SAN PAOLO STUDI, MEDITAZIONI, PREGHIERE

 

ho un altro blog su San Paolo Apostolo: La (mia) pagina di San Paolo, link:

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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

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Mons Gianfranco Ravasi:

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Publié dans : ANNO PAOLINO | le 9 mars, 2008 |30 Commentaires »

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI

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(Beato Angelico)

METTO IL LINK AL SITO « EAQ » TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 CALENDARIO LITURGICO ANNUALE-MENSILE:

http://www.lachiesa.it/liturgia/

LETTURE DI, E SU, SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI:

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PER I SANTI, COLLEGAMENTO:

LINK PER LE LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO; LINK A LITURGIA DELLE ORE E COMMENTI dans LITURGIA DEL GIORNO logosanti1

LITURGIA DELLE ORE, COLLEGAMENTO DIRETTO ALLA LITURGIA APPROPRIATA ALL’ORA NELLA QUALE SI APRE IL SITO « LA CHIESA IT »:

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San Paolo in meditazione (Rembrant)
LA PREGHIERA IN SAN PAOLO

scritti sulla preghiera, questo è il link a tutte e quattro le sottocategorie, come vedete in « categorie »:

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scritti sulla preghiera, questo è il link alla sola categoria « preghiere e meditazioni »:

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PREGHIERE A SAN PAOLO
del Beato Alberione (1884 1971) fondatore della Famiglia Paolina, PDF:

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

Publié dans : LITURGIA DEL GIORNO | le 9 mars, 2008 |1 Commentaire »

Trofei ebraici, Arco di Tito, Roma

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Publié dans : immagini | le 15 novembre, 2019 |Pas de Commentaires »

