
« Cesare » e « Dio » nella vita dei cristiani
Mettendo accanto a Cesare Dio, Gesù distingue nettamente due realtà e due spazi di azione, che è sempre fatale confondere o mescolare. Si pensi alle antiche ideologie orientali, soprattutto a quella egiziana, secondo la quale il re era considerato un dio a tutti gli effetti, e che erano arrivate perfino a Roma, dove gli imperatori erano chiamati « signori » (kyrioi), o « divini » (cf 1 Cor 8,5). Si pensi anche a certe ideologie moderne « totalizzanti », che fanno fonte di ogni verità e di ogni moralità lo Stato, o il partito, o una classe sociale, o un qualsiasi leader « carismatico », perfino la moda. Sembra che la storia non insegni niente agli uomini!
Cristo tiene a distinguere le due realtà e i due diversi comportamenti che esse esigono. Non pensa, come gli Zeloti, che Dio abbia bisogno di una specie di « teocrazia » terrena in cui soltanto egli possa attuare la sua presenza: abbiamo già visto che Ciro, il pagano, può essere addirittura chiamato il suo « eletto ».
Questo sta a significare che l’impegno politico, anche il più generoso, non esaurisce la dimensione dell’uomo, che ha orizzonti che vanno infinitamente al di là. Proprio per questo il « regnum hominis » non potrà mai identificasi con il « regnum Dei ».
Però, pur essendo due realtà distinte, sono anche fra di loro « coordinate » o « coordinabili »; il mio dovere verso lo Stato e chi lo rappresenta vale nella misura in cui esso mi permette di realizzare il rapporto autenticamente religioso con Dio, che è preminente nella vita di ogni uomo. È per questo che la frase culmina nell’affermazione inattesa e sconvolgente: « E rendete a Dio quello che è di Dio », che getta una luce nuova sullo stesso « servizio » politico che deve attuare lo Stato nella molteplice articolazione delle sue funzioni e dei suoi apparati.
Non si tratta infatti, da parte dell’organizzazione politica, di rispettare certi spazi religiosi per la coscienza dei credenti: il che è ovvio! Si tratta di molto di più: lo stesso servizio « politico », che fatalmente coinvolge il discepolo di Cristo sia come semplice cittadino, sia anche come possibile responsabile delle leggi dello Stato e delle varie sue attività, deve essere da lui sentito come un culto « reso a Dio », attuandone le esigenze di giustizia, di equità, di fraternità, di rispetto per tutti, di « bene comune », come appunto si dice.
Solo in questo caso il « regnum hominis », pur non potendo mai diventare il « regnum Dei », ne favorirà indubbiamente la crescita: e questo, al limite, può realizzarlo anche il non credente, come abbiamo già accennato, purché abbia quella radicale « onestà » del cuore che induce sempre a cercare « quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode », come ci insegna san Paolo (Fil 4,8).
È evidente come tutto questo ponga problemi brucianti alla coscienza « civile » dei cristiani oggi, qualunque responsabilità essi abbiano nella società: si pensi solo al problema della legalizzazione dell’aborto, per fare un esempio. Gesù ci ha insegnato a rispettare e a valorizzare il servizio politico, purché esso rispetti ed attui le esigenze di Dio. Davanti a qualsiasi possibile « aberrazione » o « perversione » del potere, anche democratico, Gesù ha eretto la barriera inviolabile dei diritti di Dio e della « coscienza » cristiana che deve annunciarli e testimoniarli al mondo, anche a costo della « disubbidienza » civile.
Ecco la novità « rivoluzionaria » di quella frase, apparentemente così semplice e innocua: « Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio » (v. 21).
« Ringraziamo sempre Dio per tutti voi »
Evidentemente questo presuppone una coscienza cristiana matura, illuminata dalla fede, animata dalla carità, tesa nella speranza di realizzazioni sempre più grandi.
Era quanto san Paolo scriveva ai cristiani di Tessalonica, di cui ricordava con affetto e simpatia la pronta adesione al messaggio evangelico: « Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo » (1 Ts 1,2-3).
Cristiani che vivano in un clima di così intima tensione religiosa, non possono non dare un senso « nuovo » anche alla convivenza civile, nella quale verranno a contatto con tanti altri fratelli, anche di fede diversa, ai quali dovranno a testimoniare » che Dio sta accanto, ma anche al di sopra di Cesare, e che lui soltanto è il valore « ultimo » e il criterio definitivo per « giudicare » la rettitudine di ogni nostro agire, ivi incluso quello sociale e politico.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

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Sant’Ignazio di Antiochia

Posté le Jeudi 16 octobre 2014

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