SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

 

ho un altro blog su San Paolo Apostolo, solo per testi scelti, i più belli per me, titolo: La (mia) pagina di San Paolo, link:http://unapaginapersanpaolo.blogspot.it/
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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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commenti all’Inno alla carità: 

Mons Gianfranco Ravasi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/03/12/mons-gianfrano-ravasi-inno-alla-carita-1cor-13/

Publié dans : ANNO PAOLINO | le 9 mars, 2008 |29 Commentaires »

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/leture-di-san-paolo-nella-oliturgia-del-giorno/

PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

http://www.liturgiadelleore.it/ 

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/

scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/la-preghiera-in-san-paolo/preghiere-e-poemi-italiano-inglese-francese/

PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

Publié dans : LITURGIA DEL GIORNO | le 9 mars, 2008 |1 Commentaire »

Le nozze di Cana

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Publié dans : immagini sacre | le 18 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

L’acqua della nostra umanità trasformata in vino di gratuità
Vito Calella

Il miracolo di Gesù compiuto a Cana di Galilea è una testimonianza custodita soltanto nel vangelo di Giovanni.
Quel miracolo della trasformazione di acqua in vino avvenne e forse gli fu raccontato da Maria, la madre, che abitava insieme a lui. L’evangelista, guidato e ispirato dallo Spirito Santo, interpreta quell’episodio alla luce dell’evento della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù, facendolo diventare un episodio che rivela la gloria del Signore risorto.
La sua gloria risplende nell’evento della sua risurrezione, nell’ospitalità, per sempre, della nostra umanità nell’eternità della vita divina. Per questo motivo tutta la gloria della risurrezione si rivela nella sovrabbondanza inesauribile del dono dello Spirito Santo trasformante (segno del vino) messo a disposizione di tutta l’umanità. La sua gloria diventa la festa della gioia della nostra vita umana, perché le nostre azioni sono veramente trasformate dalla forza dello Spirito Santo e diventano relazioni di gratuità, tessitrici di comunione tra noi. Uniti nella carità siamo la sposa del vero sposo: Gesù Cristo, morto e risuscitato, fulcro centrale di tutta la nostra esistenza.
Nel racconto delle nozze di Cana appaiono due gruppi: il primo è costituito da Maria, dai discepoli e da Gesù, invitati alle nozze. Il secondo gruppo è fatto dai servi della casa e dal maestro di sala. Lo sposo appare di sfuggita, senza nome: non dice nulla. La sposa non è nemmeno nominata.
Alla luce dell’evento pasquale il vero sposo è Gesù.
La sposa siamo tutti noi cristiani, che ci siamo lasciati trasformare e convertire dall’annuncio e dalla forza salvifica della morte e risurrezione di Gesù e abbiamo scoperto il dono dello Spirito Santo. Ci possiamo identificare in quei «discepoli che credettero in Lui» (Gv 2,11c).
La festa delle nozze di Cana diventa per noi la festa della nuova ed eterna alleanza tra Dio e tutti noi, inaugurata con la morte e risurrezione di Gesù, eventi centrali per la nostra esistenza e per la storia di tutta l’umanità e di tutta la creazione, ricordati implicitamente dall’evangelista con linguaggio dell’ora: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4b): ciò che avvenne a Cana è segno anticipato della «manifestazione della gloria di Gesù» (Gv 2, 11b) che noi contempliamo nel crocifisso risuscitato e nella realizzazione della comunione di alleanza eterna tra noi e Dio.
Per mezzo dell’evento pasquale di Cristo si realizza la profezia del profeta Isaia su Gerusalemme, per noi ora simbolo della nostra comunità cristiana contemplata dal profeta come una sposa che celebra nozze eterne con il suo Dio Creatore e Redentore.