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO – Enzo Bianchi

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO – Enzo Bianchi

Il tempo della fine

L’anno liturgico volge al suo termine e il nostro cammino riprenderà con il tempo di Avvento, inizio di un nuovo anno. Eccoci dunque in contemplazione delle realtà ultime, alle quali tende la nostra attesa: il Signore Gesù apparirà nella gloria come il Veniente. È Gesù stesso che sul finire dei suoi giorni terreni prima della sua passione e morte, mentre si trova a Gerusalemme per la celebrazione della Pasqua, di fronte al tempio, stimolato da una domanda dei suoi discepoli delinea “il giorno del Signore” (jom ’Adonaj) quale giorno della sua venuta.
Il tempio di Gerusalemme, la cui ricostruzione da parte di Erode era iniziata circa cinquant’anni prima, appariva come una costruzione sontuosa, che impressionava chi giungeva a Gerusalemme. Essa non era come le altre città capitali: era “la città del gran Re” (Sal 48,3; Mt 5,35), il Signore stesso, meta dei giudei residenti in Palestina o provenienti dalla diaspora (da Babilonia a Roma), la città sede (luogo, maqom) della Shekinah, della Presenza di Dio. Il tempio nel suo splendore ne era il segno per eccellenza, tanto che si diceva: “Chi non ha visto Gerusalemme, la splendente, non ha visto la bellezza. Chi non ha visto la dimora (il Santo), non ha visto la magnificenza”.
Anche i discepoli di Gesù nella valle del Cedron, di fronte a Gerusalemme, o sul monte degli Ulivi erano spinti all’ammirazione. Ma Gesù risponde: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”, parole che per i giudei suonavano come una bestemmia, al punto che saranno uno dei capi di accusa contro Gesù nel processo davanti al sinedrio (cf. Mc 14,58; Mt 26,61). Gesù non vuole negare la bellezza del tempio, né decretarne la distruzione, ma vuole avvertire i discepoli: il tempio, sebbene sia casa di Dio, sebbene sia una costruzione imponente, non deve essere oggetto di fede né inteso come una garanzia, una sicurezza. Purtroppo, infatti, il tempio di Gerusalemme era diventato destinatario della fede da parte di molti contemporanei di Gesù: non al Dio vivente ma al tempio andava il loro servizio, e la loro fede-fiducia non era più indirizzata al Signore, ma alla sua casa, là dove risiedeva la sua Presenza…
Gesù, del resto, non fa altro che ammonire il popolo dei credenti, come aveva fatto secoli prima il profeta Geremia: “Non basta ripetere: ‘Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore!’, e pensare che esso possa salvare, ma occorre vivere secondo la volontà di Dio, praticare la giustizia”(cf. Ger 7,1-15). Più in generale, le parole di Gesù erano fedeli all’annuncio dei profeti, che più volte avevano ammonito i credenti, mettendoli in guardia dal rischio di trasformare uno strumento per la comunione con Dio in un inciampo, un luogo idolatrico, una falsa garanzia di salvezza. E Gesù con il suo sguardo profetico vede che il tempio andrà in rovina, sarà distrutto, non sarà capace di dare salvezza a Israele.
Di fronte a questo annuncio del loro Maestro, i discepoli hanno una reazione di curiosità: “Quando accadrà questo? Ci sarà un segno premonitore?”. A questi interrogativi Gesù non risponde puntualmente, non formula predizioni, ma piuttosto avverte i discepoli su come è necessario prepararsi per “quel giorno” che viene. Nessuna data, nessuna risposta precisa alle febbri apocalittiche sempre presenti nella storia, tra i credenti, nessuna immagine terroristica come segno, ma delle indicazioni affinché i credenti vadano in profondità, leggano i segni dei tempi e vivano con vigilanza il proprio oggi, mai dimenticando, ma al contrario conservando la memoria della promessa del Signore e attendendo che tutto si compia.