Nel gruppo della madre e dei discepoli, invitati alle nozze, si distacca la figura della madre di Gesù: la donna. Lei è la piena di grazia, è l’arca di questa nuova alleanza tra Dio e l’umanità, è colei che vive abitata dalla presenza dello Spirito Santo. Rappresenta, nella comunità dei credenti, quei cristiani che hanno veramente imparato a lasciar spazio d’azione alla Presenza viva del Risorto in loro, perché consapevoli del tesoro immenso che custodiscono nel vaso della loro umanità. Come Maria sono un piccolo resto di credenti, nella moltitudine dei battezzati, che si lasciano veramente guidare dalla presenza viva dello Spirito Santo; per questo diventano particolarmente sensibili alla «mancanza di vino», cioè a tutte quelle situazioni di ingiustizia, di non rispetto della dignità umana, di conflitto, di separazione, di depressione, di schiavitù che rovinano la festa della nuova ed eterna alleanza, perché il dono dello Spirito Santo, già donato e disponibile, è soffocato nei cuori di molta gente. Come Maria, non si lasciano scoraggiare dalla desolazione della «mancanza di vino» perché lo Spirito Santo, vivo in loro, li ha resi forti e fiduciosi nel potere trasformante della Parola del Cristo risorto e si ostinano a dire a tutti quelli che incontrano: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).
Il gruppo dei servi e del maestro di sala rappresenta il popolo Ebreo, custode di tutta la promessa dell’Antico Testamento.
I servi potrebbero rappresentare i profeti che avevano obbedito alla Parola di Dio.
Il maestro di sala potrebbe rappresentare il più grande dei profeti, colui che ha preparato la festa della venuta del Messia: Giovanni Battista. Non si sa se quei servi si annoverarono tra i discepoli che credettero in Gesù. Le sei giare di pietra rappresentano la tradizione religiosa di Israele, fortemente incentrata sull’obbedienza alle leggi contenute nelle Sacre Scritture, tra le quali, anche le pesanti prescrizioni di purificazione, che rendevano la vita di fede dipendente dai meriti accumulati, eccessivamente dipendente dall’iniziativa umana. La religione giudaica al tempo di Gesù era diventata come quelle giare di pietra: pesanti obblighi da assolvere mediante i numerosissimi precetti scritti nei libri sacri. La scarsità di acqua, presente in quelle giare di pietra rappresenta l’infedeltà, lo sconforto, la difficoltà a corrispondere alla volontà di Dio confidando solo ed esclusivamente nelle capacità dell’iniziativa umana. Per noi cristiani quelle giare di pietra possono rappresentare la nostra comunità cristiana, a volte vista da noi e da tanta gente di fuori come una istituzione pesante, una agenzia di servizi religiosi o una azienda di molteplici gruppi e attività pastorali, malati di attivismo senza l’anima essenziale della gratuità. Oppure possono rappresentare tutte quelle istituzioni sociali che appesantiscono le nostre relazioni umane con il peso di tanta burocrazia, smorzando ogni slancio di dono. I servi possono rappresentare oggi tutti quei cristiani battezzati che svolgono servizi nella nostra comunità, sotto la guida dei loro pastori, i maestri di sala. Identifichiamoci con essi e riconosciamo con umiltà le nostre inconsistenze e difficoltà di corrispondere umanamente alla volontà del Padre. Nell’umiltà del riconoscimento della scarsità dell’acqua delle nostre buone azioni e della pesantezza delle nostre istituzioni comunitarie, ci stupiamo della fiducia che Gesù accorda verso di noi. Il nostro Signore, il risorto, chiede a noi ora di riempire quelle giare di acqua, confida nelle nostre potenzialità. L’acqua delle giare, riempita fino all’orlo, rappresenta tutta la nostra buona volontà, tutte le nostre capacità umane, tutta la nostra intelligenza, tutti i nostri sentimenti, tutte le nostre qualità umane, tutta la nostra iniziativa umana. Gesù risorto, vivo in noi, realizza il miracolo di trasformare tutta «l’acqua» delle nostre iniziative umane e delle nostre relazioni in «vino» gioioso e inesauribile di gratuità. Il nostro modo di agire, radicato nella difesa degli interessi del nostro “io” viene allora trasformato per diventare materia di irradiazione, donazione della forza vitale dell’amore divino per tutta l’umanità e così la festa delle nozze di Cana diventa per noi oggi la gioia delle nostre relazioni umane glorificate dalla carità che ci rende tutti insieme, nel mondo, la sposa dello Sposo.

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 18 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

Last Supper

paolo

Publié dans : immagini sacre | le 16 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – Tra stupore e memoria (8.6.13)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20130608_fare-memoria.html

PAPA FRANCESCO – Tra stupore e memoria (8.6.13)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 131, Dom. 09/06/2013)

La Parola di Dio, quella che solo all’ascolto «provoca stupore», va custodita gelosamente nel profondo del cuore. Lo ha detto Papa Francesco questa mattina, sabato 8 giugno, durante la messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Nell’omelia il Pontefice ha posto l’accento proprio sullo stupore. Quello che colse quanti ascoltavano il dodicenne Gesù nel Tempio davanti ai dottori che lo interrogavano, come racconta il vangelo di Luca (2, 41-51), così come stupiti rimasero Giuseppe e Maria nel trovare Gesù che cercavano da tre giorni: «I dottori erano pieni di stupore — ha puntualizzato il Pontefice — e Giuseppe e Maria al vedere Gesù restarono stupiti». Il primo effetto della Parola di Dio è dunque quello di stupire, poiché in essa ritroviamo il senso del divino, ha notato il Santo Padre: «E poi ci dà gioia. Ma lo stupore è più che la gioia. È un momento nel quale la Parola di Dio viene seminata nel nostro cuore».
Tuttavia non si deve vivere lo stupore solo nel momento in cui viene suscitato dalla Parola: è qualcosa da portare con sé per tutta la vita, «in una custodia». Bisogna «custodire la Parola di Dio, e questo — ha puntualizzato Papa Francesco — lo dice il Vangelo: sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore». Custodire la Parola di Dio: un’espressione che, ha notato ancora il Pontefice, nei racconti evangelici si incontra spesso: anche nella notte della nascita di Gesù, «dopo la visita dei pastori», Maria «è meravigliata».
Papa Francesco ha poi riflettuto sul significato del «custodire» la Parola di Dio e si è domandato: «Io ricevo la Parola, poi prendo una bottiglia, metto la Parola nella bottiglia e la custodisco?». Custodire la Parola di Dio — ha risposto — «vuol dire aprire il nostro cuore» a quella Parola, «come la terra si apre per ricevere il seme. La Parola di Dio è seme e viene seminata. E Gesù ci ha detto cosa succede con il seme. Alcuni cadono lungo il cammino e vengono gli uccelli e li mangiano», e questo accade quando la Parola non è custodita. Significa che certi «cuori non sanno riceverla». Accade anche che altri semi cadono «in una terra con tante pietre e il seme non riesce a far radici e muore», cioè quando non siamo capaci di questa custodia perché non siamo costanti; e quando viene una tribolazione ce ne dimentichiamo.
«La Parola anche cade in una terra non preparata — ha aggiunto il Pontefice — dove ci sono le spine, e alla fine muore» perché «non è custodita». Ma cosa sono le spine? Lo dice Gesù stesso: «L’attaccamento alle ricchezze, i vizi, tutte queste cose. Custodire la Parola di Dio è riceverla nel nostro cuore», ha ripetuto Papa Francesco. Ma è necessario «preparare il nostro cuore per riceverla. Meditare sempre su cosa ci dice questa Parola oggi, guardando a quello che succede nella vita». È quello ha fatto Maria durante la fuga in Egitto e alle nozze di Cana, quando s’interrogava sul significato di questi avvenimenti. Ecco l’impegno per i cristiani: accogliere la Parola di Dio e pensare a cosa significa oggi.
«Questo — ha notato il vescovo di Roma — è un lavoro spirituale grande. Giovanni Paolo ii diceva che Maria aveva, per questo lavoro, una particolare fatica nel suo cuore. Aveva il cuore affaticato. Ma questo non è un affanno, è un lavoro: cercare cosa significa questo in questo momento; cosa mi vuol dire il Signore in questo momento». Insomma, leggere «la vita con la Parola di Dio: questo significa custodire». Ma significa anche fare memoria. «La memoria — ha detto in proposito il Pontefice — è una custodia della Parola di Dio, ci aiuta a custodirla, a ricordare tutto quello che il Signore ha fatto nella mia vita, tutte le meraviglie della salvezza».
Il Papa ha poi interrogato i presenti: «Come noi oggi custodiamo la Parola di Dio? Come conserviamo questo stupore» facendo in modo che gli uccelli non mangino i «semi» e i vizi «non li soffochino?». E ha risposto che ci farà del bene chiedercelo, proprio alla luce delle cose che accadono nella vita, esortando poi a custodire la Parola «con la nostra memoria, e anche custodirla con la nostra speranza. Chiediamo al Signore — ha poi concluso Papa Francesco — la grazia di ricevere la Parola di Dio e custodirla, e anche la grazia di avere un cuore affaticato in questa custodia».

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE | le 16 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

creazione e ordine divino

imm paolo

Publié dans : immagini | le 15 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

GLI «INIZI» SECONDO GLI INNI PAOLINI (COL 1,13-20; EF 1,3-14), DI ROMANO PENNA

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GLI «INIZI» SECONDO GLI INNI PAOLINI (COL 1,13-20; EF 1,3-14), DI ROMANO PENNA

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /01 /2013 -

Riprendiamo dalla rivista Parola Spirito Vita dal titolo In principio, n. 66, pp. 145-155, un articolo di Romano Penna. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi di Romano Penna, vedi su questo stesso sito la sezione Sacra Scrittura
Il Centro culturale Gli scritti (20/1/2013)