Il primo avvertimento di Gesù è una messa in guardia di fronte a quelli che si presentano come detentori del Nome di Dio: “Egó eimi, Io sono”. Tale pretesa coincide con l’arrogarsi una centralità, un primato e un’autorità che appartengono solo al Signore. Mai il credente discepolo di Gesù può affermare: “Io sono”, ma piuttosto deve sempre proclamare: “Io non sono” (cf. Gv 1,20-21) e fare segno, indicare il Cristo Signore (cf. Gv 1,23-36). Purtroppo gli umani cercano sempre un idolo in cui mettere fede, una sorta di tempio che li garantisca e – come insegna tristemente la storia – finiscono per trovarlo o in persone che vengono nel nome di Gesù ma in realtà sono contro di lui, o in istituzioni umane: istituzioni liturgiche, teologiche, giuridiche, politiche, che magari si proclamano volute da Cristo stesso, mentre in realtà sono scandalo e contraddizione alla fede autentica! Gesù avverte: “Non andate dietro (opíso) a loro”, perché l’unica sequela è quella indicata da Gesù stesso e testimoniata dal Vangelo. Senza dimenticare che quando Luca, verso l’80 d.C., mette per iscritto queste parole di Gesù, conosce quante volte falsi profeti e impostori si sono presentati al popolo (cf. At 5,36-37; 21,38).
I cristiani, inoltre, devono saper distinguere la parousía, la venuta finale, accompagnata da eventi che mettono fine a questo mondo, da avvenimenti sempre presenti nella storia: guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie, cadute di città, tra cui la stessa Gerusalemme… Oltre a ciò, vanno messe in conto le violente persecuzioni che i discepoli di Gesù conosceranno fin dai primi giorni della vita della chiesa (cf. At 4,1-31). Come Gesù è stato perseguitato fino alla morte, così pure avverrà per i suoi discepoli e le sue discepole, perché le autorità religiose non possono accogliere la buona notizia del Vangelo, la fine dell’economia del tempio, la fine del primato della Legge e del vincolo della discendenza giudaica; e le autorità politiche non possono sopportare la giustizia vissuta e predicata da Gesù! Ma cosa sono le persecuzioni se non un’occasione di rendere testimonianza a Cristo? Il discepolo lo sa: guai se tutti dicono bene di lui (cf. Lc 6,26), ma beato quando lo si insulterà, lo si accuserà e lo si calunnierà dicendo ogni male di lui, solo perché egli rende eloquente nella sua vita il Nome di Cristo (cf. Lc 6,22; Mt 5,11). E questo non accadrà solo nell’ordinarietà dei giorni, ma ci saranno anche dei tempi e dei luoghi in cui i cristiani saranno arrestati e condotti a giudizio davanti alle autorità religiose, gettati in prigione e trascinati davanti ai governanti e ai potenti di questo mondo, quelli che esercitano il potere e opprimono i popoli, ma si fanno chiamare benefattori (cf. Lc 22,25).
Ma il discepolo sa che nulla potrà separarlo dall’amore di Cristo, né la persecuzione, né la prigione, né la morte (cf. Rm 8,35). Anzi, Gesù gli assicura che nell’ora del processo gli saranno date parola e sapienza per resistere ai persecutori, che non potranno contraddirlo. In ogni avversità, anche da parte di parenti, familiari e amici, il cristiano non deve temere nulla. Deve solo continuare a confidare nel Signore Gesù, accogliendo la sua promessa: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Ecco la virtù cristiana per eccellenza, l’hypomoné, la perseveranza-pazienza: è la capacità di non disperare, di non lasciarsi abbattere nelle tribolazioni e nelle difficoltà, di rimanere e durare nel tempo, che diviene anche capacità di sup-portare gli altri, di sopportarli e di sostenerli. La vita cristiana, infatti, non è l’esperienza di un momento o di una stagione della vita, ma abbraccia l’intera esistenza, è “perseveranza fino alla fine” (cf. Mt 10,22; 24,13), continuando a vivere nell’amore “fino alla fine”, sull’esempio di Gesù (Gv 13,1). Ecco perché questa pagina evangelica non parla della fine del mondo, ma del nostro qui e ora: la nostra vita quotidiana è il tempo della difficile eppure beata (cf. Gc 5,11) e salvifica perseveranza.