Gli inni presenti nei due scritti trattano di due inizi diversi, anche se complementari: l’inizio come creazione primordiale del mondo e l’inizio come elezione pre-temporale dei cristiani. In Paolo troviamo la nozione più originale di un’elezione pre-temporale del cristiano insieme al tema di una nuova creazione già messa in atto. La singolarità del suo pensiero consiste nell’aver indissolubilmente vincolato questa idea alla persona e all’operato di Gesù Cristo. Si opera così, grazie all’unica vera novità che è Cristo stesso, un inedito passaggio dalla cosmologia all’antropologia.
Una puntualizzazione metodologica previa, comunque secondaria ai fini dell’esposizione, consiste nel precisare che tra le due lettere, nonostante la loro successione canonica invertita, ritengo Col anteriore a Ef.[1] I diversi inni presenti nei due scritti trattano ciascuno di due inizi diversi, anche se in realtà le due tematiche vanno considerate complementari: l’inizio come creazione primordiale del mondo e l’inizio come elezione pre-temporale dei cristiani. A ciascuno dei due temi dedico perciò rispettivamente le pagine seguenti.[2]
A. IL RUOLO DI CRISTO NELLA CREAZIONE DEL MONDO
Al tempo di Paolo il discorso sulla creazione era fatto da punti di vista diversi, che in lui appunto si trovano accostati in una mutua integrazione.[3]
Partiamo dal concetto di origine dell’universo nella grecità classica e nel giudaismo ellenistico. Nella grecità pagana, già prima di Platone, abbiamo un frammento di Eraclito, in cui si afferma l’eternità del cosmo, che «non fece né qualcuno degli dèi né degli uomini, ma sempre fu, è, e sarà».[4]
Ma è Platone che nel Timeo definisce il Demiurgo «artefice/facitore e padre di questo universo» (28C: poietes kaì pater toûde toû pantós). Tuttavia, in questa doppia qualifica personale di facitore e di generatore è la seconda che di fatto prevale. Lo dimostra il frequentissimo impiego del sostantivo génesis (27A; 27D; 28B; 29C.D-E ecc.), sicché il dio è «colui che ha generato questo universo» (41A) il quale è anzi il suo «unigenito» (31B: monogenes).[5]
Se ne può dunque dedurre che la materia è eterna (la sua modellazione perciò non è altro che una forma di arte e il Demiurgo è solo un sapiente technítes, un artista/artefice/artigiano) e che tra il dio-demiurgo e il cosmo non c’è distinzione di natura, tanto che il Tutto si trova a essere vincolato da una vicendevole parentela o affinità.[6]
Il tema specifico della creazione entra nell’ambito della grecità soltanto attraverso il giudaismo ellenistico.[7] Esso è presente già nella versione dei LXX, dove sono assenti gli appellativi divini di tipo platonico, mentre invece appare al loro posto il sostantivo ktístes, «fondatore, creatore» (attestato almeno sette volte: 2Sam 22,32; Gdt 9,12; Sir 24,8; 2Mac 1,24; 7,23; 13,14?; 4Mac 5,25; 11,5).
In specie, Dio è qualificato variamente come «creatore di tutte le cose» (Sir 24,8; 2Mac 1,24; 3Mac 2,3; 4Mac 11,5) e «creatore del mondo» (2Mac 1,23; 4Mac 5,25); di lui inoltre si legge che «ha fatto il cielo e la terra da cose non esistenti» (2Mac 7,28). E particolarmente il libro alessandrino della Sapienza che contiene affermazioni di carattere «creazionista», come leggiamo sia in 1,14 (Dio «ha creato l’universo per l’esistenza») sia in 11,17 (della mano del Signore si dice che «ha creato il mondo da una materia informe»).
Il concetto di creazione però è più ampiamente tematizzato in Filone di Alessandria, che impiega ampiamente il termine kosmopoía, «fabbricazione del cosmo»,[8] attribuendogli una semantica creazionista che certo non aveva nei suoi precedenti utilizzi greci. Infatti, quasi correggendo Platone, Filone giunge ad affermare esplicitamente che Dio «non è soltanto demiurgo ma anche creatore» (Somn. 1,76); infatti, egli «quando generò tutte le cose non le ha semplicemente rese visibili, ma produsse ciò che prima non era» (ib.; cf. Mos. 2,267: «Dio ha prodotto il mondo [ ... ] dal non essere all’essere»); anzi, coloro che hanno dichiarato il mondo «ingenito ed eterno» hanno empiamente e falsamente accusato Dio di inattività» (Opif. 7; cf. anche 170).
Sicché il binomio platonico «facitore e padre» (che pur si ritrova in Opif. 7)[9] diventa ora preferibilmente «creatore e padre del tutto» (Ebr. 42; Virt. 179), «creatore e reggente/capo» (ib. 93), «creatore e facitore di tutte le cose» (Spec.leg 1,30.294). Di qui deriva per Filone l’idea che,
«cercando la natura delle cose, si trova che tutto è grazia e dono di Dio [ ... ] A coloro che ricercano quale sia il principio/arche della creazione, si potrebbe giustamente rispondere che è la bontà e la grazia di Dio [ ... ]; infatti, tutto ciò che vi è nel cosmo e il cosmo stesso è un dono, una beneficenza, una grazia di Dio». (Leg. allego 3,78)
È però interessante vedere l’idea di creazione del mondo nelle lettere paoline, unitamente alla mediazione cristologica dell’evento. San Paolo, primo scrittore cristiano, si colloca storicamente e culturalmente su questo sfondo variegato, presupponendo però non tanto la filosofia grecoplatonica quanto la tradizione biblico-israelitica.