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Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 15 novembre, 2019 |Pas de Commentaires »

Paolo all’Areopago di Atene

paolo

Publié dans : immagini sacre | le 13 novembre, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 15. «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23). Paolo all’Areopago: un esempio d’inculturazione della fede ad Atene

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 15. «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23). Paolo all’Areopago: un esempio d’inculturazione della fede ad Atene

Piazza San Pietro Mercoledì, 6 novembre 2019

Catechesi sugli Atti degli Apostoli – 15. «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23). Paolo all’Areopago: un esempio d’inculturazione della fede ad Atene

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguiamo il nostro “viaggio” con il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo le prove vissute a Filippi, Tessalonica e Berea, Paolo approda ad Atene, proprio nel cuore della Grecia (cfr At 17,15). Questa città, che viveva all’ombra delle antiche glorie malgrado la decadenza politica, custodiva ancora il primato della cultura. Qui l’Apostolo «freme dentro di sé al vedere la città piena di idoli» (At 17,16). Questo “impatto” col paganesimo, però, invece di farlo fuggire, lo spinge a creare un ponte per dialogare con quella cultura.
Paolo sceglie di entrare in familiarità con la città e inizia così a frequentare i luoghi e le persone più significativi. Va alla sinagoga, simbolo della vita di fede; va nella piazza, simbolo della vita cittadina; e va all’Areopago, simbolo della vita politica e culturale. Incontra giudei, filosofi epicurei e stoici, e molti altri. Incontra tutta la gente, non si chiude, va a parlare con tutta la gente. In tal modo Paolo osserva la cultura osserva l’ambiente di Atene «a partire da uno sguardo contemplativo» che scopre «quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade e nelle sue piazze» (Evangelii gaudium, 71). Paolo non guarda la città di Atene e il mondo pagano con ostilità ma con gli occhi della fede. E questo ci fa interrogare sul nostro modo di guardare le nostre città: le osserviamo con indifferenza? Con disprezzo? Oppure con la fede che riconosce i figli di Dio in mezzo alle folle anonime?
Paolo sceglie lo sguardo che lo spinge ad aprire un varco tra il Vangelo e il mondo pagano. Nel cuore di una delle istituzioni più celebri del mondo antico, l’Areopago, egli realizza uno straordinario esempio di inculturazione del messaggio della fede: annuncia Gesù Cristo agli adoratori di idoli, e non lo fa aggredendoli, ma facendosi «pontefice, costruttore di ponti» (Omelia a Santa Marta, 8 maggio 2013).
Paolo prende spunto dall’altare della città dedicato a «un dio ignoto» (At 17,23) – c’era un altare con scritto “al dio ignoto”; nessuna immagine, niente, soltanto quella iscrizione. Partendo da quella “devozione” al dio ignoto, per entrare in empatia con i suoi uditori proclama che Dio «vive tra i cittadini» (Evangelii gaudium, 71) e «non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni» (ibid.). È proprio questa presenza che Paolo cerca di svelare: «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23).
Per rivelare l’identità del dio che gli Ateniesi adorano, l’Apostolo parte dalla creazione, cioè dalla fede biblica nel Dio della rivelazione, per giungere alla redenzione e al giudizio, cioè al messaggio propriamente cristiano. Egli mostra la sproporzione tra la grandezza del Creatore e i templi costruiti dall’uomo, e spiega che il Creatore si fa sempre cercare perché ognuno lo possa trovare. In tal modo Paolo, secondo una bella espressione di Papa Benedetto XVI, «annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto» (Benedetto XVI, Incontro col mondo della cultura al Collège des Bernardins, 12 sett. 2008). Poi, invita tutti ad andare oltre «i tempi dell’ignoranza» e a decidersi per la conversione in vista del giudizio imminente. Paolo approda così al kerygma e allude a Cristo, senza citarlo, definendolo come l’«uomo che Dio ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (At 17,31).
E qui, c’è il problema. La parola di Paolo, che finora aveva tenuto gli interlocutori con il fiato sospeso – perché era una scoperta interessante -, trova uno scoglio: la morte e risurrezione di Cristo appare «stoltezza» (1Cor 1,23) e suscita scherno e derisione. Paolo allora si allontana: il suo tentativo sembra fallito, e invece alcuni aderiscono alla sua parola e si aprono alla fede. Tra questi un uomo, Dionigi, membro dell’Areopago, e una donna, Damaris. Anche ad Atene il Vangelo attecchisce e può correre a due voci: quella dell’uomo e quella della donna!
Chiediamo anche noi oggi allo Spirito Santo di insegnarci a costruire ponti con la cultura, con chi non crede o con chi ha un credo diverso dal nostro. Sempre costruire ponti, sempre la mano tesa, niente aggressione. Chiediamogli la capacità di inculturare con delicatezza il messaggio della fede, ponendo su quanti sono nell’ignoranza di Cristo uno sguardo contemplativo, mosso da un amore che scaldi anche i cuori più induriti.