Ma una prima annotazione si impone. Ed è che né lui né la tradizione canonica che a lui fa capo (le lettere deuteropaoline) impiegano mai l’appellativo divino di creatore/ktístes, pur così frequente nel giudaismo ellenistico.[10] Non che l’azione divina del creare sia taciuta, dato che nel suo epistolario il verbo ktízein è attestato dieci volte (cf. Rm 1,25; 1Cor 11,9; Ef 2,10.15; 3,9; 4,24; Col 1,16 bis; 3,10; 1 Tm 4,3), ma bisognerà distinguere il suo impiego protologico da quello soteriologico (cioè rapportato all’uomo nuovo: Ef 2,10.15; 4,24; Col 3,10), visto che esso non è impiegato a livello escatologico. In ogni caso, sul piano lessicale, è piuttosto il sostantivo ktísis a essere preferito, essendo utilizzato undici volte (cf. Rm 1,20.25; 8,19.20.21.22.39; 2Cor 5,17; Gal 6,15; Col 1,15.23; a esso si aggiunge ktísma in 1Tm 4,4); ma anche qui bisogna distinguere il suo riferimento protologico da quello soteriologico-antropologico (presente in 2Cor 5,17; Gal 6,15).
Comunque, l’impressione generale è che Paolo non intenda condurre una vera e propria polemica dottrinale, né sulla definizione di Dio in rapporto al mondo né sulla comprensione del mondo stesso nella sua origine e nella sua natura. Egli dà per sottinteso e assodato che il mondo non sia un’emanazione divina e tantomeno un figlio di Dio!
Quanto alla mediazione cristologica, va detto che almeno una volta nelle lettere autentiche di Paolo si afferma a proposito del Signore Gesù Cristo che «mediante lui sono tutte le cose e anche noi siamo mediante lui» (1Cor 8,6b). Ma in termini ancora più fortila Lettera ai Colossesi dichiara che «in lui sono state create tutte le cose [ ... ] e tutte le cose sussistono in lui» (Col 1,16a.17b).
Questo testo in realtà non parla solo di una primordiale mediazione cosmologica di Cristo («in Cristo» = «mediante Cristo»), che si ritrova poi anche altrove nella tradizione proto-cristiana (cf. Eb 1,2; Gv 1,3; Ap 3,14). L’affermazione più icastica del testo, e anche unica nel suo genere, sta piuttosto nel dire che tutte le cose in lui sussistono (tà pánta en autôi synésteken), impiegando un verbo fortissimo che comporta inevitabili allusioni filosofiche e religiose.
Infatti, esso richiama l’idea greca di un’ammirabile unità del cosmo, già cara a Platone[11] e diffusa anche a livello popolare.[12] Un’affermazione del genere, che fa di Cristo l’elemento coesivo dell’intero universo, non vale propriamente di lui in quanto risorto (cf. invece Ef 1,10), ma si riferisce a una sua dignità originaria e nativa di tipo divino. Con essa infatti si afferma che Cristo non sta solo all’inizio di una successione temporale, ma sta al centro delle cose come principio e ragione perenne della loro esistenza e compattezza. A mio parere, probabilmente abbiamo qui il livello più alto della cristologia neotestamentaria.[13]
B. L’ELEZIONE PRE-TEMPORALE DEI CRISTIANI
Un altro inizio evidenziato dal paolinismo è affermato in Ef 1,4-5, secondo cui i battezzati sono da sempre oggetto di un pensiero esclusivo da parte di Dio in Cristo:
«Ci prescelse in lui (exeléxato hemâs en autôi) prima della fondazione del mondo (prò katabolês kósmou) per essere santi e ineccepibili davanti a lui nell’amore, avendoci predestinati all’adozione filiale mediante Cristo per lui, secondo il beneplacito della sua volontà».
Il verbo principale di questo periodo sintattico esprime un puro atto di grazia, che si configura come sovrano gesto di accoglienza e di introduzione alla comunione con Dio.
Ciò è avvenuto «in lui», cioè in Cristo. Di lui si è appena detto che Dio «ci ha benedetti con ogni sorta di benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (v. 3b), con riferimento al presente «pasquale» dei cristiani. Sicché la comunità cristiana ha in Cristo non solo un archetipo ma il reale fondamento e persino la definizione della propria identità: tanto che, senza di lui, essa non è mai esistita, a partire dalla fondazione del mondo! Anche secondo l’apocrifo Libro dei Giubilei 2,19-21 Dio nel settimo giorno della creazione manifesta già il desiderio di separare per sé un popolo fra tutti i popoli. E il Midrash sul Salmo 74,2 («Ricordati della tua comunità, che ti sei acquistato dall’antichità») spiega il testo biblico in questi termini:
«Che cosa significa « dall’antichità »? Vuoi dire che il Santo, benedetto egli sia, si è acquistato gli Israeliti prima che il mondo fosse (qwdm šnbr hcwlm), come è detto: « Signore, tu sei stato il nostro rifugio di generazione in generazione, prima che sorgessero i monti » (= Sal 90,1s)».
A parte l’evidente parallelismo, il testo paolino è però incomparabile per l’affermazione di un’elezione avvenuta in Cristo. E questa componente cristologica ha due importanti implicazioni: anzitutto è supposta la pre-esistenza di Cristo stesso (cf. Gv 17,5; 1Pt 1,20), poi viene suggerito che il cristiano fin dalle sue radici più remote non è mai esistito a prescindere da Cristo (anche prima del battesimo!). Sicché la biografia del cristiano, proprio in quanto cristiano, non inizia né con la nascita né con il battesimo, ma con il pensiero eterno di Dio.[14]