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO UDIENZE | le 13 novembre, 2019 |Pas de Commentaires »

IL Dio dei viventi, non dei morti

paolo Dio non è dei morti ma dei viventi

Publié dans : immagini sacre | le 8 novembre, 2019 |Pas de Commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

Un Dio dei viventi, non dei morti!

Enzo Bianchi

Giunti quasi al termine della lectio cursiva del vangelo secondo Luca prevista dall’annata liturgica C, oggi ascoltiamo un brano evangelico che riguarda la morte, tema decisivo e inevitabile per tutti gli umani, quindi anche per i discepoli di Gesù.
Gesù è ormai entrato nella città santa di Gerusalemme (cf. Lc 19,28-38) e nei suoi ultimi giorni durante la sua predicazione è interrogato da quelli che lo ascoltano. Nel nostro testo è il caso di alcuni appartenenti al movimento dei sadducei, una porzione del popolo di Israele essenzialmente clericale, legata al sacerdozio. Profondamente conservatori e tradizionalisti, essi praticavano una lettura fondamentalista delle Scritture sante, tra le quali privilegiavano la Torah (il Pentateuco), mentre non consideravano rivelativi i profeti e gli scritti sapienziali. E proprio perché nella Torah, mediante una sua interpretazione letterale, non si trova la resurrezione dei morti quale verità da credere, i sadducei la rigettavano, a differenza dei farisei e degli esseni, che invece la professavano come destino ultimo dei giusti.
Per mostrare l’assurdità di tale fede nella resurrezione del corpo dalla morte, questi sadducei pongono a Gesù un esempio ridicolo e assurdo, che pare demolire la convinzione che anche Gesù e i suoi discepoli condividevano con gli altri figli di Israele. Essi fanno ricorso alla legge del levirato, presente nella Torah (cf. Dt 25,5-10), che autorizzava un uomo a sposare la cognata rimasta vedova e senza figli. Lo scopo di questa normativa è evidente: ai figli che nasceranno sarà imposto il nome della famiglia del padre, sicché la discendenza sarà assicurata al fratello defunto. In base a tale legge – dicono i sadducei – una donna diventa moglie di sette fratelli, perché questi muoiono uno dopo l’altro. “Da ultimo” – concludono – “morì anche la donna. Alla resurrezione, dunque, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.
È buona cosa sapere che al tempo di Gesù era dominante una concezione materiale del Regno messianico e delle realtà a esso connesse, perciò si credeva che la resurrezione avrebbe permesso ai morti del passato di prendere parte al Regno per essere giudicati e ritrovare nella beatitudine una fecondità straordinaria. Affermava, per esempio, rabbi Gamaliele: “Verrà un tempo in cui la donna partorirà ogni giorno una volta”. La resurrezione era pensata come rianimazione del cadavere, ritorno alla vita corporea precedente: una concezione a dir poco enigmatica, che aprirebbe numerosi problemi…
Gesù invece risponde con autorevolezza, interpretando diversamente l’idea della resurrezione: egli rivela che questo mondo passa e che la novità del regno dei cieli non conterrà più la necessità inscritta nella vita biologica di uomini e donne. Per Gesù, tra questo mondo e il mondo che viene c’è un contrasto radicale, non perché questa terra e questo cielo debbano essere distrutti e tornare al nulla, ma nel senso che l’assetto e la necessitas inscritti in essi non saranno più presenti. Il mondo che viene è una realtà altra da quella che conosciamo: vi entreranno quanti, in base al giudizio universale da parte di Dio (cf. Mt 25,31-46), saranno ritenuti degni, i “benedetti dal Padre” (Mt 25,34). Il giudizio provocherà una crisi e una cernita: quelli che sulla terra hanno vissuto secondo la volontà di Dio – la conoscessero o meno –, prenderanno parte al Regno. Su quelli che invece hanno contraddetto questa volontà che è l’amore, nient’altro che l’amore verso gli altri, ovvero sui “maledetti” (Mt 25,41), non c’è alcuna parola nel vangelo secondo Luca: su di loro un silenzio totale, come se non fossero degni di essere rialzati dal nulla della morte… Ecco come Gesù alza il velo sulla realtà dell’altro mondo, nella quale vi sarà una ri-creazione inimmaginabile, una trasfigurazione radicale che possiamo solo intravedere pensando agli angeli, ai messaggeri di Dio, creature non mortali, non corruttibili. Gesù aggiunge inoltre che nel Regno cesserà ogni attività di prosecuzione della specie, dunque ogni attività sessuale, perché non si morirà più.
Confessiamo onestamente che su questa realtà che non conosciamo e che ci è annunciata in modo allusivo non sappiamo dire, non sappiamo immaginare. A noi dovrebbe bastare l’essere convinti che la realtà dopo la resurrezione della carne sarà comunione con Dio e con tutti gli umani e che in questa comunione nulla andrà perduto dell’amore che abbiamo vissuto, amando e accettando di essere amati. Questo ci dovrebbe bastare: un’eterna comunione d’amore, una condizione in cui non ci saranno più il pianto, il lutto, la separazione, il dolore, la morte (cf. Is 25,16; Ap 7,17; 21,4), perché saremo “figli di Dio”.
Quanto alle parole di Gesù: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito, ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito”, non possiamo dimenticare che per secoli sono state lette come un invito a vivere già qui il celibato per il Regno. Né dimentichiamo che, proprio a partire da quest’affermazione, i monaci hanno parlato del proprio stato come della “vita angelica”. Oggi invece leggiamo tali parole con un’ermeneutica diversa, non ritenendole più un fondamento alla condizione del celibato per il Regno. Sappiamo infatti che Gesù si serviva delle immagini della sua cultura, comprensibili al suo uditorio, per porre l’accento sull’annuncio della resurrezione della carne quale speranza per i suoi discepoli.
Ma a mio avviso il punto teologico e rivelativo culminante di questa discussione con i sadducei sta in un’affermazione di Gesù contenuta nel brano parallelo di Marco e di Matteo: “Voi vi ingannate, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio” (Mc 12,24; Mt 22,29), quella dýnamis che può operare, creare e ri-creare… Accusa terribile, rivolta a quei sacerdoti ai quali competeva dare al popolo la conoscenza di Dio (cf. Os 4,6)! Ed ecco, nelle parole conclusive di Gesù, la correzione di questa non-conoscenza: “Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: ‘Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe’ (Es 3,6). Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché in lui tutti vivono”. L’alleanza tra Dio e il suo popolo, tra Dio e gli umani tutti, è tale che nulla e nessuno potrà romperla: non certo la morte, perché egli è fedele e nella morte si presenta a noi con le braccia aperte, in attesa di prenderci con sé come figli e figlie amati per sempre.
Ecco l’ignoranza dei sadducei, la loro incapacità di leggere le parole dette da Dio a Mosè, dunque la loro non fede nella potenza di Dio. I credenti invece sono convinti che, essendo in alleanza con Dio, quando muoiono vivono per Dio e in Dio, perché Dio è fedele e non viene mai meno alla sua promessa e alla sua alleanza. Siamo posti di fronte al grande mistero dell’esodo pasquale: moriamo a questo mondo per essere rialzati mediante una trasfigurazione della nostra intera persona, spirito e corpo, alla vita in Cristo, nel Regno eterno dell’amore.

http://www.monasterodibose.it

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 8 novembre, 2019 |Pas de Commentaires »

(sulla preghiera)

paolo

Publié dans : immagini sacre | le 4 novembre, 2019 |Pas de Commentaires »
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