Lo scopo dell’elezione è detta essere una santità ineccepibile, contrassegnata dall’amore (en agápei). Ed è come dire che per il cristiano non c’è santità se non c’è amore e che anzi è l’amore a connotare la vera santità cristiana. La sorgente immediata di questa agàpe è la filiazione adottiva, ottenuta dal cristiano con la fede e il battesimo (cf. Rm 6,11; 8,15).
Se poi a questo proposito l’inno parla di «predestinazione», non è per affermare un esito obbligato e non libero, ma è solo per dire che una tale filiazione può avere come origine unicamente un’iniziativa divina pre-temporale, sicché essa si spiega sulla base non di una pretesa personale ma di una pura grazia (cf. Ef 2,5.8: «Per grazia infatti siete salvati»), come del resto viene subito specificato: «secondo il beneplacito della sua volontà».
Ma è pure interessante cogliere nel prosieguo della lettera un altro tema analogo: quello di Cristo stesso come soggetto di una creazione ecumenico-ecclesiale, come leggiamo in Ef 2,14-15: «Egli ha annullato nella sua carne l’inimicizia [ ... ] per creare (hína ktísei) dei due, in se stesso, un solo uomo nuovo». La singolarità di questo passo non viene perlopiù evidenziata; eppure di vera e propria sorpresa si tratta, per il motivo che questo è l’unico passo del Nuovo Testamento in cui si attribuisca in proprio a Cristo una creazione tutta e solo sua. Infatti, il verbo creare/ktízein ha proprio lui come soggetto, e ciò è tanto più singolare in quanto appena prima l’agiografo ha scritto a proposito di Dio che noi «siamo sua fattura, creati in Cristo Gesù per le opere buone» (2,10), dove non c’è dubbio che si intende la creazione come opera di Dio stesso, a prescindere dalla questione se si tratti della creazione primordiale dell’uomo o, molto più probabilmente, di quella avvenuta nel battesimo, che dà inizio all’identità storica del cristiano.[15]
Ora però il registro cambia. Prima abbiamo visto il tema di una mediazione esercitata da Cristo nella creazione del mondo; ma questa nuova affermazione non si inscrive in quella prospettiva, anzi ne è palesemente diversa, e lo è a più di un titolo.
Qui infatti, anzitutto, non si menziona alcuna sorta di mediazione, poiché è il Cristo stesso a operare da solo, in prima persona; in secondo luogo, l’operazione a lui attribuita si è compiuta non nei primordi del mondo, ma nel momento storico della sua morte in croce; inoltre, la costruzione della frase nella forma di una proposizione finale dice che questo risultato va considerato non come conseguenza involontaria, bensì come lo scopo effettivo, l’esito esplicitamente voluto di un’intenzione originaria; infine, il risultato di questa operazione non è di tipo cosmologico bensì interpersonale e addirittura ecclesiologico, una creazione consistente né più né meno che in una riconciliazione.
Alla base e come premessa c’è un’ineliminabile dissomiglianza storico-salvifica tra i cristiani di diversa provenienza, giudei e gentili, che vede negli uni dei veri e propri familiari di Dio fin da principio, e negli altri dei sopraggiunti aggregati alla cittadinanza d’Israele (cf. 2,11-12.19-22). Nella società antica questa dissomiglianza era anche motivo di contrapposizione mutua e polemica.[16] Probabilmente, anche all’interno delle Chiese destinatarie della lettera paolina esistevano tensioni analoghe, con la tendenza da parte degli etnico-cristiani a dimenticate il loro radicamento su Israele.
Ebbene, il nostro agiografo in Ef 2,13-18 riconosce apertamente la dualità, su cui anzi insiste, ma per dire che ormai Cristo «ha fatto di entrambi una cosa sola» (2,14b), «ha riconciliato entrambi in un solo corpo con Dio mediante la croce» (2,16), ha aperto a «entrambi l’accesso al Padre in un solo spirito» (2,18). Cristo, cioè, ha «creato dei due, in se stesso, un solo uomo nuovo».
Curiosamente, l’autore non parla né di popolo nuovo né di famiglia nuova. La menzione dell’«uomo nuovo» implica probabilmente un riferimento cristologico,[17] ma certo non è possibile pensare che Cristo sia morto per creare se stesso! E dunque primaria la dimensione comunitaria ed ecclesiale di questo «uomo nuovo».[18] E la creazione in oggetto riguarda né più né meno il fatto di avere insperatamente messo insieme, letteralmente «assemblato», persone di diversa connotazione religiosa e culturale. In Cristo, infatti, né il giudeo diventa gentile, né il gentile diventa giudeo, poiché la Chiesa è piuttosto la confluenza di diversità riconciliate.[19]
E questo il vero novum sul piano delle mutue relazioni, e a esso non si poteva attribuire altro che la qualifica di creazione! Dire poi che ciò sia avvenuto «per mezzo della croce» (2,16), significa riconoscere un vero paradosso, se non addirittura un ossimoro, se proprio la croce, cioè una morte ignominiosa e cruenta, è dichiarata feconda di vita e di comunione.

CONCLUSIONE
Se è vero che il tema della creazione del mondo e dell’uomo accomuna tutti gli autori neotestamentari, i quali ovviamente si dimostrano così in consonanza con la tradizione israelitica (più che con quella greca), è però in Paolo che troviamo per la prima volta l’affermazione cristiana di una funzione creatrice di Cristo, sia pure intesa come mediazione.

Ed è in Paolo e nel paolinismo che troviamo la nozione più originale di un’elezione pre-temporale del cristiano insieme al tema di una nuova creazione già messa in atto. La singolarità e anzi l’incomparabilità del pensiero paolino consiste nell’aver indissolubilmente vincolato questa idea alla persona e all’operato di Gesù Cristo. Si opera così, grazie all’unica vera novità che è Cristo stesso, un inedito passaggio dalla cosmologia all’antropologia. In questa prospettiva l’orizzonte escatologico[20] non aggiunge nulla di essenzialmente decisivo, se non il compimento definitivo e la piena fioritura di ciò che in lui già oggi è possibile essere e sperimentare.

Note al testo
[1] Si veda in merito S. Romanello, Lettera agli Efesini, Paoline, Milano 2003, 21-28.
[2] Cf. anche R. Penna, «Da Israele al cosmo: ampliamenti dell’orizzonte cristologico nello sviluppo dell’innografia neotestamentaria», in P. Coda (ed.), L’unico e i molti. La salvezza in Gesù Cristo e la sfida del pluralismo, PUL-Mursia, Roma 1997, 49-66.
[3] Più ampi sviluppi in R. Penna, «Creazione e cosmo nel pensiero paolino», in S. Lanza (ed.), «In principio … ». Origine e inizio dell’Universo. Atti del Convegno. Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 5-6 aprile 2011, Vita e Pensiero, Milano 2012, 57-75.
[4] Il testo è riportato da Clemente Alessandrino, Strom. 5,104 (= Heracl., 22 B 30 D.-K.). Altrove, lo stesso Eraclito afferma paradossalmente che «il tutto è [ ... ] insieme padre-figlio» (in Ippolito, Refut. 9,9 = fr. 50 D.-K.).
[5] Persino del krónos/tempo è detto che «fu generato» (38C).
[6] Valga per tutti un testo di Seneca: «Tutto l’insieme delle cose divine e umane forma una unità: siamo membra di un grande corpo e la natura ci ha generati consanguinei/parenti [natura nos cognatos edidit]» (Epist. 95,52).
[7] Cf. in generale G.H. Van Kooten (ed.), The creation of heaven and earth. Re-interpretations of Genesis1 in the context of Judaism, ancient philosophy, Christianity, and modern physics (Themes in biblical narrative. Jewish and Christian traditions 8), Leiden, Brill 2005.
[8] Cf. Opif. 3.4.6.129.170; Post. C. 64; Gig. 22; Plant. 86; Fug. 68.178; Abr. 2,258; Vit.Mos. 37; Decal. 97; Spec.leg. 4,123; Praem, 1 bis.
[9] Anzi, Filone definisce pure platonicamente il cosmo come «unico e diletto figlio, quello sensibile» (Ebr. 30: aisthetós), distinto da quello «intelligibile» (noetós).
[10] Nel NT si trova solo in 1Pt 4,19, connotato come «creatore fedele/degno di fede» (p?st??, ?t?st??), in un contesto non di creazione ma di fede cristiana.
[11] Cf. Platone: «Un vero astronomo [ ... ] riterrà che, nel modo migliore in cui delle opere (= gli astri) si possono combinare insieme (systesasthai), così il demiurgo/artefice ha compattato (synestánai) il cielo e tutto ciò che esso racchiude» (Republ. 530a); l’idea si trova anche in Senofonte, secondo cui Zeus è «colui che coordina e tiene insieme l’universo intero» (tòn hólon syntátton kaì synéchon: Memor. 4,3,13); più esplicito è lo PS. – Aristotele: «Tutto viene da Dio ed è stato costituito da Dio (ek theoû pánta kaì dià theòn synésteken) e non c’è natura che esista per se stessa e basti a se stessa» (De mundo 6 [397b]); da parte sua, Filone afferma che tutte le cose «consistono» (synésteken) cioè sono composte dai quattro elementi terra-aria-acqua-fuoco (Rer.div.her. 281 e 311), benché sia Dio a fungere da «vincolo dell’universo che tiene insieme (synéchon) ciò che altrimenti si dissolverebbe» (Ib. 23).
[12] Cf. P. Oxy. XI 1380, 183-185, dove si parla di Iside così interpellata e celebrata. «Tu (sei signora) di tutte le cose umide e asciutte e fredde, dalle quali tutto è costituito (ex on ápanta synésteken» (citato da E. Lohse, «Le lettere ai Colossesi e a Filemone», in CTNT XI/l, Brescia 1979, 117 nota 141).
[13] Oltre ai commentari, cf. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Gli sviluppi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, 229-237; G.H. van Kooten, Cosmic Christology in Paul and the Pauline School. Colossians and Ephesians in the Context of Graeco-Roman Cosmology, with a New Synopsis of the Greek Texts, WUNT 2.171, Mohr, Tübingen 2003, 110-129.
[14] È ciò che Paolo stesso afferma della sua identità apostolica in Gal 1,15s («fin dal seno di mia madre»).
[15] In questo senso, cf. anche Ef 4,24: «rivestire l’uomo nuovo, creato (ktisthénta) secondo Dio nella giustizia e santità della verità» (cf. anche 2Cor 5,17).
[16] Cf. M. Hengel, Ebrei, Greci e Barbari. Aspetti dell’ellenizzazione del giudaismo in epoca precristiana (SB 56), Brescia 1981; E. Faust, Pax Christi et Pax Caesaris. Religionsgeschichtliche, traditionsgeschichtliche und sozialgeschichtliche Studien zum Epheserbrief NTOA 24), Freiburg/Schw.-Göttingen 1993. Persino l’imperatore Claudio era esplicitamente intervenuto nell’anno 41 per comporre i dissidi fra le due comunità presenti ad Alessandria. Ed è interessante notare che egli riconosce la loro rispettiva diversità, sia pur deprecando che si comportassero «come se vivessero in due città diverse [ ... ] Se ambedue desisterete da queste cose e con mitezza e umanità vorrete vivere gli uni con gli altri, anch’io eserciterò la mia sollecitudine» (righe 90 e 101-102; cf. tutto il testo in R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane. Una documentazione ragionata, EDB, Bologna 42000, 225-228).
[17] Ignazio d’Antiochia parlerà esplicitamente di Gesù Cristo come «uomo nuovo» (Ad Eph. 20,1).
[18] Agostino commenterà: «Con la morte di Cristo, è stata fatta la chiesa» (Enarr. In Ps. 127,11: Moriente Christo ecclesia facta est).
[19] Cf. Severiano di Gabala: «I Greci allontanandosi dall’idolatria come empietà, e i Giudei dalla Legge come non più utile, vengono riedificati nella novità di un diverso rapporto con Dio» (in K. Staab, Pauluskommentare aus der griechischen Kirche, Aschendorff, Münster 1933, 309).
[20] In effetti il tema prosegue nel concetto di una già attuale «nuova creazione», dalle premesse escatologiche; cf. U. Mell, Neue Schöpfung. Eine traditionsgeschichtliche und exegetische Studie zu einem soteriologischen Grundsatz paulinischer Theologie (ATANT 47), De Gruyter, Berlin-New York 1989.

Publié dans : Paolo - Inni | le 15 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

Battesimo del Signore

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Publié dans : immagini sacre | le 11 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »
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